Le meraviglie del Museo Bardini

Il museo Bardini prende il nome da Stefano Bardini, uno dei più autorevoli antiquari italiani, che alla sua morte1 donò la ricca collezione di opere della sua galleria al Comune di Firenze.

Una raccolta che riflette il gusto eclettico del suo creatore e che riunisce una straordinaria varietà di generi, con oltre 3600 oggetti tra dipinti, sculture, armature, ceramiche, bronzetti e arredi antichi.

Bardini amava il bello, che sapeva riconoscere con l’occhio esperto del mercante d’arte ed aveva un naturale talento nello scovare autentici tesori nascosti.

Gli oggetti venivano esposti nelle sale a piano terra della sua casa-negozio, nel palazzo in stile neo-rinascimentale che si era fatto costruire dall’architetto Corinto Corinti, modificando un complesso di antichi edifici acquistati nel 1880, tra cui la chiesa sconsacrata di San Gregorio della Pace2.

Atrio d’ingresso del Museo Bardini
Foto Manuela Sacchetti

Quella che oggi viene chiamata Sala della Carità era il piccolo orto annesso al convento, che fu chiuso con un soffitto del ‘500 acquistato in una villa veneta, privato dei lacunari che vennero sostituiti con dei vetri e trasformato in lucernario per dare grande luminosità alla stanza, mentre le pareti furono dipinte con una suggestiva tinta blu, che credo sia la prima cosa a stupire il visitatore entrando nel museo – che non a caso viene chiamato il Museo Blu3.

Nella Sala della Carità sono esposti marmi antichi, stemmi, rilievi e ornamenti di varie epoche e provenienze.

Tra questi spiccano una mensola con testa femminile attribuita a Nicola Pisano (notizie 1258-1278), considerato come unico frammento di un monumento scomparso e l’acquasantiera frutto di un assemblaggio, con il fusto risalente al pieno ‘500 e la coppa attribuita a Pagno di Lapo Portigiani, scultore attivo a Firenze nella seconda metà del ‘400.

Il portale pastiche nella
Sala della Carità
Foto Francesca Fantechi

Opera di assemblaggio realizzata dallo stesso Bardini è anche il bellissimo portale che introduce nella Chiostrina, un piccolo ambiente in cui si trova la preziosa statua di Tino da Camaino (Siena 1280 – Napoli 1337), che l’antiquario disse di aver acquistato da un contadino di Rifredi (!) e aveva identificato con La moglie di Faustolo che allatta Romolo e Remo. Oggi la critica è più orientata a pensare che si tratti del gruppo statuario posto sopra la porta est del Battistero4, rimosso nel Cinquecento e sostituito con il Battesimo di Cristo di Andrea Sansovino. Tino l’avrebbe scolpita nel 1321, in un periodo in cui stilisticamente iniziò a distaccarsi dalla maniera del maestro Giovanni Pisano, avvicinandosi ai modelli di Arnolfo di Cambio, la cui influenza è evidente nella semplificazione dei volumi e la posa monumentale.

Nella Chiostrina si trovano anche due pulpiti: quello a destra, in pietra serena, risale alla fine del ‘400 e quello a sinistra è un altro interessante pastiche elaborato da Bardini, che ricompose il pergamo in stile cosmatesco a forma di tempietto.

In un’altra sala del piano terra troviamo alcune opere provenienti dalla distruzione del vecchio centro.

Tra queste le due belle insegne in pietra, una della Parte Guelfa che si trovava sulla facciata di un edificio in via Porta Rossa e l’altra appartenuta all’Arte degli Oliandoli e Pizzicagnoli degli inizi del ‘4005.

Ma le sculture più famose del museo, sono il Diavolino del Giambologna (Douai 1529-Firenze 1608) e l’originale del Porcellino di Pietro Tacca (Carrara 1557-Firenze 1640)

Il Diavolino del Giambologna
Foto Francesca Fantechi

Il piccolo reggi-stendardo in bronzo venne eseguito nel 1579 dallo scultore francese per il palazzo di Bernardo Vecchietti. Giambologna raffigurò un satiro che poi prese il nome di diavolino per una credenza popolare legata alla figura di San Pietro Martire: secondo la leggenda, un giorno durante una predica del santo, il diavolo era apparso con le sembianze di un cavallo nero imbizzarrito, ma lui lo aveva scacciato salvando la folla radunata per ascoltarlo. Il cavallo era scomparso proprio all’angolo con la strada dove sorgeva il palazzo, ancora oggi conosciuto come “Canto dei Diavoli”. La celebre statua del Porcellino, invece, venne realizzata da Pietro Tacca, allievo di Giambologna, per Cosimo II de’Medici, come copia di una identica statua in marmo (che si trova agli Uffizi) donata a Cosimo I da papa Pio IV. La scultura venne prima collocata a palazzo Pitti e nel 1640 Ferdinando II la fece sistemare come fontana alla Loggia del Mercato Nuovo.

Io e il Porcellino,
Foto Annamaria Gramigni
Saliamo la scalinata che porta al mezzanino con l’elegante cancello in ferro battuto del XV secolo per entrare nella cosiddetta Sala delle Madonne.

La sala contiene una ricca collezione di Madonne con il Bambino in terracotta, un genere di produzione artistica riscoperto nel Rinascimento e che ebbe larga diffusione per la decorazione di piccoli tabernacoli o come immagini di devozione privata all’interno delle abitazioni. Qui troviamo anche un grande crocifisso veneto della seconda metà del XV secolo e una ricca collezione di cassoni nuziali.

La Sala delle Madonne
con la collezione di Madonne in terracotta
Foto Francesca Fantechi

Nella sala vi sono inoltre due opere di Donatello, la Madonna della Mela (forse 1425), annotata da Bardini6 come proveniente da Scarperia e la Madonna dei Cordai (1433-35), molto particolare dal punto di vista dei materiali impiegati dall’artista.

Donatello, Madonna della Mela
Donatello, Madonna dei Cordai

Essa raffigura la Madonna seduta in terra in adorazione del Bambino e circondata da putti che giocano; la base dell’opera è in legno intagliato con inserti in pelle argentata ricoperta di vetro, mentre le figure sono in stucco policromo con riempimento in cocciopesto. Il motivo decorativo con le corde allude forse alla Compagnia dei Cordai che avrebbe commissionato l’opera, riconducibile al periodo di sperimentazione di nuove tecniche che caratterizza il lavoro di Donatello negli anni 30 del Quattrocento7.

Sala delle cornici
E adesso saliamo al primo piano del museo.

La prima sala è detta Sala delle Cornici, che contiene 47 cornici di diverse forme e periodi e una rara collezione di corami, che comprende in tutto 3 paliotti d’altare8, 4 paramenti da muro e 9 cuscini. Le decorazioni in cuoio erano di origine islamica e vennero introdotte in Europa dagli spagnoli a partire dall’XI secolo, che ne perfezionarono la tecnica permettendo di realizzare rivestimenti da parete e cuscini. La pelle era decorata con foglia d’argento fissata con l’albume d’uovo e i rilievi impressi con punzoni e dipinti a olio. I corami si diffusero prima negli ambienti ecclesiastici e dal Rinascimento anche nelle dimore private e nei palazzi dei nobili, come la corte di Cosimo I, che fece grande uso di paramenti in cuoio oltre ai consueti arazzi.

Sala dei bronzetti
Foto Francesca Fantechi

Nella Sala dei bronzetti si trovano soprattutto opere di scuola veneta del primo Rinascimento. La presenza di questi oggetti, fa capire bene l’interesse di Bardini verso tutti i settori dell’artigianato antico, tra cui vi erano i manufatti in bronzo di piccole dimensioni sia di uso quotidiano (calamai, lucerne, campanelli ecc.) che di opere “in piccolo” che riproducevano soggetti della statuaria antica e quella contemporanea con figure allegoriche o tratte dai miti. Il bronzo era stato uno dei materiali più legati al mondo classico e le difficoltà nella riproduzione della fusione a cera persa praticata in passato avevano portato ad abbandonare questa tecnica nel Medioevo. Dal Quattrocento vi fu una ripresa dei modelli figurativi antichi e i bronzetti divennero un simbolo di prestigio per i committenti.

Nella sala si trovano inoltre alcuni interessanti dipinti come i due affreschi staccati dalla villa di Castello, provenienti dalle collezioni del cardinale Carlo de’Medici, eseguiti da Baldassarre Franceschini detto il Volterrano (Volterra 1611-Firenze 1689) e un’opera giovanile di Carlo Dolci (Firenze 1616-1688) raffigurante David e Golia.

Sala del Terrazzo, Madonna annunciata di scuola senese (XV secolo)
Foto Francesca Fantechi

Nella Sala del Terrazzo troviamo uno dei dipinti più importanti del museo: il San Michele Arcangelo che combatte il drago (1465 ca.) era la parte posteriore di uno stendardo dipinto per una confraternita di Arezzo dai fratelli Piero e Antonio del Pollaiolo, artisti molto apprezzati nella Firenze di Lorenzo il Magnifico.

Altre opere di notevole interesse si trovano nella Sala dei Dipinti: la Madonna del Coniglio di Hans Clemer, pittore attivo in Piemonte e Provenza tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500, accanto al grande Crocifisso di Bernardo Daddi, opera originale eseguita prima del 1348, tranne i due terminali con i dolenti e il pellicano aggiunti nell’Ottocento.

La Sala dei Dipinti

I due affreschi staccati da Palazzo Pucci con Aurora con Titone e Aurora con la notte (1635 ca.) sono di Giovanni da San Giovanni e furono venduti a Bardini nel 1911 dall’antiquario Vincenzo Ciampolini, mentre l’Apollo e Marsia (1678) di Luca Giordano fu dipinto a Napoli e acquistato da un abate fiorentino insieme ad altre opere dell’artista.

Curiosa è la storia del pittore Jacques Courtois, conosciuto come Il Borgognone (St.Hippolyte 1621-Roma 1676) e specializzato nei dipinti di battaglie; egli era figlio di un pittore di icone e quindi iniziò la sua carriera con la produzione di immagini sacre. Alla morte del padre si mise al servizio di un ufficiale spagnolo e dovette combattere per 3 anni nel suo esercito durante la Guerra dei Trent’anni. Tornato a casa riprese a dipingere, ma tale era stata l’impressione che su di lui aveva avuto il conflitto che da allora dipinse solo scene di guerra.

Dirigendosi verso l’uscita, ci si imbatte nella Sala del Guercino con un suo dipinto raffigurante Atlante che sostiene il globo terrestre (1646), eseguito per Don Lorenzo de’ Medici, zio del Granduca Ferdinando II, forse in memoria di Galileo Galilei, morto qualche anno prima.

Guercino, Atlante che sostiene il globo terrestre
Ph. credits Museo Galileo

Scendendo lo scalone monumentale in cui si trova la collezione di tappeti orientali antichi, arriviamo nella Sala d’Armi, che corrisponde a ciò che resta della piccola chiesa di San Gregorio della Pace, sulla cui parete di fondo si apre un piccolo vano che era l’ingresso al campanile.

Note

1 Stefano Bardini morì a Firenze il 12 settembre 1922.

2 La chiesa di San Gregorio della Pace era stata edificata tra il 1273 e il 1279, su di un terreno di proprietà della famiglia Mozzi, per volere di Papa Gregorio X come celebrazione della pace tra Guelfi e Ghibellini. Nel ‘600 fu ceduta ai Chierici Regolari Ministri degli Infermi o Padri del Ben Morire, ma con la soppressione dell’ordine tornò di proprietà dei Mozzi che decisero di metterla in vendita nel 1880. Stefano Bardini acquisterà anche il loro palazzo di famiglia nel 1912.

3 Bardini l’aveva forse ripreso dai palazzi della nobiltà russa, dove questo colore andava molto di moda e rivelò la ricetta della mescola in una lettera indirizzata a Isabella Gardner Stewart che voleva assolutamente dipingere dello stesso colore le pareti del suo museo a Boston.

4 Il gruppo scultoreo raffigurava le tre Virtù, di cui la Fede e la Speranza si trovano al Museo dell’Opera del Duomo. A sostegno di questa ipotesi vi è anche il fatto che il retro della statua non è stato scolpito.

5 L’arme di Parte guelfa si riconosce dall’aquila che afferra il drago, mentre quello della corporazione ha lo sfondo con i gigli di Francia e l’emblema angioino con un leone rampante che tiene un rametto di ulivo.

6 Bardini aveva attribuito l’opera a Lorenzo Ghiberti, mentre la recente critica la inserisce nella produzione giovanile di Donatello.

7 Viene naturale il raffronto la Cantoria del Duomo di Firenze e con il pulpito del Duomo di Prato.

8 I paliotti sono dei pannelli decorativi posti sul fronte dell’altare. Possono essere dipinti oppure fatti a mosaico, ricamati su tela oppure con il cuoio.

Bibliografia di riferimento

Antonella Nesi, Guida al Museo Stefano Bardini, Firenze, Edizioni Polistampa, 2011.

Pubblicato da Elena Petrioli

Guida turistica di Firenze

2 pensieri riguardo “Le meraviglie del Museo Bardini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: