Il Museo della Natura Morta

Ecco un museo assolutamente unico nel suo genere: è il Museo della Natura Morta, allestito al secondo piano della villa medicea di Poggio a Caiano: 16 sale e oltre 200 opere raccolte da 4 generazioni di Medici che provengono dai depositi degli Uffizi e di Palazzo Pitti per condurvi alla scoperta del meraviglioso mondo della natura.

Bartolomeo Bimbi, Vaso di fiori
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Ph. credits Wikipedia

Il termine “natura morta” indica per definizione la rappresentazione di oggetti inanimati come fiori, frutta, animali e strumenti musicali.

In Italia iniziò ad affermarsi pienamente solo in epoca barocca perché il mondo accademico, di forte impronta classica, lo aveva sempre ritenuto un genere minore rispetto alla pittura storica, sia di carattere religioso che mitologico. Dunque questo tipo di produzione aveva sempre fatto fatica ad affermarsi e almeno fino agli inizi del Seicento era apparso in modo sporadico, soprattutto nell’ambiente artistico fiorentino, ancora molto influenzato dai modelli rinascimentali. Un pittore di scuola locale avrebbe difatti potuto obiettare che la pittura vera, quella con la P maiuscola, era quella che aveva per protagonisti uomini valorosi, di cui si mostravano le azioni degne di pubblico interesse. Insomma, un quadro doveva essere fatto di un qualcuno che faceva qualcosa, ossia con personaggi che si muovevano su di uno sfondo e che inducevano lo spettatore a riflettere su un determinato tema o gli evocavano certe sensazioni. Che senso aveva raffigurare delle alzate di frutta con magari un carciofo accanto? Che sensazioni poteva mai evocare un vaso di fiori?

Eppure nei paesi del Nord Europa (in particolare quelli di religione protestante) dove le immagini di culto erano state condannate e l’influenza della tradizione classica risultava assai ridotta, questo genere di pittura ebbe una rapida diffusione. Le nature morte in effetti erano soggetti meno impegnativi (fatta eccezione per le vanitas allusive alla precarietà della vita) e si presentavano semplicemente come una rappresentazione della natura fine a se stessa e per la contemplazione della sua bellezza. Vi faccio inoltre notare la differenza a livello linguistico che esiste tra l’italiano e le lingue anglosassoni: noi usiamo il termine natura “morta”, che implica una connotazione negativa, mentre in inglese si parla di still life painting (in tedesco stilleben e in olandese stilleven) che tradotto letteralmente significa “pittura ancora viva”.

Mentre a Roma e Napoli si erano già costituite importanti raccolte private tra i collezionisti dell’epoca, a Firenze furono i Medici a dover indirizzare la committenza locale verso le nuove tendenze.

Il primo a comprendere la necessità di aprire la corte granducale alla moderna pittura fiamminga e olandese e ai nuovi generi pittorici del paesaggio e della natura morta fu Cosimo II. Egli decise di acquistare i primi dipinti nel 1616 per la villa di Artimino e qualche anno dopo il fratello cardinale Carlo de’ Medici fece lo stesso per la villa di Careggi. Questo tipo di decorazione veniva infatti considerato molto appropriato per le residenze di campagna della famiglia e spinse anche gli altri discendenti ad un collezionismo sistematico e dal carattere “scientifico” nei decenni successivi. Uno dei pittori attivi in questo periodo e tra i primi a specializzarsi in illustrazioni di carattere naturalistico, fu Jacopo Ligozzi anche se la maggior parte delle nature morte introdotte a Firenze agli inizi del ‘600 erano state acquistate da artisti romani e fiamminghi come Antonio Tanari, Gerrit Van der Bosch e Jan Brugel. Tra queste troviamo anche un’insolita “Cucina con cena in Emmaus“, proveniente dalla villa di Pratolino, un dipinto di scuola fiamminga in cui si vedono due cuoche in primo piano, con la scena sacra posta sullo sfondo.

Due donne in cucina con cena in Emmaus,
scuola fiamminga del XVI sec.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

Le prime nature morte dipinte a Firenze furono eseguite intorno al 1618-19 da Filippo Napoletano, uno degli artisti protetti da Cosimo II e molto aggiornato sulle ultime tendenze dell’ambiente artistico romano. Le opere di Camillo Berti, Leonardo Feroni e Giovanni Pini mostrano lo sviluppo di questo tema nella scuola locale, peraltro senza rinunciare alla presenza umana nella composizione. Questi dipinti appartenevano a Don Lorenzo de’Medici, un altro fratello del Granduca Cosimo II, che raccolse una trentina di nature morte nella villa della Petraia.

Camillo Berti, Il pollarolo, 1625 ca.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

Un decisivo impulso alla diffusione di questo genere pittorico in Toscana si ebbe durante il regno di Ferdinando II, che insieme alla moglie Vittoria Della Rovere e ai fratelli cardinali Giovan Carlo e Leopoldo, acquistò numerose opere dai maggiori specialisti dell’epoca, sia italiani che stranieri. Il Granduca ospitò a corte due illustri pittori olandesi, Willelm Van Aelst ed il maestro Otto Marseus van Schrieck, famoso per la sua originale tecnica che consisteva nell’applicare sulla tela piccoli frammenti organici dei soggetti raffigurati, come ad esempio le ali di farfalla. Vittoria della Rovere si appassionò moltissimo alle composizioni barocche romane e lombarde e arrivò a possedere oltre 100 dipinti nella sua residenza prediletta, la villa di Poggio Imperiale. Tra i suoi artisti preferiti vi furono i cosiddetti fioranti, pittori specializzati nella raffigurazione di composizioni floreali come ghirlande, mazzi di fiori in vaso o disposti liberamente in dei panieri: tra questi ricordiamo i fiorentini Andrea Scacciati e Bartolomeo Bimbi, ma anche due donne, Margherita Caffi (che visse lungamente a Milano e aprì una fiorente scuola) e Giovanna Garzoni, che soggiornò tra Venezia, Napoli e Roma.

Margherita Caffi, Ghirlanda
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Ph. credits Wikipedia

Tra i sottogeneri della natura morta, vi sono le scene di caccia con animali vivi o morti e tra i pittori fiorentini che si applicarono maggiormente al tema vi fu Bartolomeo Bimbi.

Bartolomeo Bimbi, Agnello con due teste
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

La caccia era da sempre uno dei passatempi preferiti dell’aristocrazia e la selvaggina era un cibo molto ricercato per i banchetti e le feste. Ai tempi di Cosimo III la produzione di queste opere assunse un carattere sistematico e scientifico: il Granduca aveva un grande interesse per le scienze naturali e si dedicò alla creazione di un giardino botanico al Casino della Topaia e di un Gabinetto di Storia Naturale all’Ambrogiana. Egli si divertì a collezionare animali e specie botaniche rare e assunse il Bimbi come illustratore scientifico: il pittore eseguì numerosi dipinti con animali vivi (soprattutto uccelli) tra cui compaiono anche delle aberrazioni della natura, come la vitella e la pecora bicefale. Di grande interesse sono le quattro spalliere con agrumi e le 8 tele con tutte le varietà di frutta allora coltivate (pere, pesche, mele, susine, albicocche, uva, fichi e ciliegie), corredate di legenda, che oggi costituiscono una preziosa fonte di informazioni su alcune specie ormai estinte.

Bartolomeo Bimbi, Spalliera con agrumi, 1715
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

L’ultima sezione del museo è dedicata al figlio di Cosimo III, il Gran Principe Ferdinando, raffinato collezionista che riservò ampio spazio alle nature morte nelle sue raccolte. Nel suo appartamento nella villa di Poggio a Caiano egli aveva creato un Gabinetto delle opere in piccolo, una sua stanza delle meraviglie, in cui era riuscito a disporre ben 174 dipinti di 166 artisti diversi e tutti di piccolo formato (con dimensioni non superiori ai 60 cm.) Purtroppo questa camera venne smantellata nel 1773 dagli Asburgo Lorena e sono ancora in corso gli studi per ricostruire l’esatta collocazione delle varie opere.

Giovanna Garzoni, Piatto con ciliege, 1642 ca.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

Pubblicato da Elena Petrioli

Guida turistica di Firenze

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