Prove tecniche da genio

Il concorso bandito dall’Arte di Calimala per l’esecuzione della porta nord del Battistero è il vero e proprio esordio di Filippo Brunelleschi sulla scena artistica fiorentina. Qui incontra Lorenzo Ghiberti, suo antagonista per la vita, al quale poi sarà ufficialmente assegnata la commissione. Deluso e amareggiato, Brunelleschi parte per Roma per dedicarsi allo studio dell’antico.

Il Battistero di San Giovanni a Firenze

Sappiamo che, dopo aver frequentato la scuola di abaco, Filippo Brunelleschi entrò come apprendista nella bottega di un orafo.

Il giovane apprese le tecniche di fusione dei metalli e di lavorazione a sbalzo ma non smise di esercitarsi nella pratica del disegno; il suo tirocinio doveva essere concluso entro il 1398, benché la sua domanda d’iscrizione all’Arte della Seta (a cui si immatricolavano gli orafi) non venne presentata prima del 1404.

E’ ormai accertato che la sua prima opera nota fu eseguita nella Cappella del Crocifisso del Duomo di Pistoia: Brunelleschi difatti figura nel gruppo di artisti che parteciparono alla decorazione dell’altare d’argento di San Jacopo, realizzando il rilievo posto su di un fianco con le figure dei profeti Geremia e Isaia.

Geremia e Isaia (1400-1401)
Altare di San Jacopo,
Cattedrale di San Zeno, Pistoia
Foto Sailko

Poi arrivò la grande occasione: a Firenze si era finalmente deciso di bandire il concorso per la seconda Porta del Battistero1 e Brunelleschi venne ammesso insieme ad altri 6 scultori e orefici toscani, tra cui un esordiente Lorenzo Ghiberti e il ben più celebre Jacopo della Quercia. I concorrenti avevano un anno di tempo per realizzare una formella in bronzo con la scena del Sacrificio di Isacco e una commissione composta da 34 maggiorenti fiorentini avrebbe scelto il vincitore.

Ad arrivare in finale furono proprio le opere di Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti, oggi conservate presso il Museo Nazionale del Bargello2: pare che la commissione fosse molto indecisa (si dice spaccata a metà) e alla fine propose ai due artisti la vittoria ex-aequo, invitandoli a lavorare insieme. Sembra che Ghiberti, seppur riluttante, si mostrasse disponibile a collaborare, mentre Brunelleschi oppose un secco rifiuto, rinunciando all’incarico3.

Mettiamo a confronto le formelle.

La formella di Ghiberti è una composizione elegante e armoniosa. Le figure si muovono su di uno sfondo roccioso, in uno spazio ben definito, ricco di dettagli ed effetti chiaro-scurali. Nel complesso la scena appare molto naturale e di altissimo livello tecnico4 e rivela lo studio dell’antichità classica, sia nel corpo dalle prefette proporzioni di Isacco, sia nel fregio dell’ara su cui è inginocchiato il ragazzo.

La formella di Lorenzo Ghiberti (1401) Firenze, Museo Nazionale del Bargello

La formella di Brunelleschi appare invece più “costruita”, con le figure rigidamente inquadrate in una composizione geometrica. La struttura a piramide risulta certamente una scelta più moderna e dinamica, con l’azione che converge verso il suo vertice. I personaggi sono molto espressivi e lo sfondo è praticamente assente. Il giovane seduto a sinistra è una raffinata citazione classica del tema dello spinario.

La formella di Filippo Brunelleschi (1401) Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Brunelleschi non aveva preso molto bene la decisione dei giudici.

Scelse così di partire per Roma, dove si recò più volte nell’arco dei successivi 17 anni, portando con sé l’amico Donatello, che rimase con lui almeno fino al 1404: scarse sono le notizie riguardanti questi soggiorni dell’artista per cui, come spesso accade, dobbiamo fare affidamento su ciò che racconta Vasari. Egli riferisce che Brunelleschi e Donatello diventarono piuttosto conosciuti in città come la “coppia del tesoro”, perché venivano sempre visti a osservare le rovine degli edifici antichi e talvolta a scavare (come i moderni archeologi). Tenete presente che agli inizi del ‘400 Roma versava ancora in condizioni di miseria e abbandono: una città con pochi abitanti e tante macerie sparse ovunque. Non era difficile imbattersi in un capitello, una colonna o il rilievo di un fregio e questa esperienza si rivelò fondamentale per la formazione di entrambi.

Brunelleschi resta affascinato da questo mondo perduto che letteralmente riaffiora sotto i suoi piedi. Si appassiona all’architettura antica e cerca di capirne la struttura e le proporzioni, studia il recupero delle tecniche di costruzione. Credo proprio che sia questo il periodo in cui nella sua mente inizia a materializzarsi un sogno: un giorno sarà possibile costruire una chiesa con le stesse forme di un tempio antico. O magari una cupola. Difficile, certo, ma non impossibile.

Canaletto, Capriccio romano con porta civica e mura turrite
(1742 ca.) Parma, Galleria Nazionale
https://dentrolatela.wordpress.com/2013/08/18/bernardo-michel-antonio-eugenio-bellotto-1721-1780/capriccio-romano-con-porta-civica-e-mura-turrite-galleria-nazionale-di-parma/
Note

1. La prima , la porta sud, era stata realizzata da Andrea Pisano tra il 1330 e il 1336.

2. Le altre formelle non sono giunte fino a noi, forse perché vennero rifuse per recuperare il bronzo.

3. E’ quanto riporta il Manetti nella biografia dell’artista.

4. Questo mette in risalto il grande talento artistico di Ghiberti praticamente al suo esordio. Non si conoscono infatti altre opere da lui eseguite prima di questa, ad eccezione di un perduto affresco eseguito a Pesaro, città in cui si recò per un breve soggiorno, prima di rientrare a Firenze per il concorso.

Riferimenti bibliografici:

Elena Capretti, Brunelleschi, Giunti editore, Firenze, 2003.

Pubblicato da Elena Petrioli

Guida turistica di Firenze

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