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Lucia e la bellezza del tempo

La protagonista di questo nuovo articolo di Resilienza Rosa è Lucia Montuschi, amica, collega e stimata professionista del settore turistico a Firenze. Lucia ha 55 anni ed è nata a Firenze, “nei giorni di Natale”: fino all’età di 15 anni ha vissuto nella zona di Piazza Puccini (“dove ho trascorso una splendida infanzia e adolescenza”), poi con la famiglia si è trasferita fuori città, “ma il centro per me, rimane sempre Firenze”.

Mi descrivi te stessa con 3 aggettivi? «Cara Elena, che bella domanda! Descriversi è come guardarsi allo specchio, il rischio è di trovarsi tanti difetti e non piacersi, o non trovarne affatto e fare la fine del povero Narciso. Tu però hai detto 3 e allora ti dirò che sono ambiziosa, determinata e leale. La persona che sono è il risultato di molti passaggi e di molte esperienze che ho attraversato e che mi hanno cambiata; alcune non vorrei mai doverle riaffrontare, altre le rifarei subito, ma la vita scorre e questa è la sua bellezza.»

Io e Lucia ci siamo conosciute circa venti anni fa: all’epoca io ero ancora una guida giovane e inesperta (avevo 22 anni quando ho cominciato! ndr) e guardavo a lei e altri colleghi come un modello di riferimento. Ancora oggi riconosco e apprezzo la competenza e la passione che mette nel suo lavoro e che nasce dal suo grande amore per l’arte. Tutto è iniziato ai tempi del liceo (“anche se da bambina sognavo di fare la missionaria in Africa e da ragazzina la truccatrice per il teatro”), dove ha incontrato una bravissima insegnante che le ha trasmesso il suo interesse per la materia. Così si è laureata e specializzata in Storia dell’Arte; in seguito ha iniziato a collaborare con la Sezione Didattica degli Uffizi e ha capito che quello era il mestiere che voleva fare.

Lucia ha lavorato molti anni come guida turistica (e lo fa ancora) e dal 2012 è la titolare di Exclusive Connection un’agenzia turistica di incoming, che ha sede nel bellissimo complesso delle Murate: «Ci occupiamo per lo più di turisti in arrivo in Italia, organizziamo gli hotel, i trasporti e le loro escursioni; inoltre organizziamo eventi per privati e aziende e itinerari nuovi e speciali in tutte le città, ma soprattutto qui a Firenze.»

Lavorare nel mondo del turismo è certamente impegnativo ma assai stimolante: è un ambito che offre una vita dinamica, ricca di soddisfazioni, ma dai ritmi decisamente “alti”.

Incontrare, organizzare e realizzare in una sorta di corsa contro il tempo (“quasi fosse una sfida”) era la modalità alla quale un po’ tutti noi operatori del settore eravamo abituati e che questa quarantena appena trascorsa ha totalmente stravolto.

Lucia ci racconti una tua “giornata tipo”? «Ecco…E adesso quale ti racconto? Quella che facevo fino al 23 febbraio 2020 o quella che faccio adesso? Sai che sono due vite tanto diverse, dove l’unico fattore che fa la differenza è il tempo. Lui..il nemico di sempre è stato annientato. Anzi, adesso ne abbiamo così tanto. E allora preferisco raccontarti la vita che faccio adesso, in cui mi alzo la mattina e porto fuori Lola, la canina della mia mamma, vado a prenderle il giornale, il pane e poi mi fermo da lei per un caffè, che ha proprio un buon sapore e che avevo dimenticato.. Poi torno a casa mia, rimetto un po’ in ordine e mi metto al computer e passo la giornata tra la posta, i progetti, le cose da leggere, le telefonate. Faccio tutto senza fretta e con piacere.»

Durante il lock down però, Lucia è stata molto attiva sui social, con la sua rubrica su Instagram #leoperesceltedaLucia, in cui presenta un’opera d’arte diversa al giorno, da uno dei cataloghi della sua amata libreria.

Hai un hobby o una passione in particolare? «Amo l’arte e la mia passione è viaggiare, conoscere e visitare. Sono anche una subacquea e il mare è il mio elemento preferito.»

Se fossi un’opera d’arte quale saresti? «Un bel ritratto in cui si vedono gli occhi.»

Hai fiducia nel futuro? Cosa credi che succederà nei prossimi mesi? «Ho fiducia nel futuro, ne dobbiamo avere tutti. Mamma mi ricorda ogni giorno che lei ha passato la guerra e passerà anche questa pandemia! Quindi avanti, senza mai voltarsi indietro, che la vita è sempre piena di sorprese e soprattutto è bellissima!»

Condivido pienamente il pensiero di Lucia. Lentamente torneremo a una normalità che forse non sarà la stessa di prima. O forse sì. E stavolta il tempo sarà nostro alleato.

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Ritorno all’Accademia

Firenze, 2 giugno 2020. Questa sono io. Sono io che ritorno nella casa del David di Michelangelo, dopo il lungo periodo di chiusura dovuto alla pandemia da Covid-19. Adesso che faccio anche la blogger, dovrei riuscire a trovare le parole giuste per descrivere questa foto, eppure non è così semplice: questa camminata resterà un ricordo indelebile nella mia memoria e ringrazio l’amica e collega Paola di you&florence.com per il prezioso scatto.

Dopo quasi 3 mesi, anche la Galleria dell’Accademia ha riaperto le sue porte al pubblico: il percorso all’interno del museo è rimasto sostanzialmente lo stesso, anche se diverse sale al momento restano chiuse, come la sezione degli strumenti musicali, le sale del primo piano e quelle della pittura del Due-Trecento. I visitatori potranno orientarsi grazie alle frecce poste sul pavimento con del nastro adesivo e mantenere la corretta distanza con le altre persone presenti in galleria grazie a “The right distance“, l’app realizzata da Opera Laboratori Fiorentini (disponibile per sistemi iOS e Android) che potrà essere scaricata gratuitamente sul proprio smartphone e avviserà l’utente quando scenderà sotto la soglia di sicurezza. Vi ricordo inoltre la diminuzione del costo del biglietto intero da 12 a 8 euro e la possibilità di prenotare telefonicamente tramite il call center di Firenze Musei (055-294883) oppure tramite la piattaforma B-Ticket (la prenotazione costa 4 euro).

Non sono consentite visite guidate fino a nuove disposizioni 😦

Il primo ambiente del museo è la Sala del Colosso, che deve il suo nome a uno dei modelli in gesso dei Dioscuri di Montecavallo – presente in galleria fino agli inizi del Novecento – e oggi ospita il modello in gesso del Ratto delle Sabine, sublime opera del Giambologna, eseguita intorno al 1580 per la Loggia dei Lanzi. Nella sala sono esposti i dipinti di grandi artisti come Filippino LippiBotticelliDomenico Ghirlandaio e Perugino, che vi introducono nel clima culturale al tempo della formazione artistica di Michelangelo. Una delle opere più importanti è la grande Pala di Vallombrosa, dipinta nell’anno 1500 da Perugino (sul bordo inferiore si legge chiaramente l’iscrizione “PETRVS PERVGINVS PINXIT A.D. MCCCCC”) raffigurante l’Assunzione della Vergine, in cui una morbida luce avvolge gli eleganti personaggi, come la sofisticata figura di San Michele Arcangelo, rappresentato nella sua raffinata armatura. Accanto a questa si trova un’altra opera completata da Perugino, la Deposizione di Cristo dalla Croce: la pala, proveniente dalla basilica della SS. Annunziata era stata iniziata nel 1504 da Filippino Lippi, di cui si riconosce il tratto più “nervoso” nella parte superiore del dipinto e che contrasta con la compostezza tipica delle figure del Perugino nel registro inferiore. Vi segnalo anche il bellissimo Cassone Adimari (1450 ca.), attribuito allo Scheggia, fratello di Masaccio, in cui si vede un corteo nuziale che si svolge per le strade di Firenze (si riconosce il Battistero!) con i personaggi che offrono un interessante spaccato sulla vita e l’abbigliamento nella città del Quattrocento. Di piccole dimensioni, ma peraltro facilmente riconoscibile, è la cosiddetta Madonna del Mare (1477 ca.) opera attribuita a Botticelli, in cui il mare, visto attraverso una finestra fa da sfondo alle figure della Vergine e del Bambino.

Ma immagino che la maggior parte di voi non verrà qua per i dipinti.

La Galleria dell’Accademia ospita il grandioso David di Michelangelo, la statua più bella e famosa scolpita per la città di Firenze nel 1504 e giunta in questo museo nel 1873.

Il “gigante” di marmo si trova nella Tribuna costruita appositamente per lui e che permette ai visitatori di osservare l’opera da diversi punti di vista. In origine il David doveva essere posto su uno dei contrafforti della cattedrale: nel Quattrocento, Agostino di Duccio e Antonio Rossellino avevano già messo mano a quel blocco di marmo dalle enormi dimensioni, ma data la pessima qualità della pietra entrambi avevano rinunciato all’impresa, ritenendola impossibile. La statua giaceva abbandonata da circa 40 anni nella bottega dell’Opera del Duomo, quando Michelangelo venne interpellato circa la possibilità di completare l’opera: si trattava di una vera e propria sfida che lo impegnò nei successivi 3 anni, lavorando da solo, con passione e tenacia. Una speciale commissione decise di sistemare il David proprio di fronte all’ingresso di Palazzo Vecchio – dove oggi si trova la sua copia – e fu così che divenne il simbolo della Repubblica Fiorentina.

Nel museo è inoltre possibile ammirare la più importante collezione di pezzi non finiti dell’artista: i Prigioni, il San Matteo e la Pietà da Palestrina. Queste poderose figure maschili nude e compresse nel blocco di marmo suggeriscono l’idea di un uomo che cerca di uscire a fatica dalla pietra e suscitarono l’ammirazione tra i contemporanei dello scultore, che ne decantarono la dinamica tensione dei corpi.

Il Prigione “Atlante”

Le statue incompiute dei Prigioni, facevano parte della decorazione per la tomba di papa Giulio II della Rovere a Roma, che per diverse ragioni non fu mai portata a termine da Michelangelo e verrà ricordata come la “tragedia della tomba”, visto che il progetto originale venne modificato per ben 5 volte nell’arco di 40 anni! Il San Matteo era invece una commissione dell’Opera del Duomo, rimasta incompiuta per la partenza dell’artista per Roma, mentre per la Pietà da Palestrina non esistono riferimenti dell’epoca ed è una delle ultime opere attribuite a Michelangelo.

Sulle pareti intorno alla Tribuna vi sono altri dipinti che risalgono al periodo della Controriforma, in cui sono ancora evidenti le influenze dello stile di Michelangelo, ma che già risentono del nuovo clima spirituale dell’epoca, caratterizzato da una maggiore sobrietà nello stile, ben evidente nelle opere del pittore Santi di Tito.

Da qui si entra nella Gipsoteca, il regno di Lorenzo Bartolini e Luigi Pampaloni, tra i più noti e ricercati scultori nell’Ottocento a Firenze.

La Gipsoteca Bartolini

In passato, questa era la corsia delle donne dell’antico spedale di San Matteo, che nel Settecento fu annesso ai locali dell’Accademia e di cui resta traccia nel piccolo affresco a mocromono verde che si vede sulla parete sinistra e attribuito al Pontormo. Oggi vi si conserva una straordinaria collezione di gessi modellati dai due artisti: statue a figura intera, busti ritratto e monumenti funebri, molti dei quali commissionati dalle ricche famiglie nobili inglesi, russe, polacche che all’epoca vivevano in Toscana ed erano protagoniste dei salotti e degli ambienti culturali dell’epoca. La visita del salone è molto interessante anche perchè sui modelli sono ancora visibili i punti neri (in genere chiodi o punte metalliche) che venivano impiegati come misure di riferimento al momento di sbozzare il blocco di marmo.

Io e Machiavelli

L’itinerario di visita è praticamente giunto alla fine: dalla sala dei gessi si passa nella sala della pittura del XIII e XIV, in cui si trovano le opere di alcuni tra i più grandi artisti di epoca medievale come Giotto, Taddeo Gaddi, Bernardo Daddi, Giovanni Da Milano e Andrea Orcagna. Di particolare interesse il grande Albero della Vita, dipinto agli inizi del Trecento da Pacino di Bonaguida, una tavola in cui sono raffigurate le Scene della Genesi sul bordo inferiore, mentre il legno della croce ha la forma di un albero, da cui partono i rami su cui si trovano, come dei frutti, ben 47 medaglioni con Scene della Vita di Cristo.

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Riparte Firenze

Ingressi limitati, misurazione della temperatura, uso obbligatorio della mascherina e rispetto della distanza di sicurezza nei percorsi di visita: sono queste le principali disposizioni previste per l’adeguamento dei musei ai protocolli di sicurezza e prevenzione da Covid-19. Dopo Boboli e Palazzo Pitti, nei prossimi giorni molti altri luoghi della cultura riapriranno le loro porte al pubblico.

Riaperture di sabato 30 maggio

Basilica di Santa Croce. Fino al 21 giugno le visite alla basilica francescana saranno possibili solo nei fine settimana con orario 11-17 (sabato) e 13-17 (domenica). L’ingresso è gratuito, ma è obbligatoria la prenotazione online. Apertura speciale il 2 giugno per la Festa della Repubblica e il 24 giugno per la Festa di San Giovanni (orario 11-17). I visitatori potranno scaricare la nuova App Santa Croce sul proprio cellulare (disponibile gratuitamente negli store Google Play e App Store). Al momento non sono consentite visite guidate e di gruppo.

Museo Galileo. Il grande museo della scienza per adulti e ragazzi riapre dal venerdì al lunedì con orario 9.30-18.00. Apertura straordinaria nella giornata del 2 giugno con lo stesso orario. Si consiglia la prenotazione al numero 055-265311.

Lunedì 1 giugno riapre anche Palazzo Strozzi con la mostra “Aria” di Tomas Saraceno, in cui le istallazioni del visionario e creativo artista argentino conducono il visitatore in un mondo non umano, fatto di polvere, ragni e piante, che permette all’uomo di ritrovare la sua armonia con l’universo. Ingressi limitati, si consiglia la prenotazione online.

Riaperture di martedì 2 giugno

Musei civici fiorentini. Per il momento torneranno ad essere visitabili solo il Museo di Palazzo Vecchio, il Museo Bardini e il Museo del Novecento, che saranno riaperti in anteprima il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica e poi regolarmente dal week end del 6 giugno per soli 3 giorni la settimana, il sabato, la domenica e il lunedì con orario ridotto dalle 14 alle 19. Resteranno ancora chiusi gli scavi archeologici, il camminamento di ronda e la Torre di Arnolfo. Gli ingressi ai musei saranno soggetti a limitazioni e sarà obbligatoria la prenotazione online: viene confermata la gratuità per i possessori della Card del Fiorentino, che dovranno comunque prenotarsi on line. Nel rispetto dei protocolli di sicurezza, verrà misurata la temperatura corporea all’ingresso del museo, dove un mediatore culturale sarà a disposizione dei visitatori per fornire alcune brevi spiegazioni degli spazi espositivi.

Giardino Bardini. Fino al 30 agosto, il parco panoramico famoso per la fioritura del glicine, sarà accessibile con un orario prolungato, dalle ore 8.45 alle ore 21.00, da lunedì a domenica (eccetto il primo e l’ultimo lunedì del mese). Per tutto il mese di giugno la facciata della villa (che per il momento resta chiusa) sarà illuminata dal tricolore della bandiera italiana e nella giornata del 2 giugno e in ogni weekend del mese, sarà offerta una colazione o una merenda gratuita a tutti i bambini che visiteranno il giardino insieme ai genitori. L’ingresso al parco è gratuito per i bambini e tutti i residenti dell’area metropolitana di Firenze e nelle province di Arezzo e Grosseto. Per altre gratuità e il costo del biglietto consultate questa pagina.

Galleria dell’Accademia. Il nuovo orario di apertura del museo del David di Michelangelo sarà dal martedì al venerdì dalle 9 alle 14 e il sabato e la domenica dalle 9 alle 18. Il costo del biglietto d’ingresso viene ridotto a 8 euro, ma è consigliata la prenotazione (chiamando il call center di Firenze Musei al numero 055-294883 oppure online tramite la piattaforma B-ticket), in quanto il numero massimo di visitatori consentito è di 50 persone. Non sono ammessi gruppi e alcune sale (comprese quelle del primo piano) resteranno chiuse.

Cappelle Medicee e Museo di Palazzo Davanzati. Per il mese di giugno, il mausoleo della famiglia Medici osserverà il seguente calendario: mercoledì – giovedì – venerdì ore 14.00-18.30/sabato – domenica – lunedì ore 9.00-13.30. Il numero massimo di visitatori ammessi è di 40 persone ogni ora. Il museo della Casa Fiorentina Antica di Palazzo Davanzati, invece, sarà aperto come segue: mercoledì – giovedì – venerdì ore 14.00-18.30/sabato – domenica – lunedì ore 14-18. Gli ingressi nella sale saranno contingentati (massimo 24 persone ogni ora – gruppi massimo di 6 persone) e percorsi di visita unidirezionali (la permanenza ai piani sarà limitata a 20 minuti per piano). Aperture speciali nelle giornate del 2 giugno e del 24 giugno con orario 9-18.

Resta temporaneamente chiuso, in ossequio alle disposizioni governative per l’emergenza  Covid-19, il museo del Bargello. Riaprirà al pubblico il 4 Agosto 2020 con nuovi percorsi.

La riapertura delle Gallerie degli Uffizi è prevista per mercoledì 3 giugno.

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Sofia e la poesia dell’architettura

Resilienza Rosa”, la rubrica al femminile nata nel periodo di quarantena da Covid-19, mi ha dato la possibilità di intervistare diverse donne, che vivono e lavorano a Firenze e che con grande entusiasmo e disponibilità hanno accettato di raccontarsi attraverso il mio blog: tra di loro ho raccolto anche il pensiero di chi ha usato questo periodo per riflettere sulla propria vita e crede che questa esperienza sia un’opportunità di cambiamento e vada colta come un’occasione per migliorarsi.

La protagonista di questo nuovo articolo è l’Architetto Sofia Ferrer, che vive a Firenze dal 2002 – anno in cui si è trasferita qui per iniziare un Master in Architettura del Paesaggio – ma originaria di Lima, in Perù. Sofia è una bella donna di 44 anni, felice delle esperienze che ha vissuto in questi anni e con la voglia di continuare a imparare: una mente lucida e creativa, con la forza di chi vuole andare sempre avanti per raggiungere i propri obiettivi.

Diventare architetto è sempre stato il tuo sogno fin da bambina? «Da bambina volevo essere la “policia femenina” (la vigilessa). A 16 anni ho pensato che dovevo trovare un lavoro collegato all’arte per non stare davanti a una scrivania tutto il giorno: volevo un lavoro dinamico, a volte in ufficio, a volte fuori, ma sempre legato all’arte. E così decisi di studiare Architettura.»

Installazione architettonica “Studio sul vuoto” in Piazza M. D’Azeglio, Firenze, all’interno della manifestazione “Studi Aperti: L’architetto indispensabile”. Un’esperienza in piazza, per riflettere direttamente con le persone, su come lo spazio vuoto, che potrebbe facilmente identificarsi con il nulla, in realtà è un serbatoio di infinite possibilità.

Sofia è cresciuta in una “normalissima famiglia della cosiddetta classe media”, in cui non è mai stato fatto mancare niente a lei e i suoi due fratelli più grandi e dove fin da bambina, ha iniziato a conoscere ed amare l’Italia. La prima persona che le ha trasmesso la passione per il nostro paese e la sua cultura è stata la mamma, figlia di un medico appassionato della Divina Commedia di Dante, che le volle dare il nome di Beatriz Florencia. La mamma di Sofia sa parlare bene italiano perché lo ha studiato a scuola e insieme condividono l’interesse per l’arte, la musica e il teatro. Inoltre la sua migliore amica da ragazza era di origini italiane e lei era spesso invitata ai pranzi, le cene e le feste con la sua famiglia. Così poco dopo aver terminato gli studi ha deciso di realizzare il suo sogno e partire: «Sentii la fortissima necessità di dimostrare a me stessa di potermela cavare da sola […] Volevo farlo in totale autonomia economica, senza chiedere un euro ai miei genitori

Oggi Sofia è un architetto di successo e si occupa di Interior Design e Paesaggio.

Qual è l’aspetto che ami di più del tuo lavoro? «Sono felice quando creo, quando mi siedo davanti a un foglio di carta con una matita in mano e disegno ciò che penso e come dovrebbe funzionare l’oggetto a cui penso: è meraviglioso! Dal momento in cui mi sottopongono l’oggetto dell’intervento, io mi presento a lui con profondo rispetto di ciò che è, ciò che è stato e ciò che sarà. Lo studio, diventiamo amici, cerco di capire i suoi punti deboli ed è proprio in quei punti dove io intervengo per renderlo più forte. Lo rendo utile e bello per chi di lui avrà bisogno, ma soprattutto lo rendo testimone del nostro tempo perché in futuro possa raccontare alle nuove generazioni chi siamo stati

Ovviamente, oltre all’aspetto “poetico”, questa professione richiede anni di studio e di pratica in quanto «bisogna conoscere le normative, la storia, il paesaggio, il territorio, la cultura ecc. tutte cose che in Italia sono particolarmente complesse», ma anche un notevole sforzo di energie e concentrazione che non sempre viene pienamente compreso.

Otto anni fa Sofia ha incontrato una persona che ha dato una svolta decisiva alla sua vita: Anne Efuru Okaru, la nota designer nigeriana famosa in tutto il mondo.

La loro collaborazione è iniziata nel 2013: «Lei ha avuto fiducia in me, nelle mie capacità e io ho saputo ricambiare con la massima serietà e disponibilità nella gestione di ogni progetto che ho sviluppato insieme a lei. Ho imparato tantissimo dalle sue doti manageriali, creative, dalla sua ampia esperienza nel settore, ma ho ricevuto tanto anche a livello personale: la sua apertura mentale, la sua determinazione, la sua profonda consapevolezza della presenza di Dio in ogni momento della vita.

Lounge della sede principale di Diamond Access Bank, nella città di Lagos (Nigeria). Uno degli ambienti del progetto complessivo in collaborazione con la nota designer Anne Efuru Okaru, Creative Manager del progetto.

In condizioni normali il loro lavoro va oltre la fase di progettazione e richiede la gestione dei preventivi e il coordinamento con un team di collaboratori esterni; inoltre molto spesso è necessario organizzare un programma di visite presso i fornitori per seguire da vicino la produzione degli ordini e siccome molte di queste aziende si trovano in altre regioni del nord d’Italia, Anne e Sofia sono abituate a trascorrere intere giornate fuori casa. Grazie allo smart working (“che di smart ha davvero poco per tutti!”) sono riuscite a mandare avanti i loro progetti anche durante la pandemia, sebbene, a parte le riunioni o gli spostamenti, Sofia gestisce buona parte del suo lavoro da casa: il suo home studio, infatti, le permette di seguire al meglio suo figlio che è ancora un bambino e ricevere i clienti come “ospiti”, in un contesto più accogliente.

Giardino della sede e casa famiglia della Fondazione Don Giovanni Zanadrea (onlus) a Cento, Ferrara

Hai un hobby o una passione in particolare? «La danza moderna. L’Ho scoperta 4 anni fa tramite un’amica che balla da anni e che mi ha convinto a provare. L’ho fatto e da allora non ho più smesso. Ballare mi fa stare proprio bene, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente. Ho conosciuto persone meravigliose grazie alla danza.»

Se tu fossi un’opera d’arte saresti..? «Giuditta e Oloferne (la statua di Donatello in Piazza della Signoria ndr). Nei panni di Giuditta ovviamente. Non mi piacciono le ingiustizie e non mi piacciono le disuguaglianze, vorrei veramente un mondo di pari opportunità.»

Partecipazione dell’Arch. Sofia Ferrer alla tavola rotonda a conclusione dell’evento “Studi Aperti” presso la sede dell’Ordine degli Architetti di Firenze

Come a tutte le altre donne che ho intervistato chiedo anche a Sofia se ha fiducia nel futuro e cosa crede che accadrà nei prossimi mesi: «Certo che ho fiducia nel futuro! Siamo stati così male in mezzo a una situazione così incerta come questa generata dal Covid-19, che il futuro non può che essere positivo in tutti sensi. Abbiamo capito che ciò che diamo per scontato può non esserci da un giorno all’altro. Abbiamo riscoperto le cose semplici della vita, come passare momenti in famiglia, a casa, senza dover fare niente di speciale, soltanto stare insieme. Magari abbiamo ripreso in mano uno strumento musicale che da tanto tempo non suonavamo più: a me è successo di ricordare che un tempo scrivevo poesie. Abbiamo guardato le foto di quando eravamo piccoli… Insomma, abbiamo ricordato chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.»

In realtà credo che Sofia lo abbia sempre saputo e io le auguro di continuare a camminare e intraprendere tanti nuovi brillanti progetti.

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Ritorno a Boboli

Giovedì 21 maggio, il Giardino di Boboli è stato il primo museo fiorentino a riaprire le sue porte ai visitatori: nel parco della reggia di Pitti valgono le norme previste dai protocolli per la prevenzione del Covid-19, per cui è obbligatorio l’uso della mascherina e il rispetto della distanza di sicurezza di 1,80 mt.

La definizione di “parco monumentale” forse gli va stretta, con i suoi 45.000 mq di superficie, su cui si estende uno straordinario patrimonio botanico e artistico.

Boboli è un autentico museo all’aperto, ricco di fontane, statue e grotte, che nella concezione tutta rinascimentale di fusione tra architettura e paesaggio, rappresenta il modello di riferimento di giardino all’italiana.
In esso gli spazi sono suddivisi secondo una precisa idea di fondo, ossia che l’uomo possa modellare a suo piacimento la natura stessa e per questo si presenta come un giardino “geometrico”, caratterizzato dal rigore e dalla simmetria delle forme: un ambiente complesso e raffinato che nel Rinascimento divenne luogo di piacere e svago per i sovrani e i loro cortigiani.

Il Giardino di Boboli però, nasce come “orto” dei Pitti, un’area di circa 7 ettari appartenuta alla loro famiglia fin dal Trecento: bisogna infatti dire che questo spazio verde è molto più antico del grande palazzo che nel Quattrocento Luca Pitti fece progettare a Filippo Brunelleschi. Incerte sono le origini del nome: che cosa significa Boboli? Si è ipotizzato che possa essere una parola di origine etrusca o longobarda, oppure la deformazione del cognome della famiglia Borgoli (o Borgolo), vissuta nel popolo di Santa Felicita, anche se il luogo appare citato in vari documenti come “Bogole“.

Palazzo e terreni furono venduti nel 1549 a Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici, per la cifra di 9.000 fiorini d’oro: il progetto di ampliamento e sistemazione del giardino venne affidato a Nicolò Tribolo, che aveva già eseguito i lavori nella villa di Castello. L’architetto morì nel 1550 e la direzione del cantiere passò prima a Bartolomeo Ammannati e poi a Bernardo Buontalenti. Nel Seicento, all’epoca di Cosimo II (1609-1621) e Ferdinando II (1621-1670) il giardino venne ulteriormente ingrandito estendendosi verso Porta Romana e raggiungendo le dimensioni attuali: ulteriori interventi vennero realizzati al tempo dei Lorena, con la costruzione di edifici come la Limonaia e il Kaffehaus.

Rampa di accesso dal cortile dell’Ammannati

Passando dall’ingresso nel cortile si incrocia la Fontana del Carciofo (1639-1642) opera in stile barocco di Giovan Francesco Susini, assemblata con vari elementi scultorei già presenti nel giardino. Una piccola salita conduce all‘Anfiteatro, che prese il posto della vecchia cava di pietra forte con cui era stato costruito palazzo Pitti. Il Tribolo lo aveva progettato come una struttura di sola vegetazione (l’anfiteatro di verzura), ma al tempo di Cosimo II venne deciso di costruirlo in muratura e i lavori vennero ultimati nel 1634 da Giulio Parigi. L’anfiteatro ha fatto da sfondo a molte feste di corte, continuando ad essere usato anche al tempo dei Lorena, che però decisero di trasformare la platea in giardino, facendo istallare al centro un obelisco proveniente dalla villa Medici di Roma e una una grande vasca in granito.

L’Anfiteatro

Tra le grotte artificiali che si trovano a Boboli, la più importante è quella conosciuta come Grotta del Buontalenti (1557-1587) ma a cui lavorarono molti altri artisti. Gli interventi in questa parte del giardino erano iniziati fin dal 1551, per la costruzione di un acquedotto che portasse l’acqua fino a palazzo Vecchio: nel 1557 Davide Fortini – genero del Tribolo – aveva creato un vivaio, che qualche anno più tardi Giorgio Vasari aveva dotato di una bella facciata e poi era stato trasformato in grotta da Bernardo Buontalenti. Al suo interno vennero sistemati i Prigioni di Michelangelo, oggi sostituiti da copie in cemento.

La Grotta del Buontalenti

Meno conosciuta è la Grotta di Madama (1555), progettata sempre dal Fortini, nella zona del giardino che Cosimo I aveva riservato alla coltivazione delle piante nane: costituita da pareti in roccia spugnosa e decorata da statue di animali, nel Seicento le venne attribuito questo nome per Maria Maddalena d’Austria, moglie di Cosimo Il. Dal Settecento venne lasciata in stato di abbandono e ancora agli inizi del secolo scorso era usata come deposito di mobili (!)

Il giardino con la Grotta di Madama

Tra le costruzioni successive al periodo mediceo vi sono il Kaffehaus, raro esempio di architettura in stile rococò e luogo di sosta durante le passeggiate della corte al tempo di Pietro Leopoldo di Lorena, che fece anche allestire il giardino di Ganimede nell’area prospicente, con la bella fontana di Giovanni Battista Lorenzi. Vi è inoltre la grande Limonaia, progettata tra il 1777 e il 1778 da Zanobi del Rosso, sul luogo in cui trovava il serraglio degli animali di Cosimo III, per il ricovero delle piante di agrumi del giardino (ancora oggi ne ospita circa 500 durante il periodo invernale).

Vista panoramica con Kaffehaus

Il punto più alto di Boboli è il Giardino del Cavaliere, che si trova sopra uno dei bastioni delle fortificazioni costruite da Michelangelo durante l’assedio di Firenze nel 1529 e deve il suo nome al cavaliere Malatesta Baglioni, che abitò in un edificio costruito al suo interno: per accedervi occorre salire una scalinata a tenaglia progettata da Zanobi del Rosso (1790-93). Il giardino è composto da basse siepi di bosso in cui crescono dalie e rose, con al centro la Fontana delle Scimmie del Giambologna: qui sorge anche il Casino del Cavaliere, una palazzina fatta costruire da Cosimo III per il figlio Gian Gastone che la usava come ritiro e che oggi ospita il Museo delle Porcellane. Esso si trova al di sopra del grande bacino idraulico detto Vasca delle Trote, dal quale partono le tubature per l’irrigazione di tutto il giardino.

Il Giardino del Cavaliere

Il punto che invece ritengo più spettacolare è il cosiddetto Isolotto: si arriva qua dal Viottolone, un ampio viale alberato decorato da statue antiche e settecentesche poste agli incroci con tre viali trasversali: la parte a sinistra del Viottolone era in passato occupata dal labirinto e dalla ragnaia mentre quella a destra era riservata alla caccia. Ai fianchi del viale si trovano le Cerchiate, due suggestive gallerie coperte dalla vegetazione. L’Isolotto (o Vasca dell’Isola) venne progettato da Giulio e Alfonso Parigi nel 1618: essa è collegato con il piazzale da due passerelle, sulle quali vengono sistemate le piante della collezione di agrumi del giardino. Alle estremità si trovano due cancelli, sostenuti da colonne con la statua di un capricorno e delle fontane decorate da strane creature marine.

L’Isolotto con la Fontana dell’Oceano

Al centro dell’isola si trova la Fontana dell’Oceano del Giambologna, composta da una vasca in granito sopra la quale è posto un gruppo scultoreo in cui è raffigurato Nettuno circondato dalle divinità fluviali (Nilo, Gange, Eufrate). La fontana era stata scolpita nel 1576 per Francesco I e venne portata qui dall’Anfiteatro: quella che si trova nel giardino è attualmente una copia, mentre l’originale è conservato al museo del Bargello.

Prezzi e modalità d’ingresso al giardino di Boboli: https://www.uffizi.it/giardino-boboli#timetable-prices

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N4U: soggiorno d’epoca a Firenze

Lunedì 18 maggio 2020 in Italia ha ufficialmente avuto inizio la tanto attesa fase 2, il periodo di convivenza con il virus Covid-19, dalla durata ancora imprecisata ma che prevede l’adozione di nuove abitudini e di nuovi comportamenti sociali da parte di tutti noi. Per la riapertura delle attività economiche e produttive sono stati introdotti numerosi protocolli e nonostante i tanti dubbi e le incertezze del momento, a Firenze si respira aria di ripartenza. Il settore turistico-alberghiero è stato colpito da una crisi senza precedenti e molte strutture sono ancora chiuse, ma ci sono dei gestori che hanno deciso di riaprire, guardando con ottimismo a questa difficile fase di transizione.

Ho raccolto l’opinione di Giovanna Sorrentino, che insieme a suo marito Raffaele Di Giacomo dirige la N4U GuestHouse, incantevole dimora posta al secondo piano di un palazzo del XIV secolo, in pieno centro storico.

Giovanna è nata “alle falde del Vesuvio” e si è trasferita qui nel 2015: “Ricordo bene quel giorno, la tensione e la voglia di cominciare questa nuova sfida. Conoscevo Firenze, ci ero stata spesso in vacanza e ho sempre pensato che se avessi lasciato Napoli era proprio per vivere lì.” Questa brillante e intraprendente signora di 54 anni mi racconta che le piace passeggiare, andare in bicicletta e cantare, ma la sua più grande passione è il teatro, che è riuscita a trasmettere anche ai suoi figli (“in pratica conoscono tutte le opere di Eduardo de Filippo”). Da bambina sognava di fare il medico, ma poi la vita l’ha portata a lavorare nel mondo dell’ospitalità: ”E’ nato tutto per caso, quando anni fa, per aiutare degli amici, mi sono approcciata all’attività ricettiva in Costiera Amalfitana. Da lì è partita l’idea di cambiare vita e iniziare l’avventura nella splendida Firenze.”

La N4U è una casa bella e accogliente, particolarmente indicata per quelle persone che desiderano “circondarsi di storia” anche quando sono in viaggio.

La struttura conserva pavimenti e soffitti originali con affreschi d’epoca e dispone di sei camere, arredate con sobria eleganza. Un dettaglio che ho trovato molto originale è la presenza di lampadari antichi in ogni stanza – alcuni in pregiato vetro di Murano – che fanno parte della singolare collezione privata dei proprietari.

Giovanna segue e coordina i compiti da svolgere, controllando le camere e la preparazione della sala colazione, ma si occupa soprattutto della gestione del front-office, accogliendo gli ospiti al loro arrivo. È questa la parte del suo lavoro che ama di più perché le dà la possibilità di “incontrare persone e culture nuove“. Per lei e suo marito Raffaele è molto importante sapere che queste “avranno sempre un bel ricordo del loro soggiorno a Firenze” ed è proprio da questa voglia di offrire un’esperienza indimenticabile ai propri clienti che è scattata la molla per ricominciare.

I protocolli per la riapertura delle strutture ricettive prevedono l’attuazione di una serie di norme di sicurezza alle quali sarà data massima attenzione: “Con il graduale ritorno alla normalità la tutela della salute degli ospiti (e nostra) è prioritaria. Per questo motivo abbiamo predisposto un erogatore di disinfettante per le mani all’ingresso e dotato i nostri dipendenti dei necessari dispositivi di protezione (guanti, mascherina etc). Stiamo organizzando la colazione per fasce orarie di modo da non avere mai più di due camere (tavoli) contemporaneamente. Inoltre, abbiamo predisposto il pagamento attraverso la la tecnologia contactless, di modo da ridurre al minimo le possibilità di contatto durante la fase di check-in.” 

Inoltre la Guest House propone l’acquisto di un Travel Bond, un voucher – sconto da spendere nei prossimi mesi per il vostro viaggio a Firenze.

Spirito positivo ed entusiasmo non mancano a Giovanna:
Ho fiducia nel futuro, soprattutto in questo periodo particolare. L’Italia ha dimostrato in più occasioni di essere in grado di rialzarsi da situazioni complicate e sono certa che lo faremo anche stavolta. Con l’impegno e le capacità del nostro tessuto imprenditoriale e con il giusto sostegno delle istituzioni sono certa che riusciremo a tornare più in forma di prima. Questa esperienza può darci spunto per migliorare ancora di più il nostro modo di fare impresa.”

Auguro a lei e tutto lo staff di N4U una felice ripartenza.

N4U GUEST HOUSE – Via del Proconsolo 5 Firenze

https://www.n4uguesthouse.com/

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Il Battistero di Firenze

Una delle costruzioni più antiche di Firenze, ammirata per le sue linee semplici ed essenziali e di cui non si conosce ancora con esattezza l’anno di fondazione: è il Battistero di San Giovanni, citato anche da Dante Alighieri nella sua Commedia.

Partirò tentando di rispondere alla più semplice delle domande: “Quando venne costruito il Battistero?“, che poi tanto semplice non è. Secondo la tradizione popolare, esso sarebbe stato in origine un tempio dedicato al dio Marte, modificato e convertito all’uso cristiano nei primi secoli del Medioevo. Una teoria che trovò molti consensi soprattutto durante il Rinascimento, perché confermava l’idea di una linea di continuità tra mondo pagano e mondo cristiano, ma che purtroppo non ha mai trovato alcun tipo di riscontro storico o materiale. In effetti non esiste alcuna traccia di questo tempio e le uniche testimonianze di epoca romana che abbiamo, sono i mosaici di alcune domus risalenti al I secolo, rinvenuti durante una campagna di scavi alla fine dell’Ottocento. L’aspetto classicheggiante dell’edificio induce alcuni storici a ritenere che si tratti di una costruzione di epoca paleocristiana del V secolo, con rimaneggiamenti successivi, mentre altri sostengono che il battistero non sia stato costruito prima del XI secolo, sulle rovine di edifici precedenti.

Ma che cosa dicono le fonti scritte? Il primo documento che ne attesta l’esistenza è dell’anno 897, che però lo menziona come “chiesa di San Giovanni” (e non battistero). Risulta inoltre che la sua consacrazione avvenne nel 1059 sotto il pontificato di Niccolò II e che soltanto nel 1128 esso divenne ufficialmente il battistero della città. E qui sorge spontanea un’altra domanda: dove si battezzavano i fiorentini prima del XII secolo? Il rito era compiuto per immersione e benché del fonte sia rimasto solo un ottagono in cocciopesto, sappiamo che fino al Cinquecento esso si trovava al centro del pavimento: possiamo dunque supporre che i battesimi fossero celebrati in questo luogo pur senza un “accredito” solenne da parte delle autorità ecclesiastiche?

Vi è infine un’altra teoria più recente – che poi è quella verso la quale sono più propensa a credere – per cui il battistero sarebbe stato fondato nel V secolo per ricordare la memorabile vittoria del generale romano Stilicone sul re ostrogoto Radagaiso, che aveva messo sotto assedio la città di Firenze, ma era stato sconfitto e ucciso nella battaglia di Fiesole nel 406. Per celebrare questa impresa e lo scampato pericolo, le domus romane esistenti erano quindi state abbattute per far posto a un nuovo edificio, che non era propriamente un tempio, ma una costruzione pagana poi trasformata in edificio di culto cristiano.

Affresco della Loggia del Bigallo (1342)
È la veduta più antica della città di Firenze in cui si riconosce il Battistero
Foto Wikipedia

La decorazione esterna del Battistero è composta da tre fasce a riquadri geometrici vo in marmo bianco di Carrara e verde di Prato. La costruzione ha pianta ottagonale, che richiama la credenza dell’ottavo giorno, ossia quello che secondo la dottrina cristiana sarà il giorno del Giudizio Universale e della Resurrezione. Anticamente, il rito del battesimo era celebrato soltanto un paio di volte all’anno (generalmente nel periodo della Pasqua o della Pentecoste) e a ricevere il sacramento erano spesso persone adulte, che rendeva necessario l’uso di un edificio di grandi dimensioni.

Prima di entrare al suo interno facciamo un rapido giro intorno alle porte, oggi tutte sostituite con copie, mentre quelle originali, restaurate, si trovano al Museo dell’Opera del Duomo.

La prima è la Porta sud (1330-1336) di Andrea Pisano, composta da 28 formelle, che raffigurano le Storie della Vita di San Giovanni Battista e le Virtù (teologali e cardinali, con l’aggiunta dell’Umiltà). Ogni pannello rappresenta una storia a sé stante, con scene dallo stile sobrio ed elegante, inserite all’interno delle caratteristiche cornici quadrilobate gotiche.

Battesimo di Cristo, porta sud del Battistero
Foto Wikipedia

La porta nord (1403-1424) è quella relativa al famoso concorso del 1401 a cui parteciparono Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti, poi decorata proprio dal Ghiberti con 28 formelle che illustrano 20 scene tratte dal Nuovo Testamento con i Quattro Evangelisti e Quattro Dottori della Chiesa.

Ultima cena, Porta nord del Battistero
Foto Wikipedia

La porta più conosciuta del Battistero è la cosiddetta Porta del Paradiso (1425-1452) a cui lavorò sempre Lorenzo Ghiberti, al quale servirono ben 27 anni per realizzare uno dei capolavori assoluti del Primo Rinascimento fiorentino. La decorazione è composta da 10 riquadri di forma rettangolare con scene riprese dall’Antico Testamento, raffigurate con un rilievo in cui viene applicata la tecnica dello stiacciato.

Le Porte del Paradiso
Foto GuardaFirenze

La decorazione interna del Battistero si ispira chiaramente all’architettura classica ed è presente molto materiale antico di recupero, caratteristica comune a tutti gli edifici di epoca romanica. Da notare la presenza del matroneo, il loggiato interno riservato alle donne, tipico delle chiese paleocristiane e mantenuto anche nei secoli successivi come elemento strutturale e decorativo delle navate. Alzando gli occhi verso la cupola vedrete il grande mosaico che si ritiene sia stato iniziato intorno al 1270 e completato circa 50 anni dopo, nel 1330. E’ probabile che, almeno nella fase iniziale, i fiorentini abbiano richiesto la collaborazione di maestranze veneziane (l’arte musiva non era esattamente tra le specialità locali) e che in seguito siano intervenuti vari artisti toscani, tra i quali si citano anche Cimabue e Coppo di Marcovaldo.

La decorazione è suddivisa in 8 spicchi e su varie fasce in cui, partendo dall’altro sono raffigurate le gerarchie angeliche e in tre degli spicchi sottostanti il Cristo Giudice con il Giudizio Universale; negli altri spicchi si possono invece vedere le Storie della Genesi, le Storie della Vita di Giuseppe (figlio di Giacobbe), le Storie di Maria e Gesù e le Storie del Battista.

I mosaici del Battistero
Foto GuardaFirenze

Tra gli arredi interni segnalo il sarcofago antico decorato con una scena di caccia al cinghiale, impiegato come sepoltura di Guccio de’Medici, Gonfaloniere di Giustizia nel 1299 e a destra dell’abside il monumento funebre a Baldassarre Cossa, l’antipapa Giovanni XXIII, deposto nel 1415 e morto nel 1419 a Firenze. Amico di Giovanni di Bicci de’ Medici, che aveva pagato il riscatto per la sua liberazione quando era stato fatto prigioniero in Germania, egli aveva espresso il desiderio di essere sepolto in una chiesa della città e l’esecuzione della tomba venne affidata alla “società” che proprio in quel periodo era stata fondata da Michelozzo e Donatello.

Se avete perso la diretta con il tour virtuale del Battistero trovate il video nel mio canale YouTube:

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La fontana del Porcellino

Sapevate che la favola del Porcellino di bronzo di Andersen è ambientata a Firenze? La nostra fontana portafortuna ha una lunga storia tra leggenda e fantasia.

Molte favole dello scrittore danese Hans Christian Andersen non si concludono con un lieto fine: mi vengono in mente, ad esempio, la piccola fiammiferaia che vola in cielo dalla sua nonna o il soldatino di piombo gettato nel fuoco. Tra queste vi è anche la storia di un povero bambino vissuto a Firenze e che una notte, stanco e affamato, si addormenta sul dorso della celebre fontana del Porcellino: il grazioso animale (che in realtà è un piccolo di cinghiale) venne scolpito nel Seicento da Pietro Tacca per il granduca Cosimo II e venne poi spostato alla Loggia del Mercato Nuovo. Secondo la tradizione popolare il Porcellino ha il potere di esaudire i desideri: tutto quello che dovete fare è sfregare forte il suo naso e mettere una monetina nella sua bocca. Se, lasciando cadere la monetina, riuscirete a farla entrare nella grata alla base della fontana, il vostro desiderio diventerà realtà e presto tornerete a Firenze! Devo ammettere che in questi anni molti dei miei ospiti mi hanno confermato che con loro aveva funzionato 🙂

La fontana del Porcellino
Foto GuardaFirenze

Ma torniamo alla favola di Andersen. Il bambino che si era addormentato sulla schiena del Porcellino all’improvviso si risveglia e si accorge che l’animale è vivo e sa anche parlare! Gli sta dicendo di tenersi forte a lui, perché insieme faranno un bel giro “turistico” della città: il ragazzo vede le statue di Piazza della Signoria animarsi al suo passaggio e resta assolutamente affascinato dalla bellezza delle opere d’arte dentro alle Gallerie degli Uffizi. Questo sogno è davvero incredibile, anche se sembra tutto così reale…ma arriva il mattino, il bambino si ritrova dove si era addormentato e deve tornare di corsa a casa! Già immagina quanto si arrabbierà «colei che chiamava mamma» perché non ha portato niente con sé e siccome la donna ha una reazione molto violenta, decide di scappare e rifugiarsi nella chiesa di Santa Croce. Qui viene raccolto da un anziano signore che lo porta a casa sua. L’uomo vive con la moglie e una cagnolina chiamata Bellissima: di mestiere fa il guantaio e insegna al bambino a cucire. Lui ogni tanto torna alla fontana del Porcellino e gli parla, ma l’animale resta immobile e non risponde più: nel frattempo conosce uno dei vicini di casa della coppia, che lavora come pittore. Il ragazzino cerca di comportarsi bene, ma è curioso e vivace e qualche volta fa arrabbiare la signora, così un giorno il pittore gli regala un mazzo di fogli, in cui c’è anche un disegno del Porcellino: «Che bello saper disegnare e dipingere! Si può riprodurre tutto il mondo!» pensa il bambino .

La Tribuna degli Uffizi
Foto GuardaFirenze

Il bambino inizia a disegnare e decide di fare un ritratto a Bellissima: lei però non sta ferma perché vorrebbe giocare e allora lui lega la coda e la testa della cagnolina che per poco non si strozza. La signora giunta proprio in quel momento crede che il ragazzo la stia maltrattando e lo caccia di casa, ma per fortuna arriva il pittore che lo salva.

Come finisce la favola del Porcellino di bronzo?

Siamo nel 1834 e all’Accademia di Firenze si svolge una mostra in cui sono esposti due quadri di un giovane artista: uno più piccolo in cui è raffigurato un ragazzino che fa il ritratto di un cagnolino, l’altro più grande in cui si vede un bambino vestito di stracci addormentato sulla fontana del Porcellino. «Si raccontava che il pittore fosse un giovane fiorentino che era stato raccolto dalla strada, era stato cresciuto da un vecchio guantaio e aveva imparato a disegnare da solo. Poi un pittore ora famoso aveva scoperto il suo talento quando il ragazzo era stato cacciato da casa perché aveva legato quel cagnolino, il prediletto della padrona, per prenderlo come modello.» Il grande dipinto era davvero splendido e tutti i visitatori si fermavano a guardarlo, ma purtroppo su un lato della cornice era stata appesa una corona di alloro con un nastro nero… sì, avete capito, il giovane pittore era morto proprio qualche giorno prima della mostra.


Questa fiaba ci lascia con un velo di tristezza, ma rileggendo tra le righe scoprirete che: «il porcellino di bronzo aveva insegnato al ragazzo che Firenze era come un libro di illustrazioni, se lo si voleva sfogliare.»

 

Guarda il video della storia del Porcellino sul mio canale YouTube!

Per leggere la favola del Porcellino di bronzo: https://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/il_porcellino_di_bronzo

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GuardaFirenze è arrivata anche su YouTube!

Puoi guardare i video dei miei articoli e partecipare alle dirette iscrivendoti al canale di Elena Petrioli. Ecco i contenuti più recenti del canale:

L’adorazione dei Magi di Sandro Botticelli è una tempera su tavola eseguita nel 1475 e conservata presso le Gallerie degli Uffizi a Firenze. Più che un dipinto, lo potremmo definire il manifesto di un’epoca: vi sono infatti raffigurati molti componenti della famiglia Medici, legata da rapporti di affari al committente Gaspare Zanobi del Lama e lo stesso pittore che ci ha lasciato il suo autoritratto, oltre alle interessanti novità stilistiche della sua composizione.
La fontana del Porcellino, opera in bronzo dello scultore Pietro Tacca.
Un’icona della città di Firenze e protagonista di una bella fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen.
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Gita virtuale in barchetto sull’Arno

Ammetto di essere stata molto combattuta nel prendere questa decisione e desidero esprimere con chiarezza il mio punto di vista: nessuna esperienza di tipo “virtuale” potrà mai essere paragonabile a una visita guidata “reale”.

Tuttavia, in quello che sarà l’anno horribilis della professione di guida turistica, credo sia arrivato il momento di fare di necessità virtù e pur con una certa cautela, adottare nuovi strumenti di divulgazione.

Devo dire di essere partita con molte remore personali in proposito: da un lato vi era la mia scarsa dimestichezza con la “modalità video”, dall’altro la forte incertezza che caratterizza questo periodo, in cui non si conoscono ancora le eventuali disposizioni da adottare per lo svolgimento delle visite turistiche nella tanto attesa fase 2. Mi auguro che siano rese note nei prossimi giorni perché prima di avviare nuovi progetti riguardanti la mia professione sarebbe importante sapere quello che ci attende nei prossimi mesi. In effetti, al momento, è stata solamente annunciata la riapertura dei musei, delle mostre e delle biblioteche per il 18 maggio, ma faccio fatica a trovare notizie sulle attività culturali: saranno permesse le visite guidate nei musei se saranno rispettate le prescrizioni come l’uso di mascherine e il distanziamento? E se non ammesse nei luoghi al chiuso saranno almeno consentite all’aperto? Penso ad esempio agli itinerari di trekking urbano, pur con un ristretto numero di partecipanti.

Immagino che ci sarà chi penserà: “che differenza fa se non ci sono turisti”?

Ebbene, chi lavora nel turismo ne è pienamente consapevole, tanto che una delle parole d’ordine del nostro settore per l’anno 2020 sarà turismo di prossimità, che significa lavorare con una clientela in buona parte proveniente da luoghi nelle vicinanze. Nessuno si aspetta grandi numeri, ma abbiamo bisogno almeno di ricevere istruzioni precise. Vi è una certa differenza tra attendere il mese di giugno e provare ad organizzare eventi culturali per un pubblico locale e non lavorare affatto perché le visite guidate, in quanto “assembramento” per definizione, sono vietate per legge.

In attesa di capire che cosa potremo o non potremo fare mi sono cimentata nella mia prima diretta Facebook: avevo ricevuto molte richieste per questo particolare tipo di tour e pensando che proprio in questi giorni si sarebbe aperta la stagione delle gite in barchetto ecco la mia navigazione immaginaria sul fiume Arno, con la speranza di rivedere presto dal vivo gli amici Renaioli.

Questa presentazione è resa possibile dalle immagini di repertorio dei tour di Seeflorence, di Wikipedia (Sailko) e dalle foto di Lucia Tanchi. Grazie a Lucia Falsini per la bella immagine di copertina.

Guarda il video della diretta Facebook con il tour virtuale sul barchetto:

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Gloria e il giornalismo in quarantena

Come tutti sappiamo, i decreti ministeriali adottati per il contenimento del contagio da Covid-19 (DPCM 8 e 9 marzo) hanno vietato ogni forma di assembramento di persone, con la conseguente la chiusura di teatri, cinema, musei e aree archeologiche. Tutte le attività culturali e gli eventi in programma sono pertanto stati annullati o sospesi, mettendo in serie crisi il comparto del turismo e migliaia di altri lavoratori impiegati nel settore dei beni culturali e dello spettacolo.

E i giornali? La loro attività rientra tra i servizi essenziali e in ogni caso le grandi testate nazionali godono ormai di una massiccia presenza sui social.

Il mondo dell’editoria italiana però, è composto anche da aziende di comunicazione più piccole e che operano a livello locale, come quella che cura la pubblicazione di Toscana Tascabile, la rivista mensile che da oltre 20 anni viene distribuita in tutte le edicole della regione e che si occupa di eventi come spettacoli (teatro, musica e arti di strada), mostre, incontri, visite guidate, sagre, rassegne enogastronomiche e di antiquariato, mercati.

La situazione attuale non permette al giornale di uscire: la redazione ha purtroppo dovuto rinunciare al numero di aprile e molto probabilmente dovrà fare lo stesso con il numero di maggio.

Ho intervistato il direttore di Toscana Tascabile, Gloria Chiarini, alla quale ho chiesto di raccontarmi qualcosa della sua vita e di come trascorre queste giornate di quarantena. Fiorentina, 67 anni, con una laurea in Storia dell’Arte e la certezza, fin da ragazza, che avrebbe scritto (“in quale forma e quale professione l’ho scoperto in seguito“). Gloria è una giornalista professionista dal 1985 e dirige il giornale dall’agosto del 2000.

In genere la sua vita si svolge tra gli incontri, le conferenze stampa e il lavoro in redazione, che include il dover leggere e schedare ogni giorno centinaia di mail che arrivano da vari uffici stampa, enti e amministrazioni. Tuttavia Gloria mi dice che uno degli aspetti che ama di più della sua professione è proprio quello di sapere le cose in anticipo ed essere sempre aggiornata su tutto. Le sue giornate sono lunghe e spesso non rientra a casa prima delle 21, ma mi confessa di essere molto fortunata perché suo marito è un bravissimo cuoco e le fa sempre trovare la cena pronta!

Quando non lavora Gloria ama occuparsi della casa, dei suoi gatti e tartarughe, ma la sua più grande passione resta legata al mondo dell’arte. In passato ha collaborato a complesse ricerche d’archivio e all’organizzazione di importanti eventi (ricordo che compare tra gli autori della mostra con relativo catalogo ‘Raffaello a Firenze. Dipinti e disegni dalle collezioni fiorentine‘, che si tenne a palazzo Pitti nei primi mesi del 1984 per la celebrazione del V centenario dalla nascita dell’artista, ndr) e oggi continua a coltivare il suo interesse andando a visitare le mostre, fotografare le opere e descriverle con post sui social.

Gloria è una donna sorridente, gentile e ottimista. Rivolgo anche a lei la domanda che pongo a tutte le persone che intervisto: Hai fiducia nel futuro? Cosa credi che succederà nei prossimi mesi? Ho sempre fiducia nel futuro, nella vita, nelle leggi dell’Universo. Nell’immediato so che staremo ancora un pò in casa, poi usciremo mantenendo ancora dei limiti nella socialità, forse non ci potremo abbracciare e baciare (e questo mi mancherà) ma riprenderemo la nostra vita…E un bel giorno arriverà il vaccino!

Auguro davvero al direttore e i suoi colleghi di riprendere al più presto il lavoro alla redazione di Toscana Tascabile per tornare a informarci su tutto quello che si può fare nella nostra regione!

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Gli originali dettagli del Duomo di Firenze

Firenze è ricca di aneddoti e storie da raccontare: esistono diversi libri che conducono il lettore alla scoperta dei luoghi più caratteristici della città, veri e propri manuali sulle curiosità locali. Vediamone alcune che riguardano la Cattedrale di Santa Maria del Fiore, sorta nella grande piazza accanto al Campanile di Giotto e di fronte al “bel San Giovanni“, così come Dante chiamava il Battistero.

Facciata del Duomo di Firenze
Foto Patrizia Messeri

Il Duomo di Firenze si distingue certamente per la sua grandezza – ancora nel Quattrocento questa era la chiesa più grande del mondo – e per il colore, con il rivestimento a marmi bianchi, verdi e rosa che ricopre l’intera superficie dell’edificio. Degna di nota anche la durata della costruzione: se partiamo dalla fondazione – avvenuta, secondo la tradizione l’8 settembre 1296 e arriviamo all’inaugurazione della nuova facciata, nel 1887, parliamo di circa 600 anni di lavori! Eppure la decorazione non era terminata perché, ad esempio, mancavano ancora le grandi porte in bronzo: quella di sinistra e quella centrale vennero commissionate ad Augusto Passaglia (che le completò nel 1903), mentre quella di destra venne eseguita da Giuseppe Cassioli.

Foto GuardaFirenze

Proprio a lui si deve il primo singolare dettaglio, che si trova sul battente destro della porta, dove compare il volto di un uomo con un serpente stretto intorno al collo. Avete presente l’espressione “essere strozzato dai debiti“? E’ questa l’immagine che l’artista volle lasciare di sé, con il suo autoritratto scolpito sull’opera finita dopo anni di tormenti, sofferenze, critiche e ritardi che lo avevano ridotto in miseria.

L’angelo irriverente
Foto La Firenze dei Fiorentini

Guardando invece la cornice di marmo intorno al portale, in cui sono raffigurati gli Angeli dell’Apocalisse, se ne trova uno… che fa il gesto dell’ombrello! O perlomeno la sua posa sembra davvero suggerire tale movenza, tanto che questa figura è conosciuta come “l’Angelo irriverente“. In molti però sostengono che si tratti di un equivoco, con l’angelo che allunga il braccio come a voler spingere la cornice.

Per scoprire le altre curiosità che riguardano questo edificio occorre girarci intorno.

Foto Wikipedia

Basta voltare l’angolo dietro al campanile per vederne il fianco destro: qui dovrete “aguzzare” la vista per notare un particolare che riguarda la sua costruzione. Osservate attentamente le finestre e contate. Sono 6, giusto? Ma guardate meglio…cosa c’è di strano? Esatto, non sono tutte uguali! Le prime 4 finestre sono leggermente più basse e più strette, mentre le ultime 2 hanno una cornice più larga e con una diversa decorazione. Inoltre, entrando all’interno del Duomo, ci si accorge che le prime due campate hanno solo una finestra ciascuna (cieca) e non 4 come all’esterno. Ricapitolando: nello stesso tratto della chiesa vediamo 4 finestre all’esterno e due al suo interno. Come è possibile?

Foto Wikipedia

Questa differenza è dovuta alle modifiche che nel Trecento vennero apportate al progetto originario di Arnolfo di Cambio: l’architetto morì in un anno imprecisato tra il 1303 e il 1310 e il cantiere fu chiuso per un lungo periodo. Soltanto nel 1356 si ripresero i lavori sotto la direzione di Francesco Talenti che propose di ridurre il numero delle campate (che difatti sono solo 4 a pianta quadrata) e ricostruì la navata dall’interno senza demolire le preesistenti strutture arnolfiane all’esterno. Vi è inoltre un altro dettaglio curioso, che compare sulla parete esterna proprio accanto al cancello che chiude il tratto che separa il Duomo dal Campanile: si tratta di un rilievo di forma rettangolare che raffigura un’Annunciazione. Non sappiamo chi sia stato a scolpirla, ma sembra risalga all’anno 1310, come è scritto nell’iscrizione in latino che si trova al di sotto e la indica come sepolcro della Compagnia dei Laudesi, una confraternita che usava riunirsi per cantare le lodi alla Madonna in Orsanmichele.

Filippo Brunelleschi
Foto GuardaFirenze

Procedendo verso la cupola, sul lato destro della piazza si vedono le “Statue dei Giganti“, ossia le grandi figure di Arnolfo di Cambio e Filippo Brunelleschi scolpite da Luigi Pampaloni negli anni Trenta dell’Ottocento per decorare la facciata del nuovissimo Palazzo dei Canonici. Poco più avanti, ecco un’altra curiosità: un disco bianco impresso sulla pavimentazione della piazza, che indica il punto preciso in cui cadde la palla di rame dorato posta sulla lanterna della Cupola. La palla, che era stata realizzata da Andrea del Verrocchio nel 1468, venne colpita da un fulmine nell’inverno del 1600, danneggiando sia la lanterna sia il tamburo sottostante e mandando in frantumi la vetrata con l’Annunciazione di Paolo Uccello, mai più sostituita. Oggi per fortuna è protetta dal parafulmine.

Continuando a camminare intorno alla grande abside, si passa accanto all’ingresso del Museo dell’Opera del Duomo (il luogo dove venne “fisicamente” scolpito il David di Michelangelo) e al palazzo che nel Cinquecento, prese il posto delle case dove ebbe sede la bottega di Donatello (oggi al piano terra si trova un ristorante), con una lapide e un ritratto posti nel 1866 dal Circolo Fiorentino degli Artisti.

Porta della Mandorla
Foto Wikipedia

Siamo giunti sul fianco opposto della chiesa e vale la pena fermarsi a guardare entrambe le porte: la prima viene chiamata Porta della Mandorla, famosa per il rilievo nel timpano raffigurante l’Assunzione della Vergine, eseguito da Nanni di Banco intorno al 1414. La figura della Madonna è inserita all’interno di una forma che ricorda quella di una mandorla, uno tra i più antichi simboli cristiani, ma già usato nell’antichità come segno di rinascita e fecondità. Non a caso ai novelli sposi si regalano i confetti che al loro interno hanno la mandorla 🙂

Doccione a forma di testa di toro
Foto Sailko

Se da qui alziamo lo sguardo verso la tribuna e le terrazze si intravedono i doccioni a forma di testa di animale usati per scaricare l’acqua piovana. In particolare vi è un aneddoto che riguarda il doccione con la testa di bue posto sopra la Porta della Mandorla: secondo la leggenda popolare, agli inizi del Quattrocento in una casa di via Ricasoli (che si trova quasi di fronte alla porta) abitava un sarto molto geloso della moglie. A quanto pare la donna era molto avvenente e aveva una tresca amorosa con il capomastro dell’Opera del Duomo: quando il sarto scoprì il tradimento denunciò entrambi al Tribunale Ecclesiastico e il capomastro per vendetta pose la testa del toro (con tanto di corna) rivolta verso le finestre dell’abitazione del sarto.

Porta di Balla, dettaglio della Leonessa
Foto GuardaFirenze

La seconda porta invece viene chiamata Porta di Balla o dei Cornacchini (dal nome di una famiglia che abitava in Via del Cocomero – oggi via Ricasoli – posta proprio di fronte alla porta) decorata verso la fine del Trecento da belle tarsie in marmo e colonne tortili sorrette da un leone con un putto e una leonessa con i cuccioli: la curiosità legata a questa porta è riportata anche nelle Istorie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti, dove si racconta la vicenda di un tizio chiamato Anselmo, che viveva vicino alle case dei Cornacchini. Egli si lamentava di avere un incubo ricorrente, in cui sognava di essere sbranato da un leone come quello della porta del Duomo, da dove passava ogni mattina per recarsi al lavoro. Così un giorno decise di farsi coraggio e avvicinarsi alla statua: per esorcizzare la paura decise di mettere la mano in bocca al leone, ma per sua sfortuna vi trovò dentro uno scorpione che punse il povero Anselmo e lo fece morire il giorno dopo!

La bocca del leone dove mise la mano Anselmo Foto operaduomo.firenze.it

Siamo così tornati di fronte alla facciata del Duomo e concludo questa serie di aneddoti (ne ho scelti una parte ma ce ne sarebbero stati altri!) con la leggenda legata al miracolo di San Zanobi. Accanto al Battistero si vede infatti una colonna, che fu posta in ricordo di un vecchio olmo, rifiorito in pieno inverno al passaggio delle spoglie del santo, che veniva traslato dalla chiesa di San Lorenzo all’antica cattedrale di Santa Reparata (oggi appunto Santa Maria del Fiore). Da quel giorno il popolo iniziò a venerare l’albero finché esso non si seccò nuovamente e venne tagliato: al suo posto venne innalzata una colonna con una croce e una decorazione che raffigura un piccolo olmo.

Foto GuardaFirenze

Riferimenti bibliografici:

Luciano Artusi – Le curiosità di Firenze, Firenze, Newtown Compton, 2017.

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Una Pasqua a porte chiuse

Il 2020 ci ha riservato una Pasqua a porte chiuse. Oltre a non poter aprire la porta di casa nostra a parenti e amici, resterà chiusa anche quella della rimessa di via il Prato, il luogo in cui è custodito il “Brindellone“, il grande carro allegorico usato per il tradizionale rito in piazza del Duomo. Lo scoppio del carro rappresenta la tradizione della Pasqua fiorentina e per ovvie ragioni è stato annullato: non accadeva dal secondo dopoguerra.

Foto cittadifirenzeufficiale

Partiamo innanzitutto dalla domanda che molto probabilmente si staranno ponendo i non fiorentini: perché la mattina di Pasqua diamo fuoco a un carro ricoperto di mortaretti e fuochi d’artificio?

L’operazione avviene grazie al cosiddetto “volo della colombina”, un razzo a forma di bianca colomba che viene acceso e lanciato a tutta velocità verso il carro posto davanti al portone centrale del Duomo, lasciato aperto per l’occasione. La colombina corre su un filo metallico lungo circa 150 metri, deve colpire il carro per innescare il meccanismo che da inizio allo spettacolo pirotecnico e possibilmente tornare indietro.
Lo scoppio del carro è da secoli la “rumorosa” e pittoresca cerimonia che caratterizza la Pasqua fiorentina e che simbolicamente rappresenta la distribuzione del fuoco benedetto a tutta la città.
Si tratta di una consuetudine molto antica e che risale al tempo della prima crociata, quando l’eroico cavaliere Pazzino de’Pazzi, partecipò all’assedio di Gerusalemme e il 15 luglio 1099 fu il primo a scalare, a mani nude, le mura della città santa. Come ricompensa per il suo coraggio, il duca Goffredo di Buglione, comandante della spedizione, gli donò tre pietre del Santo Sepolcro, che egli riportò con sé a Firenze nel 1101. Al suo arrivo egli fu accolto con grandi onori e le pietre venerate come reliquie (dal 1785 sono gelosamente custodite nella nicchia di una cappella della chiesa di Santi Apostoli).

Dopo la liberazione di Gerusalemme, il giorno del Sabato Santo, i cavalieri crociati si riunirono in preghiera e donarono il fuoco benedetto a tutti come simbolo di purificazione. A Firenze questa usanza venne ripresa accendendo il fuoco santo in Duomo con le pietre provenienti da Gerusalemme, poi dei giovani con delle torce lo portavano in processione in tutte le case.
Con il tempo si decise di usare un carro per trasportare il braciere per le vie della città, da cui i fedeli potevano accendere ceri e candele e forse intorno alla fine del Trecento, si iniziò a fare uso dei fuochi d’artificio (facendo scoppiare il carro) per spargere idealmente il fuoco benedetto su tutta la popolazione.
Ad occuparsi della manutenzione e dell’addobbo del carro fu sempre la famiglia Pazzi, che ogni anno provvedeva alla sua ricostruzione per i danni causati dalle esplosioni, almeno fino al 1478, anno della famosa congiura a danno dei Medici. Questa tradizione fu mantenuta anche durante il loro esilio e quando nel 1494 tornarono a Firenze, decisero di costruire un carro nuovo, più grande e resistente, che è praticamente quello usato ancora oggi.

Il Brindellone visto da vicino.
Si riconosce in blu l’arme dei Pazzi. Foto Wikipedia

Ma perché al carro è stato dato il nome di “Brindellone“?

Questa parola viene in genere usata per descrivere una persona alta e trasandata ma il riferimento al carro sembra sia nato in occasione di un’altra festa fiorentina, che si teneva il 24 giugno in onore del patrono San Giovanni Battista. In questa giornata infatti un carro pieno di fieno partiva in processione dalla torre della Zecca con a bordo un figurante vestito solo di una pelle di animale. Non di rado l’individuo scelto per impersonare il santo saliva sul carro ubriaco e tutto traballante faceva il giro della città. I fiorentini iniziarono così a chiamare Brindellone questo personaggio e per analogia tutti i carri usati nei giorni di festa.

La cerimonia dello scoppio del carro dura in genere una ventina di minuti. Fuochi e petardi avvolgono il Brindellone in una nuvola di fumo e scintille, che in passato i contadini accorsi in città per assistere allo spettacolo consideravano di buon auspicio per il raccolto, se il volo della colombina si svolgeva senza intoppi.

Foto Visit Tuscany

Il carro viene accompagnato dal deposito di Via il Prato al Duomo dal corteo del calcio storico fiorentino, anche perché per tradizione in questa occasione si procede al sorteggio dei colori per le partite. L’amministrazione comunale ha già reso noto che anche questa manifestazione sarà rimandata all’autunno, ma il sorteggio si terrà comunque la mattina di Pasqua nel Salone dei Cinquecento e sarà trasmesso in diretta Facebook.

Riferimenti bibliografici:

Luciano Artusi – Anita Valentini Festività fiorentine, Firenze, Comune di Firenze, Assessorato alle Feste e Tradizioni, 2001.

Notizie sul sorteggio del calcio storico fiorentino:

Calcio Storico Fiorentino, ecco quando e come sarà il sorteggio

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Il Cenacolo di Fuligno

Il Cenacolo di Fuligno si trova in Via Faenza all’interno dell’ex convento di Sant’Onofrio, fondato nel Trecento come ricovero per eremiti e poi destinato alle monache agostiniane. Nel 1419 il piccolo complesso con i suoi orti venne acquistato da Ginevra Bardi che lo fece completamente ristrutturare per accogliere le suore terziarie francescane di Foligno, una congregazione nata dalla Beata Angiolina di Marsciano e composta prevalentemente da giovani provenienti da nobili famiglie. I lavori furono completati in soli 10 anni e questo nuovo edificio venne chiamato il “Convento delle Contesse“, proprio per l’estrazione sociale di molte fanciulle, che desideravano dedicarsi a una vita di preghiera e povertà, pur senza rinunciare al contatto con il mondo esterno.

Chiostro del convento di Fuligno
Foto Sailko

Dopo il Concilio di Trento anche alle suore terziarie venne imposta la clausura e il monastero rimase in funzione fino alle soppressioni napoleoniche. Nel 1803 fu convertito in collegio per l’educazione di ragazze povere e orfane e confermato da Leopoldo II di Lorena al suo rientro in Toscana. L’antico refettorio veniva praticamente usato come magazzino e quando nel 1843 fu casualmente scoperto l’affresco sulla sua parete di fondo il Granduca decise di comprarlo e farne un museo. Il Cenacolo fu la primissima sede del museo archeologico e in seguito ospitò la collezione Feroni. Dal 1966 venne usato come deposito per le opere d’arte danneggiate dall’alluvione e nel 2005 è stato sottoposto a restauro. I locali dell’ex convento sono attualmente sede del Centro servizi e formazione di Montedomini.

La chiesa di Sant’Onofrio fu sconsacrata in epoca napoleonica e oggi viene usata per eventi e spettacoli. A destra si vede la facciata del convento trasformato in Educatorio femminile dagli inizi dell’800.

Il refettorio del convento di Fuligno venne affrescato con l’Ultima Cena da Pietro Perugino tra il 1493 e il 1496.

Il ritrovamento dell’opera aveva suscitato grande entusiasmo tra gli storici dell’epoca, che lo avevano inizialmente attribuito a Raffaello. Gli studi successivi hanno invece confermato il lavoro del maestro umbro, che in quegli anni aveva raggiunto l’apice della sua carriera: dopo l’esperienza alla Cappella Sistina, Perugino era tornato a Firenze – dove si era trasferito probabilmente già dalla fine degli anni ’60 del Quattrocento per svolgere il suo apprendistato nella bottega del Verrocchio – ma doveva pure recarsi spesso a Perugia e per far fronte alle numerose commissioni aveva messo su bottega in entrambe le città. Nella Firenze laurenziana, la delicata armonia della sua pittura, fatta di figure semplici e solenni che sembrano muoversi in un uno spazio senza luogo e senza tempo, venne accolta come ideale rappresentazione del pensiero neoplatonico, ma in seguito fu apprezzata anche da Girolamo Savonarola, che proprio in quella semplicità vedeva un’esaltazione della sua severa religiosità.

Ultima Cena di Pietro Perugino
Foto Wikipedia

Nel cenacolo di Fuligno, Perugino si ispira sicuramente all’affresco terminato nel 1486 da Domenico Ghirlandaio nel convento di San Marco, pur senza rinunciare a quegli elementi tipici della tradizione pittorica umbra e del suo personale percorso artistico. In effetti le due composizioni sono molto simili, con gli apostoli posti in due file accanto a Gesù, seduti su una spalliera in legno finemente decorata: sul gradino si possono leggere i loro nomi, mentre Giuda è come di consueto girato di spalle e rivolge il proprio sguardo verso lo spettatore. La grande tavola è apparecchiata con una fine tovaglia bianca e sul pavimento appare una decorazione a riquadri geometrici in marmi bianchi e rosa che sembra essere stata ripresa da una delle tavolette con le Storie di San Bernardino a Perugia, a cui l’artista aveva lavorato con Pinturicchio e altri maestri locali circa 20 anni prima. Un motivo che si rifa alla tradizione fiorentina fin dai tempi di Beato Angelico è la decorazione che fa da cornice alla lunetta entro la quale è dipinta la scena, ma la vera novità consiste nella grande “apertura” realizzata sullo sfondo, dove in lontananza si intravede l’Orazione nell’orto dei Getsemani. Perugino non si accontenta di mostrare un giardino alle spalle di Cristo e degli apostoli, ma vi colloca un grande loggiato, con alte arcate e i pilastri decorati da eleganti grottesche, oltre il quale compare il caratteristico paesaggio umbro, fatto di esili alberi e dolci colline. Un tema, quello del portico, che peraltro era già comparso in molte altre opere dell’artista (pensate alla bella Pietà degli Uffizi), ma che qui diviene un punto focale centrale verso cui converge lo sguardo dello spettatore.

Perugino, Pietà (1483-93) FIrenze, Gallerie degli Uffizi
Foto Wikipedia

Attualmente nella sala del cenacolo si possono ammirare anche gli affreschi di Bicci di Lorenzo (1430 ca.) provenienti da altri ambienti del convento, un Crocifisso ligneo di Benedetto da Maiano e l’Assunzione della Vergine di Valerio Marucelli, un tempo sull’altare maggiore della chiesa di Sant’Onofrio.

Orari

Il cenacolo di Fuligno è aperto soltanto nella giornata di martedì e la prima domenica del mese dalle 8.30 alle 13.30. Ingresso gratuito.

Il museo è attualmente chiuso in osservanza del DPCM 8 marzo 2020 e successive modifiche.

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Il cenacolo di Ognissanti

Questo cenacolo si trova nell’antico refettorio di San Salvatore in Ognissanti (anche se i fiorentini lo chiamano semplicemente Ognissanti) costruito a partire dal 1251 per l’ordine degli Umiliati, una congregazione religiosa di origine piemontese1, che raggiunse grande prestigio e ricchezza grazie alla lavorazione dei panni di lana2 (basti pensare che Giotto dipinse per loro la Maestà che oggi si trova agli Uffizi)

L’ordine venne soppresso nel 1571 e la chiesa e il convento passarono ai francescani provenienti dalla chiesa di San Salvatore al Monte che ordinarono importanti lavori di ristrutturazione, tra cui la costruzione dei due chiostri. La chiesa venne nuovamente consacrata nel 1582 e fu allora che assunse il nome sopra citato. L’ingresso al cenacolo si trova nel Chiostro Grande, decorato agli inizi del Seicento con un ciclo pittorico raffigurante le Storie di San Francesco di Jacopo Ligozzi e Giovanni da San Giovanni. Il complesso fu soppresso nel 1866 e dagli inizi del secolo scorso una parte di esso è occupata da una caserma dei carabinieri, di cui fanno parte gli ambienti intorno al Chiostro Minore, decorato nel 1602 con medaglioni con santi e beati francescani. Una curiosità: all’ingresso del chiostro si trova una lapide che ricorda l’attore Luigi del Buono (1751-1832), l’inventore della maschera di Stenterello.

Chiostro Grande di Ognissanti.
I tre pilastri in pietra forte che si vedono a sinistra appartenevano alla chiesa medievale ristrutturata nel ‘500 dai francescani.
Foto Sailko

Nel 1480 Domenico Ghirlandaio venne chiamato ad affrescare il refettorio, poco prima di partire per Roma nella “spedizione” alla Cappella Sistina, in cui avrebbe lavorato insieme a un gruppo di artisti fiorentini (tra i quali vi era Botticelli). L’Ultima Cena venne finanziata dalla ricca famiglia Vespucci, di cui facevano parte il celebre navigatore Amerigo e la bella Simonetta amata da Giuliano de’Medici: Ghirlandaio aveva già lavorato qualche anno prima al loro altare di famiglia all’interno della chiesa, in cui aveva dipinto la Deposizione e la Madonna della Misericordia (tra le opere più antiche attribuite al pittore, eseguite intorno al 1472) e nello stesso periodo in cui era impegnato nel cenacolo, gli venne commissionato anche l’affresco con il San Girolamo nello studio, opposto a quello che, sempre i Vespucci, avevano ordinato a Botticelli.

Altare della Cappella Vespucci con gli affreschi del Ghirlandaio.
Foto Sailko

Il Ghirlandaio può essere definito un “maestro di cenacoli” in quanto ne dipinse ben tre3.

prima di lavorare a quello di Ognissanti, infatti, era stato alla Badia di Passignano (1476) e al suo rientro da Roma, sarebbe stato chiamato dai padri domenicani di San Marco (1486). Facendo un confronto tra queste opere, si nota come per il cenacolo di Passignano egli si sia ispirato a quello realizzato da Andrea del Castagno in Santa Apollonia, anche se, rispetto al suo predecessore, la “scatola prospettica” in cui si svolge la scena risulta più compressa. A Ognissanti invece le pareti vengono abbattute e dietro agli apostoli appare un giardino, con la composizione che si adatta perfettamente alla forma della stanza stessa, inserita in due lunette separate da un peduccio.

Cenacolo della Badia a Passignano (1476) – Foto Wikipedia
Cenacolo di Ognissanti (1480)
Foto Wikipedia
Cenacolo di San Marco (1486)
Foto Wikipedia

I personaggi sono disposti accanto a Cristo (con Giuda come sempre seduto dalla parte opposta del tavolo), raffigurati mentre conversano ed interagiscono tra loro a coppie. Non si avverte alcuna tensione, le figure non mostrano alcun accento drammatico, ma un atteggiamento sereno rafforzato dai delicati accordi cromatici e l’attento studio della luce (le due finestre ai lati dello sfondo sono infatti vere e non solo dipinte). L’affresco è ricco di particolari, sia sulla tavola, sia nel giardino dipinto sullo sfondo. La tavola è apparecchiata e imbandita con stoviglie e pietanze come era nell’uso dell’epoca, impreziosita da una raffinata tovaglia bianca ricamata e con le frange. Le caraffe sono riempite con acqua e vino e gli apostoli mangiano pane, formaggio e prosciutto, ma si vedono anche delle ciliegie. La stessa cura per i dettagli naturalistici appare nei cespugli e negli alberi con agrumi, mele e datteri del giardino, in cui volano varie specie di uccelli: un’attenzione tipica della pittura fiamminga che l’artista aveva osservato nei primi dipinti arrivati a Firenze e forse frequentando la bottega del Verrocchio. In realtà tutti questi elementi sono simboli riferiti alla Passione e alla Resurrezione di Cristo: la palma a destra indica il martirio, il pavone è simbolo di immortalità, mentre i melograni, le rose rosse nel vaso, le ciliegie e i cardellini sono collegati alla Passione (per via del colore rosso).

Ultima cena, dettaglio

Nella sala è esposta anche la sinopia e due nicchie con affreschi seicenteschi di Giuseppe Romei (Sara al pozzo e Mosè che fa scaturire l’acqua dalla roccia). Il portale d’ingresso e i due lavabi in pietra serena risalgono al 1480.

ORARI

Il Cenacolo di Ognissanti è aperto solo il sabato mattina dalle 9 alle 13 (chiuso tutti gli altri giorni della settimana, 1 gennaio e 25 dicembre). Ingresso libero.

Il museo è attualmente chiuso in osservanza del DPCM 8 marzo 2020.

Note:

1 L’ordine degli Umiliati era nato ad Alessandria agli inizi del Duecento e giunse a Firenze nel 1239. La loro prima sede fu la chiesa di San Donato in Polverosa (la chiesa di Novoli), poi la chiesa di Santa Lucia al Prato, per stabilirsi definitivamente in riva all’Arno al termine dei lavori del nuovo complesso alla fine del Duecento.

2 Il lavoro era parte integrante della vita della comunità e trovandosi praticamente di fronte all’Arno il complesso era un luogo ideale per la lavorazione della lana. Gli Umiliati fecero costruire la Pescaia di Santa Rosa e intorno al convento sorsero alcuni tiratoi e molte case artigiane.

3 In realtà sarebbero stati 4, ma la decorazione del cenacolo di San Donato in Polverosa, eseguita prima di quella a Ognissanti è andata perduta.

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6 aprile 2020, 500 anni dalla morte di Raffaello

Oggi 6 aprile 2020 si celebrano i 500 anni esatti dalla morte di Raffaello Sanzio.


Il MiBACT dedica l’intera giornata al ricordo del grande artista con una serie di iniziative digitali che potete seguire in diretta.

La grande mostra alle Scuderie del Quirinale a Roma, inaugurata pochi giorni prima del DPCM del 8 marzo, è ancora chiusa al pubblico, ma i loro canali social propongono diversi video che permettono di passeggiare virtualmente tra le sale.

Vi ricordo inoltre che stasera su Rai Storia (canale 54 DT) sarà trasmesso il documentario “La Roma di Raffaello” che ripercorre gli anni più importanti della sua carriera.

Lascio a questa giornata anche il mio piccolissimo contributo, riportando qui il commento postato sul mio profilo personale di Facebook. Con un velo di amarezza, che chi fa il mio lavoro (e credo non solo il mio) non possa non avere oggi.

Così ci siamo, il “gran giorno” è arrivato, questo anniversario tanto atteso, che avrebbe dovuto essere l’evento culturale dell’anno. Mica capita spesso di celebrare i 500 anni di qualcosa, figuriamoci se si tratta di uno dei più grandi artisti italiani del Rinascimento. Eppure ci sono state altre ricorrenze negli ultimi mesi, solo che questo lo sentivo “più mio” degli altri. Ho sempre amato e difeso Raffaello (si sa che aveva antagonisti temibili), ho sempre adorato quella sua arte fatta di armonia e delicatezza, la sua continua ricerca di perfezione. Era ambizioso il ragazzo, che sapeva interpretare alla perfezione il ruolo di cortigiano modello, ma non per questo era meno deciso ad arrivare dove voleva. E ci riuscì pienamente, consapevole del suo talento, che seppe sfruttare fino in fondo. Una vita felice la sua (come dice il famoso libro di Forcellino letto in un pomeriggio) e soprattutto normale: soldi, successo, donne. Passioni reali e carnali, rapporti veri e non solo mentali, spinti fino all’eccesso e poi risultati fatali (sennò non si muore di sifilide a 37 anni).
E noi oggi lo chiamiamo divino e tale resterà la sua arte nei secoli: un’arte solo apparentemente più semplice, forse più libera dai tormenti michelangioleschi o dai ragionamenti di Leonardo, ma non per questo più “facile”. E dove io continuerò a vedere la parabola di un giovane artista di provincia che arrivato ad avere tutto, tutto perse nell’umano desiderio.

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Il Cenacolo di Santa Apollonia

La parola cenacolo ha origini molto antiche.

I Romani chiamavano così la stanza in cui si consumava la cena, generalmente in uno degli ambienti più grandi della casa perché era il pasto principale della giornata, durante il quale si riuniva tutta la famiglia con eventuali ospiti. Nella tradizione cristiana il cenacolo divenne il luogo di Gerusalemme in cui Gesù consumò la sua Ultima Cena con gli Apostoli istituendo il sacramento dell’Eucarestia. In senso figurato, dunque, questa parola evoca una riunione di persone, unite da un sentimento di condivisione e partecipazione: ecco perché nei refettori dei conventi, ossia il luogo in cui monaci e suore mangiavano, si trova sempre affrescata questa immagine. La pittura dei cenacoli fu molto praticata a Firenze e molti di questi sono stati trasformati in museo.

Questo Cenacolo faceva parte dell’antico complesso monastico di Santa Apollonia, uno tra i più grandi di Firenze, fondato nel 1339 da un certo Piero di Ser Mino1. Nel 1440 giunsero in questo monastero le suore dell’abbazia di Santa Maria a Mantignano e la badessa Cecilia Donati ordinò una serie di lavori di ampliamento della struttura: vennero così costruiti il cosiddetto Chiostro della Badessa e una grande sala rettangolare con soffitto a cassettoni da impiegare come refettorio.

Andrea del Castagno,
Ultima Cena 1447

Tra il 1445 e il 1450 Andrea del Castagno venne incaricato di affrescare interamente la parete d’ingresso del salone, in cui dipinse l’Ultima Cena e altre tre scene raffiguranti la Resurrezione, la Crocifissione e la Deposizione.

Questi affreschi, che si trovano nella parte superiore separati dalle finestre, appaiono molto rovinati (ma ancora leggibili) e nel 1953 furono staccati per motivi di conservazione: vennero così ritrovate le sinopie, che qualche anno dopo furono attaccate sulla parete opposta.

Ultima cena, dettaglio

Le informazioni su Andrea del Castagno, specialmente per quello che riguarda la sua formazione e i primi anni di attività, sono ancora molto scarse: tuttavia si ritiene che fosse arrivato a Firenze verso la fine degli anni Trenta del Quattrocento come assistente di Domenico Veneziano per lavorare al famoso ciclo pittorico della chiesa di San’Egidio (andato completamente distrutto) uno tra i più importanti del primo Rinascimento, al quale avevano collaborato altri grandi maestri come Piero della Francesca e Alessio Baldovinetti. Prima di eseguire la decorazione di Sant’Apollonia il pittore aveva soggiornato per alcuni anni a Venezia, ma poi era tornato in città dove la sua presenza è documentata almeno fin dal 14442.

Ultima Cena, dettaglio

L’affresco con l’Ultima Cena è sicuramente una delle opere più significative dell’artista e il primo cenacolo del Rinascimento a Firenze3. Andrea del Castagno pose Gesù e i suoi apostoli in una sorta di “scatola prospettica”, come se la scena si svolgesse in un edificio a cui è stata tolta la parete di fronte per permettere allo spettatore di vedere cosa accade al suo interno. L’ambiente è ricco di colori e dettagli raffinati: guardate i pannelli sullo sfondo, il fregio, l’elegante drappo sui sedili e le sfingi ai lati della tavola, su cui è stesa una lunga e bianchissima tovaglia. Sono evidenti i richiami all’antico e la sua abilità nell’uso della prospettiva: dal punto di vista iconografico egli scelse la tradizionale composizione in cui si vedono gli apostoli ai lati del Cristo, con Giuda separato dagli altri e seduto su un sgabello. Tutti conversano in modo naturale ma la loro posa composta e solenne rivela una certa influenza di Masaccio sul pittore. Il tratto maggiormente distintivo di Andrea del Castagno però resta l’uso assolutamente nuovo del colore: un espressionismo inedito per il suo tempo, caratterizzato da tinte forti che conferiscono un vigore quasi scultoreo alle figure, paragonabile solo a certe opere di Donatello.

Andrea del Castagno,
Cristo in pietà tra due angeli

Nella sala sono conservate anche altre opere di Andrea del Castagno, dipinte sempre intorno alla metà del Quattrocento: la lunetta con il Cristo in Pietà tra angeli (proveniente dal Chiostro della Badessa dell’antico monastero) una Crocifissione e la sinopia della Visione di San Girolamo tra Santa Paola e Sant’Eustachio. Si possono inoltre vedere i pochi resti rimasti del grande ciclo di affreschi di Sant’Egidio con le Storie della Vergine.

Andrea del Castagno, Crocifissione

Nella piccola sala attigua al refettorio sono esposte altre opere provenienti dal monastero: una Crocefissione di Paolo Schiavo e due tavole di Neri di Bicci con l’Incoronazione della Vergine e la Madonna col Bambino e santi, tra cui compare proprio Sant’Apollonia, raffigurata con un paio di tenaglie che le stringono un dente, allusione al suo martirio.

Neri di Bicci,
Madonna in trono col Bambino e santi

Sant’Apollonia era un convento di clausura e pertanto rimase inaccessibile fino alle soppressioni ottocentesche (difatti nemmeno Giorgio Vasari fece menzione del cenacolo). Nel 1864 venne requisito per scopi militari e una parte dell’edificio venne demolita per l’apertura di Via XXVII aprile. Molti degli ambienti rimasti vennero trasformati in uffici e oggi la struttura è suddivisa tra Università di Firenze e Ministero della Difesa: la chiesa del complesso (la cui facciata è su via San Gallo) è stata sconsacrata e oggi è una sala conferenze, mentre il grande Chiostro della Badessa, su due livelli, ospita la mensa universitaria. L’ingresso al museo del cenacolo si trova in via XXVII Aprile.

FOTO DAL MIO ARCHIVIO PERSONALE

Orari

Da lunedì a domenica dalle 8.15 alle 13.50.
Chiuso 1°, 3°, 5° sabato e domenica di ogni mese, 1° gennaio e 25 dicembre. Ingresso libero

Il museo è attualmente chiuso in osservanza del DPCM 8 marzo 2020.

Note:

1 L’atto di fondazione del monastero, conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze, lo indica come abitante nel popolo di San Simone.

2 Nel 1444 gli viene commissionato il cartone per una vetrata di Santa Maria del Fiore con la Deposizione.

3 La scena con l’Ultima Cena viene datata al 1447.

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Le Cernacchie di Via Condotta

In queste lunghe giornate passate a casa, vi sarà sicuramente capitato di pensare alla vostra vita prima della quarantena: gli impegni di lavoro, qualche commissione veloce, la pausa pranzo con colleghi e amici. Frammenti del nostro quotidiano che ci manca e che vorremmo tornare a vivere presto. Anche le mie giornate da guida turistica a Firenze erano scandite da ritmi e consuetudini precise. Quando parliamo di mangiare, credo ognuno abbia il suo “posticino in centro”, quello dove andare praticamente tutti i giorni e che diventa la tua seconda casa. Il mio si trova in via della Condotta 38/R, a due passi da Piazza della Signoria e si chiama il Cernacchino , dove lavorano Giuliana e Beatrice.

Ho raccolto anche il loro pensiero sulla crisi che ci coinvolge, i timori riguardo al lungo periodo di inattività e le idee che potrebbero risultare utili per ripartire.

Ecco Giuliana Spinelli, fiorentina doc, 55 anni (“e felice di averli“). Ha aperto questo locale nel 2009 e prepara panini e piatti tipici della tradizione fiorentina e toscana, ma anche ricette fuori dai soliti schemi, un po’ come è lei. Da piccola sognava di essere una principessa, ma a 15 anni ha iniziato la scuola alberghiera e ha deciso che il suo regno sarebbe stata la cucina. Prima di aprire il Cernacchino con sua sorella Francesca, aveva gestito insieme a lei un ristorante per 25 anni. Giuliana si definisce una donna “decisa ma volubile” (in effetti dipende dai giorni ndr) e la sua più grande passione dopo il lavoro è la moda (confermo anche questo, guai se mi presento con il trucco senza primer agli occhi 😂). In realtà sotto quella facciata a volte un po’ ruvida, c’è una grande professionista, che non solo ama cucinare per i suoi clienti, ma adora impastare dolci e si diverte ad accostare sapori in modo nuovo e creativo.

Lei invece è Beatrice Pellegrini, per tutti i Cernacchini semplicemente “la Bea”, che 4 anni fa è diventata il braccio destro di Giuliana. Nata a Firenze, ha 52 anni, vissuti con la consapevolezza della sua età e l’entusiasmo di una trentenne. È arrivata al Cernacchino quasi per caso, ma spinta dal forte desiderio di cambiare vita: prima trascorreva il suo tempo in un ufficio, sempre davanti al computer o al telefono, mentre adesso può svolgere un lavoro “di testa e di cuore”, che le permette di stare al pubblico e divertirsi: per Beatrice è stato un pò come rinascere, inoltre affiancare Giuliana in cucina le permette di imparare molto e rappresenta uno stimolo continuo per lei (“io le sto accanto e andiamo a mille“).

Un rapporto di collaborazione intenso, quindi, basato su una forte complicità e intesa reciproca, da cui è nata pure una bella amicizia, che va ben oltre il normale orario di lavoro: non di rado trovi Giuliana e Beatrice insieme dopo la chiusura, in giro per negozi o a prendere il caffè.

Beatrice mi dice che Giuliana “spesso dal nulla crea delizie” ed è un po’ questo lo spirito che le accompagna nella preparazione di tante pietanze diverse: dalle zuppe ai contorni, dalla classica porchetta al lampredotto fusion, una versione alternativa con ginger e lemon grass presentata nel programma TV di Simone Rugiati a marzo dello scorso anno. Già perché le nostre Cernacchie sono famose e sempre nel 2019 sono state inserite nella lista dei 10 migliori panini da mangiare a Firenze su Gambero Rosso. Personalmente resto fedele al must del Cernacchino: il panino scodella con le polpettine in salsa di pomodoro di loro invenzione e che non trovate in nessun altro locale della città (da assaggiare assolutamente, ne vanno matti anche i più piccoli!)

Beatrice e Giuliana mostrano la copertina del mensile Bell’Italia dove compare un articolo che parla di loro
(N. 401 Settembre 2019)

Chiedo a Giuliana se riesce a spiegarmi il segreto di questo successo, ma mi risponde che resta un mistero anche per lei (ride), ma una dote che sente sicuramente di avere è il saper usare la fantasia e possedere una grossa “memoria del gusto“, una sorta di archivio personale dei sapori, che le permette di dosare in modo ottimale gli ingredienti e ottenere combinazioni mai ripetitive.

Purtroppo il 9 marzo anche il Cernacchino ha dovuto chiudere per rispettare le disposizioni del DPCM e dopo quasi un mese, il ritorno alla normalità appare ancora lontano. L’orientamento generale sembra sia quello di riaprire le attività commerciali in modo graduale quando sarà terminata la fase più acuta della pandemia, ma è difficile azzardare previsioni perché stiamo lottando contro un nemico invisibile, che ci ha messo di fronte alla sofferenza e ci ha imposto tante rinunce, alle quali, onestamente, non eravamo più abituati. Beatrice è convinta che dovremo convivere ancora a lungo con mascherine, guanti e disinfettanti, ma soprattutto con una forte sensazione di insicurezza, che andrà a modificare tante delle nostre abitudini anche dopo la fine dell’emergenza. Giuliana ovviamente si preoccupa dell’aspetto economico di questa situazione: al momento c’è tanta paura e quindi il centro storico di Firenze è deserto, ma ci sono molti esercizi che non riusciranno a resistere a lungo in queste condizioni e saranno costretti a chiudere. Le istituzioni si stanno muovendo per dare un sostegno, ma il contesto appare così imprevedibile che “se non hai le spalle coperte non vai avanti” e magari al momento della riapertura bisognerà ripensare ai normali orari di apertura dei negozi.

In effetti servirà molta pazienza, ma occorre restare lucidi e mettere da parte tutta l’energia possibile per essere pronte a ripartire. Giuliana e Beatrice hanno l’esperienza e le risorse necessarie per farcela e tutti i Cernacchini non vedono l’ora di vederle tornare in azione. Forza ragazze.

Guarda la puntata di Food Advisor del 26 marzo 2019:

https://it.dplay.com/food-network marzo dvisor/stagione-1-episodio-10-il-migl marzo ior-lampredotto-di-firenze/

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Silvia, la Locandiera di Firenze

L’emergenza sanitaria scatenata dalla pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto devastante sul settore del turismo, che è stato uno dei primi ad essere colpito dal crollo delle prenotazioni e molto probabilmente sarà uno degli ultimi a rialzarsi dalla crisi. Ho raccolto il pensiero di Silvia Brunori, titolare del B&B La Locandiera in Via della Scala a Firenze dal 2008, professionista seria e innamorata del suo lavoro e giovane donna dal carattere solare e divertente.

In una situazione normale, sarei andata a intervistare Silvia nel suo B&B e lei come sempre, mi avrebbe offerto un caffè in cucina. Ma in tempo di corona virus, ci si deve adattare a metodi, per così dire, un po’ più tradizionali.

Ecco alcune delle domande che ho posto a Silvia:

Sei nata a Firenze? Nata a Firenze da babbo di Santa Croce e mamma lucana, quindi sono per metà fiorentina e per metà direi orgogliosamente “terrona”…un gran bel mix, no?

Posso chiederti quanti anni hai? Farò 45 anni il 6 aprile (come Raffaello! ndr) ma in realtà me ne sento molti meno addosso. Mia nipote mi dice sempre che noi andiamo molto d’accordo perché sono rimasta bambina come lei. Una volta una persona mi ha detto che soffro della sindrome di Peter Pan, ma io non mi sono offesa perché spesso i bambini dimostrano di essere più forti degli adulti. Loro sanno affrontare le situazioni con il sorriso, la sincerità, la semplicità e la leggerezza che spesso perdiamo con il passare degli anni.

Descrivi te stessa con tre aggettivi. Passionale. Testarda. Generosa

Domando a Silvia se ha un hobby o degli interessi particolari, ma lei ammette che fino a poco tempo fa il lavoro non le lasciava molto tempo libero: le piace viaggiare e cucinare e mi racconta di essere stata una grande appassionata di immersioni subacquee, che ha dovuto abbandonare dopo l’apertura del B&B. Due cose a cui invece non rinuncia sono la musica rock e l’amore per l’Australia, per cui ha “una passione sfrenata e incontrollabile”.

A questo punto le chiedo di raccontarmi meglio la sua vita alla Locandiera

*la struttura è temporaneamente chiusa per i provvedimenti di contenimento dell’epidemia da Covid-19*

Una giornata-tipo di Silvia inizia al mattino presto: alle 6 suona la sveglia e alle 7 è già operativa nel suo B&B. Non avendo a disposizione una sala, prepara lei la colazione ai suoi ospiti e tutte le mattine la porta nelle loro camere. Poi attende che i suoi clienti siano usciti per passare a ritirare i vassoi e iniziare a fare le pulizie. Ogni giorno si devono rimettere a posto le camere occupate e preparare le camere dei nuovi arrivi e poi c’è da curare tutta la parte del front office: l’accoglienza, rispondere al telefono e alle email. Silvia si occupa personalmente sia del marketing sia del booking della sua struttura, che consiste nella gestione delle prenotazioni e la costruzione delle tariffe di vendita. Un lavoro nel lavoro, come sa bene chiunque abbia posizionato la propria attività in rete, dove la concorrenza è agguerrita.

Solo quando tutti gli ospiti sono arrivati e partiti anche lei può tornare a casa sua. Per chi fa questo lavoro non esiste un orario preciso: talvolta si può essere liberi alle 4 del pomeriggio così come alle 9 di sera, tutti i giorni della settimana. Non ci sono domeniche libere e giorni festivi e l’unico modo per andare qualche giorno in vacanza è chiudere le prenotazioni.

I drammatici eventi delle ultime settimane ci hanno imposto di fermarci e in questo momento la vita a cui eravamo abituati sembra lontana. Forse occorrerà ripensare ai modelli di sviluppo e sostenibilità del turismo italiano, ma prima di tutto servirà il coraggio e la determinazione dei suoi imprenditori per risollevare un comparto fondamentale della nostra economia.

Silvia cosa credi che succederà nei prossimi mesi? Hai fiducia nel futuro? Più che nel futuro ho fiducia nelle mie capacità, perché saranno quelle che mi aiuteranno a ripartire, insieme a tutto quello che ho imparato in questi anni.I prossimi mesi saranno lunghi e difficili..dovremo ricominciare da zero e le attività come la mia avranno bisogno di molto sostegno da parte del governo, perché solo così potremo risollevarci. Noi italiani dovremmo essere più solidali e aiutarci gli uni con gli altri. Quando tutto questo sarà finito dovremmo imparare a essere il primo motore che fa funzionare l’economia del nostro paese. Tutti non fanno altro che dire quanto sia bella l’Italia, fanno foto e video che mandano all’estero, ma dobbiamo essere noi i primi a credere nella bellezza del nostro paese. Viaggiamo di più in Italia e compriamo italiano, tanto per cominciare.

Come molti di noi, Silvia è rimasta a casa e attende la fine dell’emergenza. Le manca la sua Locandiera e rivuole indietro la sua vita e le sue abitudini, ma ha ben presente che da ora in poi la parola d’ordine sarà rinnovamento. E come nel suo quadro preferito, l’Albero della Vita di Gustav Klimt, la lunga esperienza e nuova consapevolezza la aiuteranno a farsi trovare pronta.

La Locandiera B&B – Via della Scala 48 50123 Firenze https://la-locandiera.com/

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La Madonna del Magnificat

Esiste davvero la bellezza ideale? Se è vero che oggi si fatica a rispondere a questa domanda, nel Quattrocento gli artisti non si ponevano i nostri stessi dubbi e inventarono un nuovo codice di perfezione formale. In particolare, nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, vi fu un pittore che per lungo tempo si dedicò alla ricerca del bello assoluto: ovviamente sto parlando di Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, più noto come Sandro Botticelli, le cui opere divennero un modello di grazia e armonia. Ecco una bellissima tempera su tavola conservata presso le Gallerie degli Uffizi, con una storia ancora tutta da scoprire.

Sandro Botticelli, Madonna del Magnificat (1481-83)
Firenze, Gallerie degli Uffizi
Ph.credits Wikipedia

Il dipinto di Sandro Botticelli da tutti conosciuto come Madonna del Magnificat, fu molto probabilmente eseguito tra il 1481 e il 1483: il nome è riferito alla parola ben riconoscibile sulla pagina destra del libro posto di fronte alla Vergine. Non sappiamo esattamente per chi venne realizzata, ma la forma arrotondata tipica delle opere di devozione privata, suggerisce la committenza da parte di una famiglia o forse di un’istituzione cittadina. Le prime notizie certe risalgono al 1784, quando il quadro fu donato alla Galleria degli Uffizi da Ottavio Magherini1.

In essa è raffigurata la Madonna in trono con il Bambino seduto sulle sue ginocchia: sulla sinistra vediamo un gruppo di 3 angeli che le porgono un libro e un calamaio e altri 2 che sorreggono una corona dorata sopra la sua testa.

Madonna del Magnificat – dettaglio

La Vergine tiene il pennino nella mano destra e si accinge a scrivere sulle pagine dove spuntano le parole tratte dal Vangelo di Luca “Magnificat anima mea Dominum” (La mia anima magnifica il Signore), da lei pronunciate durante la Visitazione2. Sulla pagina sinistra invece si riconoscono alcuni versi del Benedictus3, ossia il cantico di ringraziamento a Dio di Zaccaria. Il Bambino poggia delicatamente una manina sul braccio di Maria, come per guidarla nella scrittura e l’altra sulla melagrana, simbolo della sua futura passione; il suo sguardo è rivolto all’insù verso la mamma e richiama la natura celeste del Cristo.

Madonna del Magnificat – dettaglio

Gli angeli che li circondano mostrano la stessa intesa tra gesti e sguardi: se osservate con attenzione la composizione, vi accorgerete che essa si adatta perfettamente alla forma circolare della cornice in pietra serena posta dietro ai personaggi e dalla quale si intravede un paesaggio d’ispirazione fiamminga4.

Pur compresse ai bordi, le figure si muovono con la compostezza e la grazia tipica del mondo classico e indossano raffinate vesti, che rendono particolarmente elegante la figura della Madonna, che porta una sciarpa annodata intorno al collo e un leggero velo che le copre i lunghi capelli biondi. Veli sottili che aleggiano anche intorno alla corona, impreziositi dalle decorazioni in oro, le stesse che ritroviamo negli abiti e nei capelli degli angeli.

Madonna del Magnificat – dettaglio

Secondo la tradizione, molto contestata dagli storici, questo dipinto sarebbe il ritratto della famiglia di Piero de’ Medici5, detto il Gottoso.

La Madonna avrebbe il volto di Lucrezia Tornabuoni, il giovane con il calamaio sarebbe Lorenzo il Magnifico e quello accanto a lui vestito di giallo il fratello Giuliano. L’angelo vestito di rosso dietro a loro sarebbe Maria6 mentre i due angeli reggi-corona dovrebbero raffigurare Bianca7 e Lucrezia detta Nannina8. Il Bambino sarebbe invece il ritratto della piccola Lucrezia, figlia di Lorenzo il Magnifico. Purtroppo non esistono fonti che possano documentare questa tesi, che almeno storicamente risulta improbabile per vari motivi: negli anni Ottanta del Quattrocento, infatti, l’opera avrebbe potuto essere commissionata solo da Lorenzo o dalla sorella Lucrezia (forse come ricordo della propria infanzia?) visto che Giuliano era morto nella Congiura dei Pazzi, Bianca era in esilio con il marito Guglielmo e Maria era morta da qualche anno. La stessa Lucrezia figlia di Lorenzo, che si diceva ritratta neonata nella figura di Gesù Bambino all’epoca avrebbe già avuto una decina d’anni. Dunque i conti non tornano, ma vi lascio con quella che è un’affascinante suggestione: l’unico evento che si lega a questi anni è la morte proprio di Lucrezia Tornabuoni, avvenuta alla fine del mese di marzo del 1482. E non ci sono dubbi su quanto Lorenzo il Magnifico fosse legato a sua madre.

Note:

1 6 novembre 1784, Ingresso di una Madonna con Bambino e angeli, tondo del XV secolo, offerto da Ottavio Magherini, da Archivio Storico della Galleria degli Uffizi, Filza 18, n. 002

2 Maria avrebbe pronunciato questa frase durante il suo incontro con Santa Elisabetta, come ringraziamento per essere stata la prescelta da Dio.

3 Il componimento si trova nel primo capitolo del Vangelo secondo Luca.

4 Il modello di riferimento prevedeva un fiume o un ruscello e l’immancabile castello in cima alla collina.

5 Sicuramente non fu lui a commissionare l’opera a Botticelli perchè all’epoca era già morto da più di 10 anni.

6 Maria de’ Medici era una figlia illegittima di Piero il Gottoso ma venne cresciuta da Lucrezia Tornabuoni insieme agli altri suoi figli. Le notizie su di lei sono davvero scarse, ma sappiamo che si sposò con Leonetto de’ Rossi e fu la madre del cardinale Luigi de’ Rossi, fedelissimo di papa Leone X. Morì molto giovane, all’età di 29 anni.

7 Bianca si sposò con Guglielmo de’ Pazzi e nonostante la sua estraneità alla congiura scelse di seguire il marito in esilio.

8 Nannina era il soprannone con cui era chiamata la bisnonna Piccarda Bueri. Lucrezia si sposò con Bernardo Rucellai.

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Capodanno Fiorentino

In passato i fiorentini festeggiavano l’inizio del nuovo anno il 25 marzo, festa mariana dell’Annunciazione. Questo giorno era dunque una festa civile e religiosa insieme, che dal 2000 è stata nuovamente inserita nell’elenco delle celebrazioni ufficiali del Comune di Firenze.

Il calendario fiorentino rimase in vigore dal VII secolo al 1750, anno in cui venne abolito con decreto di Francesco Stefano di Lorena e prevedeva che l’anno civile avesse inizio il 25 marzo anzichè il 1 gennaio, con la differenza di 2 mesi e 25 giorni rispetto all’uso moderno. Il capodanno fiorentino veniva così a coincidere con la festa religiosa dell’Annunziata (secondo il conto ab incarnazione). La scelta sembra fosse dovuta alla particolare devozione da sempre riservata alla Madonna e per questo si svolgeva una processione verso la basilica della SS. Annunziata, in cui era venerato un affresco dell’Annunciazione che secondo la leggenda era stato dipinto da un pittore, fatta eccezione per il volto della Vergine, che si diceva fosse stato dipinto dagli angeli. Nella piazza si teneva una fiera che serviva innanzitutto come punto di ristoro per i numerosi pellegrini con cibi e bevande, ma anche candele, fiori e oggetti ex-voto da offrire all’Annunziata.

Affresco dell’Annunciazione (ignoto toscano XIV sec.)
Basilica della SS. Annunziata, Firenze
Ph. credits La SS. Annunziata

A parte la differenza del giorno del capodanno, il calendario fiorentino era praticamente identico a quello usato nel resto d’Europa e si trattava quindi di un calendario gregoriano.

Questo sistema era stato introdotto da papa Gregorio XIII nel 1582, dopo decenni di studi e discussioni. Anni prima Leone X aveva già fatto presente l’esigenza di creare un calendario universale, per uniformare la scansione del tempo ed eliminare quelli in uso secondo le tradizioni locali e nel 1516 aveva scritto a tutti i capi di stato per sollecitare la questione. Gregorio XIII nominò una speciale commissione composta da astronomi e teologi (di cui facevano parte Luigi Lilio e Ignazio Danti) per preparare la riforma.

Perché servivano gli astronomi per riformare il calendario?

Il sistema allora in uso era il cosiddetto calendario giuliano, entrato in vigore nel 46 A.C. (ai tempi di Giulio Cesare), su consiglio dell’astronomo greco Sosigene ed era un calendario di tipo solare, basato sul valore medio dell’anno solare, della durata di 365 giorni e 1/4. La problematicità relativa al calcolo dell’anno solare era data proprio dalla presenza dei decimali, in quanto la rivoluzione del sole intorno alla Terra non è sempre uguale, ma subisce delle minime variazioni molto difficili da quantificare o conteggiare in un sistema fisso. Tuttavia oggi la durata dell’anno solare viene stimata in 365,2422 giorni.

Il calendario giuliano prevedeva perciò degli anni bisestili (1 ogni 4) per recuperare la differenza con l’anno solare, che in questo modo si riduceva a soli 11 minuti e 14 secondi, cosa che per essere stata inventata nel I secolo A.C. era di una precisione incredibile. Inizialmente questo metodo venne considerato molto valido anche dalla Chiesa, che durante il Consiglio di Nicea del 325, se ne servì per fissare le regole per il calcolo della Pasqua.

Con il passare dei secoli però, il divario tra calendario giuliano e anno solare andò ad aumentare: in pratica si era perso un giorno ogni 128 anni e nel 1582 la differenza accumulata era di ben 10 giorni! Questo in effetti creava delle grosse difficoltà per la stesura delle tavole pasquali.

Bolla papale Inter gravissimas, 1582
con la quale viene istituito
il calendario gregoriano
Ph. credits Wikipedia

Il calendario gregoriano dovette quindi modificare la durata media dell’anno: attraverso un sistema molto più preciso, la differenza con l’anno solare venne ridotta a soli 26 secondi e ciò consente di perdere un giorno ogni 3323 anni anziché 128. Per recuperare il ritardo accumulato nel 1582 si cancellarono 10 giorni, passando direttamente dal 4 al 15 ottobre.

Riferimenti bibliografici:

Luciano Artusi – Anita Valentini, Festività fiorentine, Comune di Firenze Assessorato alle Feste e Tradizioni, Firenze, 2001

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Ritratto di papa Leone X

Immaginate di essere invitati a un matrimonio, ma che per una serie di motivi, non ci possiate andare. Mettiamo che si tratti di un parente stretto come un nipote e quindi decidete di inviare lo stesso un regalo, scusandovi per non essere presenti. O magari potreste provare a fare come papa Leone X: spedire un quadro con il vostro ritratto da mettere a tavola insieme agli altri ospiti. Attenzione all’artista però… lui lo fece con un dipinto di Raffaello.

Ritratto di papa Leone X con i cardinali
Giulio de’ Medici e Luigi de’Rossi (1518)
Ph. credits Wikipedia

Il ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi venne dipinto da Raffaello in occasione delle nozze tra Lorenzo II e la duchessa francese Madeleine de la Tour d’Auvergne.

Lorenzo era nipote del papa in quanto figlio del fratello Piero (detto il Fatuo) e Alfonsina Orsini e si sposava con una bella fanciulla parente di Francesco I, per rinsaldare l’antico legame tra i reali di Francia e il casato dei Medici.

Leone X lo aveva ordinato nell’inverno del 1517, in modo che fosse pronto per essere spedito a Firenze nell’estate successiva, ma la grande tavola arrivò da Roma solo ai primi di settembre, scortata da 3 garzoni della bottega dell’artista a bordo di due muli, facendo tirare un bel sospiro di sollievo alla madre dello sposo.

Le nozze di Lorenzo infatti erano state preparate con cura da Alfonsina, che aveva sempre raccomandato la sorte di quel suo unico figlio maschio al potete cognato: il papa lo aveva fatto duca di Urbino l’anno precedente e dopo la morte di suo fratello Giuliano di Nemours, tutte le speranze dinastiche della famiglia erano riposte in lui1.

Raffaello, Lorenzo de’ Medici Duca di Urbino (1518)
Collezione privata
Ph. credits Wikipedia

Il matrimonio era stato celebrato in Francia il 2 maggio 1518 alla presenza della famiglia reale, poi la coppia era partita per il lungo viaggio di rientro in Italia e arrivò a Firenze il 7 settembre. Un corteo solenne accompagnò gli sposi fino a Palazzo Medici, dove Alfonsina li attendeva con ansia per dare inizio ai 3 giorni di festeggiamenti previsti. Il ritratto del pontefice fu messo sulla tavola dove mangiava Madeleine, tra la duchessa e altri invitati, suscitando allegria e ammirazione tra i commensali2.

Nel dipinto Leone X è raffigurato seduto di tre quarti davanti a un tavolo coperto da un telo rosso su cui sono appoggiati un codice miniato e il campanello usato per chiamare i domestici.

Ritratto di papa Leone X – dettaglio

Il papa indossa una bella veste di velluto bianco damascato con la mozzetta3 e il camauro4 in testa e ha lo sguardo rivolto verso l’esterno. Ciò che caratterizza questo dipinto non è solamente l’incredibile realismo – comune a tutti i ritratti di Raffaello e che lo aveva reso un autentico maestro del genere – ma una serie di straordinari dettagli che avevano destato meraviglia anche in Giorgio Vasari, il quale si era lungamente soffermato sull’opera nelle Vite: il riflesso della finestra sul pomello della sedia, la fine decorazione del campanello (“che non si può dire quanto è bello”), la lente d’ingrandimento, le parole scritte sul libro. Un’ambientazione elegante e raffinata che faceva riferimento al mecenatismo del papa, che aveva chiesto al suo artista preferito un ritratto da “umanista”.

Ritratto di papa Leone X – dettaglio

Eppure ci sono due “intrusi” nella composizione.

I cugini del papa, Giulio de’ Medici5 (a sinistra) e Luigi de’ Rossi6 (a destra) che sembra stringere la spalliera della sedia con entrambe le mani. Dei due solo Luigi è rivolto verso lo spettatore, mentre Giulio ha lo sguardo fisso nel vuoto. Tuttavia le loro figure appaiono “fuori asse”, come se fossero state ritagliate e unite in fasi successive: è stato ipotizzato che i ritratti dei cardinali siano stati aggiunti in seguito forse da Giulio Romano (che ereditò la bottega alla morte di Raffaello) e questo potrebbe spiegare le incongruenze della loro posizione.

Esistono varie copie del quadro, tra cui una dello stesso Giorgio Vasari eseguita nel 1536 e una di Andrea del Sarto che oggi si trova al Museo nazionale di Capodimonte a Napoli.

Ritratto di papa Leone X
Dettaglio con la figura del cardinale Giulio de’ Medici
Ritratto di papa Leone X
Dettaglio con la figura del cardinale Luigi de’ Rossi
Il ritratto di papa Leone X è tra le opere esposte alla mostra “Raffaello 1520-1482” alle Scuderie del Quirinale a Roma, inaugurata lo scorso 5 marzo nell’ambito delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte dell’artista.

Il dipinto era tornato ad essere visibile dopo 3 anni di attento restauro e aveva portato alla grossa polemica tra il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt e il Comitato Scientifico del museo, che si era dichiarato contrario al prestito e si era dimesso in blocco a pochi giorni dall’inaugurazione della mostra.

Con l’emergenza da contagio del Covid-19 anche la mostra di Raffaello è stata chiusa, ma venerdì 20 marzo è stato annunciato che sarà virtualmente riaperta al pubblico sui social: attraverso gli hashtag #RaffaelloInMostra e #RaffaelloOltreLaMostra potrete seguire i racconti, gli approfondimenti e le video – passeggiate nelle sale grazie ai vari contributi offerti dai curatori della mostra e da importanti studiosi.

Note:

1 Giuliano Duca di Nemours era il fratello minore di papa Leone X ed era morto il 17 marzo 1516. Il fratello maggiore Piero il Fatuo (padre di Lorenzo) invece era morto nel 1503 durante un’azione militare. A parte Lorenzo duca di Urbino quindi non vi erano altri discendenti diretti del ramo della famiglia di Lorenzo il Magnifico.

2 Nella lettera scritta da Alfonsina Orsini a Giovanni Lapucci da Poppi datata 8 settembre 1518 si legge: “Hovvi a dire che la pictura di N.S. E Mons.Rev.mo de’ Medici e Rossi, el Duca la fece mectere sopra alla tavola dove mangiava la Duchessa e li altri signori in mezo, che veramente rallegrava ogni cosa.”

3 La mozzetta è la mantellina indossata dal papa e dagli alti prelati della chiesa chiusa sul davanti con dei bottoncini.

4 Il camauro è il copricapo invernale di velluto rosso con il bordo in pelliccia di ermellino.

5 Giulio era figlio di Giuliano de’ Medici, il fratello di Lorenzo il Magnifico ucciso durante la congiura dei Pazzi.

6 Luigi era figlio di Maria de’ Medici, sorella maggiore di Lorenzo il Magnifico.

Riferimenti bibliografici:

-Antonio Forcellino, Raffaello, Una vita felice. Roma, Economica Laterza, 2006

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Guarda Firenze da casa

In questi giorni così difficili e complicati sono tanti i musei di Firenze che hanno aderito alla campagna di prevenzione del contagio da Covid-19 #iorestoacasa promossa dal MIBACT, offrendo percorsi di visita virtuale e attività alternative dai propri siti e canali social. L’obiettivo è quello di tenere compagnia alle tante persone costrette a restare in casa, continuando la propria missione di diffusione della cultura.

Ecco alcune delle iniziative che potete trovare on line:

Le Gallerie degli Uffizi. Si ispira alla celebre opera di Boccaccio la campagna social lanciata dai musei appartenenti alle Gallerie degli Uffizi chiamata #UffiziDecameron: ogni giorno sui profili Instagram, Facebook e Twitter vengono pubblicate foto, video e racconti sulle opere che si trovano nella Galleria delle Statue e delle Pitture, nei musei di Palazzo Pitti e nel Giardino di Boboli. Inoltre troverete #lamiasala, una serie di mini-tour vituali in cui gli assistenti museali illustrano gli angoli più suggestivi e le opere delle Gallerie.

Musei civici fiorentini. E’ partita da qualche giorno la campagna dell’associazione MUS.E #museichiusimuseipaerti: sui loro profili Facebook e Instagram troverete tanti post con passatempi utili e divertenti (anche per i più piccoli) e video che vi permetteranno di visitare virtualmente i musei civici fiorentini.

Galleria dell’Accademia. Anche la Galleria dell’Accademia ha pensato ai più piccoli lanciando sui propri canali social l’iniziativa #giocacondavidino: una guida d’eccezione che vi accompagnerà alla scoperta delle opere e della #iconografiadeisanti. Potrete inoltre interagire con la sezione didattica del museo, scaricando gratuitamente dal sito delle schede gioco da far colorare ai vostri bambini.

Musei del Bargello. I musei del gruppo (Museo Nazionale del Bargello, Cappelle Medicee, Museo di Palazzo Davanzati, Casa Martelli e Orsanmichele) aderiscono alla campagna #iorestoacasa sul proprio profilo Instagram: seguite i loro post contrassegnati da #FromBargellowithLove e #BargelloPeople.

Museo Galileo. Per gli appassionati di scienza segnalo i video e le attività proposte sul sito del Museo Galileo dove troverete una interessante serie di video didattici, in cui gli esperti di discipline diverse, spiegano la storia della scienza e l’uso degli antichi strumenti. Nella sezione “Fai da te… anche a casa” sono presenti dei file PDF con le istruzioni per costruire da soli oggetti e strumenti come la bussola e la banderuola.

Il Grande museo del Duomo. Vi ricordo infine che anche nel sito del Grande Museo del Duomo è possibile accedere a dei tour virtuali della Cupola di Brunelleschi e del Campanile di Giotto.

E ovviamente ci sono anche tanti articoli su GuardaFirenze da consultare 🙂

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Simone Taddei, maestro fiorentino del cuoio

Alcuni giorni fa sono passata a trovare il maestro pellettiere Simone Taddei nella sua storica bottega in via Santa Margherita, a due passi dalla Casa di Dante. Conosco Simone ormai da qualche anno e sono stata da lui in più occasioni, perché ritengo che sia una tappa obbligata per tutti quei visitatori che desiderano scoprire il mondo dell’autentico artigianato fiorentino.

Questa volta però ci sono andata in veste di blogger insieme alla mia “fotografa di esperienze” Patrizia Messeri.

Ho chiesto al maestro di parlarmi del suo lavoro, che consiste nella produzione secondo antiche tecniche di raffinati oggetti in cuoio interamente realizzati a mano: scatole di varie forme e misure, cornici, cofanetti o portagioie, portamonete, portasigari e articoli da scrivania coordinati.

Simone ha iniziato a raccontarmi di come, tra tante difficoltà, stia portando avanti la lunga attività di famiglia, iniziata nel 1937 dal suo bisnonno, calzolaio specializzato in scarpe da ballo per uomo. Lui ha cominciato da ragazzo, affiancando il babbo e il nonno, che gli hanno trasmesso sia la passione per questo mestiere, sia l’esperienza necessaria per creare prodotti di eccellenza, che richiedono una lunga e complessa lavorazione, con un minimo di 32 passaggi e tempi che vanno dai 20 ai 60 giorni. Dunque ogni pezzo che esce da questo negozio è assolutamente unico e apprezzato proprio perché curato nei minimi particolari.

Mi faccio descrivere meglio le fasi di lavorazione, che vi riassumo brevemente, perché sarebbe una cosa molto lunga da spiegare in dettaglio, pur tenendo sempre presente che questo lavoro è fatto di tanti mestieri messi insieme e prevede una serie di competenze e conoscenze che si acquisiscono solo dopo molto tempo.

Ciascun articolo nasce partendo da una forma di legno che prima di tutto deve essere rivestita con strisce di spalla a cuoio – lo stesso materiale usato per la suola delle scarpe – un tipo di pellame spesso e duro, che prima di essere applicato va tenuto in bagno per almeno un paio di giorni (altrimenti sarebbe impossibile da lavorare). Le strisce di cuoio vengono tagliate a misura e devono aderire perfettamente al modello e siccome saranno incollate solo ai bordi, Simone ricorre a degli speciali “elastici” neri per fissarle alla struttura.

Dopo una serie di altri passaggi l’oggetto è pronto per il secondo rivestimento, per il quale viene usata una speciale concia in vitello naturale, più morbida al tatto e dal caratteristico effetto velluto. Simone mi spiega che la spalla di cuoio viene usata per la struttura dell’oggetto proprio perché è una materia più grezza e resistente, ma non sarebbe assolutamente adatta per la fase successiva, cioè quella della colorazione.

Anche la tintura viene effettuata da lui in bottega (a dire il vero aveva provato a rivolgersi a una ditta specializzata, ma si sono arresi prima di partire!) usando i colori di base, da cui, con gli opportuni trattamenti, riesce a ottenere tonalità di rosso che vanno dal bordeaux al mogano, fino alla testa di moro, il blu e il verde. Il colore che viene passato sul rivestimento è opaco, per cui occorre brunire la superficie a caldo con appositi ferri per renderlo brillante e lucido. La stessa procedura viene ripetuta per stendere la cera protettiva che conferisce l’aspetto finale all’oggetto. Eppure il lavoro non è ancora terminato perché “l’anima” di legno è ancora al suo interno e dunque va tagliato con uno speciale trincetto per rimuovere la forma e rifinirlo dentro.

Ecco quindi come una semplice forma di legno si trasforma in un articolo pronto per la vetrina: questo è uno dei miei preferiti, “l’ostrica” portagioie color cuoio.

Simone Taddei vi aspetta nella sua bottega nel cuore del centro storico di Firenze, dove continua a tramandare la nobile arte del cuoio.

A proposito se lo cercate in rete non troverete né un sito internet, né profili social. Bisogna proprio che ci andiate di persona 😉

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La contessa di ferro

Ci sono storie di grandi donne vissute nel passato rimaste avvolte nel mistero: in questo articolo vi racconto quella di Matilde di Canossa, figura femminile tra le più affascinanti del Medioevo italiano. Una donna forte e combattiva, che si ritrovò a governare da sola i vasti possedimenti di famiglia, che comprendevano Lombardia, Emilia Romagna e Toscana e fu convinta sostenitrice dei papi nella lotta per le investiture.

Matilde di Canossa in trono tra il monaco Donizone e un vassallo
Miniatura dalla Vita Mathildis
Biblioteca Apostolica Vaticana
Ph. credits Wikipedia

Vi chiederete come mai abbia scelto proprio lei: una feudataria a Firenze.

Che importanza può mai avere avuto in una città che affermò il suo prestigio come libero comune? In effetti i comuni furono gli antagonisti del sistema feudale e questa nuova forma di governo iniziò a svilupparsi e diffondersi solo pochi anni dopo la morte di Matilde. Firenze fu la prima città in Toscana (e una delle prime in Italia) a darsi questo nuovo ordinamento.

Eppure i fiorentini amarono molto la contessa e le tributarono grandi onori. Un amore pienamente ricambiato dalla loro coraggiosa signora, che aveva fatto costruire una nuova cerchia di mura (le cosiddette mura matildine del 1078) e concesso numerosi privilegi e autonomia alla “più fedele delle sue città” (cit. Franco Cardini). A quel tempo, infatti, Firenze era già in piena espansione economica, poteva riscuotere tasse nel contado e aveva il proprio sistema di misurazione (il cosiddetto Piede di Liutprando), pronta a rivendicare il ruolo di primato nella regione. Inoltre risulta che diverse famiglie locali fossero coinvolte a vario titolo nell’esercizio dell’autorità e che il palazzo marchionale fosse stato volutamente costruito al di fuori delle mura. Insomma si potrebbe dire che la stessa Matilde avesse incoraggiato la città ad auto-governarsi, cosa che puntualmente accadde nel 1138 con la nomina dei primi consoli, ossia i rappresentanti delle nuove magistrature cittadine.

Direi quindi che valga la pena di conoscere meglio questo personaggio vissuto quasi mille anni fa, partendo dalla sua “qualifica”, che la vede indistintamente indicata come contessa, marchesa, duchessa, vicaria d’Italia e vice regina d’Italia: in realtà Matilde fu tutte queste messe insieme.

Suo padre si chiamava Bonifacio di Canossa ed era il discendente di una potente famiglia feudale di origine longobarda, conte di Mantova e marchese di Toscana: dunque Matilde ereditava sia il titolo di contessa che di marchesa o margravia (dal termine germanico markgraf che era l’equivalente di marchese), ma siccome in epoca longobarda la Toscana era stata un ducato, le si attribuiva anche il titolo di duchessa. Sua madre Beatrice di Lorena, invece, era imparentata con la più alta nobiltà imperiale tedesca.

Beatrice di Lorena, madre di Matilde
Miniatura dalla Vita Mathildis
Biblioteca Apostolica Vaticana
Ph. credits Wikipedia

Sono molto poche le informazioni sull’infanzia di Matilde, ma sappiamo che il padre venne ucciso nel 1052 quando lei aveva solo 6 anni e l’anno successivo morirono anche il fratello e la sorella maggiore, per cui la bambina rimase con la madre, che nel 1054 si risposò con Goffredo IV duca di Lotaringia, detto Il Barbuto, fratello di papa Stefano IX e coraggioso antagonista dell’imperatore germanico Enrico III.

Questo matrimonio rendeva il casato dei Canossa uno dei più potenti d’Europa e il patrigno di Matilde pensò bene di consolidare la sua posizione facendo sposare la ragazza con suo figlio Goffredo, detto Il Gobbo, celebrando le nozze nel 1069, pochi giorni prima della sua morte. Purtroppo non fu un matrimonio felice: Matilde visse con il marito in Lotaringia per un paio di anni, ebbe una bambina che morì alcuni giorni dopo la sua nascita e venne accusata dalla famiglia di Goffredo di aver portato il malocchio a corte. Nel 1070 la madre, rimasta nuovamente vedova, era rientrata in Italia e non appena le fu possibile, Matilde tornò a vivere a con lei. La loro presenza è particolarmente documentata in Toscana, dove risulta che le due donne abbiano presieduto a numerosi placiti, ossia le sedute pubbliche dei tribunali.

L’abate Ugo e Matilde intercedono per Enrico IV
Miniatura dalla Vita Mathildis
Biblioteca Apostolica Vaticana
Ph. credits Wikipedia

Nel frattempo la lotta per le investiture, ossia lo scontro tra papa e imperatore per la nomina dei vescovi, si era fatta sempre più dura, soprattutto dopo l’elezione di Ildebrando di Soana, eletto con il nome di Gregorio VII, che nel 1075, attraverso il famoso Dictatus Papae aveva dichiarato la supremazia del papato rispetto all’impero. Matilde era legata all’imperatore da vincoli feudali ma aveva già manifestato la sua propensione a sostenere il papa e nel 1077 fu protagonista di un fatto che viene ricordato come l’umiliazione di Canossa. Dopo la bolla papale infatti il nuovo imperatore Enrico IV aveva deposto Gregorio VII, che come risposta lo aveva scomunicato. Il sovrano era quindi stato costretto a scendere in Italia per chiedere il suo perdono e si era recato presso il castello di Matilde a Canossa dove il pontefice si era rifugiato e qui, vestito di un semplice saio, aveva atteso tre giorni e tre notti al freddo prima di essere ricevuto, sembra proprio su intercessione di Matilde.

Intanto la contessa aveva perso l’amata madre Beatrice (morta a Pisa il 18 aprile 1076), pochi mesi dopo il marito Goffredo, che non aveva esitato a infamarne la reputazione, mettendo in giro voci di una sua presunta relazione sessuale con papa Gregorio VII.

Matilde adesso era sola e aveva ormai fatto capire da che parte stava.

Tomba di Beatrice nel camposanto di Pisa.
La donna venne sepolta in un antico sarcofago del II secolo
Foto Sailko

Quando nel 1079 decise di donare tutti i suoi beni alla Chiesa, la vendetta di Enrico IV non si fece attendere. L’imperatore depose nuovamente il pontefice, che nuovamente scomunicò l’imperatore, finché non si arrivò allo scontro armato nei pressi di Mantova, dove le truppe imperiali sconfissero l’esercito di Matilde e Gregorio VII. L’imperatore era deciso ad arrivare fino a Roma e all’annuncio del suo passaggio tutte le città toscane si ribellarono. Tutte tranne Firenze, che nel 1082 venne messa sotto assedio dalle truppe imperiali, ma anche grazie alle poderose mura fatte costruire da Matilde riuscì a respingere l’attacco. Roma invece venne conquistata l’anno successivo costringendo Gregorio VII alla fuga, ma la contessa non si dette per vinta e sconfisse l’esercito di Enrico nella famosa battaglia di Sorbara, nei pressi di Modena.

Il conflitto continuò anche negli anni successivi, che videro Matilde sempre impegnata a sostenere la corrente riformatrice della Chiesa, appoggiando l’elezione di pontefici ostili a Enrico IV. Nel 1089 la contessa pensò che fosse giunto anche il momento di risposarsi e scelse il giovanissimo duca Guelfo V di Baviera, che all’epoca aveva 16 anni mentre lei ne aveva 42. Si trattava ovviamente di un matrimonio politico per rafforzare la sua rete di alleanze contro Enrico, ma la sua scelta fece comunque scalpore, per la grande differenza di età e gli aneddoti riportati dai cronisti dell’epoca. Nella Chronica Boemorum, di Cosma di Praga, ad esempio, si racconta che il giovane duca era stato accolto con grandi festeggiamenti, ma per due notti aveva rifiutato di giacere accanto a Matilde e così lei la terza notte si era presentata nuda su una tavola dicendogli “tutto è davanti a te e non v’è luogo dove si possa celare maleficio”. Ma il giovane era rimasto sconcertato e allora lei lo aveva cacciato prendendolo a ceffoni e male parole. Il matrimonio sarebbe stato annullato alcuni anni dopo.

Tomba di Matilde di Canossa nella Basilica di San Pietro
Ph. credits Tgtourism

Con la morte di Enrico IV nel 1106 anche i rapporti con la casa imperiale si fecero più distesi e fu proprio il figlio Enrico V a conferire a Matilde il titolo di Vicaria Imperiale Viceregina d’Italia. La contessa morì nel 1115 a Bondeno di Roncone, un piccolo paese in provincia di Reggio Emilia. Nel Seicento i suoi resti furono traslati nella basilica di San Pietro a Roma per volere di papa Urbano VIII e la sua tomba scolpita da Gian Lorenzo Bernini.

La biografia “ufficiale” di Matilde di Canossa è la Vita Mathildis scritta dal monaco benedettino Donizone, fonte imprescindibile per le notizie sulla sua vita. Eppure sul suo conto sono state diffuse talmente tante storie che l’hanno resa una figura quasi leggendaria: gli ambienti ecclesiastici ne hanno sempre esaltato la profonda fede e lealtà verso la Chiesa, mentre altri l’hanno dipinta come donna passionale e superstiziosa, dedita al culto delle reliquie (cosa peraltro abbastanza comune durante il Medioevo).

Alla morte di Matilde, non essendoci un erede legittimo, i suoi territori vennero dispersi. Tuttavia la contessa aveva adottato Guido Guerra II, della dinastia dei conti Guidi, che assunse il titolo di Margravio di Toscana dal 1115 al 1124. Fu lui a fondare il castello di Vinci nel 1120.

Riferimenti bibliografici

Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Firenze, Newton Compton editori, 1992

Franco Cardini, Firenze. La città delle torri, dalle origini al 1333, Milano, Fenice 2000, 1995

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Le lanterne del Caparra

Certamente ognuno di voi conoscerà l’espressione “dare la caparra” e il suo significato. Ma forse non tutti sanno che questo modo di dire nasce a Firenze nel Quattrocento e ha per protagonista un avveduto fabbro al servizio delle più ricche famiglie della città.

Palazzo Strozzi
Ph. credits Wikipedia

A poca distanza dalla centralissima Piazza della Repubblica si può ammirare l’elegante Palazzo Strozzi, residenza di una delle più potenti famiglie fiorentine del passato.

Per la sua opposizione a Cosimo il Vecchio de’ Medici, Filippo Strozzi fu esiliato nel 1434 e poté rientrare a Firenze solo nel 1466. Da allora egli trascorse altri 16 anni per “far posto” al suo palazzo, che egli intendeva costruire come “il più grande e bel palazzo” della città. Così, dopo aver acquistato terreni e immobili nell’area dove sarebbe sorto l’edificio, nel 1489 incaricò Benedetto da Maiano, uno dei migliori architetti dell’epoca, di dare inizio ai lavori. In realtà è molto probabile che l’anziano maestro non abbia fatto altro che fornire un modello e che il cantiere sia stato diretto prima da Giuliano da Sangallo e poi da Simone Pollaiolo, detto il Cronaca. Filippo Strozzi non vide mai il suo magnifico palazzo terminato perché morì nel 1491, mentre i figli iniziarono ad abitarci nel 1504, a costruzione non ancora ultimata. I problemi economici della famiglia e la loro opposizione a Cosimo I de’ Medici rallentarono i lavori che vennero finiti solo nel 1538 da Baccio d’Agnolo, lasciando peraltro una parte della facciata e del cornicione incompiuti.

Gli anelli per cavalli del Caparra

Per gli arredi esterni in ferro battuto ci si rivolse a Niccolò Grosso detto il Caparra, un abile artigiano fiorentino dell’epoca, ricordato persino nelle Vite di Giorgio Vasari per la sua bravura.

Egli però era altrettanto noto per una sua particolare abitudine, ossia quella di non iniziare mai un lavoro senza prima ricevere un acconto.

Pare che anche Lorenzo il Magnifico fosse un suo cliente e che sia stato proprio lui a dargli questo soprannome. Il fabbro realizzò le torciere, i porta fiaccola e gli anelli per cavalli, decorati con animali fantastici e le mezze lune simbolo della famiglia Strozzi e le belle lanterne a forma di tempio poste ai lati del palazzo. Gli spuntoni visibili sulle estremità ricordano dei mazzi di cipolle, ai quali forse il Caparra si ispirò per la presenza del mercato nella vicina piazza, dove appunto si vendevano, cipolle, cocomeri e altri ortaggi.

Una lanterna del Caparra
Foto Sailko

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Quante sono le api di Ferdinando?

Al centro di Piazza SS. Annunziata si trova il monumento equestre in bronzo del Granduca Ferdinando I de’ Medici, a cui è legato il curioso aneddoto delle api scolpite su un cartiglio del basamento.

Monumento equestre di Ferdinando I
Ph. credits Wikipedia

La statua è un’opera tarda del Giambologna, che si avvalse della collaborazione dell’allievo Pietro Tacca e venne fusa con il bronzo dei cannoni delle navi turche battute durante le campagne militari dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. Nel sottopancia del cavallo vi è infatti un’iscrizione che ne ricorda le imprese con la frase “De’ metalli rapiti al fero Trace“, mentre lo stesso Ferdinando si mostra con la croce simbolo dell’ordine appesa al collo.

Ma la particolarità di questo monumento sta nel suo basamento, in cui si vede uno sciame di api con al centro la regina e le operaie disposte tutte intorno in cerchi concentrici: in alto si legge la scritta “Maiestate tantum“, che significa “soltanto per sua Maestà”. Questa immagine divenne il simbolo araldico di Ferdinando, in cui ovviamente egli era l’ape regina e le operaie i suoi sudditi. Vi si poteva leggere una fine allegoria dell’ordine precostituito dal regime mediceo, in cui ciascuno aveva il suo compito: l’ordine e il benessere del popolo da parte del sovrano e la piena obbedienza e collaborazione verso il sovrano da parte del suo popolo.

Le api di Ferdinando
Foto Sailko

Ma quante sono le api di Ferdinando? Non è semplice dare una risposta e difatti la loro posizione rende difficile contarle una per una senza tenere il segno con le dita. Nasce da qui la leggenda per cui chi ci riesce sarà baciato dalla Fortuna.

In passato questo gioco veniva usato dai genitori per far smettere i bambini di fare i capricci, promettendo loro che avrebbero avuto ciò che desideravano solo se riuscivano a indovinare il numero delle api. Beh, a dire il vero ci potete provare ancora oggi con i vostri figli…l’importante è non toccare le api con le mani, sennò non vale!

A proposito, in tutto le api dovrebbero essere 91 ..!

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Il museo di Santa Maria Novella

Il Museo di Santa Maria Novella, nato agli inizi del secolo scorso su iniziativa del Comune di Firenze, ospita gli ambienti del convento costruito nel Trecento accanto alla basilica e attualmente consente di visitarne i chiostri, la sala capitolare, il refettorio e il dormitorio. Il trasferimento della caserma della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri, che dal 1920 occupava i locali affacciati su Piazza della Stazione e Via Santa Caterina, ha permesso di riunire gli spazi dell’antico complesso in un unico e affascinante percorso. E’ possibile accedere al museo da Piazza Stazione (lo stesso ingresso dell’Ufficio Informazioni Turistiche), oppure dalla porta che si trova lungo la navata sinistra della chiesa.

Il Chiostro dei Morti
Foto Patrizia Messeri

Personalmente vi suggerisco il primo, sia perché, in genere, non si trova fila alla biglietteria, sia per il suggestivo scorcio offerto dal primo Chiostro, detto Chiostro dei Morti, il più antico del complesso, posto sotto al livello del transetto.

Per secoli venne usato come cimitero e dopo la disastrosa alluvione del 1333 fu ampiamente ristrutturato da Fra Jacopo Talenti. In seguito vennero decorate le cappelle di alcune importanti famiglie fiorentine dell’epoca: gli affreschi sono ancora visibili (anche se non tutti ben conservati), tra cui quelli della Cappella dell’Annunciazione di Andrea Orcagna. Questa cappella era stata costruita per Bice Trinciavelli, vedova di Filippo di Pagno Strozzi, che nel suo testamento aveva lasciato una curiosa disposizione: offrire il pranzo ai frati il 25 marzo di ogni anno, giorno in cui a Firenze si festeggiava il capodanno fiorentino. Oggi restano solo le scene della Natività e della Crocifissione, mentre una terza parete su cui si trovava proprio l’affresco dell’Annunciazione, fu demolita agli inizi del Novecento per le pessime condizioni dovute all’umidità. Il Chiostro dei Morti era peraltro molto più grande di come lo vediamo oggi: una parte delle strutture venne abbattuta a metà Ottocento per far posto alla piazza della nuova stazione ferroviaria, che ancora non si chiamava Santa Maria Novella, ma Stazione Maria Antonia, in onore della moglie del Granduca Leopoldo II di Lorena.

Il Chiostro Verde
Foto Patrizia Messeri

Dal Chiostro dei Morti si passa al cosiddetto Chiostro Verde, costruito a metà del Trecento lungo il fianco sinistro della basilica da Fra Jacopo Talenti e che deve il suo nome al colore verde degli affreschi dipinti su tre dei quattro lati (sul quarto compaiono delle pitture più antiche risalenti al XIV secolo).

Tra questi vi erano le Storie della Genesi e le Storie di Noè, eseguite da Paolo Uccello, originale artista del Primo Rinascimento, di cui era nota, anche tra i contemporanei, la passione quasi ossessiva per le costruzioni prospettiche e che lavorò a questo ciclo con i suoi collaboratori in un lungo arco di tempo che va dagli inizi degli anni Venti del Quattrocento al 1447. La particolare tecnica impiegata dal pittore indusse il frate domenicano Vincenzo Borghigiani a definire dipinte “a sugo d’erbe e terra verde” queste otto lunette composte da due episodi sovrapposti.

Paolo Uccello
La Creazione e il Peccato originale (1420-25)
Foto Patrizia Messeri

Paolo Uccello iniziò la decorazione con la Creazione e il Peccato originale (1420-25) in cui si distinguono la Creazione degli animali e la Creazione di Adamo nella lunetta superiore e la Creazione di Eva e il Peccato Originale nel riquadro sottostante, con la figura del serpente con il volto di donna molto simile a quello dipinto da Masolino alla Cappella Brancacci. Sono invece attribuite alla bottega del maestro le scene centrali con la Cacciata dal Paradiso Terrestre e il Lavoro dei Progenitori (lunetta) e Caino e Abele (riquadro) e l’Uccisione di Caino (lunetta) e l’Arca di Noè (riquadro). Egli poi completò il ciclo con le Storie di Noè (1447), considerate uno dei suoi massimi capolavori, composte dalla scena del Diluvio nella lunetta e dal Sacrificio con ebbrezza di Noè nel riquadro. Il carattere quasi astratto e metafisico e le ardite vedute prospettiche rendono queste pitture alquanto singolari e senza paragoni nell’ambiente artistico fiorentino del tempo. Gli affreschi vennero gravemente danneggiati dall’alluvione del 1966 e dopo un primo intervento di recupero realizzato negli anni ’80, l’Opificio delle Pietre Dure ha condotto una nuova serie di lavori di restauro, terminati nel 2016 con l’esposizione delle lunette in una delle sale del Refettorio.

Paolo Uccello
Il Diluvio e Sacrificio con ebbrezza di Noè (1447)
Foto Patrizia Messeri
Il Diluvio (dettaglio affresco)
Foto Sailko
Il Diluvio (dettaglio affresco)
Foto Sailko
Uccisione di Caino e l’Arca di Noè
(bottega di Paolo Uccelo)
Foto Patrizia Messeri
La Cacciata dal Paradiso Terrestre con il Lavoro dei Progenitori e Caino e Abele
(bottega di Paolo Uccello)
Foto Patrizia Messeri

La maestosa sala capitolare che si affaccia sul Chiostro Verde nel 1540 venne assegnata al seguito di Eleonora di Toledo e da allora viene detta Cappellone degli Spagnoli.

La decorazione interna fu realizzata tra il 1365 e il 1367 grazie alla consistente eredità di Mico Guidalotti, esponente del governo del Duca di Atene, morto nel 1355 e sepolto di fronte all’altare. Il priore Zanobi Guascone affidò l’incarico al pittore Andrea di Bonaiuto, secondo un programma iconografico elaborato da Jacopo Passavanti che rappresenta la celebrazione dell’ordine domenicano e del suo ruolo contro l’eresia.

L’ingresso al Cappellone degli Spagnoli
nel Chiostro Verde
Foto Patrizia Messeri

Sulla parete sinistra compare il Trionfo di San Tommaso d’Aquino, seduto in trono e circondato dalle virtù teologali e cardinali. Accanto a lui sono seduti, in ordine, Giobbe, David, Paolo, Luca e Marco (nel gruppo a sinistra) e Matteo, Giovanni, Mosè, Isaia e Salomone (nel gruppo a destra). Ai suoi piedi invece si trovano i grandi eretici sconfitti: Sabello (rappresentato con una cassetta in mano), Averroè (che negava l’immortalità dell’anima) e Ario (capo degli ariani, che sosteneva la natura umana del Cristo). Nel registro inferiore si vedono 14 figure femminili, personificazioni delle scienze e delle arti liberali con un suo illustre rappresentante: ad esempio la Filosofia è insieme ad Aristotele, la sacra Scrittura insieme a San Girolamo, l’Aritmetica insieme a Pitagora, la Retorica insieme a Cicerone e così via.

Andrea di Bonaiuto
Trionfo di San Tommaso d’Aquino (1365-67)
Foto Patrizia Messeri

Sulla parte destra è dipinta l’Allegoria della Chiesa militante e trionfante e la Via Veritas, che raffigura la missione, l’opera e il trionfo dell’ordine domenicano. L’affresco va letto in basso da sinistra, in cui si trovano una serie di autorità sedute in trono davanti a un modello del Duomo di Firenze, che curiosamente si presenta già finito con una grande cupola (il concorso sarebbe stato bandito solo 50 anni dopo). Al centro si vede il papa Benedetto XI con a sinistra un gruppo di personaggi che rappresentano i vari ordini monastici e a destra l’imperatore Carlo IV e il re di Francia Filippo il Bello con un altro gruppo di personaggi laici famosi: tra questi vi sarebbero i ritratti di Dante, Boccaccio, Petrarca con le rispettive donne amate (Beatrice, Fiammetta e Laura) Cimabue e Arnolfo di Cambio.

Andrea di Bonaiuto
Allegoria della Chiesa militante e trionfante (1365-67)
Foto Patrizia Messeri

In basso a destra compaiono i tre maggiori santi domenicani: San Tommaso d’Aquino che predica agli increduli, ossi i non cristiani, San Pietro Martire che disputa con gli eretici e San Domenico che conduce i cani contro i lupi, simbolo dell’eresia. L’iconografia dei cani bianchi e neri (che riprendono i colori della veste dei frati) era nata da una visione avuta dalla madre di San Domenico, fondatore dell’ordine, la Beata Giovanna d’Aza, che aveva visto se stessa dare alla luce un piccolo cane che infiammava tutto il mondo. Dal suo sogno era nato un gioco di parole in latino: i domenicani che prendevano il nome da Dominicus, che traeva origine dal termine Dominus (cioè Signore) diventavano i Domini canes, i cani del Signore. In effetti il programma dei frati predicatori consisteva nella “carità della verità”, ossia la preghiera unita all’azione apostolica, in cui la contemplazione e lo studio della Parola erano elementi fondamentali per la Predicazione. La figura di San Domenico compare di nuovo nel gruppo di figure soprastante, in cui egli mostra la via del Paradiso: accanto a lui un monaco impartisce la confessione ai fedeli, mentre sula destra si vedono 4 figure allegoriche che rappresentano il Piacere (la donna con la viola), la Superbia (l’uomo con il falco), la Lussuria (la donna con la scimmia) e l’Avarizia (l’uomo vestito di verde). Il Paradiso è raffigurato in alto a sinistra con San Pietro in prima fila che accoglie i fedeli insieme a tutti gli altri santi. A coronamento della scena un Cristo in Gloria con forme di stile ancora bizantineggiante.

I Domini canes (dettaglio affresco)
Passiamo infine nel Chiostro Grande, il più ampio della città, costruito tra il 1340 e il 1360, su cui si affacciavano i dormitori, il refettorio e gli ex-appartamenti papali.

E’costituito da 56 campate a tutto sesto, che tra il 1570 e il 1590 vennero decorate da 15 diversi pittori dell’Accademia Fiorentina con Storie della Vita di Cristo, San Domenico e altri Santi domenicani e i ritratti di eminenti personalità della comunità di Santa Maria Novella. Si tratta di uno dei cicli più importanti della Controriforma a Firenze, a cui parteciparono tra gli altri, Alessandro Allori e Santi di Tito.

Il Chiostro Grande
Foto Patrizia Messeri
Affreschi del Chiostro Grande
Foto Patrizia Messeri

Sul lato d’ingresso al chiostro vi erano la Cappella degli Ubriachi, di proprietà di un’antica famiglia ghibellina di Firenze e il Refettorio, in cui sono attualmente esposti gli affreschi staccati di Paolo Uccello dal Chiostro Verde e una collezione di arte sacra con arredi e reliquiari.

Sul lato attiguo vi era uno degli ingressi alla Farmacia di Santa Maria Novella, ritenuta la più antica d’Europa e che conserva le proprie sale monumentali con decorazioni, arredi e una interessante collezione di strumenti scientifici tra cui termometri, bilance, misurini e vasi. Oggi la farmacia vende prodotti di profumeria ed erboristeria ed è accessibile da Via della Scala n.16

Antico ingresso della Farmacia
Foto Patrizia Messeri

Sul lato opposto si trovava invece il Dormitorio, un grande locale a 3 navate sorrette da sottili pilastri e al primo piano gli appartamenti usati dai pontefici in visita a Firenze: l’unico ambiente superstite è la Cappella dei Papi, affrescata nel 1515 in occasione della visita di Leone X da Ridolfo del Ghirlandaio e il giovane Pontormo che dipinse una lunetta con la Veronica. Fino al 2016 questi spazi facevano parte della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri, inaugurata nel 1920 e che occupava anche il fabbricato del monastero della SS. Concezione (in cui si trovano ancora degli uffici dell’Arma). Con il trasferimento della caserma a Castello questi luoghi sono finalmente tornati accessibili al pubblico nella primavera del 2017, ad eccezione della Cappella dei Papi, visitabile su prenotazione.

L’antico Dormitorio
Foto di Patrizia Messeri
Per visitare il complesso di Santa Maria Novella:

Il biglietto integrato permette di visitare l’intero complesso monumentale (basilica e convento) Per la visita della Cappella dei Papi occorre rivolgersi all’associazione MUS.E dei Musei Civici Fiorentini telefonando al numero 055 2768224. Ingresso libero alla Farmacia di Santa Maria Novella.

Orari di apertura: da lunedì a giovedì ore 9-17.30 – venerdì ore 11-17.30 – sabato ore 9-17.30 – domenica ore 13-17.30

Il biglietto d’ingresso costa euro 7,50 (intero)

Riferimenti bibliografici:

Stefano Borsi, Paolo Uccello, Art e Dossier, Firenze, Giunti ed. 1992

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Il Museo della Casa Fiorentina Antica

Ecco il museo che piace a grandi e piccini: è il Museo della Casa Fiorentina Antica che si trova a Palazzo Davanzati, costruito per la famiglia Davizzi, poi passato ai Davanzati e dagli inizi del secolo scorso all’antiquario Elia Volpi. Restaurato e arredato più volte è un luogo ricco di ambienti suggestivi in cui è stata ricreata la tipica abitazione di un ricco mercante fiorentino del Tre-Quattrocento.

Palazzo Davanzati
Foto Sailko

Il palazzo ha una lunga storia, iniziata molto prima di diventare un museo e che vi posso brevemente riassumere così.

Verso la metà del Trecento i Davizzi, una ricca famiglia di mercanti iscritti all‘Arte di Calimala, si fece costruire una nuova abitazione nei pressi di Porta Rossa, incorporando due case-torri preesistenti. Nel 1578 l’edificio venne acquistato dal noto mercante e celebre studioso Bernardo Davanzati, che fece demolire la merlatura originale per costruire l’altana – cioè la terrazza con la loggia all’ultimo piano – e apporre il suo stemma sulla facciata del palazzo che da allora venne chiamato Palazzo Davanzati. L’ultimo discendente di questa famiglia fu Carlo, che si suicidò nel 1838 gettandosi da uno dei ballatoi del cortile. Alcuni anni dopo la proprietà fu ceduta ad Antonio Orfei e il palazzo venne suddiviso in diverse unità immobiliari: vi abitavano diverse famiglie e alcuni locali erano stati dati in affitto a circoli e associazioni, tra cui la rivista letteraria Leonardo, fondata da Giovanni Papini, che qui ebbe sede fino al 1907, anno della sua chiusura. L’edificio, sfuggito alle demolizioni di Firenze Capitale, era comunque in condizioni precarie e fatiscenti: il cortile veniva usato come magazzino dai commercianti e molte strutture erano pericolanti, tanto da far scrivere all’allora giovanissimo giornalista Orazio Pedrazzi “...tutto era ridotto che non suscitava più nessun ricordo.

Nel 1904 il palazzo fu venduto all’antiquario Elia Volpi che si dedicò con passione al suo restauro e seppur con tecniche ritenute discutibili fece risistemare la facciata ed eliminare i rimaneggiamenti interni, riscoprendo gli affreschi sulle pareti. Il 24 aprile 1910, dopo essere stato completamente ristrutturato e arredato, esso venne aperto al pubblico come museo privatodella Casa Fiorentina Antica“, con particolare apprezzamento dei viaggiatori e collezionisti stranieri. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la conseguente crisi economica costrinsero Elia Volpi a vendere l’intera mobilia del palazzo nel 1916 in un’asta a New York, dalla quale fu ricavata l’incredibile cifra di un milione di dollari! Dal 1920 risulta che il museo fosse stato riaperto con nuovi arredi, ma nel 1924 Volpi era talmente pieno di debiti da dover vendere tutte le sue collezioni a due mercanti provenienti da Alessandria D’Egitto, Vitale e Leopoldo Bengujat, che presero in affitto anche il palazzo, poi definitivamente acquistato da Leopoldo nel 1926. Purtroppo nel 1937 l’immobile fu nuovamente messo in vendita per le gravi difficoltà economiche di Bengujat e dopo vari passaggi di proprietà, nel 1951 il palazzo venne finalmente acquistato dallo stato italiano. Il museo fu allestito con mobili intarsiati, casse-panche, cassoni, sedie, dipinti, sculture, ceramiche e altri pezzi donati da musei e raccolte private (di quelli raccolti da Elia Volpi ne restano pochissimi) e inaugurato nel 1956.

Non avevo mai visitato interamente il museo prima del 2009, quando furono riaperte al pubblico anche le stanze del secondo e terzo piano dopo un lunghissimo restauro (iniziato nel 1996) che ha permesso di consolidarne la struttura e recuperare le decorazioni interne.

Una delle sale del secondo piano

Dal punto di vista strettamente architettonico, Palazzo Davanzati è uno di quelli che devi sapere per forza se fai la guida a Firenze, perché la sua particolare struttura lo rende un modello di fondamentale importanza nello studio dell’evoluzione degli edifici civili e di fatto questa è l’unica casa borghese del Trecento rimasta visitabile.

La prima tipologia di abitazione della Firenze medievale era stata la casa-torre, che potremmo definire come la “versione urbana” delle rocche e dei castelli di epoca feudale nel contado. Ma dopo l’anno Mille molte famiglie erano tornate ad abitare in città e siccome non esisteva ancora una forma di governo ben stabilita, queste alte e massicce costruzioni svolgevano anche una funzione difensiva. Si erano infatti formate fazioni rivali in continua lotta tra loro – le cosiddette consorterie – e le torri venivano costruite molto vicine l’una all’altra, raggruppate intorno a un cortile. Verso la metà del Duecento, nonostante le lotte tra Guelfi e Ghibellini (che avevano reso alquanto incerta la gestione del Comune ma favorito l’ascesa politica della borghesia) ebbe inizio la progressiva trasformazione della casa-torre in palazzo: un processo iniziato con la creazione di strutture adiacenti alla torre con locali sempre più grandi fino a formare un edificio, che pur sviluppandosi ancora in verticale, non era più costituito da un’unico blocco. In effetti questo passaggio si può notare anche nella costruzione dei palazzi pubblici (come il Bargello e Palazzo Vecchio) sorti proprio in quel periodo, che pur mantenendo l’aspetto di fortezza presentano un corpo che si estende per orizzontale. Per le abitazioni private, invece, palazzo Davanzati costituisce un modello di riferimento perché rispetto ai palazzi pubblici venne costruito secondo uno schema più semplice e aperto: un impianto sviluppato su tre piani, con la facciata in pietra arenaria divisa in 5 parti da cornici marcapiano con 3 file di 5 finestre (corrispondenti ai saloni interni) e un grande androne al piano terra in cui fino all’Ottocento si trovavano le botteghe.

Il cortile

Come tutti gli antichi palazzi di Firenze anche Palazzo Davanzati ha i suoi anelli per legare i cavalli e i ferri da torce ai lati delle finestre, mentre solo in pochi hanno mantenuto gli arpioni da stanghe, ossia le staffe in ferro che sostenevano le sbarre di legno che servivano per stendere la biancheria o le tende e nei giorni di festa dei drappi decorativi.

Gli arpioni da stanghe

Tutto il museo è stato concepito per ricreare l’atmosfera di un’abitazione privata.

In passato l’atrio d’ingresso era una loggia aperta sulla strada da cui si accedeva al cortile, su cui si affacciavano le varie stanze ai piani, comprese le camere da letto. Due lati del cortile sono coperti da un portico con capitelli in stile classicheggiante, tranne uno con figure che forse rappresentano i ritratti della famiglia Davizzi. Si vede anche un grande albero genealogico dei Davanzati insieme ad altri oggetti di arredo, mentre al centro si trova la cisterna in cui veniva convogliata l’acqua piovana dai gocciolatoi e che alimentava il pozzo che portava l’acqua ai piani.

Capitello con figure nel cortile di Palazzo Davanzati
Ph. credits Wikipedia
Il pozzo
Tutti i piani hanno il medesimo schema di distribuzione degli ambienti, con un grande salone che si affaccia sulla strada, detto salone madornale e collegato ad ambienti di servizio, una grande stanza dotata di agiamento (cioè il gabinetto), uno studio e una camera da letto con ingresso indipendente dal ballatoio lungo il cortile.
Uno degli agiamenti di Palazzo Davanzati
Video coupleinflorence

Il salone madornale del primo piano si trova proprio sopra la loggia del piano terra: ai lati del pavimento sono ancora presenti le botole (di queste è consentito aprirne solo una) che consentono di guardare nell’atrio d’ingresso sottostante. Alle pareti si vedono i ganci per gli arazzi e una parte della decorazione del soffitto è quella originale del Trecento.

La botola del salone madornale del primo piano
Video coupleinflorence

Dal salone madornale si accede alle sale in cui è esposta la ricca collezione di merletti e ricami databili dal XVI al XX secolo, con una interessante raccolta di imparaticci, pezzi usati come esercizio per chi doveva imparare l’arte del ricamo.

Strumenti per ricamo e merletto

Uno degli ambienti più celebri del palazzo è la cosiddetta Sala dei Pappagalli, che forse anticamente era una sala da pranzo, coperta da affreschi della fine del Trecento con il motivo ornamentale dei pappagalli e che imita drappi e arazzi, mentre nel registro superiore sono dipinti alberi e colonnine.

Sala dei Pappagalli
Ph. credits Wikipedia

Nello studiolo del secondo piano si trovano alcuni dipinti eseguiti da Giovanni da San Giovanni detto lo Scheggia, fratello di Masaccio, artista specializzato nella decorazione di cassoni e altri oggetti di arredo: il museo conserva quattro tavole semicircolari raffiguranti i Trionfi del Petrarca e un desco da parto con il Gioco del Civettino.

Il gioco del civettino nel desco da parto dello Scheggia

Per quanto riguarda le camere da letto, Palazzo Davanzati ne ha ben tre, tutte dotate di bagno personale, ossia la stanza in cui ci si dedicava alla cura dell’igiene personale (mentre l’agiamento come si vede dal video aveva un’altra funzione..)

Sala dei Pavoni, camera nuziale del primo piano con stemmi delle famiglie alleate dei Davizzi e pavoni
Ph. credits Wikipedia
Camera da letto del secondo piano con le
Storie della Castellana di Viergy
(è l’unica stanza con affreschi, le altre decorazioni sono pitture murali)
La Camera delle Impannate al terzo piano

Al terzo piano si trova anche la cucina, ricca di utensili antichi e strumenti da lavoro femminili tra cui un impastatoio, un girarrosto, un telaio, ferri da stiro e l’occorrente per il cucito. Sulla parete d’ingresso uno dei tanti graffiti probabilmente lasciati dalla servitù riporta la data di un evento importante, l’uccisione di Giuliano de’Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, durante la Congiura dei Pazzi avvenuta il 26 aprile 1478. E’ inoltre possibile consultare una copia a stampa del Tacuinum Sanitatis, un trattato medico di origine araba contenente consigli sulla salute, il nutrimento e l’umore in corrispondenza delle varie stagioni dell’anno.

La cucina
Il graffito che riporta la data della Congiura dei Pazzi
Alcuni piatti in ceramica delle collezioni
esposte nelle varie sale
Il Museo di Palazzo Davanzati fa parte del gruppo dei Musei del Bargello.

I regolari orari di visita sono: da martedì a venerdì ore 8.15-14.00, sabato e domenica ore 13.15-19.00. Aperto anche il secondo e quarto lunedì del mese. Il museo aderisce all’iniziativa #iovadoalmuseo che prevede l’ingresso gratuito nei musei statali la prima domenica del mese. il secondo e terzo piano del palazzo sono visitabili su prenotazione (telefonare al numero 0550649846 oppure inviare una mail a mn-bar.capiserviziodavanzati@beniculturali.it)

Bibliografia di riferimento

Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Museo di Palazzo Davanzati, Firenze, Polistampa, 1996

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La basilica di Santa Maria Novella

E’ il primo monumento che vedi quando arrivi a Firenze in treno: esci dalla stazione, giri l’angolo ed ecco la prima chiesa (gli stranieri lo pensano di sicuro!) con la sua massiccia abside in pietra. E’ la basilica domenicana di Santa Maria Novella, costruita dai frati architetti dell’ordine e che fa parte di uno dei più grandi complessi religiosi della città, ricco di storia e opere d’arte.

I domenicani giunsero a Firenze nel 1219 al seguito di Fra Giovanni da Salerno e si insediarono in Santa Maria delle Vigne, una piccola chiesa fuori dalle mura risalente al XI secolo. L’edificio apparteneva ai canonici del Duomo e si trovava in una zona poco abitata, circondato da orti e giardini.

Tomba di Giovanni da Salerno

La forte influenza esercitata sui fedeli fece crescere rapidamente la nuova comunità e nel 1242 si rese necessaria la costruzione di una chiesa più grande: la cerimonia per la posa della prima pietra si svolse solennemente il 18 ottobre 1279, ma i lavori era già stati avviati da tempo, pare sotto la direzione di Fra Sisto e Fra Ristoro, a cui si aggiunse Fra Jacopo Passavanti, celebre teologo e predicatore dell’ordine. Buona parte del convento venne edificata nel Trecento da Fra Jacopo Talenti e Benci di Cione, ma la consacrazione avvenne solo nel 1420 alla presenza di papa Martino V. I lavori peraltro non si erano ancora conclusi perché la decorazione della facciata (iniziata intorno al 1350 con la creazione dei 3 portali e dei 6 avelli rivestiti di marmo bianco e verde) si interruppe durante il Concilio di Firenze del 1439 e venne ripresa solo una ventina di anni dopo su commissione di Giovanni Rucellai, che affidò l’incarico a Leon Battista Alberti. Il grande teorico e umanista del Primo Rinascimento progettò il completamento superiore della facciata, integrando le preesistenze gotiche con elementi tipici dell’architettura classica, in una composizione diventata un modello di armonia ed equilibrio. L’opera venne completata nel 1470, come riporta l’iscrizione in latino scolpita sulla trabeazione.

Facciata di Santa Maria Novella
Interno della basilica

L’interno a tre navate venne modificato a seguito delle disposizioni del Concilio di Trento nel 1565 da Giorgio Vasari che demolì il tramezzo e ricostruì gli alterali laterali secondo il gusto manierista dell’epoca.

La presenza di due gradini segnala il punto in cui si trovava la parete divisoria, dove nel 2001 è stato ricollocato, dopo un intervento di restauro, il bellissimo Crocifisso di Giotto, una delle opere più antiche ancora presenti in chiesa. La grande tavola, posta proprio al centro della navata maggiore in posizione rialzata, raffigura il Christus Patiens, una particolare iconografia del Cristo comparsa nella prima metà del Duecento e profondamente rinnovata dal pittore. Egli conferì una posa molto più naturale alla figura, che non si mostra più inarcata verso sinistra, ma grava su stessa per il peso del corpo, con la testa piegata in avanti.

Il Crocifisso di Giotto, 1289 ca.

Ulteriori lavori di ristrutturazione vennero eseguiti tra il 1858 e il 1860, durante i quali venne ritrovata la Trinità di Masaccio, ultima opera del giovane pittore a Firenze prima della sua partenza per Roma, dove morì in circostanze misteriose nel 1428. L’affresco realizzato lungo la parete della navata sinistra raffigura il Dio Padre che sorregge la croce, con la Madonna e San Giovanni affiancati dai committenti. La scena è incorniciata in un magnifico impianto architettonico che per la sua complessità ha fatto presupporre l’intervento dell’amico Filippo Brunelleschi, al tempo l’unico artista in grado di realizzare una simile visione prospettica. Alla base dell’affresco si vede uno scheletro con la scritta “io fu già quel che voi sete e quel chi son voi ancor sarete” sul cui significato si è dibattuto a lungo: molto probabilmente, più che essere un mero riferimento alla morte, andrebbe ricondotto alle stesse parole pronunciate dal Cristo, in atto di totale sottomissione alla volontà del Padre (Giovanni, 17,10-11)

La Trinità di Masaccio, 1428
Il pulpito è un’opera di Andrea Cavalcanti,
figlio adottivo di Brunelleschi che ci lavorò verso la metà del ‘400

Tra le cappelle del transetto sono assolutamente degne di nota la Cappella Gondi, con il cosiddetto crocifisso delle uova di Brunelleschi, la Cappella Strozzi di Mantova affrescata da Nardo di Cione alla metà del Trecento con il Giudizio Universale, la Cappella di Filippo Strozzi, decorata da Filippino Lippi tra il 1487 e il 1502 con le Storie della vita dei Santi Filippo e Giovanni Evangelista e la Cappella Bardi, dedicata a San Gregorio Magno in cui si trova una finestra bifora ritenuta parte dell’antica chiesa di Santa Maria delle Vigne.

La Cappella Gondi con il Crocifisso delle uova
La Cappella di Filippo Strozzi con
gli affreschi di Filippino Lippi
La Cappella di San Gregorio

Gli affreschi della Cappella Maggiore sono il capolavoro di Domenico Ghirlandaio che lavorò tra il 1485 e il 1490 alle Storie della Vita della Vergine (a sinistra) e di San Giovanni Battista (a destra).

Per ammirare gli affreschi da vicino occorre andare dietro l’altare maggiore: le scene sono incorniciate da finte architetture e si leggono dal basso verso l’alto da sinistra a destra nella parete sinistra e da destra verso sinistra nella parete destra. Oltre che per la sua bellezza, il ciclo pittorico della cappella è molto importante per i ritratti di numerosi personaggi illustri, che rendono questa decorazione un autentico spaccato della società fiorentina dell’epoca.

Le Storie di San Giovanni Battista (parete destra)
Le Storie della Vergine (parete sinistra)

Nella Cacciata di Gioacchino dal Tempio, ad esempio, due gruppi di personaggi fanno da spettatori alla scena biblica: a sinistra è raffigurato Lorenzo Tornabuoni (figlio del committente) insieme ad altri giovani, mentre a destra si riconoscono Sebastiano Mainardi, Domenico Ghirlandaio (vestito di blu e rosso con lo sguardo rivolto verso lo spettatore), il fratello Davide (girato di spalle) e forse il padre, l’orafo Tommaso Bigordi.

La Cacciata di Gioacchino dal Tempio dettaglio con l’autoritratto di Domenico Ghirlandaio

Una delle storie più belle è sicuramente la Natività di Maria, ambientata in una casa del tempo, dove in alto a sinistra, in cima a una scalinata, si vede l’abbraccio tra Anna e Gioacchino, mentre a destra, distesa sul letto, compare nuovamente Anna affiancata dalle nutrici. Tutta la scena è caratterizzata da uno straordinario realismo, come nel gesto della giovane che versa l’acqua e nella decorazione della stanza con pannelli in legno alle pareti e il rilievo con i putti. Al centro si trova un gruppo di donne riccamente vestite: la prima è stata identificata come Ludovica Tornabuoni, figlia del committente, in un elegantissimo abito di broccato dorato, accompagnata da una domestica e altre figure femminili tra cui vi potrebbe essere la zia Lucrezia, sorella del padre Giovanni e madre di Lorenzo il Magnifico.

Natività di Maria
Ritratto di Ludovica Tornabuoni

La stessa figura compare anche nella parete opposta nella scena della Visitazione, che si svolge all’aperto vicino alle mura, con al centro Elisabetta e Maria che si salutano e due gruppi di donne in cui sono presenti Giovanna degli Albizi (moglie di Lorenzo raffigurato nella Cacciata dal Tempio con lo stesso abito della cognata Ludovica, ma con le maniche più corte), Dianora Tornabuoni (moglie di Pier Soderini) e una giovane di cui non si conosce l’identità.

La Visitazione
Ritratto di Giovanna degli Albizi

Un altro ritratto che potrebbe essere quello di Lucrezia Tornabuoni è nella storia che rappresenta la Nascita del Battista (la più anziana nel gruppo di donne a destra) in cui compare un’ancella con un cesto di frutta in testa e l’abito svolazzante.

Molto curata e ricca di ritratti è anche la scena con L’Annuncio dell’angelo a Zaccaria, affollata da sei diversi gruppi di personaggi disposi su vari livelli in cui si compaiono molti notabili fiorentini del tempo e nel gruppo in basso a sinistra gli umanisti dell’accademia neoplatonica: da sinistra Marsilio Ficino, Cristoforo Landino (con il colletto nero) Agnolo Poliziano e Demetrio Greco.

L’annuncio dell’Angelo a Zaccaria

Dalla basilica si passa nell’antico convento, sede del Museo di Santa Maria Novella.

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La cultura batte la paura

I musei civici fiorentini saranno straordinariamente aperti per 3 giorni consecutivi da venerdì 6 a domenica 8 marzo sia per i cittadini residenti che per i turisti. L’iniziativa è stata promossa per sostenere maggiormente la cultura e l’arte della nostra città e renderla accessibile a tutti in questo momento così difficile a causa dei rovinosi effetti, anche economici, provocati dalla diffusione del virus Covid-19. La decisione è stata ufficialmente condivisa sui social lo scorso venerdì 28 febbraio dal sindaco Dario Nardella che ha dichiarato: “Firenze è aperta, i suoi musei sono aperti”.

Vi ricordo che i musei appartenenti a questa categoria attualmente visitabili sono:

  • Museo di Palazzo Vecchio
  • Complesso di Santa Maria Novella
  • Museo Stefano Bardini
  • Cappella Brancacci
  • Fondazione Salvatore Romano
  • Museo Novecento
  • Museo del Ciclismo Gino Bartali

Per maggiori informazioni potete consultare anche il sito del Comune di Firenze: https://cultura.comune.fi.it/index.php/dalle-redazioni/musei-civici-gratis-3-giorni

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Il Tesoro dei Granduchi

Il Tesoro dei Granduchi (fino al 2015 chiamato Museo degli Argenti) si trova nelle stanze al piano terra e al mezzanino di Palazzo Pitti in quelli che furono gli appartamenti estivi della famiglia Medici. I bellissimi affreschi delle sale di rappresentanza vennero eseguiti in occasione delle nozze tra Ferdinando II e Vittoria della Rovere. Il museo conserva numerosi oggetti di oreficeria, vasi in pietre dure, avori, ambre e argenti antichi ma ha anche una importante sezione dedicata ai gioielli contemporanei.

La sala di Giovanni da San Giovanni

Il Museo degli Argenti venne allestito alla metà dell’Ottocento riunendo il cosiddetto “Tesoro di Salisburgo“, appartenuto a Ferdinando III di Lorena, con ciò che restava del “Tesoro Mediceo“, a cui si aggiunsero vari oggetti provenienti dalla Tribuna degli Uffizi, gli avori e le ambre del Bargello e i gioielli di Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima discendente del ramo granducale.

Il percorso di visita inizia dalle due sale che appartenevano al nucleo originario del palazzo, costruito nel Quattrocento per il banchiere Luca Pitti.

La prima stanza è dedicata a Lorenzo il Magnifico (di cui si può vedere un ritratto e la maschera funebre) e contiene 16 vasi della sua collezione di pezzi antichi su cui vennero incise le sue iniziali in onice, diaspro e ametista. Con la cacciata dei Medici, il figlio Giovanni, diventato papa con il nome di Leone X, portò la raccolta a Roma dove suo cugino Giulio (anche lui diventato papa con il nome di Clemente VII) li fece trasformare in reliquiari. Nel 1532 i vasi tornarono a Firenze e vennero collocati nella tribuna appositamente realizzata da Michelangelo nella contro-facciata di San Lorenzo ed esposti al pubblico una volta l’anno. Svuotati del loro contenuto alla fine del Settecento, vennero trasferiti agli Uffizi e negli anni Venti arrivarono al Museo degli Argenti.

I vasi di Lorenzo

La piccola sala attigua viene chiamata Grotticina, che nel Seicento venne decorata con un motivo a grottesche. Guardando a destra sotto la finestra ci si accorge che c’è una fontana, perché questa era la stanza in cui la Granduchessa Vittoria della Rovere veniva a lavarsi i capelli.

La Grotticina di Vittoria della Rovere

Tornando indietro verso l’atrio d’ingresso entriamo nelle sale di rappresentanza che si affacciano su Piazza Pitti e fanno parte del primo ampliamento del palazzo voluto da Cosimo II de’ Medici eseguito tra il 1618 e il 1624.

Sala di Giovanni da San Giovanni (parete d’ingresso)

Il primo ambiente è chiamato Sala di Giovanni da San Giovanni e in passato aveva la funzione di anticamera della sala d’udienza, ma serviva anche a collegare gli appartamenti del Granduca con quelli della Granduchessa e nelle occasioni importanti, per allestire banchetti e ricevimenti. Vista la sua funzione pubblica, la sala venne decorata con affreschi di contenuto storico e dinastico, in occasione delle nozze tra Ferdinando II e Vittoria della Rovere, celebrate in forma privata il 1° agosto 1634 e poi con cerimonia pubblica nel 1637. Il matrimonio è raffigurato nel grande affresco del soffitto dipinto da Giovanni da San Giovanni, in cui si vedono le Parche che tagliano i rami secchi di una quercia (simbolo araldico dei Della Rovere di cui Vittoria era l’ultima discendente) mentre un putto innesta l’ultimo ramoscello verde nello scudo mediceo. Tra il soffitto e le pareti si trovano le allegorie del Giorno e della Notte, delle Stagioni e dei Mesi con i reIativi segni zodiacali, in cui appare anche l’artista ritratto con un granchio in mano (il segno del cancro, nel mese di giugno).

Sala di Giovanni da San Giovanni (soffitto)

Per le pareti il tema prescelto fu la Firenze di Lorenzo il Magnifico come nuova Atene delle Arti e delle Lettere. Giovanni da San Giovanni affrescò solo la parete di d’ingresso, suddivisa in tre scene: Il Tempo che tutto rovina e I Satiri che cacciano la cultura dal monte Parnaso in cui si vedono gli artisti, i letterati e le nove Muse che fuggono (l’ultima figura a destra è il cieco Omero), trovando rifugio in Toscana. Nel 1636 il pittore morì e la decorazione venne terminata dai suoi allievi: Cecco Bravo rappresentò Lorenzo Il Magnifico riceve il Corteo delle Muse e Lorenzo parla con la Prudenza per ricordare che la sua epoca fu contraddistinta dalla pace e dalla fioritura di tutte le arti. Nella parte di fronte all’entrata Ottavio Vannini dipinse Lorenzo siede in mezzo agli artisti, con la scena che si svolge nel Casino di San Marco, dove il giovane Michelangelo mostra al Magnifico una sua scultura. Ai lati si vedono Flora e Prudenza e Lorenzo e la Fede. Il ciclo pittorico si chiude con le storie eseguite da Francesco Furini, che mostrano Lorenzo alla villa di Careggi, circondato dai membri dell’Accademia Neoplatonica e la Morte di Lorenzo, con la guerra che minacciosa compare nel cielo.

I Satiri che cacciano la cultura
dal monte Parnaso
Ottavio Vannini, Lorenzo siede in mezzo agli artisti
Ph. credits Wikipedia

Per la decorazione delle successive sale vennero chiamati due pittori bolognesi esperti in quadrature, cioè di finte architetture dipinte, Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli. La prima sala era quella destinata all’udienza pubblica, dove il Granduca riceveva i sudditi seduto sul trono, circondato dai suoi ministri e cortigiani. E siccome il tempo del sovrano era prezioso, sulla parete a destra dell’entrata era scritta la frase: “Rado tu parla e sii breve e arguto“. Sulle pareti furono dipinti diversi personaggi che alludevano alla vita di corte, come il servitore nero, il bambino che gioca con la scimmia o i musicisti che suonano dal balcone, mentre al soffitto venne raffigurata l’Allegoria del Tempo.

Sala dell’udienza pubblica
Sala dell’Udienza pubblica (dettaglio affreschi)
Sala dell’Udienza pubblica (dettaglio affreschi)

Accanto alla sala dell’audienza pubblica vi era quella dell’udienza privata, destinata ai personaggi di alto rango che venivano ricevuti a colloquio con il Granduca senza la presenza della corte. La decorazione venne ultimata nel 1640 e aveva per tema la celebrazione di Ferdinando II, identificato nel grande condottiero Alessandro Magno raffigurato sul soffitto seduto su un carro tirato da cavalli bianchi. Alle pareti, le quadrature sono animate da altri personaggi di corte tra cui un ragazzo con un cannocchiale, evidente omaggio a Galileo Galilei.

Sala dell’Udienza privata
Sala dell’Udienza privata (dettaglio affreschi)

L’ultima sala su questo lato era l’anticamera per chi arrivava a palazzo in carrozza, dunque un ambiente prevalentemente di passaggio in cui la decorazione era dedicata alla celebrazione di Casa Medici, con i ritratti dei precedessori di Ferdinando II, posto al centro della volta del soffitto, nell’atto di ricevere la corona e lo scettro dalla mani di Giove. Nel Seicento il palazzo finiva qua (i rondò laterali non esistevano ancora) e il grande portone dava direttamente accesso al Giardino di Boboli. Tra gli arredi vi segnalo il grande stipo dell’Elettore Palatino, realizzato da Giovanni Battista Foggini nel 1709 come dono di Cosimo III per la figlia Anna Maria Luisa e il genero Johann Wilhelm di Neuburg. Per questo mobile vennero impiegati ebano, bronzo dorato, pietre dure, madreperla e cristallo e non a caso viene considerato uno dei pezzi più belli prodotti dall’Opificio delle Pietre Dure.

Terza sala di rappresentanza
Stipo dell’Elettore Palatino

Dalla terza sala di rappresentanza si accede alle sale abitate dai Medici affacciate sul retro (verso il giardino) e che hanno un soffitto più basso per la presenza del mezzanino: qui si possono ammirare le collezioni che facevano parte del Tesoro dei Granduchi.

Il tesoro di Coburgo

Nella prime due sale, già usate come bagno, è esposta la collezione di avori e reliquiari iniziata dal cardinale Leopoldo, fratello di Ferdinando II: nella prima stanza sono conservati pezzi realizzati nel Seicento da maestri tedeschi e fiamminghi, tra cui il cosiddetto Tesoro di Coburgo, composto da 27 vasi in avorio inviati a Firenze dal principe Mattias de’ Medici durante la Guerra dei Trent’anni. Nella seconda stanza, tra gli oggetti più antichi e pregiati ricordo il globo con supporto in ebano donato a Francesco I dal Duca Guglielmo V di Baviera nel 1582, opera del tornitore italiano Giovanni Antonio Maggiore di Milano e il ricco Reliquiario dei Santi Domenicani prodotto nelle Botteghe Granducali su disegno di Giovan Battista Foggini. La collezione dei reliquiari era peraltro assai più ricca in passato: conservata a lungo nella cappella del palazzo venne in buona parte distrutta nel 1799 dai francesi.

Il globo di Francesco I
Reliquiario dei Santi Domenicani
su disegno di G.B. Foggini (1713)

La sala delle ambre è stata invece identificata con la camera da letto di Gian Gastone e contiene le collezioni di oggetti appartenute a Maria Maddalena d’Austria, Cosimo III e il Gran Principe Ferdinando. Questa resina era molto usata dai sovrani prussiani come regalo di stato, ma trattandosi di un materiale molto fragile solo pochi pezzi sono arrivati fino a noi.

Vetrina con oggetti in ambra
Ph. credits Wikipedia
Giovanni Domenico Ferretti (1692-1768)
La giornata del Granduca Gian Gastone de’Medici
Il quadro, benché non di grande valore artistico, è una importante testimonianza di pittura “storica” fiorentina, che conferma il fatto noto da fonti scritte, della permanenza fissa a letto del sovrano negli ultimi anni della sua vita.

L’ultima sala del piano terra è chiamata sala delle pietre dure, un tempo usata come sala del Consiglio Privato. Molti degli oggetti esposti provengono dalla Tribuna degli Uffizi ed è probabile che non siano mai stati realmente usati dai Medici: tra quelli più antichi vi sono i manufatti degli artisti milanesi Gaspare Miseroni e dei fratelli Saracchi, nota famiglia di intagliatori di pietre dure, che si trasferirono a Firenze nel 1575 su invito di Francesco I e nel 1589 realizzarono la stupenda fontana da tavolo per il matrimonio tra Ferdinando I e Cristina di Lorena. Molto famosi sono anche il cosiddetto Vaso del Buontalenti, in lapislazzuli e oro, uscito dalle officine granducali nel 1583 e la Cassetta del Belli, commissionata da papa Clemente VII nel 1532 come dono di nozze per Caterina de’ Medici e Enrico II di Valois.

Il vaso del Buontalenti e un trofeo da tavola della bottega dei fratelli Saracchi (in cristallo di rocca a forma di uccello)
Fontana da tavolo realizzata per il matrimonio di Ferdinando I e Cristina di Lorena (1589)
Manifattura milanese, Fontana da tavolo a forma di galera (1575-1600)
Percorriamo la scaletta che nel Seicento univa gli appartamenti d’estate con gli appartamenti d’inverno (siamo praticamente al di sotto del bagno di Napoleone che si trova nella Galleria Palatina) per accedere al mezzanino, composto da due piccole stanze che al tempo dei Medici potevano essere aperte soltanto da un componente della famiglia.

La prima saletta è detta Sala dei Cammei, raccolti con passione dai Medici fin dai tempi di Piero il Gottoso, tutti esposti nella stessa vetrina al centro: tra questi il celebre Cammeo di Cosimo I (1557-62) di Giovanni Antonio de’ Rossi, uno dei più grandi del Rinascimento, che raffigura Cosimo, la moglie Eleonora e quattro dei loro figli e l’Ovale di Piazza Signoria realizzato nelle botteghe granducali da Bernardino Gaffuri e Jacques Bilivert per Ferdinando I nel 1599.

Cammeo di Cosimo I
Ovale di Piazza della Signoria

Nella saletta accanto sono esposti i gioielli di Anna Maria Luisa de’ Medici, di cui la maggior parte fatti in Germania all’epoca in cui era sposata con l’Elettore Palatino. La collezione venne trafugata a Vienna da Francesco Stefano di Lorena dopo la sua morte e fu riportata in Italia solo dopo la Prima Guerra Mondiale ed esposti nel museo nel 1923.

Collezione di anelli di Anna Maria Luisa
L’itinerario di visita si conclude nella sale del Tesoro di Ferdinando III di Lorena e delle nuove acquisizioni.

Nelle prime due sale si conserva il Tesoro di Salisburgo composto dagli oggetti acquistati dal Granduca durante il suo esilio in epoca napoleonica, come il curioso necessaire da viaggio con brocca, bacile, altare portatile e tutto l’occorrente per la toeletta quotidiana e la prima colazione. Vi sono inoltre collezioni di porcellane cinesi e giapponesi, una sala esotica con manufatti provenienti dall’Africa e l’America e un’importante sezione dedicata al gioiello contemporaneo donata da prestigiose manifatture italiane ed europee.

Necessaire da viaggio di
Ferdinando III di Lorena
Sala esotica
Sale delle nuove acquisizioni
Collezione di gioielli contemporanei con diadema di Cartier
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Il palazzo “parlante”

Sapevate che i palazzi di Firenze potevano “parlare”? O piuttosto lasciar scritto sulla pietra ciò che a voce era meglio non dire. Ecco un divertente aneddoto che riguarda una nota famiglia, il suo palazzo e chi lo costruì.

Facciata di Palazzo Bartolini Salimbeni
Foto Sailko

Nel 1523 Baccio d’Agnolo concluse i lavori di un nuovo elegante palazzo in Piazza Santa Trinita: era la nuova residenza della ricca famiglia Bartolini – Salimbeni, mercanti originari di Siena che fin dagli inizi del Trecento si erano trasferiti a Firenze.

Il committente Giovanni Bartolini aveva richiesto a Baccio d’Agnolo una costruzione elegante e moderna e difatti egli aveva elaborato un modello senza precedenti nell’architettura fiorentina, ispirandosi allo stile romano.

Tra gli elementi più innovativi vi era il portale d’ingresso con le colonne ai lati, il bugnato agli angoli dell’edificio, le finestre a edicola con timpano triangolare e ad arco con nicchie per le statue al primo piano e riquadri rettangolari al secondo, cornici marcapiano e cornicione con dentelli molto sporgenti.

Eppure ai fiorentini tutte queste novità non piacquero affatto e iniziarono a criticare le scelte dell’artista, come ad esempio le nicchie per le statue, ritenute più adatte alla facciata di una chiesa che a quella di un palazzo. Peraltro non era nemmeno la prima volta che Baccio d’Agnolo era oggetto di scherno da parte della città, visto che qualche anno prima la sua decorazione per il ballatoio della cupola del duomo era stata definita una “gabbia per grilli.

Tuttavia egli rispose alle critiche apponendo un’iscrizione sull’architrave del portone d’ingresso: “carpere promptius quam imitari” che significa “è più facile criticare che imitare”.

Iscrizione sul portale d’ingresso
Foto Sailko

Ma quella non è l’unica scritta che troviamo sul palazzo: sulle finestre della facciata e quelle poste sul lato di Via Porta Rossa compare infatti il motto “per non dormire” insieme a tre papaveri. E’ molto probabile che lo stesso committente avesse chiesto a Baccio d’Agnolo di inserire questa decorazione che rimandava a una storia di cui la famiglia si era resa protagonista alcuni secoli prima. Si narrava infatti che quando i Bartolini seppero dell’arrivo di un grosso carico di tessuti a Livorno organizzarono un banchetto a cui invitarono tutte le famiglie più importanti della città: durante la cena drogarono i presenti con il papavero e così la mattina dopo nessuno tranne loro si presentò al porto per acquistare le stoffe, ricavandone un grosso guadagno.

Iscrizione sulle finestre con il motto
“per non dormire”
Foto Sailko

La famiglia Bartolini Salimbeni ha abitato nel palazzo fino agli inizi dell’Ottocento. L’edificio è ancora oggi in uso ed è di proprietà privata. Dal 2018 il piano nobile ospita un nuovo museo, la Collezione di Roberto Casamonti, con due allestimenti annuali, in cui sono esposte molte opere di avanguardia dagli inizi del XX secolo ai giorni nostri.

L’elegante cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni

Riferimenti bibliografici:

Valentina Rossi, 101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato, Firenze, Newton Compton Editori, 2015

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Casa Vasari

Una casa – manifesto in cui l’artista più influente alla corte di Cosimo I de’ Medici si presenta come discendente dei grandi maestri dell’antichità e offre un compendio della sua visione accademica dell’arte: visitiamo Casa Vasari, la residenza fiorentina di Giorgio Vasari, in cui si conserva un prezioso ciclo di affreschi eseguito probabilmente intorno al 1572 con la collaborazione dei suoi allievi e dell’amico Vincenzo Borghini.

Facciata di Casa Vasari
Foto Sailko

Per entrare in casa Vasari dobbiamo recarci in Borgo Santa Croce, proprio a due passi dalla basilica francescana. Arrivati al civico 8, ci troveremo di fronte a un palazzo a tre piani, con le caratteristiche finestre centinate e le cornici marcapiano: quelle del piano nobile corrispondono al grande salone interno della casa dell’artista, detto Sala Grande o degli Artisti, in cui si trovano gli affreschi. Vi segnalo, per la sua rarità, la finestrella per bambini posta al di sotto della finestra centrale del primo piano.

Cortile di Casa Vasari
Foto Sailko

Varcato il massiccio portone d’ingresso si percorre un lungo androne che conduce a una piccola corte interna, in cui sono visibili alcune preesistenze trecentesche dell’edificio e sulla parete di fondo, una pittura murale molto rovinata, con due figure allegoriche ai lati di uno stemma non più leggibile. Casa Vasari è rimasta di proprietà dei discendenti dell’artista fino al 1687 e nella prima metà dell’Ottocento l’immobile è stato acquistato dalla nobile famiglia Morrocchi, a cui appartiene ancora oggi. Risalgono a quel periodo alcuni lavori di trasformazione dell’antico palazzo, come le scale a pozzo, l’ampliamento del portale d’ingresso e la creazione del mezzanino.

Giorgio Vasari si era stabilmente trasferito in Toscana nel 1553, dopo aver vissuto tra Firenze, Roma, Napoli e Venezia e si era messo al servizio di Cosimo I, lavorando come architetto, pittore e scenografo di corte.

Egli coinvolse nei suoi progetti lo storico e filologo Vincenzo Borghini, al quale fu legato da profonda stima e amicizia, lavorando insieme al programma iconografico di numerosi cicli di decorazione per la famiglia Medici (come nel Salone dei Cinquecento e lo Studiolo di Francesco I). Nel 1552 Borghini fu nominato Direttore dello Spedale degli Innocenti e nel 1563 ebbe un ruolo fondamentale anche nella fondazione della nuova Accademia delle Arti del Disegno, che traeva origine dall’antica Compagnia di San Luca, fondata nel 1339. La confraternita medievale era composta in prevalenza da pittori ed era stata creata per condividere pensieri ed esperienze di lavoro: va infatti ricordato che gli artisti non avevano un sindacato autonomo, ma secondo gli statuti allora in vigore dovevano essere immatricolati nell’Arte dei Medici e Speziali (i pittori) e nell’Arte dei Maestri di Pietra e Legname (gli architetti e gli scultori). Gli incontri della compagnia, tuttavia, erano sporadici e la sua attività non ebbe seguito, finché Giorgio Vasari si adoperò per ricostituire l’antica istituzione: egli si rivolse a Borghini e alcuni tra i suoi più stimati colleghi – Agnolo Bronzino, Bartolomeo Ammannati e Vincenzo de Rossi – per convincere Cosimo I a fondare un’accademia contraddistinta dall’esercizio del disegno e del suo adeguato insegnamento e che riconoscesse l’eccellenza del lavoro svolto dagli artisti e la dignità assunta dal loro ruolo sociale.

L’abitazione in Borgo Santa Croce venne presa in affitto da Vasari nel 1557 e nel 1561 gli venne donata per i servizi da lui resi al duca Cosimo.

La decorazione ad affresco della Sala Grande riprendeva i temi già presenti nella casa di Arezzo, i cui lavori erano stati completati qualche anno prima, esaltando la Virtù dell’Artista trionfante su Fortuna e Invidia, l’ideale discendenza dagli artisti dall’antichità e la celebrazione di alcuni di questi già presenti nelle Vite.

Sulla parete a sinistra dell’ingresso (quella con il camino in pietra serena) è raffigurata l’Origine della Pittura, in cui si vede un ragazzo che ripassa la sua ombra sul muro. Ai lati sono rappresentate le allegorie della Scultura e della Poesia e proprio sopra al camino il ritratto di Giorgio Vasari.

Parete con il camino
Foto Sailko

La parete a destra mostra le Storie di Apelle, il leggendario pittore greco vissuto nel IV secolo A.C. diventato il prediletto di Alessandro Magno e noto per la sua straordinaria abilità nel disegno. Sulla sua vita si conoscevano vari aneddoti, riportati da Plinio il Vecchio nella sua enciclopedia Naturalis Historia (XXXV), tra cui un episodio che aveva per protagonista un calzolaio. Si diceva che Apelle avesse l’abitudine di mostrare i suoi lavori all’ingresso della bottega e di nascondersi dietro l’opera per ascoltare i commenti dei passanti. Così un giorno passò di lì un calzolaio che fece una critica sui calzari di una figura e il pittore si affrettò a correggere il suo errore. Il giorno dopo, quando il calzolaio si accorse della modifica si mise a criticare anche la forma del piede, ma stavolta l’artista venne fuori dicendo “Sutor, ne ultra crepidam” (Ciabattino, non andare oltre le scarpe). Forse la scelta di questa storia voleva essere una risposta alle critiche avanzate al maestro dalle nuove generazioni di artisti dell’epoca, in difesa delle proprie conoscenze e competenze. L’ultima figura a sinistra raffigura l’allegoria della Musica ed è l’unica parte affrescata nell’Ottocento, quando venne chiusa una porta che si trovava su questo lato della stanza.

Le Storie di Apelle e di Zeusi
Foto Sailko

La parete successiva mostra invece le Storie di Zeusi di Siracusa, un altro pittore greco antico, vissuto tra il V e il IV secolo A.C. diventato molto famoso ad Atene per aver sviluppato la pittura su tavola e per il naturalismo delle sue figure (si diceva infatti che l’uva da lui dipinta traesse in inganno anche gli uccelli). Nel Rinascimento furono molto popolari anche gli aneddoti sulla sua vita, tratti sempre dalla Naturalis Historia (XXXV) di Plinio il Vecchio, in particolare quello delle Quattro fanciulle di Agrigento (o Crotone). Si raccontava che per raffigurare Elena nel tempio di Hera Lacinia, l’artista aveva fatto arrivare nel suo studio le ragazze più belle della città, le aveva fatte spogliare e preso la parte più bella di ciascuna di loro per arrivare all’ideale di bellezza perfetto. La scena è suddivisa in due parti, con il regno dell’arte a sinistra (ambientato nello studio del pittore) e il regno della natura a destra (in cui si vede la statua di Artemide Efesia sullo sfondo e due figure in basso che dovrebbero essere la moglie e la madre di Vasari). Ai lati si trovano le allegorie della Pittura e dell’Architettura.

La Storia di Zeusi di Siracusa
Foto Sailko

Dall’ultima parete, quella con le finestre, parte il fregio con i ritratti dei 13 artisti già celebrati nella seconda edizione delle Vite (1568): Cimabue, Giotto, Masaccio, Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Andrea del Sarto, Donatello, Brunelleschi, Perin del Vaga, Giulio Romano, Rosso Fiorentino e Francesco Salviati.

Parete con le finestre e il fregio

Le allegorie, il disegno come elemento unificante di tutte le arti e il rapporto di superiorità dell’arte sulla natura erano tematiche centrali del pensiero vasariano e dell’accademia da lui fondata pochi anni prima. Per questo gli affreschi costituiscono un’importante memoria storica di una stagione straordinaria per Firenze. Dopo un lungo e attento restauro Casa Vasari è stata resa accessibile al pubblico nel 2011 ed è visitabile con il biglietto del Museo Horne.

La finestrella per bambini murata
Foto Sailko

Maggiori informazioni:

Casa Vasari è visitabile su prenotazione telefonando al numero 055-244661 (da lunedì alla domenica ore 10-14) o scrivendo una mail a segreteria@museohorne.it. Il ritrovo è presso il museo in via de’ Benci 6.

Il costo del biglietto è di 10 euro (comprensivo dell’ingresso al museo Horne).

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La torre di Arnolfo

La piccola prigione in cui vennero rinchiusi Cosimo il Vecchio e Girolamo Savonarola, le tre campane e il leone con il simbolo di Firenze. Saliamo insieme sulla torre di Arnolfo, la torre più alta di Firenze.

Palazzo Vecchio visto da Via Vacchereccia

Osservandola da Piazza della Signoria, la torre di Arnolfo non appare perfettamente centrata rispetto alla facciata di Palazzo Vecchio, benché sia solidamente inserita nella muratura dell’edificio, quella della sua parte più antica, costruita da Arnolfo di Cambio a partire dal 1299.

Salita alla torre

La sua struttura poggia sulla preesistente casa-torre della famiglia Foraboschi, detta torre della Vacca e si eleva fino a 95 metri di altezza: al suo interno 233 gradini ci conducono dal camminamento di ronda fino al punto più altro di avvistamento che permettere di godere di una spettacolare vista panoramica sulla città.

La terrazza con vista panoramica

Lungo il percorso troviamo una cella con volta a botte e finestrella, chiamata Alberghetto.

Nel Quattrocento questa piccola prigione ospitò due illustri personaggi: nel 1433 Cosimo il Vecchio de’ Medici, prima di essere mandato in esilio per un anno con l’accusa di essere un traditore della Repubblica e nel 1498 Girolamo Savonarola, in attesa di essere giustiziato dopo la condanna per eresia.

L’Alberghetto

Arriviamo fin sotto al ballatoio della cella campanaria, coperto da una grande edicola sostenuta da quattro poderose colonne in pietra, a cui si accede da una stretta scala a chiocciola posta intorno a uno dei pilastri. La cella ospita le 3 campane della torre: la Martinella (in passato usata per chiamare i fiorentini a raccolta e ancora oggi suonata per particolari eventi e ricorrenze), la Campana dei Rintocchi e la Campana del Mezzogiorno.

In cima alla torre si trova la banderuola in bronzo dorato che raffigura il marzocco con il giglio di Firenze.

Quella che vediamo lassù è una copia, mentre l’originale, alta oltre 4 metri, si trova sul pianerottolo di fronte all’ingresso del Salone dei Cinquecento. La banderuola era stata collocata per indicare ai fiorentini la direzione del vento, ma ha anche dato origine ad un famoso proverbio: “…quando il leone piscia in Arno, o piove o fa danno”. Quando il vento viene da nord infatti, il leone si gira dalla parte del fiume e questa posizione preannuncia l’arrivo del cattivo tempo.

Foto di Patrizia Messeri

Per salire sulla torre di Arnolfo

Orari d’ingresso: Da ottobre a marzo: ore 10-17 (giovedì ore 10-14) Da aprile a settembre: ore 9-21 (giovedì 9-14)

Biglietto: Euro 12.50 (intero) – Euro 10 (ridotto)

La torre non è accessibile ai minori di 6 anni per motivi di sicurezza. I minori di 18 anni devono essere accompagnati da un adulto. L’accesso alla torre è sospeso in caso di pioggia.

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Il Museo della Natura Morta

Ecco un museo assolutamente unico nel suo genere: è il Museo della Natura Morta, allestito al secondo piano della villa medicea di Poggio a Caiano: 16 sale e oltre 200 opere raccolte da 4 generazioni di Medici che provengono dai depositi degli Uffizi e di Palazzo Pitti per condurvi alla scoperta del meraviglioso mondo della natura.

Bartolomeo Bimbi, Vaso di fiori
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Ph. credits Wikipedia

Il termine “natura morta” indica per definizione la rappresentazione di oggetti inanimati come fiori, frutta, animali e strumenti musicali.

In Italia iniziò ad affermarsi pienamente solo in epoca barocca perché il mondo accademico, di forte impronta classica, lo aveva sempre ritenuto un genere minore rispetto alla pittura storica, sia di carattere religioso che mitologico. Dunque questo tipo di produzione aveva sempre fatto fatica ad affermarsi e almeno fino agli inizi del Seicento era apparso in modo sporadico, soprattutto nell’ambiente artistico fiorentino, ancora molto influenzato dai modelli rinascimentali. Un pittore di scuola locale avrebbe difatti potuto obiettare che la pittura vera, quella con la P maiuscola, era quella che aveva per protagonisti uomini valorosi, di cui si mostravano le azioni degne di pubblico interesse. Insomma, un quadro doveva essere fatto di un qualcuno che faceva qualcosa, ossia con personaggi che si muovevano su di uno sfondo e che inducevano lo spettatore a riflettere su un determinato tema o gli evocavano certe sensazioni. Che senso aveva raffigurare delle alzate di frutta con magari un carciofo accanto? Che sensazioni poteva mai evocare un vaso di fiori?

Eppure nei paesi del Nord Europa (in particolare quelli di religione protestante) dove le immagini di culto erano state condannate e l’influenza della tradizione classica risultava assai ridotta, questo genere di pittura ebbe una rapida diffusione. Le nature morte in effetti erano soggetti meno impegnativi (fatta eccezione per le vanitas allusive alla precarietà della vita) e si presentavano semplicemente come una rappresentazione della natura fine a se stessa e per la contemplazione della sua bellezza. Vi faccio inoltre notare la differenza a livello linguistico che esiste tra l’italiano e le lingue anglosassoni: noi usiamo il termine natura “morta”, che implica una connotazione negativa, mentre in inglese si parla di still life painting (in tedesco stilleben e in olandese stilleven) che tradotto letteralmente significa “pittura ancora viva”.

Mentre a Roma e Napoli si erano già costituite importanti raccolte private tra i collezionisti dell’epoca, a Firenze furono i Medici a dover indirizzare la committenza locale verso le nuove tendenze.

Il primo a comprendere la necessità di aprire la corte granducale alla moderna pittura fiamminga e olandese e ai nuovi generi pittorici del paesaggio e della natura morta fu Cosimo II. Egli decise di acquistare i primi dipinti nel 1616 per la villa di Artimino e qualche anno dopo il fratello cardinale Carlo de’ Medici fece lo stesso per la villa di Careggi. Questo tipo di decorazione veniva infatti considerato molto appropriato per le residenze di campagna della famiglia e spinse anche gli altri discendenti ad un collezionismo sistematico e dal carattere “scientifico” nei decenni successivi. Uno dei pittori attivi in questo periodo e tra i primi a specializzarsi in illustrazioni di carattere naturalistico, fu Jacopo Ligozzi anche se la maggior parte delle nature morte introdotte a Firenze agli inizi del ‘600 erano state acquistate da artisti romani e fiamminghi come Antonio Tanari, Gerrit Van der Bosch e Jan Brugel. Tra queste troviamo anche un’insolita “Cucina con cena in Emmaus“, proveniente dalla villa di Pratolino, un dipinto di scuola fiamminga in cui si vedono due cuoche in primo piano, con la scena sacra posta sullo sfondo.

Due donne in cucina con cena in Emmaus,
scuola fiamminga del XVI sec.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

Le prime nature morte dipinte a Firenze furono eseguite intorno al 1618-19 da Filippo Napoletano, uno degli artisti protetti da Cosimo II e molto aggiornato sulle ultime tendenze dell’ambiente artistico romano. Le opere di Camillo Berti, Leonardo Feroni e Giovanni Pini mostrano lo sviluppo di questo tema nella scuola locale, peraltro senza rinunciare alla presenza umana nella composizione. Questi dipinti appartenevano a Don Lorenzo de’Medici, un altro fratello del Granduca Cosimo II, che raccolse una trentina di nature morte nella villa della Petraia.

Camillo Berti, Il pollarolo, 1625 ca.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

Un decisivo impulso alla diffusione di questo genere pittorico in Toscana si ebbe durante il regno di Ferdinando II, che insieme alla moglie Vittoria Della Rovere e ai fratelli cardinali Giovan Carlo e Leopoldo, acquistò numerose opere dai maggiori specialisti dell’epoca, sia italiani che stranieri. Il Granduca ospitò a corte due illustri pittori olandesi, Willelm Van Aelst ed il maestro Otto Marseus van Schrieck, famoso per la sua originale tecnica che consisteva nell’applicare sulla tela piccoli frammenti organici dei soggetti raffigurati, come ad esempio le ali di farfalla. Vittoria della Rovere si appassionò moltissimo alle composizioni barocche romane e lombarde e arrivò a possedere oltre 100 dipinti nella sua residenza prediletta, la villa di Poggio Imperiale. Tra i suoi artisti preferiti vi furono i cosiddetti fioranti, pittori specializzati nella raffigurazione di composizioni floreali come ghirlande, mazzi di fiori in vaso o disposti liberamente in dei panieri: tra questi ricordiamo i fiorentini Andrea Scacciati e Bartolomeo Bimbi, ma anche due donne, Margherita Caffi (che visse lungamente a Milano e aprì una fiorente scuola) e Giovanna Garzoni, che soggiornò tra Venezia, Napoli e Roma.

Margherita Caffi, Ghirlanda
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Ph. credits Wikipedia

Tra i sottogeneri della natura morta, vi sono le scene di caccia con animali vivi o morti e tra i pittori fiorentini che si applicarono maggiormente al tema vi fu Bartolomeo Bimbi.

Bartolomeo Bimbi, Agnello con due teste
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

La caccia era da sempre uno dei passatempi preferiti dell’aristocrazia e la selvaggina era un cibo molto ricercato per i banchetti e le feste. Ai tempi di Cosimo III la produzione di queste opere assunse un carattere sistematico e scientifico: il Granduca aveva un grande interesse per le scienze naturali e si dedicò alla creazione di un giardino botanico al Casino della Topaia e di un Gabinetto di Storia Naturale all’Ambrogiana. Egli si divertì a collezionare animali e specie botaniche rare e assunse il Bimbi come illustratore scientifico: il pittore eseguì numerosi dipinti con animali vivi (soprattutto uccelli) tra cui compaiono anche delle aberrazioni della natura, come la vitella e la pecora bicefale. Di grande interesse sono le quattro spalliere con agrumi e le 8 tele con tutte le varietà di frutta allora coltivate (pere, pesche, mele, susine, albicocche, uva, fichi e ciliegie), corredate di legenda, che oggi costituiscono una preziosa fonte di informazioni su alcune specie ormai estinte.

Bartolomeo Bimbi, Spalliera con agrumi, 1715
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

L’ultima sezione del museo è dedicata al figlio di Cosimo III, il Gran Principe Ferdinando, raffinato collezionista che riservò ampio spazio alle nature morte nelle sue raccolte. Nel suo appartamento nella villa di Poggio a Caiano egli aveva creato un Gabinetto delle opere in piccolo, una sua stanza delle meraviglie, in cui era riuscito a disporre ben 174 dipinti di 166 artisti diversi e tutti di piccolo formato (con dimensioni non superiori ai 60 cm.) Purtroppo questa camera venne smantellata nel 1773 dagli Asburgo Lorena e sono ancora in corso gli studi per ricostruire l’esatta collocazione delle varie opere.

Giovanna Garzoni, Piatto con ciliege, 1642 ca.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko
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18 febbraio, giornata dell’Elettrice Palatina

Donna saggia e consapevole del proprio destino, Anna Maria Luisa de’ Medici è diventata famosa per il dono fatto ai fiorentini (e ai visitatori di tutto il mondo) qualche anno prima della sua morte, avvenuta il 18 febbraio 1743.

Il “Patto di Famiglia” stipulato con Francesco Stefano di Lorena il 31 ottobre 1737 vincolava le collezioni medicee alla città di Firenze e di fatto imponeva ai nuovi regnanti l’inamovibilità dei beni come requisito essenziale per il passaggio di proprietà.

Tradotto significa: niente poteva essere venduto o trasportato al di fuori della Toscana. Questa convenzione ha quindi permesso di preservare l’immenso patrimonio artistico che oggi è conservato nei vari musei della città.

Articolo III del Patto di Famiglia
che vincola il patrimonio artistico di famiglia
alla città di Firenze
Foto Italianostra

Ogni anno il Comune di Firenze rende omaggio all’ultima discendente del ramo granducale dei Medici con l’ingresso gratuito ai musei civici fiorentini e Palazzo Medici Riccardi e la possibilità di incontrare il personaggio dell’Elettrice Palatina nelle giornate del 18 e 22 febbraio (link al programma completo delle iniziative)

Antonio Franchi,
Ritratto di Anna Maria Luisa de’Medici
1690, Firenze, Palazzo Pitti
Ph. credits Wikipedia

Ospite in casa sua. Fu così che Anna Maria Luisa trascorse gli ultimi anni della sua vita, in un’ala di palazzo Pitti appositamente riservata per lei.

Quelle stanze, in fondo, erano tutto ciò che le restava. Il Granducato, ormai, non apparteneva più alla sua famiglia, che con la morte del fratello Gian Gastone aveva perso ogni diritto alla successione. Il padre Cosimo III aveva tentato in ogni modo di mantenere l’indipendenza della Toscana, ma l’imperatore Carlo VI non aveva voluto sentire ragioni e aveva scelto gli Asburgo Lorena come futuri regnanti. Del resto era così che funzionava: il titolo conferito ai Medici era una prerogativa dell’Impero e in assenza di eredi legittimi, l’Impero faceva valere la sua prerogativa. Erano antiche norme di diritto feudale, forse un pò datate per la metà del Settecento, ma all’occorrenza ritenute ancora validissime. Difatti nessuno ebbe da obiettare alle rivendicazioni imperiali e nessuno volle aiutare Cosimo III, che peraltro non godeva della stima degli altri sovrani europei.

Nel 1716 Anna Maria Luisa rientrò a Firenze per stare vicino all’anziano padre, rimasto solo con il figlio Gian Gastone. La figlia prediletta del Granduca era rimasta vedova e dopo 25 anni trascorsi a Dusseldorf con il consorte Giovanni Carlo Guglielmo I, Principe elettore del Palatinato (da qui il nome di Elettrice Palatina) aveva deciso di tornare a casa.

Tutto sommato erano stati anni felici quelli in Germania.

Dal matrimonio non erano nati figli (si diceva a causa della sifilide che aveva contratto dal marito e l’aveva resa sterile) ma la coppia era vissuta serenamente a lungo insieme. Anna Maria Luisa amava l’arte, la musica e il teatro e si era distinta per il suo mecenatismo a corte, convincendo Guglielmo a ricostruire il castello di Bensberg.

Jan Frans van Douven,
Anna Maria Luisa e Guglielmo, 1708
Ph. credits Wikipedia

La principessa medicea si era fatta benvolere e rispettare. Lei, così diversa da sua madre, Marguerite Louise d’Orleans, cugina del Re Sole, che aveva abbandonato la reggia di Pitti quando il fratello Gian Gastone aveva solo 4 anni, fuggendo da un marito che disprezzava e aveva mantenuto rapporti sempre più freddi e sporadici anche con la figlia. Anna Maria Luisa non aveva più rivisto la madre, che viveva a Parigi e faceva parlare di sé per il suo contegno scandaloso. I fratelli purtroppo, sembravano aver ereditato la sua indole, molto incline alla vita mondana e i vizi: Ferdinando era morto nel 1713 di sifilide e Gian Gastone, che ben presto avrebbe preso il posto del padre sul trono di Toscana, era un uomo sicuramente molto intelligente ma dalla salute malferma, alcolizzato e depresso.

Dal momento che nessuno di loro aveva avuto figli, questi Medici erano ormai rassegnati a vivere nella consapevolezza che dopo di loro la dinastia si sarebbe estinta.

Dopo le esequie di Gian Gastone, il principe di Craon, inviato del nuovo Granduca Francesco Stefano di Lorena offrì la reggenza dello stato ad Anna Maria Luisa, ma lei preferì ritirarsi dalla vita pubblica, dedicandosi al riordino delle collezioni di famiglia e alla beneficenza.

L’ultima dei Medici morì in un giorno di Carnevale, con i fiorentini tutti impegnati a preparare i festeggiamenti. Le cronache dell’epoca raccontano che quella mattina del 18 febbraio 1743 la città fu colpita da un violento temporale che durò circa un paio di ore. Poi uscì fuori il sole, come prima.

«La Serenissima Elettrice cede, dà e trasferisce al presente a S.A.R. per Lui, e i Suoi Successori Gran Duchi, tutti i Mobili, Effetti e Rarità
della successione del Serenissimo Gran Duca suo fratello, come Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioie ed altre cose preziose, siccome le
Sante Reliquie e Reliquiari, e loro Ornamenti della Cappella del Palazzo Reale, che S.A.R. si impegna di conservare, a condizione espressa che
di quello [che] è per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri, non ne sarà nulla trasportato, o
levato fuori della Capitale, e dello Stato del Gran Ducato
».

Articolo III del Patto di Famiglia, 1737

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Lo strano caso di Marguerite Louise d’Orleans

La sposa francese di Cosimo III de’ Medici fu un’autentica sciagura nella vita del penultimo Granduca di Toscana. Donna volitiva e capricciosa, fece di tutto per fuggire da lui, ma non smise mai di tormentarlo con continue richieste di denaro e una condotta ritenuta scandalosa perfino alla gaudente corte di Luigi XIV. Conosciamo meglio la controversa figura della madre di Anna Maria Luisa, che non mostrò mai neppure un reale attaccamento verso la figlia e il fratello Gian Gastone.

Marguerite Louise d’Orleans
Ph. credits Wikipedia

Siamo nel 1661 e dopo una lunga trattativa, Ferdinando II annuncia di essere riuscito a combinare un matrimonio molto prestigioso per suo figlio Cosimo: a Firenze arriverà Marguerite Louise d’Orleans, una cugina di Luigi XIV, il celebre Re Sole.

Le nozze vengono inizialmente celebrate per procura nel mese di aprile, ma la sposa non arriva in Toscana prima di giugno, per darle il tempo di riprendersi dal morbillo. Viene allestito un imponente apparato per i festeggiamenti, tuttavia fin da subito si avverte una certa tensione tra gli sposi. La ragazza, abituata a vivere nella corte più elegante e raffinata dell’epoca, circondata dal lusso e dallo sfarzo, sembra non gradire affatto la vita nell’ambiente così provinciale e austero della corte toscana, per di più accanto a un marito dal carattere molto riservato, bigotto e che avversa la vita mondana. Cosimo III in effetti, era cresciuto con una severa educazione religiosa, che lo aveva portato a dedicarsi assiduamente alle pratiche devozionali e ai pellegrinaggi.

Justus Sustermans, Cosimo III de’ Medici, 1660
Ph. credits Wikipedia

Dopo poco iniziarono i litigi che si fecero sempre più frequenti e il risentimento di Marguerite divenne disprezzo per Cosimo, i fiorentini e tutta la Toscana.

E mentre lei dichiarava apertamente di voler tornare in Francia al più presto, dava scandalo a palazzo Pitti con comportamenti oltraggiosi, come durante la visita ufficiale di Carlo di Lorena (l’uomo di cui da sempre era innamorata) che aveva invitato a trascorrere la notte nei suoi appartamenti privati.

Eppure nel 1663 nacque il primo di figlio della coppia, il Gran Principe Ferdinando, che voci malevole di corte misero in dubbio fosse di Cosimo1. La nascita dell’erede venne accolta con gioia, ma non servì a migliorare il rapporto tra i coniugi e per Marguerite ogni occasione era buona per umiliare Cosimo anche in pubblico.

I genitori pensarono allora di spedire il principe in giro per l’Europa, viaggiando tra le corti straniere, per farsi conoscere e magari trarre utili spunti per il suo futuro governo. A lei invece venne ordinato di trasferirsi per un periodo nella villa di Poggio a Caiano, seguita da una scorta di soldati, numerosi cortigiani e dame di compagnia. Da qui Marguerite iniziò a scrivere al re pregandolo di farla tornare a casa, ma il netto rifiuto di Luigi XIV la persuase a mostrarsi più docile e accondiscendente verso il marito.

Justus Sustermans,
Vittoria della Rovere e Ferdinando II de’Medici,
1660, National Gallery Londra
Ph. credits nationalgallery.org.uk

Così nel 1667 nacque Anna Maria Luisa, ma anche stavolta ricominciarono i litigi e Cosimo decise di partire per un periodo più lungo. Si recò ad Amsterdam (dove conobbe Rembrandt), in Spagna, Portogallo, Inghilterra, ma soprattutto alla corte parigina di Luigi XIV, dove venne accolto con benevolenza e simpatia. Questa visita mandò su tutte le furie Marguerite, che lo aveva sempre descritto al cugino come un uomo sciocco e ridicolo. Pertanto al suo rientro dovette nuovamente mostrarsi ben disposta verso il consorte e nel 1671 nacque Gian Gastone, ultimo figlio della coppia.

Nel frattempo era morto il Granduca Ferdinando II, l’unica persona in grado di contenere gli eccessi e i capricci della nuora, che adesso si scontrava apertamente anche con la suocera Vittoria della Rovere, a cui Cosimo era legatissimo. L’ormai anziana donna dai costumi austeri, che in buona parte era responsabile del carattere debole e insicuro del figlio, si era particolarmente presa a cuore la crescita dei nipoti, ai quali pare che Marguerite si interessasse ben poco2.

La situazione a corte era diventata insostenibile quando nel 1672 la donna si finse malata e il re Luigi inviò a Firenze il medico personale di sua madre. Lei voleva essere invitata in Francia perché sosteneva di aver bisogno di cure termali, ma egli intuì che si trattava di un trucco per allontanarsi dalla Toscana e convinse Cosimo a concederle un soggiorno di qualche mese a Pratolino. Da qui con un’altra scusa si recò nuovamente a Poggio a Caiano, da dove scrisse al marito che mai più avrebbe messo piede a palazzo Pitti e con la stessa intransigenza chiese al cugino di farla rientrare a Parigi. Ci vorranno 3 anni prima che questo accada, ma nel 1675 la sposa capricciosa di Cosimo vinse la sua battaglia e tornò a casa.

Villa Medicea di Poggio a Caiano

L’accordo prevedeva che Marguerite si ritirasse in convento3, da dove sarebbe dovuta uscire, solo saltuariamente, per far visita al Re Sole: Cosimo avrebbe provveduto al suo mantenimento versandole una pensione di 80.000 livre4. Sembrava che la storia dovesse finire qui, con la buona pace di tutti e invece , anche dopo la sua partenza, Marguerite rimase una delle più grandi preoccupazioni di Cosimo: prima l’abate Gondi e poi l’abate Zipoli, spediti dal Granduca a sorvegliare la moglie, riferivano del suo contegno disdicevole, la sua continua presenza alle feste, la passione per il gioco, l’abitudine a indossare abiti maschili5, le liti con la sorella duchessa di Montpensier, ma soprattutto le gite di piacere e gli amori con personaggi di rango inferiore.6

Dopo il suo rientro in Francia Marguerite mantenne buoni rapporti solo con il figlio Ferdinando, suo prediletto e con il quale condivideva gusti e passioni: i contatti con Anna Maria e Gian Gastone si fecero invece più formali e discontinui, tanto che alla morte della madre, avvenuta nel 1721, essi dovettero intraprendere un’azione legale per far valere i loro diritti sull’eredità, che nel testamento lei aveva interamente lasciato a una sua cugina principessa.

Fu sepolta nel chiostro delle canonichesse di Picpus a Parigi.

Note:

1 Marguerite aveva raramente concesso a Cosimo di stare in intimità e perciò si vociferava che Ferdinando fosse figlio del Lorena.

2 Forse Vittoria non voleva commettere gli stessi errori fatti con Cosimo e magari dare un po’ di affetto a quei bambini, che senza la nonna sarebbero davvero stati soli.

3 Marguerite visse per alcuni anni nel convento di Montmartre. Anche le suore si lamentarono molto della sua condotta, soprattutto dopo un incidente con cui Marguerite aveva provocato un incendio che poteva distruggere il convento.

4 Marguerite si lamentava spesso con Cosimo della sua pensione e tartassava il marito con continue richieste di denaro.

5 Una delle passioni di Marguerite era andare a cavallo, indossando però i pantaloni!

6 Marguerite ebbe una lunga storia con lo stalliere Gentilly.

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Il “Principe Santo”

Non butto mai i miei appunti di studio e così ho ritrovato anche quelli relativi a una conferenza del Prof. Marcello Fantoni che si svolse a Palazzo Borghese il 6 marzo 1997, quando io non avevo ancora dato gli esami per diventare guida turistica.

E’ qui che ho sentito parlare per la prima volta del “Principe Santo”, riferito alla figura di Cosimo III de’ Medici, il più austero tra i Granduchi di Toscana. Per quanto il duro giudizio degli storici sia stato in parte rivisto negli ultimi anni, il suo malgoverno, il suo fanatismo religioso e la sua ossessione per la sopravvivenza della dinastia ne fanno ancora oggi il simbolo del declino di Casa Medici.

Justus Sustermans, Cosimo III de’ Medici, 1660
Ph. credits Wikipedia

«In una galleria come quella dei Medici, fornitrice di personaggi a tutto sbalzo sia per gusto ed intelligenza che per canaglieria e dissipazione, egli fa spicco solo per il suo squallore. Due preoccupazioni lo dominavano fino all’ossessione: le fortune della casata e la salvezza dell’anima. Dell’anima non sappiamo che sorte le toccò, della casata ne fu il liquidatore.»

– Indro Montanelli, Roberto Gervasio da Storia d’Italia

Il regno di Cosimo III fu il più lungo nella storia del Granducato e durò ben 53 anni: va detto che quella in cui visse fu un’epoca sfortunata, caratterizzata, in tutta Europa, da guerre, epidemie e carestie1.

Il piccolo stato toscano, posto di fronte ai grandi rivolgimenti politici delle potenze straniere, era caduto in una grave crisi economica e diplomatica e nemmeno il padre Ferdinando II, uomo saggio e benvoluto, era riuscito a risollevarlo.

Il governo di Cosimo, fu caratterizzato da una forte pressione fiscale e l’ingerenza del clero sulle scelte del sovrano, a cui si aggiunsero i dispiaceri per lo sfortunato matrimonio con Marguerite Louise d’Orleans e le preoccupazioni per la successione al trono. In realtà, nei primi anni di regno egli cercò di attuare una politica di contenimento delle spese per evitare la bancarotta e varare alcune importanti riforme, ma ben presto preferì tornare alle sue meditazioni religiose, lasciando la gestione del governo nelle mani della madre e di un ristretto consiglio privato.

La fervida osservanza del Granduca sembra fosse dovuta proprio alla severa educazione scelta da Vittoria della Rovere, che imponendosi sul marito Ferdinando II2 aveva affidato il figlio al teologo senese Volunnio Bandinelli. Cosimo era quindi cresciuto con una solida fede che lo aveva portato a non gradire la vita mondana, preferendo i pellegrinaggi di penitenza e redenzione. Diverrà così una consuetudine per i funzionari di corte seguirlo nei suoi ritiri spirituali, anche per periodi piuttosto lunghi, che obbligavano le delegazioni ad essere ricevute in convento3.

Justus Sustermans,
Ritratto di Vittoria dell Rovere e Cosimo III come Sacra Famiglia,
1645, Firenze Galleria Palatina
Ph. credits Museo de’ Medici

Cosimo III adottò un nuovo canone di regalità, che secondo lui doveva pienamente ispirarsi alla condotta esemplare dei monaci, applicando le loro stesse rigide regole morali nella vita civile.

Egli era assolutamente convinto che l’esercizio delle fede rientrasse tra i compiti di un principe e che fosse suo preciso dovere aiutare i sudditi a ottenere la salvezza della propria anima. Questi, a dire il vero, avrebbero volentieri fatto a meno di tutte le messe, processioni e giorni di feriato solenne (giorni festivi di speciale devozione in cui era proibito lavorare e gli uffici pubblici restavano chiusi) imposti dal sovrano e spesso accolti dalla derisione popolare. In effetti non tutti credevano che la zelante ostentazione di fede di Cosimo fosse autentica4 ma che ben rappresentasse la falsità e l’ipocrisia dominanti nella società dell’epoca. Il clero trasse enorme benefici dalla clemenza del Granduca, che finanziò la costruzione o la ristrutturazione di molti edifici religiosi e affidò ai gesuiti il monopolio del sistema educativo. La presenza a corte di consiglieri, confessori e guide spirituali, in certa misura già presenti dai tempi di Cosimo I, divenne rilevante e non a caso gli ordini monastici più vicini a Cosimo furono gli Alcantarini6, un ramo dell’ordine francescano di strettissima osservanza e i Trappisti7, cistercensi di clausura che conducevano una vita di contemplazione, preghiera e lavoro manuale.

La vita civile venne ridotta a una mostruosa parodia di quella monastica: una vita comunitaria in cui libertà di azione, pensiero, di opinione, di affetti di abitudini era proibita o regolamentata da editti e metodi inquisitori

– Indro Montanelli, Roberto Gervasio da Storia d’Italia

Il fervore clericale di Cosimo gli fece rinnegare la politica laica e tollerante dei suoi predecessori: fu introdotto il coprifuoco e vennero rafforzate le competenze dei tribunali religiosi, mentre per i reati contro la pubblica morale venne appositamente istituito un Ufficio del Decoro Pubblico, con condanne che andavano dalla semplice fustigazione all’incarcerazione5. Inoltre egli rivolse la sua particolare attenzione verso la comunità ebraica toscana e nel 1677 emanò una legge che proibiva i matrimoni misti e impediva ai cristiani di lavorare presso le famiglie ebree, seguita da altri provvedimenti antisemiti che prevedevano sanzioni molto severe, dalla prigione alla tortura.

Immagino che adesso vi starete chiedendo se Cosimo III abbia fatto anche qualcosa di buono.

Sicuramente un’importante riforma fu quella che portò all’istituzione della Ruota Criminale8 e nonostante il generale impoverimento culturale dello stato toscano va menzionato il forte interesse che il Granduca coltivò per le scienze naturali, come la zoologia e la botanica. Fu protettore del medico Francesco Redi e si divertì a raccogliere specie botaniche e animali rari, spesso provenienti da terre lontane, con una speciale attenzione – tipica dell’epoca – per le aberrazioni, l’orrido e il grottesco, come le collezioni di animali o piante deformi9. Il pittore Bartolomeo Bimbi venne assunto come illustratore scientifico di Cosimo III, con il compito di raffigurare il meraviglioso mondo della natura: i suoi dipinti vennero raccolti nella villa dell’ Ambrogiana a Montelupo Fiorentino e nel Casino della Topaia a Castello e oggi si trovano nel Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano.

Bartolomeo Bimbi, Agnello a due teste
1721, Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano,
Ph credits Wikipedia

Un’altra grande passione di Cosimo III fu certamente il cibo, che divenne spesso il rifugio di tutti i suoi dispiaceri. A lui sarebbe legata la leggenda che riguarda l’invenzione del tiramisù, inventato dai pasticceri senesi in occasione di una sua visita in città e chiamato inizialmente Zuppa del Duca. Un altro provvedimento da ricordare è il Bando del 24 settembre 1716, con cui vennero determinati i confini delle 4 zone di produzione del vino in Toscana: Chianti, Pomino, Carmignano e Valdarno.

Niccolò Cassana,
Ritratto del Gran Principe Ferdinando de’Medici, 1687
Foto Sailko
Biasimato dai sudditi, Cosimo III non fu acclamato neppure in famiglia.

Attaccatissimo alla madre, in buona parte responsabile della sua indole bigotta e insicura, si sposò con la nobile francese Marguerite Louise d’Orleans, da cui ebbe 3 figli: Ferdinando, Anna Maria Luisa e Gian Gastone. Un matrimonio infelice che dopo anni di aspri litigi e ripicche si concluse con il ritorno a casa della sposa nel 1675. I suoi rapporti con il Gran Principe Ferdinando furono sempre molto tesi perché il giovane, come la madre, amava la vita mondana, l’arte e la musica (egli stesso era un bravo musicista) e viene difatti ricordato come generoso mecenate dal carattere libertino. Nel 1689 aveva dovuto sposare la principessa Violante di Baviera, verso la quale non mostrò mai un reale interesse e dopo essere stato a lungo malato di sifilide morì a soli 50 anni nel 1713. Altrettanto freddi e formali furono i rapporti con Gian Gastone, uomo mite, colto e malinconico, destinato a succedere al padre solo per la prematura scomparsa del fratello; Cosimo si disinteressò sostanzialmente di lui, almeno fino a quando non si rese conto che dal matrimonio tra Ferdinando e Violante non sarebbe mai nato un erede e nel 1697 lo obbligò a sposarsi con Anna Maria Francesca di Sassonia Lauenburg, cognata di Anna Maria Luisa e a trasferirsi in Boemia. Un’altra unione infelice che si concluse nel 1708 con il ritorno a Firenze del giovane.

Carlo Berti, Ritratto di Gian Gastone de’Medici, 1698, Firenze, Palazzo Pitti
Ph. credits Wikipedia

La successione al trono divenne così un problema angosciante per Cosimo; egli era impossibilitato a far succedere altri rami della famiglia10 e si rendeva conto che l’estinzione di Casa Medici avrebbe comportato anche la fine dell’indipendenza della Toscana. Il Granduca avrebbe fatto di tutto per evitare che lo stato cadesse in mano straniera e la prima cosa che gli venne in mente fu di far sposare il fratello cardinale Francesco Maria con Eleonora Luisa Gonzaga, ma anche questo matrimonio si rivelò disastroso e l’uomo morì due anni dopo. Arrivò addirittura a concepire il ritorno alla Repubblica, ma il progetto presentava troppi ostacoli, in quanto nominalmente il Ducato di Firenze era un feudo imperiale, mentre quello di Siena era stato ricevuto da Carlo V e pertanto sarebbero serviti sia l’assenso degli Asburgo che del re di Spagna. Cercò allora un accordo che gli permettesse di provvedere personalmente alla successione e garantire ad Anna Maria Luisa i suoi diritti di erede in caso di morte prematura del fratello Gian Gastone; Cosimo fece approvare dal Senato toscano una legge in favore della figlia e indicò Rinaldo d’Este come successore dei Medici, lasciando aperta la possibilità di un’unione dinastica tra il Granducato di Toscana e il Ducato di Modena.

Purtroppo l’imperatore Carlo VI d’Asburgo aveva altri progetti per la Toscana e reclamava il diritto a scegliere l’erede al trono: egli non avrebbe mai permesso l’unione tra la casa Medici e quella degli Este e nel 1718, il Trattato di Londra stabilì che il nuovo sovrano sarebbe stato Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese e Filippo V di Spagna, escludendo completamente Anna Maria Luisa dalla successione e chiudendo di fatto la questione. A nulla valsero le proteste e le missive inviate da Cosimo, al quale non venne neppure inviata una comunicazione ufficiale del provvedimento; il marchese Neri Corsini, inviato granducale, continuò a sottoporre la causa alla corti europee anche negli anni successivi, ma la decisione venne confermata nel 1722.

L’ultimo proclama ufficiale di Cosimo è del 25 ottobre 1723 in cui viene ribadito che la Toscana sarebbe rimasta indipendente e che Anna Maria Luisa avrebbe nominato il suo successore dopo la morte del fratello Gian Gastone. Ovviamente le potenze straniere non presero nemmeno in considerazione l’atto.

Cosimo III morì 6 giorni dopo, il 31 ottobre 1723 all’età di 81 anni.

Quasi venti anni dopo quella conferenza, nel gennaio 2017, in occasione dell’anniversario per i 300 anni dal Bando Mediceo, ho condotto una lezione e alcune visite guidate per far conoscere la storia del “Principe Santo” nell’ambito della manifestazione “Attivamente”, in collaborazione con il Comune di Carmignano (PO)

Bando Mediceo del 1716
Foto winenews.it
Note:

1 Dal 1618 al 1648 si svolse la cosiddetta Guerra dei Trent’anni che coinvolse praticamente tutti gli stati europei. Una grave epidemia di peste si abbatté sul continente tra il 1661 e il 1668.

2 Il padre avrebbe preferito un’educazione di tipo scientifico e questo fu motivo di scontro tra i genitori di Cosimo.

3 Durante i suoi ritiri spirituali Cosimo III faceva uso delle stanze a lui assegnate dai frati e partecipava attivamente alla loro vita, per calarsi pienamente nei precetti della loro regola. Uno dei rifugi favoriti di Cosimo era Monte Senario.

4 Una delle più originali fonti dell’epoca è costituita dai diari del poeta Giovan Battista Fagiuoli, che con sagace ironia derideva il governo di Cosimo III.

5 Per certi reati era previsto che i colpevoli oltre a pentirsi dovevano accettare di ritirarsi in convento!

6 L’ordine degli Alcantarini o Frati Minori Scalzi venne fondato da San Pietro di Alcantara

7 Il nome derivava dal fondatore Arman De Rancè, abate di Notre Dame de la Trappe, ordine cistercense di stretta osservanza.

8 Fu istituita il 15 maggio 1680 per giudicare i reati più gravi mentre quelli che avevano bisogno di “quotidiano rimedio e di celere spedizione” rimanevano sotto la giurisdizione degli Otto di guardia. Fu soppressa il 1°settembre 1699.

9 Una parte delle sue collezioni si trova oggi al Museo di Antropologia di Firenze.

10 Altri rami erano stati esclusi dalla successione con atto non modificabile da Cosimo I .

Riferimenti bibliografici:

Giuseppe Conti, Firenze dai Medici ai Lorena, Bemporad e figli editori, Firenze, 1909

Per approfondire:

Prof. Marcello Fantoni “Il bigottismo di Cosimo III, da leggenda storiografica ad oggetto storico” nel Convegno su Cosimo III. Un modello di assolutismo europeo, Università di Pisa, giugno 1990

“Il principe santo. Clero regolare e modelli di sovranità nella Toscana tardo medicea”, in F. Rurale, I Religiosi a corte. Teologia, politica e diplomazia in Antico Regime, Roma, Bulzoni, 1998, pp. 229-248.

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La Novella del Grasso Legnaiuolo

Forse non tutti sanno che Filippo Brunelleschi, oltre ad essere un geniale architetto, aveva un naturale talento per fare gli scherzi agli amici .

Filippo Brunelleschi, foto Sailko

Da qui nasce la Novella del Grasso Legnaiuolo, una sagace burla da lui organizzata ai danni di Manetto Ammanatini, un legnaiolo che aveva la bottega in piazza San Giovanni e da tutti veniva chiamato “il Grasso” per la sua corporatura robusta.

La storia risale al 1409 e ce la racconta il Manetti, biografo dell’artista*.

*Della novella esistono varie versioni, di cui la più diffusa nei manoscritti conservarti presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Io ho preferito usare quella del Manetti perchè la novella fa da prefazione alla biografia.

Qui sotto potete leggere il riassunto della novella, poi trovate il link alla versione integrale:

Dunque Brunelleschi faceva parte di una comitiva di amici, che amava ritrovarsi la sera a far baldoria e tra i presenti vi era sempre anche Manetto. Accadde però che una sera il legnaiuolo dette buca agli amici, che così organizzarono una scherzo per fargliela pagare, facendogli credere di essere un’altra persona, un tale chiamato Matteo Mannini, famigerato fannullone.

Il piano scatta quando Brunelleschi si reca nella bottega di Manetto, come era sua abitudine fare: all’improvviso arriva un garzone che prega Filippo di tornare subito a casa perchè sua mamma sta molto male. Manetto vuole andare con lui, ma Brunelleschi gli dice che se davvero avrà bisogno del suo aiuto lo manderà a chiamare. In realtà si reca a casa sua, sapendo che il Grasso aveva lasciato la porta socchiusa per la madre e vi si chiude dentro. Quando Manetto arriva sull’uscio, si meraviglia di trovarlo chiuso. Allora si mette a urlare e dall’interno risponde una voce che sembra proprio essere la sua, chiamandolo “Matteo”.

Manetto è sorpreso e non capisce, ma vista l’ora tarda pensa di tornare a dormire in bottega. Per strada viene visto e riconosciuto da un uomo che lo accusa di non aver pagato un debito e lo fa arrestare. Il Grasso protesta e dice di non chiamarsi Matteo, ma si sente rispondere di tacere perchè aveva già usato questa scusa altre volte.

Manetto passa la notte in cella e il giorno dopo conversa con un giudice, anche lui incarcerato per debiti, ma che sarebbe stato rilasciato a giorni. Egli non sa dello scherzo e tenta di consolare il Grasso, afflitto dal dilemma di non sapere più chi è. Il legnaiolo gli racconta cosa gli è successo e chiede al giudice un consiglio perchè lui, essendo persona istruita, poteva aver sentito di altri casi simili al suo. Il giudice capisce subito che Manetto è stato vittima di una burla, ma se ne prende gioco a sua volta, raccontandogli storie di uomini diventati altri uomini o tramutati in animali, affermando che anche un suo collaboratore un giorno era diventato un’altra persona e non era più tornato quello di prima.

Nel pomeriggio si presentano anche i due “fratelli” di Matteo che lo rimproverano per il suo comportamento, con cui metteva fortemente in imbarazzo anche la loro madre. Per questo avrebbero pagato il suo debito, ma sarebbero venuti a prenderlo la sera quando non c’era tanta gente in giro per le strade perchè la famiglia si vergognava di lui. Quando i fratelli tornano a prenderlo lui li segue, ormai convinto di essere Matteo. Arrivati a casa, uno dei due si reca dal parroco e gli racconta che suo fratello Matteo si comporta in modo strano, perchè dice di chiamarsi il Grasso Legnaiolo. Lo prega di venire a visitarlo nella speranza che possa guarire. Il prete si reca a casa sua e fa una lunga predica a Manetto che promette di non dire più di essere il Grasso Legnaiolo.

Dopocena i complici mettono dell’oppio nel bicchiere di Manetto, in modo che si addormenti subito. Poi lo prendono di peso e lo riportano a casa sua, dove lui si risveglia la mattina seguente. L’uomo si rallegra e pensa che sia stato tutto un brutto sogno, così si prepara e va alla sua bottega, dove trova tutto messo sotto sopra. Ad un certo punto entrano i fratelli di Matteo e gli chiedono se il ragazzo fosse passato di lì perché loro non riescono più a trovarlo.

Il legnaiolo è ancora più confuso, perchè ricorda la sera prima di aver cenato in casa loro che adesso lo chiamano con il suo “vecchio” nome. Poi incontra Brunelleschi e Donatello, che lo riconoscono come il Grasso e gli raccontano la storia di questo Matteo, che arrestato dagli ufficiali della Mercanzia aveva detto a tutti di essere lui. Filippo inoltre gli chiede dove era stato tutto il giorno prima, perchè era passato più volte dalla bottega e non lo aveva mai trovato.

Alla fine arriva il vero Matteo, che dice di essere stato alla Certosa per qualche giorno e di essere rientrato la notte precedente. Brunelleschi lo informa delle voci che aveva sentito in giro, che dicevano che fosse stato in prigione e Donatello afferma di averlo visto quando lo arrestavano e di come lui dicesse di essere il Grasso Legnaiolo. Ma Matteo nega tutto e racconta di un fatto strano che gli era successo: era convinto di aver dormito un intero giorno e la notte seguente e di aver fatto un lungo sogno in cui si era trasformato nel Grasso, si trovava in casa sua e poi era andato nella sua bottega per provare a fare il suo mestiere senza riuscirci. A questo punto anche Manetto racconta del suo strano “sogno” dove tutti lo avevano scambiato per Matteo.

Il legnaiolo però si è accorto di essere stato vittima di un bello scherzo da parte dei suoi amici, così li saluta e se ne va in tutta fretta. Tanta è la vergogna per esserci cascato in pieno che decide di accettare l’invito di un altro suo amico che si trovava al servizio di Pippo Spano, protettore di una colonia di fiorentini in Ungheria.

La mattina seguente il Grasso Legnaiolo partì da Firenze e vi tornò solo molti anni dopo.

Leggi il testo della novella su Wikisource

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L’orologio del Duomo di Firenze

Paolo Uccello, Orologio di Santa Maria del Fiore, 1433
Ph. credits Wikipedia

Una domanda ricorrente che mi viene fatta visitando il Duomo di Firenze riguarda il grande orologio dipinto sulla contro-facciata: “Ma..funziona??” oppure “..questo orologio è rotto?” No, non è rotto, solo che funziona in modo diverso dagli orologi che usiamo oggi.

Durante l’antichità, la misurazione del tempo era scandita dalle ore ineguali, basate sulla durata variabile del giorno e della notte a seconda delle stagioni.

Ma verso la metà del Duecento si iniziò ad avvertire l’esigenza di creare un metodo di misura più uniforme e costante e nacquero così le ore uguali, distinte in varie categorie, tra cui il sistema dell’ora italica, che prevedeva l’inizio del giorno al tramonto di quello precedente.

Questo sistema è rimasto in uso fino alla fine del Settecento: gli orologi solari a ora italica furono infatti abbandonati in epoca napoleonica e sostituiti da quelli regolati dall’ora francese, tuttora in uso. Il giorno veniva così diviso in 2 parti da 12 ore (antimeridiane e pomeridiane), in cui l’ora XII è il mezzogiorno posto al vertice del quadrante e allo scadere della mezzanotte inizia subito il nuovo giorno.

L’ora francese era già in uso da secoli nei paesi europei, ma quando venne introdotta in Italia le resistenze da parte della popolazione furono molte; in effetti ci furono non poche difficoltà tecniche per ridisegnare tutti gli orologi solari, modificando il meccanismo di quelli impostati con l’ora italica, che avevano un quadrante con 24 ore.

L’orologio di Paolo Uccello del 1433 che si trova nel Duomo di Firenze è rimasto l’unico orologio a ora italica ancora funzionante, dove la XXIIII ora è la mezzanotte (che corrisponde al tramonto), mentre il mezzogiorno coincide con un’ora variabile tra le 16 e le 19, a seconda della stagione.

Il meccanismo interno dell’orologio
Ph. credits Opera del Duomo di Firenze

Si trova a circa 15 metri dal pavimento e il suo quadrante è costituito da un affresco di oltre 4 metri per lato. La lancetta si muove in senso antiorario ed è a forma di stella cometa (ricostruita durante il restauro del 1968). Il meccanismo esterno si trova in un vano della contro-facciata e fu costruito nel 1761 da Giuseppe Bargiacchi per 385 lire; i lavori si resero necessari per una serie di guasti dovuti all’usura e all’imperizia nel manipolare il meccanismo originale durante i periodici aggiustamenti dell’orario. Ancora oggi l’ora viene spostata di 15 minuti 2 volte al mese per far coincidere la mezzanotte al tramonto.

Per approfondire:

Lucio Bigi e Mario Moreddu, L’orologio nel Duomo di Firenze. L’unico al mondo che segna l’ora italica, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 2008.

https://operaduomo.firenze.it/blog/posts/cosa-rende-speciale-l-orologio-del-duomo-di-firenze

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Prove tecniche da genio

Il concorso bandito dall’Arte di Calimala per l’esecuzione della porta nord del Battistero fu il vero e proprio esordio di Filippo Brunelleschi sulla scena artistica fiorentina. Qui incontrerà Lorenzo Ghiberti, suo antagonista per la vita, al quale sarà ufficialmente assegnata la commissione. Deluso e amareggiato, Brunelleschi parte per Roma per dedicarsi allo studio dell’antico.

Il Battistero di San Giovanni a Firenze

Dopo aver frequentato la scuola di abaco, sappiamo che Filippo Brunelleschi entrò come apprendista nella bottega di un orafo, dove apprese le tecniche di fusione dei metalli e di lavorazione a sbalzo e continuando a esercitarsi nella pratica del disegno.

Il suo tirocinio doveva essere concluso entro il 1398, benché la sua domanda d’iscrizione all’Arte della Seta (a cui si immatricolavano gli orafi) non venne presentata prima del 1404.

E’ ormai accertato che la sua prima opera nota fu eseguita nella Cappella del Crocifisso del Duomo di Pistoia: Brunelleschi difatti figura nel gruppo di artisti che parteciparono alla decorazione dell’altare d’argento di San Jacopo, realizzando il rilievo posto su un fianco con le figure dei profeti Geremia e Isaia.

Geremia e Isaia (1400-1401)
Altare di San Jacopo,
Cattedrale di San Zeno, Pistoia
Foto Sailko

Poi arrivò la grande occasione: a Firenze si era finalmente deciso di bandire il concorso per la seconda Porta del Battistero1 e Brunelleschi venne ammesso insieme ad altri 6 scultori e orefici toscani, tra cui lo sconosciuto Lorenzo Ghiberti e il ben più celebre Jacopo della Quercia. I concorrenti avevano un anno di tempo per realizzare una formella in bronzo con la scena del Sacrificio di Isacco: una commissione composta da 34 maggiorenti fiorentini avrebbe poi scelto il vincitore.

Ad arrivare in finale furono proprio le opere di Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti, oggi conservate presso il Museo Nazionale del Bargello2: la commissione pare fosse molto indecisa (si dice spaccata a metà) e alla fine propose ai due artisti la vittoria ex-aequo, invitandoli a lavorare insieme. Sembra che Ghiberti, seppur riluttante, si mostrasse disponibile a collaborare, mentre Brunelleschi oppose un secco rifiuto, rinunciando all’incarico3.

Mettiamo a confronto le formelle.

La formella di Ghiberti è una composizione elegante e armoniosa. Le figure si muovono su di uno sfondo roccioso, in uno spazio ben definito, ricco di dettagli ed effetti chiaro-scurali. Nel complesso la scena appare molto naturale e di altissimo livello tecnico4, che rivela lo studio dell’antichità classica sia nel corpo dalle prefette proporzioni di Isacco che nel fregio sull’ara su cui è inginocchiato il ragazzo.

Formella di Lorenzo Ghiberti
Ph. credits Wikipedia

La formella di Brunelleschi appare invece più “costruita”, con le figure rigidamente inquadrate in una composizione geometrica. La struttura a piramide risulta certamente una scelta più moderna e dinamica, con l’azione che converge verso il suo vertice. I personaggi sono molto espressivi e lo sfondo è praticamente assente. Il giovane seduto a sinistra è una raffinata citazione classica del tema dello spinario.

Formella di Filippo Brunelleschi
Ph. credits Wikipedia

Brunelleschi non aveva preso molto bene la decisione dei giudici: scelse così di partire per Roma, dove si recò più volte nell’arco dei successivi 17 anni, portando con sé l’amico Donatello, che rimase con lui almeno fino al 1404.

Scarse sono le notizie riguardanti questi soggiorni dell’artista per cui, come sempre, dobbiamo fare affidamento su ciò che racconta Vasari. Egli riferisce che Brunelleschi e Donatello diventarono piuttosto conosciuti in città come la “coppia del tesoro”, perché venivano sempre visti a osservare le rovine degli edifici antichi e talvolta a scavare (come i moderni archeologi). Tenete presente che ancora agli inizi del ‘400 Roma versava in condizioni di miseria e abbandono: una città con pochi abitanti e tante macerie sparse ovunque. Non era difficile imbattersi in un capitello, una colonna o il rilievo di un fregio e questa esperienza si rivelò fondamentale per la formazione di entrambi.

Brunelleschi resta affascinato da questo mondo perduto che letteralmente riaffiora sotto i suoi piedi. Si appassiona all’architettura antica e cerca di capirne la struttura e le proporzioni, studia il recupero delle tecniche di costruzione. In realtà ho sempre pensato che sia questo il periodo in cui nella sua mente inizia a materializzarsi un sogno: un giorno sarà possibile costruire una chiesa con le stesse forme di un tempio antico. O magari una cupola. Difficile, certo, ma non impossibile.

Canaletto, Capriccio romano con porta civica e mura turrite
(1742 ca.) Parma, Galleria Nazionale
https://dentrolatela.wordpress.com/2013/08/18/bernardo-michel-antonio-eugenio-bellotto-1721-1780/capriccio-romano-con-porta-civica-e-mura-turrite-galleria-nazionale-di-parma/
Note

1 La prima , la porta sud, era stata realizzata da Andrea Pisano tra il 1330 e il 1336.

2 Le altre formelle non sono giunte fino a noi, forse perchè vennero rifuse per recuperare il bronzo.

3 E’ quanto riporta il Manetti nella biografia dell’artista.

4 Questo mette in risalto il grande talento artistico di Ghiberti praticamente al suo esordio. Non si conoscono infatti altre opere da lui eseguite prima di questa, ad eccezione di un perduto affresco eseguito a Pesaro, città in cui si recò per un breve soggiorno, prima di rientrare a Firenze per il concorso.

Riferimenti bibliografici:

Elena Capretti, Brunelleschi, Giunti editore, Firenze, 2003.

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Il Tabernacolo dei Monellini

Avete mai fatto caso al grande tabernacolo che si trova all’angolo tra Via de’ Cerchi e Via dei Cimatori? Era stato costruito a fianco dell’Ospizio della Quarconia, il primo riformatorio di cui si abbia notizia, poi trasformato nel teatro in cui debuttò Stenterello.

Il Tabernacolo della Quarconia
Ph. credits Sailko

Questa storia inizia con la grande generosità di un uomo vissuto a Firenze nel XVII secolo.

Ippolito Francini era un abile artigiano specializzato nella lavorazione delle pietre dure e delle lenti. Aveva conosciuto Galileo nelle officine granducali e collaborò con lo scienziato alla costruzione dei suoi cannocchiali. Era in generale una persona apprezzata da tutti e godeva anche della stima del Granduca Ferdinando II de’Medici.

Francini si occupava di molti ragazzi poveri che vivevano in città, dando loro vitto e alloggio, ma soprattutto un’adeguata istruzione per permettere il loro inserimento nella società. Inizialmente egli ospitò questi giovani in casa sua, poi in un magazzino preso in affitto dal cardinale Leopoldo de’ Medici, dove creò un ricovero e una mensa. Fu proprio qui che rimase ucciso durante una rissa nel 1653: prima di morire raccomandò i suoi “monellini” a don Filippo Franci della Compagnia di San Filippo Neri, che inizialmente continuò la sua attività di accoglienza e recupero presso l’Oratorio di San Sebastiano de’ Bini e nel 1659 ottenne il grande edificio posto in via dei Cimatori.

La casa dei monellini poi diventata
teatro e cinema
Ph. credits Sailko

L’istituto venne chiamato Pia Casa del Rifugio dei Poveri Fanciulli, detto poi semplicemente casa dei monellini, di cui oggi resta solo il tabernacolo con la cornice in pietra serena e il dipinto di Alessandro Gherardini della fine del ‘600 che raffigura San Filippo Neri che presenta i monelli alla Vergine.

L’edificio rimase in uso al riformatorio fino alle soppressioni settecentesche, quando venne trasformato in un teatro, dove si mettevano in scena rappresentazioni popolari: è qui che debuttò la maschera di Stenterello. Fu completamente ristrutturato nel 1840 e cambiò il nome in “Teatro Leopoldo”, poi diventato “Teatro Nazionale” con l’Unità d’Italia. Nel dopoguerra il teatro divenne “Cinema Nazionale”, ormai chiuso da qualche decennio e in attesa di riqualificazione.

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Il Museo de’ Medici

Il primo museo interamente dedicato alla famiglia Medici.

Storia e personaggi narrati attraverso sale tematiche e installazioni multimediali, con un ricco calendario di eventi e presentazioni.

Oggi vi accompagno alla scoperta di questo interessante percorso espositivo che fino al 24 marzo 2020 è arricchito dalla mostra “Cosimo I. Spolveri di un grande affresco”.

Il museo dei Medici si trova in Via de’Servi 12, al primo piano del palazzo che fu di Sforza Almeni, fedele servitore di Cosimo I, che rimase al suo fianco per oltre 20 anni1. In onore del suo signore, egli fece apporre un grande stemma con l’arme Medici-Toledo all’angolo con via del Castellaccio, che vediamo nell’atrio d’ingresso (quello che si vede all’esterno è una copia).

Stemma Medici-Toledo nell’atrio d’ingresso

Nelle prime due sale si ripercorre la lunga storia della dinastia, con particolare attenzione all’epoca della nascita del Granducato.

Ecco una preziosa collezione di ritratti a incisione e monete originali con la raffigurazione delle tante ville medicee e fortezze sparse nel territorio toscano. Di notevole interesse anche il grande modello con la battaglia di Anghiari, definita da Niccolò Capponi “il giorno che salvò il Rinascimento”.2

Medagliere delle ville medicee
Diorama della battaglia di Anghiari

Nella Sala Grande troviamo un grande busto ritratto di Ferdinando II di Giovanni Battista Foggini affiancato dalla galleria di pittura virtuale e un’installazione interattiva che permette di ascoltare la musica suonata al tempo dei Medici.

Pensate che il padovano Bartolomeo Cristofori (1655-1732), considerato l’inventore del fortepiano (antenato del moderno pianoforte), fu portato a Firenze dal Gran Principe Ferdinando, che gli chiese di lavorare agli strumenti musicali di proprietà della famiglia granducale. Così venne costruito “l’arpicimbalo..che fa il piano e il forte”, di cui restano solo 3 esemplari nel mondo3.

G.B.Foggini, Ritratto di Ferdinando II de’Medici

Vale inoltre la pena ricordare che sempre a Firenze nel 1573 era nata la cosiddetta Camerata dei Bardi, composta da un gruppo di nobili che si riunivano nel palazzo del conte Giovanni Bardi in Via dei Benci per discutere in modo informale ma appassionato di musica, poesia, scienze e arti. Tra questi vi era anche Vincenzo Galilei, padre di Galieo, compositore e suonatore di viola e di liuto. Alla Camerata viene generalmente attribuita l’invenzione dell’opera in musica, ossia il melodramma, nato come stile di recitazione che trae ispirazione dal teatro classico e in cui la musica ha funzione di accompagnamento (per cui viene detto recitar cantando)4. Giovanni de’ Bardi, pur non essendo un musicista di professione, organizzò vari spettacoli alla corte dei Medici, come gli intermezzi per La Pellegrina, la commedia messa in scena per le nozze di Ferdinando I con Cristina di Lorena.

La Camerata era peraltro una delle numerose accademie e associazioni letterarie fiorentine, fondate o poste sotto la tutela dei Medici a partire dal Quattrocento. Tra queste possiamo ricordare la celebre Accademia Neoplatonica, creata da Cosimo il Vecchio nella villa di Careggi nel 1459, mentre nel 1562 Cosimo I sostenne il progetto di Giorgio Vasari che portò alla creazione dell’Accademia delle Arti del Disegno, la più antica del mondo, per l’esercizio e l’adeguato insegnamento del disegno ai futuri artisti.

Nel 1648 Don Lorenzo de’ Medici istituì l’Accademia drammatica degli Infuocati, prima compagnia di teatro di prosa in città5: qualche anno dopo un gruppo di soci decise di staccarsi e fondare una nuova accademia nel dismesso tiratoio dell’Arte della Lana in Via della Pergola, che verrà poi trasformato nel prestigioso teatro. La nuova compagnia fu chiamata Accademia degli Immobili.

La sezione del museo che preferisco è la Sala del Costume, dedicata ad alcune figure femminili di spicco di casa Medici, come Eleonora di Toledo e Caterina e Maria, regine di Francia.

Visita guidata al Museo de’ Medici del 14 settembre 2019
Foto di Rosanna Mencacci

Adoro l’abito color cremisi di Eleonora rifatto secondo il ritratto del Bronzino del 1543, che rievoca la grazia e il buon gusto della sposa spagnola di Cosimo I. Eleonora divenne un modello di eleganza a corte e fu sempre molto attenta al costume, specialmente per le occasioni ufficiali. Per i suoi abiti cercò sempre di rispettare la tradizione locale (scegliendo colori saturi e scolli quadrati), ma amando molto i gioielli vi fece inserire delle ricche decorazioni, come le maglie in rete dorata con perline.

Eleonora sposò Cosimo a soli 17 anni e trascorse una vita felice accanto al marito, che le rimase fedele fino alla sua morte avvenuta nel 1562. Fu una coppia realmente innamorata (cosa abbastanza rara per l’epoca) da cui nacquero ben 11 figli e Cosimo la definì “la pavoncella con i pulcini”, che protegge i piccoli sotto le sue ali.

Più sofferta fu la vita di Caterina.

I fiorentini la chiamavano la “duchessina” perchè era figlia di Lorenzo de’ Medici, che lo zio papa Leone X aveva fatto duca di Urbino e posto alla guida della Repubblica fiorentina e della nobile francese Maddalena del Tour d’Auvergne. Ma i suoi genitori erano morti quando lei aveva solo poche settimane e la bambina era stata cresciuta dai parenti (tra cui Maria Salviati, madre di Cosimo I) finché nel 1533, Clemente VII era riuscito a darla in sposa a Enrico II di Valois. Dopo una certa diffidenza iniziale, i francesi accolsero bene Caterina e lei instaurò un rapporto molto cordiale con il suocero Francesco I, che ne apprezzava la raffinata cultura e intelligenza: la ragazza aveva infatti molteplici interessi, dal campo umanistico a quello scientifico, sapeva parlare 4 lingue e aveva una biblioteca personale con oltre 2000 libri.

Santi di Tito, ritratto di Caterina de’ Medici
Ph. credits Wikipedia

Quando nel 1547 divenne regina molti fuoriusciti fiorentini si trasferirono alla sua corte e vennero assunti come funzionari: pare infatti che Caterina fosse parecchio insoddisfatta della cucina locale e introdusse usi e buone maniere fino ad allora sconosciuti ai francesi, come l’uso della forchetta e del bicchiere personale. Fu molto innamorata del marito che però le preferì sempre la cortigiana Diana di Poitiers. Nel 1559, Enrico morì a causa di un incidente avvenuto durante un torneo e Caterina si occupò della gestione del regno insieme ai figli. Furono però anni molto difficili, caratterizzati dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti, che rendono il suo personaggio storicamente controverso.

Nella stanza si trova anche un tavolo con la ricostruzione del banchetto organizzato per le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV di Valois, che si svolse per procura a Firenze il 5 ottobre 1600: Maria era una delle figlie che Francesco I aveva avuto con Giovanna d’Austria e dopo la morte della mamma, avvenuta nel 1578, era cresciuta con le sorelle Eleonora, Anna e il fratellino Filippo. Il piccolo morì all’età di 5 anni, seguito poco dopo da Anna, mentre Eleonora venne data in sposa al Duca di Mantova, Vincenzo Gonzaga. Quando nel 1587 se ne andò anche il padre, Maria era rimasta praticamente sola e continuò a vivere a corte con lo zio Ferdinando e la sua famiglia. Egli dette alla nipote la migliore educazione e riuscì a procurale un matrimonio molto prestigioso con il sovrano di Francia, di 20 anni più anziano di lei.

Ricostruzione del banchetto del matrimonio di Maria de’Medici

I festeggiamenti durarono una settimana, affidati alla sapiente regia di Bernardo Buontalenti, mentre il Giambologna aveva modellato piccole sculture di zucchero per abbellire i tavoli. Il 23 ottobre Maria partì per la sua nuova vita: darà al re ben 6 figli, ma non riuscirà mai a entrare nel suo cuore e in quello dei suoi sudditi che la chiamavano “la grassa banchiera”. Enrico venne ucciso da un fanatico religioso e nel 1610 lei assunse la reggenza in nome di Luigi, che aveva solo 8 anni. Ma la donna si rivelò incapace di governare, circondata da consiglieri disonesti che la portarono ad alienarsi anche il figlio, che la costrinse all’esilio: morì a Colonia in povertà e da sola, così come aveva sempre vissuto.

Al momento la Sala del Costume ospita la mostra, curata dall’antiquario Alberto Bruschi, “Cosimo I. Spolveri di un grande affresco”.

Fino al 24 marzo vi saranno esposte alcune interessanti opere da collezioni private e delle preziose reliquie di papa San Pio V, che nel 1569 conferì a Cosimo il titolo di Granduca di Toscana.

Sala del Costume con la mostra
“Cosimo I, Spolveri di una grande affresco”

Si tratta del guanto della mano destra con il quale il pontefice benedisse le truppe della battaglia di Lepanto, poi donato a Marcantonio Colonna e una pantofola che il duca dovette baciare il giorno della sua incoronazione.

Reliquia di papa San Pio V
Reliquia di papa San Pio V

E’ presente un ritratto di Cosimo attribuito ad Alessandro Allori e il quadro eseguito come bozzetto preparatorio da Jacopo Ligozzi per il dipinto su lavagna nel Salone dei Cinquecento intitolato Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini (1592). Se osservate l’opera vi accorgerete che c’è un errore: l’evento raffigurato dall’artista si era svolto alla fine del ‘200 e si raccontava che il papa, vedendosi circondato da tutti quegli ambasciatori, avesse esclamato che i fiorentini erano il quinto elemento della Terra! Il pittore inserì nello sfondo 4 figure con la personificazione della Toscana al centro, che invece di rappresentare i quattro elementi naturali sono i 4 continenti…solo che al tempo di Bonifacio VIII l’America non era ancora stata scoperta!

J.Ligozzi, “Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini (dipinto-bozzetto)

Molto interessanti le venti litografie su tela che raffigurano i granduchi e le rispettive consorti vissuti nel Sei-Settecento e alcune medaglie della serie settecentesca di Antonio Selvi con i ritratti di Cosimo, Eleonora, Camilla Martelli e Don Fagoro, l’ultimo misterioso figlio di Cosimo e Camilla di cui non sappiamo praticamente niente6.

Ritratto di Cosimo I di Alessandro Allori e collezione di litografie
Le medaglie di Antonio Selvi (1740)

Sono esposti anche un ricamo con il perduto affresco di Porta Romana, due manoscritti con alcuni libri a stampa e il Bando originale della fine della Repubblica fiorentina del 1530.

Un’ultima grande sala del museo è dedicata alla scienza e alchimia, altra grande passione di famiglia.

I Medici furono i protettori di Galileo e fondarono l’Accademia del Cimento, la prima accademia a usare il suo metodo sperimentale. Qui troviamo un documento originale di condanna del papa, insieme a una collezione di animali imbalsamati dei Padri Scolopi di Empoli, con una serie di minerali e alambicchi impiegati negli esperimenti.

Affresco di scuola vasariana (XVI sec.)

Da qui si accede a due piccoli ambienti: una era usata al tempo di Sforza Almeni come cappella ed ha un prezioso affresco del ‘500 soffitto, l’altra fu interamente affrescata nel ‘700 e viene chiamata Stanza del Tesoro perchè contiene la fedele ricostruzione tridimensionale della corona granducale.

Sala del Tesoro, affreschi del XVIII sec.
Note

1 Sforza Almeni ricevette da Cosimo I il palazzo (già di proprietà della famiglia Taddei) come ricompensa per i suoi servizi. Egli fu coppiere e cameriere del Duca, ma nel 1566 rivelò a Francesco la relazione che il padre voleva mantenere segreta con Eleonora degli Albizi e pagò con la vita questa imprudenza. Cosimo infatti lo uccise con le sue stesse mani in Palazzo Vecchio.

2 La battaglia si svolse il 29 giugno 1440. Firenze combatteva contro la Milano di Gian Galeazzo Visconti ed era alleata con Venezia e il papa. Essa fa parte delle cosiddette “Guerre di Lombardia”, una serie di scontri armati tra Venezia e Milano che si concluse con la Pace di Lodi nel 1454, che dette per alcuni decenni una certa stabilità alla situazione politica italiana. La battaglia fu resa celebre da Leonardo da Vinci che eseguì un grande affresco (andato perduto) nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.

3 Un fortepiano costruito nel 1720 si trova a New York, uno del 1720 a Roma e uno del 1726 a Lipsia.

4 Uno spettacolo teatrale interamente musicato era una novità assoluta. Prima del melodramma ad esempio esistevano degli intermezzi musicali messi in scena durante gli intervalli delle commedie o delle tragedie.

5 Il simbolo della Compagnia era una bomba accesa, che si può ancora vedere sopra l’ingresso del Teatro Niccolini in via Ricasoli in cui ebbe sede.

6 Pare che esista un documento del 1670 che attesta la nascita di Fagoro, avvenuta nel 1570, anche se il suo nome non figura nella discendenza della famiglia. Il bambino era figlio di Camilla Martelli e sarebbe morto intorno agli 8 anni di età, anche se qua compare come un ragazzo adolescente.

Post in evidenza

Le meraviglie del Museo Bardini

Il museo Bardini prende il nome da Stefano Bardini, uno dei più autorevoli antiquari italiani, che alla sua morte1 donò la ricca collezione di opere della sua galleria al Comune di Firenze.

Una raccolta che riflette il gusto eclettico del suo creatore e che riunisce una straordinaria varietà di generi, con oltre 3600 oggetti tra dipinti, sculture, armature, ceramiche, bronzetti e arredi antichi.

Bardini amava il bello, che sapeva riconoscere con l’occhio esperto del mercante d’arte ed aveva un naturale talento nello scovare autentici tesori nascosti.

Gli oggetti venivano esposti nelle sale a piano terra della sua casa-negozio, nel palazzo in stile neo-rinascimentale che si era fatto costruire dall’architetto Corinto Corinti, modificando un complesso di antichi edifici acquistati nel 1880, tra cui la chiesa sconsacrata di San Gregorio della Pace2.

Atrio d’ingresso del Museo Bardini
Foto Manuela Sacchetti

Quella che oggi viene chiamata Sala della Carità era il piccolo orto annesso al convento, che fu chiuso con un soffitto del ‘500 acquistato in una villa veneta, privato dei lacunari che vennero sostituiti con dei vetri e trasformato in lucernario per dare grande luminosità alla stanza, mentre le pareti furono dipinte con una suggestiva tinta blu, che credo sia la prima cosa a stupire il visitatore entrando nel museo – che non a caso viene chiamato il Museo Blu3.

Nella Sala della Carità sono esposti marmi antichi, stemmi, rilievi e ornamenti di varie epoche e provenienze.

Tra questi spiccano una mensola con testa femminile attribuita a Nicola Pisano (notizie 1258-1278), considerato come unico frammento di un monumento scomparso e l’acquasantiera frutto di un assemblaggio, con il fusto risalente al pieno ‘500 e la coppa attribuita a Pagno di Lapo Portigiani, scultore attivo a Firenze nella seconda metà del ‘400.

Il portale pastiche nella
Sala della Carità
Foto Francesca Fantechi

Opera di assemblaggio realizzata dallo stesso Bardini è anche il bellissimo portale che introduce nella Chiostrina, un piccolo ambiente in cui si trova la preziosa statua di Tino da Camaino (Siena 1280 – Napoli 1337), che l’antiquario disse di aver acquistato da un contadino di Rifredi (!) e aveva identificato con La moglie di Faustolo che allatta Romolo e Remo. Oggi la critica è più orientata a pensare che si tratti del gruppo statuario posto sopra la porta est del Battistero4, rimosso nel Cinquecento e sostituito con il Battesimo di Cristo di Andrea Sansovino. Tino l’avrebbe scolpita nel 1321, in un periodo in cui stilisticamente iniziò a distaccarsi dalla maniera del maestro Giovanni Pisano, avvicinandosi ai modelli di Arnolfo di Cambio, la cui influenza è evidente nella semplificazione dei volumi e la posa monumentale.

Nella Chiostrina si trovano anche due pulpiti: quello a destra, in pietra serena, risale alla fine del ‘400 e quello a sinistra è un altro interessante pastiche elaborato da Bardini, che ricompose il pergamo in stile cosmatesco a forma di tempietto.

In un’altra sala del piano terra troviamo alcune opere provenienti dalla distruzione del vecchio centro.

Tra queste le due belle insegne in pietra, una della Parte Guelfa che si trovava sulla facciata di un edificio in via Porta Rossa e l’altra appartenuta all’Arte degli Oliandoli e Pizzicagnoli degli inizi del ‘4005.

Ma le sculture più famose del museo, sono il Diavolino del Giambologna (Douai 1529-Firenze 1608) e l’originale del Porcellino di Pietro Tacca (Carrara 1557-Firenze 1640)

Il Diavolino del Giambologna
Foto Francesca Fantechi

Il piccolo reggi-stendardo in bronzo venne eseguito nel 1579 dallo scultore francese per il palazzo di Bernardo Vecchietti. Giambologna raffigurò un satiro che poi prese il nome di diavolino per una credenza popolare legata alla figura di San Pietro Martire: secondo la leggenda, un giorno durante una predica del santo, il diavolo era apparso con le sembianze di un cavallo nero imbizzarrito, ma lui lo aveva scacciato salvando la folla radunata per ascoltarlo. Il cavallo era scomparso proprio all’angolo con la strada dove sorgeva il palazzo, ancora oggi conosciuto come “Canto dei Diavoli”. La celebre statua del Porcellino, invece, venne realizzata da Pietro Tacca, allievo di Giambologna, per Cosimo II de’Medici, come copia di una identica statua in marmo (che si trova agli Uffizi) donata a Cosimo I da papa Pio IV. La scultura venne prima collocata a palazzo Pitti e nel 1640 Ferdinando II la fece sistemare come fontana alla Loggia del Mercato Nuovo.

Io e il Porcellino,
Foto Annamaria Gramigni
Saliamo la scalinata che porta al mezzanino con l’elegante cancello in ferro battuto del XV secolo per entrare nella cosiddetta Sala delle Madonne.

La sala contiene una ricca collezione di Madonne con il Bambino in terracotta, un genere di produzione artistica riscoperto nel Rinascimento e che ebbe larga diffusione per la decorazione di piccoli tabernacoli o come immagini di devozione privata all’interno delle abitazioni. Qui troviamo anche un grande crocifisso veneto della seconda metà del XV secolo e una ricca collezione di cassoni nuziali.

La Sala delle Madonne
con la collezione di Madonne in terracotta
Foto Francesca Fantechi

Nella sala vi sono inoltre due opere di Donatello, la Madonna della Mela (forse 1425), annotata da Bardini6 come proveniente da Scarperia e la Madonna dei Cordai (1433-35), molto particolare dal punto di vista dei materiali impiegati dall’artista.

Donatello, Madonna della Mela
Donatello, Madonna dei Cordai

Essa raffigura la Madonna seduta in terra in adorazione del Bambino e circondata da putti che giocano; la base dell’opera è in legno intagliato con inserti in pelle argentata ricoperta di vetro, mentre le figure sono in stucco policromo con riempimento in cocciopesto. Il motivo decorativo con le corde allude forse alla Compagnia dei Cordai che avrebbe commissionato l’opera, riconducibile al periodo di sperimentazione di nuove tecniche che caratterizza il lavoro di Donatello negli anni 30 del Quattrocento7.

Sala delle cornici
E adesso saliamo al primo piano del museo.

La prima sala è detta Sala delle Cornici, che contiene 47 cornici di diverse forme e periodi e una rara collezione di corami, che comprende in tutto 3 paliotti d’altare8, 4 paramenti da muro e 9 cuscini. Le decorazioni in cuoio erano di origine islamica e vennero introdotte in Europa dagli spagnoli a partire dall’XI secolo, che ne perfezionarono la tecnica permettendo di realizzare rivestimenti da parete e cuscini. La pelle era decorata con foglia d’argento fissata con l’albume d’uovo e i rilievi impressi con punzoni e dipinti a olio. I corami si diffusero prima negli ambienti ecclesiastici e dal Rinascimento anche nelle dimore private e nei palazzi dei nobili, come la corte di Cosimo I, che fece grande uso di paramenti in cuoio oltre ai consueti arazzi.

Sala dei bronzetti
Foto Francesca Fantechi

Nella Sala dei bronzetti si trovano soprattutto opere di scuola veneta del primo Rinascimento. La presenza di questi oggetti, fa capire bene l’interesse di Bardini verso tutti i settori dell’artigianato antico, tra cui vi erano i manufatti in bronzo di piccole dimensioni sia di uso quotidiano (calamai, lucerne, campanelli ecc.) che di opere “in piccolo” che riproducevano soggetti della statuaria antica e quella contemporanea con figure allegoriche o tratte dai miti. Il bronzo era stato uno dei materiali più legati al mondo classico e le difficoltà nella riproduzione della fusione a cera persa praticata in passato avevano portato ad abbandonare questa tecnica nel Medioevo. Dal Quattrocento vi fu una ripresa dei modelli figurativi antichi e i bronzetti divennero un simbolo di prestigio per i committenti.

Nella sala si trovano inoltre alcuni interessanti dipinti come i due affreschi staccati dalla villa di Castello, provenienti dalle collezioni del cardinale Carlo de’Medici, eseguiti da Baldassarre Franceschini detto il Volterrano (Volterra 1611-Firenze 1689) e un’opera giovanile di Carlo Dolci (Firenze 1616-1688) raffigurante David e Golia.

Sala del Terrazzo, Madonna annunciata di scuola senese (XV secolo)
Foto Francesca Fantechi

Nella Sala del Terrazzo troviamo uno dei dipinti più importanti del museo: il San Michele Arcangelo che combatte il drago (1465 ca.) era la parte posteriore di uno stendardo dipinto per una confraternita di Arezzo dai fratelli Piero e Antonio del Pollaiolo, artisti molto apprezzati nella Firenze di Lorenzo il Magnifico.

Altre opere di notevole interesse si trovano nella Sala dei Dipinti: la Madonna del Coniglio di Hans Clemer, pittore attivo in Piemonte e Provenza tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500, accanto al grande Crocifisso di Bernardo Daddi, opera originale eseguita prima del 1348, tranne i due terminali con i dolenti e il pellicano aggiunti nell’Ottocento.

La Sala dei Dipinti

I due affreschi staccati da Palazzo Pucci con Aurora con Titone e Aurora con la notte (1635 ca.) sono di Giovanni da San Giovanni e furono venduti a Bardini nel 1911 dall’antiquario Vincenzo Ciampolini, mentre l’Apollo e Marsia (1678) di Luca Giordano fu dipinto a Napoli e acquistato da un abate fiorentino insieme ad altre opere dell’artista.

Curiosa è la storia del pittore Jacques Courtois, conosciuto come Il Borgognone (St.Hippolyte 1621-Roma 1676) e specializzato nei dipinti di battaglie; egli era figlio di un pittore di icone e quindi iniziò la sua carriera con la produzione di immagini sacre. Alla morte del padre si mise al servizio di un ufficiale spagnolo e dovette combattere per 3 anni nel suo esercito durante la Guerra dei Trent’anni. Tornato a casa riprese a dipingere, ma tale era stata l’impressione che su di lui aveva avuto il conflitto che da allora dipinse solo scene di guerra.

Dirigendosi verso l’uscita, ci si imbatte nella Sala del Guercino con un suo dipinto raffigurante Atlante che sostiene il globo terrestre (1646), eseguito per Don Lorenzo de’ Medici, zio del Granduca Ferdinando II, forse in memoria di Galileo Galilei, morto qualche anno prima.

Guercino, Atlante che sostiene il globo terrestre
Ph. credits Museo Galileo

Scendendo lo scalone monumentale in cui si trova la collezione di tappeti orientali antichi, arriviamo nella Sala d’Armi, che corrisponde a ciò che resta della piccola chiesa di San Gregorio della Pace, sulla cui parete di fondo si apre un piccolo vano che era l’ingresso al campanile.

Note

1 Stefano Bardini morì a Firenze il 12 settembre 1922.

2 La chiesa di San Gregorio della Pace era stata edificata tra il 1273 e il 1279, su di un terreno di proprietà della famiglia Mozzi, per volere di Papa Gregorio X come celebrazione della pace tra Guelfi e Ghibellini. Nel ‘600 fu ceduta ai Chierici Regolari Ministri degli Infermi o Padri del Ben Morire, ma con la soppressione dell’ordine tornò di proprietà dei Mozzi che decisero di metterla in vendita nel 1880. Stefano Bardini acquisterà anche il loro palazzo di famiglia nel 1912.

3 Bardini l’aveva forse ripreso dai palazzi della nobiltà russa, dove questo colore andava molto di moda e rivelò la ricetta della mescola in una lettera indirizzata a Isabella Gardner Stewart che voleva assolutamente dipingere dello stesso colore le pareti del suo museo a Boston.

4 Il gruppo scultoreo raffigurava le tre Virtù, di cui la Fede e la Speranza si trovano al Museo dell’Opera del Duomo. A sostegno di questa ipotesi vi è anche il fatto che il retro della statua non è stato scolpito.

5 L’arme di Parte guelfa si riconosce dall’aquila che afferra il drago, mentre quello della corporazione ha lo sfondo con i gigli di Francia e l’emblema angioino con un leone rampante che tiene un rametto di ulivo.

6 Bardini aveva attribuito l’opera a Lorenzo Ghiberti, mentre la recente critica la inserisce nella produzione giovanile di Donatello.

7 Viene naturale il raffronto la Cantoria del Duomo di Firenze e con il pulpito del Duomo di Prato.

8 I paliotti sono dei pannelli decorativi posti sul fronte dell’altare. Possono essere dipinti oppure fatti a mosaico, ricamati su tela oppure con il cuoio.

Bibliografia di riferimento

Antonella Nesi, Guida al Museo Stefano Bardini, Firenze, Edizioni Polistampa, 2011.

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Stefano Bardini, il “Principe degli antiquari”

” Uomo distinto e di raffinata eleganza, il mercante creò il mito di se stesso”.

– Antonella Nesi

Era nato in una famiglia di modeste origini nella provincia di Arezzo nel 1836 e a 18 anni si trasferì a Firenze per studiare pittura all’Accademia delle Belle Arti. Seguì i corsi di Bezzuoli e Pollastrini, che non riuscirono ad entusiasmarlo tanto quanto gli incontri al Caffè Michelangelo con i Macchiaioli. Non aderì al movimento, ma come molti di loro abbandonò gli studi e si arruolò come volontario nell’esercito garibaldino.

Qualche anno dopo iniziò a dedicarsi al restauro e al commercio antiquario con grande successo: il mercato fiorentino dell’epoca era ricco di opere anche di notevole valore vendute come anticaglie. Si trattava di dipinti, sculture e oggetti di artigianato provenienti dalle soppressioni ecclesiastiche (già avvenute in epoca napoleonica e poi nel 1866) e dalla demolizione degli edifici del vecchio centro.

I grandi musei e i collezionisti stranieri erano disposti a pagare bene per averli e con occhio esperto e buon intuito si potevano fare ottimi affari. Ed è così che Stefano Bardini creò la sua fortuna, diventando il “principe degli antiquari” di Firenze. Tra i suoi clienti vi furono anche il banchiere J.P. Morgan e la ricca ereditiera Isabella Gardner Stewart, ma anche lo storico dell’arte Bernard Berenson e Charles Loeser frequentarono abitualmente la sua casa – bottega.

Piazza de’Mozzi, Firenze.
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