La Venerabile Compagnia dei Quochi tra aneddoti e futuro

Sapete che cosa lega Firenze allo zabaione? Niente, penserete. E allora bisogna che vi racconti la storia di San Pasquale e della Venerabile Compagnia dei Quochi, l’associazione che si occupa dello studio e della tutela delle nostre tradizioni enogastronomiche.

La chiesa di Santa Margherita dei Cerchi

Partiamo da un luogo noto a tutti e che si trova nel cuore del quartiere medievale, l’antichissima chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi (costruita nell’anno 1032 e più volte rimaneggiata nel corso dei secoli), meglio conosciuta come la “chiesa di Dante”. È qui che il Poeta si sposò con Gemma Donati ed è sempre qui che vide per la prima volta l’amata Beatrice, morta nel 1291 e sepolta sotto la mensola dell’altare laterale sinistro.

La tomba di Beatrice nella chiesa di Santa Margherita dei Cerchi

Sul pavimento di fronte all’altare maggiore, si trova invece una grande lapide in marmo che indica il sepolcro della Venerabile Compagnia dei Quochi, una confraternita fondata nel Cinquecento da un ristretto gruppo di appassionati d’arte, cultura e buon cibo, i quali si affidarono a San Pasquale Baylon come loro santo protettore.

Nato nel piccolo paese aragonese di Torrehermosa da una famiglia di pastori, il religioso mostrò fin da bambino una spiccata devozione verso il sacramento dell’Eucarestia e si sottopose a lunghi digiuni e pratiche di flagellazione anche dopo il suo ingresso nel convento dei francescani scalzi (l’ordine fondato da Pietro di Alcantara) di Santa Maria di Loreto. Per molti anni ebbe la mansione di frate portinaio, ma svolse anche altre attività nei conventi in cui fu inviato; uomo di grande umiltà e bontà d’animo morì il 17 maggio 1592 a Villareal e fu canonizzato il 16 ottobre 1690 da papa Alessandro VIII. Il suo culto in Italia si diffuse a partire dalla seconda metà del XVII secolo, quando arrivarono i padri alcantarini che costruirono i primi conventi dei frati minori scalzi nel nostro paese e la sua figura divenne molto popolare al sud (non a caso, in certe regioni, Pasquale è un nome assai comune), dove le donne lo invocavano per trovare marito.

San Pasquale Baylon in adorazione dell’eucarestia, Pier Dandini, 1690, Chiesa di Ognissanti Firenze
(Foto Wikipedia)

San Pasquale venne inoltre scelto come protettore dei cuochi e dei pasticceri perché in convento si occupava spesso della cucina e, secondo una diffusa tradizione, fu l’inventore dello zabaione. Si racconta che la ricetta originale a base di uova, zucchero e vino – oggi si usa il liquore marsala – venne creata “per sbaglio” durante la preparazione di una frittata, nel periodo in cui egli viveva a Torino, forse nella vecchia chiesa di San Tommaso apostolo, in cui dalla metà del Cinquecento si era insediata la comunità francescana. Pare che il santo spagnolo raccomandasse la preparazione di questa crema dolce e rinvigorente alle parrocchiane che curavano i bambini e gli anziani ammalati, ma anche a quelle che si lamentavano dell’intimità con il proprio marito e in breve tempo tutta la città iniziò a chiamarla la “bevanda di Fra’ Baylon”. La parola zabaione sarebbe quindi nata da sambajon (in pratica dalla storpiatura del nome del santo), anche se le sue origini restano incerte e contese, da alcuni riferite a Zuan Bajon, dal nome del condottiero Giampaolo Baglioni oppure alla bevanda veneziana nota come zabaja.

La cosa certa è che a Torino lo zabaione è una cosa seria ed è proprio nel capoluogo piemontese che si trova la delegazione più numerosa della Venerabile Compagnia dei Quochi. Per questo sono andata a fare due chiacchiere con l’amico Riccardo Bartoloni, titolare della Trattoria Antellesi in Via Faenza, che è stato da eletto nuovo presidente dell’associazione.

Riccardo Bartoloni, Presidente della Venerabile Compagnia dei Cuochi e titolare della Trattoria Antellesi

D. Quando sei entrato nella Compagnia e quali requisiti occorrono per farne parte?

R. «Sono entrato nella Venerabile circa 4 anni fa e per iscriversi non occorre necessariamente essere uno chef o un ristoratore, ma piuttosto condividere la nostra stessa filosofia del mangiare bene nel rispetto delle tradizioni, perché il cibo è cultura e dietro a molti piatti locali c’è un pezzo importante di storia.»

D. Mi fai un esempio?

R. «Le prime due cose che mi vengono in mente nel nostro caso sono la ribollita e la pappa al pomodoro, che nascono come pietanze del riuso, per non buttare via gli avanzi del giorno prima. Oppure la sai la storia del coperto? In passato i viandanti si fermavano nelle osterie per bere ma portavano con sé il cibo, che in genere veniva conservato in grossi tovaglioli. Gli osti noleggiavano loro il piatto per mangiare e da questa usanza deriva il coperto che si paga al ristorante.»

D. Che programmi ti piacerebbe realizzare in qualità di nuovo presidente della compagnia?

R. «Innanzitutto il 17 maggio, giorno di San Pasquale, andremo a Torino per l’incontro tra le nostre due maggiori delegazioni. Un progetto al quale stiamo lavorando nell’ambito di Vetrina Toscana a tavola con la Regione Toscana è dedicato proprio alla pappa al pomodoro, per cui vorremmo organizzare una gara a tema, qualcosa del tipo “la pappa al pomodoro tra tradizione e innovazione” perché anche in queste ricette sono ammesse delle variazioni, purché non vadano a snaturare l’identità della pietanza. Poi mi piacerebbe anche organizzare delle passeggiate alla scoperta delle buchette del vino, che sono un altro pezzo di storia importante della nostra città.»

D. Sei passato alla Trattoria Antellesi dopo essere stato per quasi trent’anni il titolare di Giannino in Borgo San Lorenzo. Cosa ti ha portato a fare questa scelta?

R. «Il motivo principale è stato la pandemia che ci ha obbligati a ridimensionare l’attività, ma in parte è stata anche una scelta dovuta all’età. Avendo gestito un esercizio storico per tanti anni ed essendo un membro della commissione comunale per gli esercizi storici il mio desiderio era comunque quello di restare in questa categoria, anche se oggi esistono diversi locali, che pur non avendo compiuto cinquant’anni di anni di attività continuata, sono stati inseriti in una speciale categoria detta delle eccellenze.»

D. Le problematiche relative al tuo settore a cui andrebbe posta attenzione?

R. «Certe questioni restano le stesse da ben prima della pandemia. La tassazione eccessiva non è certamente una novità ed è logico che se alcune aziende pagano soltanto un 5% penalizzano quelle che arrivano a pagare oltre il 60%.»

Arti in dialogo

Tornare nel “mio” dipartimento di Via San Gallo è stato un piacere, ma visitare le sale di Palazzo Marucelli-Fenzi eccezionalmente aperte al pubblico lo è stato ancor di più.

La facciata di Palazzo Marucelli Fenzi (Via San Gallo 10)

In questo imponente edificio progettato intorno al 1630 da Gherardo Silvani per la famiglia Castelli, ereditato alla fine del secolo dalla famiglia Marucelli e nel 1829 acquistato da Emanuele Fenzi, ha sede il Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo (Sagas) dell’Università degli Studi di Firenze, che in collaborazione con il Museo Ginori, la Direzione regionale musei della Toscana, l’Opificio delle Pietre Dure e l’Associazione Amici di Doccia, ha organizzato la mostra Arte in dialogo: echi tardo barocchi nelle sculture del Museo Ginori, aperta fino al 17 febbraio.

La vecchia sala di lettura del dipartimento (Sala di Ercole)

Un paio delle belle sale, decorate agli inizi del Settecento da Sebastiano Ricci, ospitano infatti l’interessante selezione di opere provenienti dalle collezioni del marchese Carlo Ginori, fondatore della Manifattura di Doccia.

La sala con gli affreschi raffiguranti La sconfitta di Marte e l’instaurarsi dell’età dell’oro e le opere in porcellana della Manifattura

Nata per risollevare l’economia dell’area intorno a Sesto Fiorentino, la fabbrica venne allestita in una villa vicino alla residenza di famiglia che il marchese aveva acquistato alcuni mesi prima. Appassionato di studi chimici e alchemici, Carlo Ginori intendeva replicare la formula per produrre la porcellana, allora ancora “segreta” (non era noto l’uso del caolino) e che per questo veniva importata da Cina e Giappone.

Endimione, Manifattura Ginori 1750 (da Agostino Cornacchini)

Nei primi anni della sua attività la Manifattura realizzò piccole sculture tratte da opere originali di Giovan Battista Foggini, Massimiliano Soldani Benzi, Giuseppe Piamontini, Antonio Montauti e Agostino Cornacchini, appositamente restaurate ed esposte insieme ai modelli in cera e terracotta per “dialogare” con i meravigliosi affreschi eseguiti da Sebastiano Ricci (tra i pittori prediletti dal Gran Principe Ferdinando dei Medici) e le bianche figure in stucco di Giovan Martino Portogalli e Giovanni Baratta (uno dei maggiori scultori di epoca tardo barocca).

La sala con la Giovinezza al bivio e altre opere della Manifattura

Gli affreschi del Ricci della prima sala raffigurano La sconfitta di Marte e l’instaurarsi dell’età dell’oro, con i sorprendenti Tritoni e Nereidi del Portogalli, mentre nella seconda sala vediamo la Giovinezza al bivio, impreziosito con le figure di putti e animali di Giovanni Baratta. Molto bello anche il ciclo conservato nella Sala di Ercole (la vecchia sala di lettura del dipartimento) sempre del Ricci, così come la tela applicata al soffitto nella saletta attigua che rappresenta L’amore punito.

Dettaglio delle figure a stucco della seconda sala

La mostra “Arti in dialogo”, a cura di Cristiano Giometti, Andrea Di Lorenzo e Rita Balleri, resterà aperta fino al 17 febbraio. Le visite con prenotazione obbligatoria si svolgono di martedì, giovedì e venerdì dalle ore 15 alle ore 19. Per info e prenotazioni mostra.fenzi@gmail.com

L’amore punito di Sebastiano Ricci

Un ringraziamento a Viola e Lisa che ci hanno guidato questo pomeriggio e soprattutto all’amica e collega Isabella Tronconi che aveva riservato il turno di visita per il nostro gruppo Amo Firenze e la Toscana.

Il “corridore” di Maria Maddalena dei Medici

Le avevo già dedicato un post sui miei profili social nella rubrica dedicata alle curiosità fiorentine, ma a causa delle restrizioni anti-Covid ero riuscita a scattare delle foto soltanto dall’esterno. Il corridoio mediceo dentro al museo archeologico è stato da tempo riaperto al pubblico, ma lo scorso 30 novembre, approfittando delle aperture straordinarie in occasione della Festa della Toscana, ho potuto percorrerlo fino in fondo, entrando nel cosiddetto Coretto di Maria Maddalena dei Medici.

Ritratto di Maria Maddalena dei Medici 1615 ca. (Foto Wikipedia)

Fu chiamata così l’ottava (e penultima) figlia di Ferdinando I e Cristina di Lorena, nata il 29 giugno 1600, malcomposta nelle membra1. Non sappiamo esattamente da quale malattia fosse affetta, ma le fonti ci parlano di una ragazza assai sofferente, che aveva grosse difficoltà nel camminare e a salire e scendere i gradini, per cui all’età di vent’anni anni fu deciso di trovarle una sistemazione diversa dalla reggia di palazzo Pitti.

Di prendere i voti la principessa non ne volle sapere, ma accettò la condizione di “suora laica” nel convento domenicano di Santa Maria della Croce (detto della Crocetta per via della piccola croce che le religiose portavano sul petto), dove avrebbe potuto pregare e condurre una vita riservata, senza rinunciare a ricevere ospiti e occupare il tempo con la musica e il teatro. Del resto le suore avevano sempre goduto della protezione e della generosità della famiglia Medici – in particolare di Cristina di Lorena – e pur essendo sottoposte alla clausura, accolsero di buon grado Maria Maddalena.

Il convento della Crocetta
nella pianta del Buonsignori
Ve (foto Wikipedia)

Il convento della Crocetta sorgeva in Via Laura ed era stato fondato nel 1511 da Suor Domenica del Paradiso, figlia di un fattore del Pian di Ripoli, animata da una fede profonda e un immenso carisma che la posero presto alla guida di una vivace comunità monastica. Dopo numerose vicende – che nel corso dei secoli ne modificarono fortemente l’aspetto e la destinazione d’uso – ciò che resta dell’antico complesso religioso è visibile all’interno della Facoltà di Scienze della Formazione2 (la chiesa oggi è l’aula magna) e nell’attiguo hotel Morandi alla Crocetta. Alzando lo sguardo, però, possiamo vedere il passaggio che lo collegava al Palazzo della Crocetta, progettato proprio per Maria Maddalena e dal 1880 sede del Museo Archeologico Nazionale.

I cavalcavia su Via Laura

La principessa, infatti, aveva bisogno di una residenza adatta al suo rango (oltre alle esigenze imposte dalla sua disabilità), che il fratello Cosimo II ordinò a Giulio Parigi nel 1620. Il nuovo edificio fu costruito di fronte al convento della Crocetta e dotato di corridoi sopraelevati (simili al corridoio vasariano) per permettere alla ragazza di spostarsi liberamente tra il palazzo e il convento3 e di raggiungere la basilica della Santissima Annunziata, al riparo da sguardi indiscreti. Il coretto era dunque la parte terminale del corridore, una stanza in cui Maddalena e le sue dame di compagnia potevano assistere alla messa senza essere viste, affacciandosi dalla finestra protetta da una grata in bronzo dorato.

Il Coretto di Maria Maddalena

Va ricordato che allora il tratto che univa il palazzo alla chiesa attraverso il giardino era all’aperto (la copertura in vetro realizzata negli anni Ottanta lo ha di fatto posto all’interno del percorso di visita del museo archeologico) e che le gallerie erano l’unica parte del complesso della Crocetta a essere fuor di clausura4.

Il corridoio mediceo all’interno del Museo Archeologico di Firenze

Gli ultimi dodici anni della breve vita di Maddalena, dunque, si svolsero interamente tra le mura di questo edificio, ma i racconti dell’epoca non ci restituiscono l’immagine di una principessa triste e abbandonata, bensì di una giovane offesa nel fisico ma non nell’intelletto e che non potendo vivere a corte – come certamente avrebbe desiderato – ne creò una tutta per sé. A farle visita spesso erano la madre Cristina di Lorena e la cognata Maria Maddalena d’Austria (moglie di Cosimo II), ma ho trovato un altro personaggio a lei particolarmente devoto, il poeta di corte Andrea Salvadori5 (1588 – 1634) che collaborò spesso all’organizzazione degli spettacoli teatrali per la corte medicea. Il 26 dicembre 1622, nella chiesa di San Giovannino degli Scolopi, declamò il panegirico sacro La Natura al Presepe, pubblicato il 20 dicembre 1623 insieme alla raccolta di sonetti Fiori del Calvario, con la dedica alla principessa Maria Maddalena:

All’Eccellentissima Signora Principessa Maria Maddalena di Toscana (…) Volge l’Anno, Signora Principessa, che tutta la Serenissima Casa di Toscana, dimostrandosi nell’istesso tempo pietosa verso Dio e affabile verso i suoi Servi, volse in nobilissimo Teatro, sentire un mio Panegirico delle Lodi del Santissimo Natale di Nostro Signore: Mancò sola a quella fioritissima Corona di Principi, la persona di V. Eccellenza, la quale mossa da generosa virtù cristiana, avendo anteposti gli Strepiti degl’Alberghi Reali, la quiete d’una grata solitudine, ivi in disparte a tutte l’altre cure del Mondo, contentissima se ne vive in Dio. Poiché io non potei esser onorato della Sua presenza, riputai mio singolare onore, che ella da per se stessa leggesse, quanto io, a Sereniss.Altezze e a sceltissima Nobiltà aveva recitato (…)

Il giardino del palazzo della Crocetta

La principessa morì il 28 dicembre 1633 e lo stesso Salvadori scrisse l’iscrizione sulla lapide della sua tomba nella chiesa del convento della Crocetta. Alla metà del Settecento, per consentire alcuni lavori, la sepoltura fu riaperta per essere spostata e nelle Notizie Istoriche delle chiese fiorentine del 1755 il Richa descriveva le condizioni in cui era stato ritrovato il suo corpo:

(…) vestita di abito lungo, e stretto all’uso Spagnuolo di teletta d’oro con sandali a’ piedi della stessa roba. Il capo, che posava sopra un cuscino, avea le trecce de’ capelli avvolte, ed una ghirlanda di fiori con stellette di argento, al collo una goliglia di tela con trine, ma tutto era coperto di muffa, che avea alterato il color naturale del corpo, e dell’abito, ed al contatto, che ne fecero, se ne andava in minuti pezzi.

Vista su piazza Santissima Annunziata

Poco dopo la morte di Maddalena vennero demoliti i cavalcavia e i passaggi sotterranei che mettevano in comunicazione gli edifici6 e furono cancellati persino gli affreschi che decoravano l’interno del corridoio. Il palazzo della Crocetta invece continuò ad essere abitato da altre principesse medicee, tra cui Anna dei Medici (figlia di Cosimo II) e Vittoria della Rovere (figlia di Claudia, sorella di Maddalena), mentre in epoca lorenese fu usato come residenza dei reggenti e per gli ospiti di riguardo della corte.

Grazie al Museo Archeologico di Firenze per averci dato questa opportunità e alla bravissima Claudia Noferi per averci guidato nel percorso!

Note

Esplicative e bibliografiche

  1. «… nacque ella il dì 28. di Giugno dell’anno 1600, malcomposta nelle membra, nel quale stato cresciuta, si ritirò il dì 24 di Maggio 1621, nel Convento di Suor Domenica» in Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne’ suoi quartieri, vol. II Giuseppe Richa, 1755 (pag. 267)
  2. Nel periodo di Firenze Capitale il convento venne usato come archivio della Corte dei Conti e in seguito divenne sede dell’istituto di Scienze Sociali Cesare Alfieri. Passò poi all’Università di Firenze, ospitandone varie facoltà fino all’assegnazione definitiva a Scienze della Formazione (civico 48) aperta nel 2009 dopo importanti interventi di restauro.
  3. Oltre al collegamento tra il convento e il palazzo della Crocetta ce n’era uno che collegava il convento della Crocetta con il Monastero degli Angiolini.
  4. Anche il giardino del palazzo era sottoposto alla clausura per permettere a Maria Maddalena di relazionarsi con le suore. I corridoi, invece, erano ad uso esclusivo della principessa e delle sue dame e per aprirlo esistevano solo due paia di chiavi (una copia l’aveva Maddalena e l’altra la madre superiora del convento)
  5. Nato a Marciano della Chiana, aveva frequentato il Collegio romano e poi era rientrato a Firenze, iniziando a lavorare per la corte granducale sotto la protezione di Cristina di Lorena. Uno dei primi spettacoli che furono realizzati con i suoi versi fu Guerra d’amore (con le musiche di Jacopo Peri, Paolo Grazi e Giovan Battista Signorini), rappresentato in Piazza Santa Croce per la festa di carnevale del 1615.
  6. «…gettato a terra fu l’arco, rimurato il sotterraneo, e dato di bianco a tutto il corridore» in Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne’ suoi quartieri, vol. II Giuseppe Richa, 1755 (pag. 268)
  • Cavini D. Il corridoio segreto dei Medici, in Corriere Fiorentino, 14 febbraio 2019, danielacavini.eu/wp-content/uploads/2019/02, consultato il 5 dicembre 2022.
  • Clicca sul titolo per leggere La Natura al Presepe di Andrea Salvadori

Palazzo Portinari Salviati

Forse non è il primo posto a cui penseresti per prendere un caffè a Firenze, ma io e l’amica Manuela abbiamo approfittato delle visite guidate a palazzo e ci siamo concesse un pomeriggio speciale in una delle location più esclusive del centro. E siccome ci era piaciuto tantissimo ci siamo tornate per uno dei nostri pomeriggi in compagnia degli amici del gruppo Io amo Firenze e la Toscana.

Io e Manuela con gli amici del gruppo Io amo Firenze e la Toscana

In effetti ero particolarmente curiosa di vedere i cambiamenti avvenuti all’interno di questa residenza storica, fino al 2008 sede della Banca Toscana e oggi proprietà della società taiwanese Ldc Hotels & Resorts, che dopo un lungo e accurato restauro ha riaperto al pubblico il 15 aprile scorso. Consigliatissimo per ogni evento (dal pranzo di lavoro all’aperitivo con le amiche) il bar & bistrot Salotto Portinari si trova proprio nei maestosi ambienti del piano terra, dove il passato si lega alla delicata atmosfera della contemporaneità.

Lo stemma dei Portinari con la lapide dantesca sulla facciata del palazzo (Divina Commedia, Purgatorio XXX, vv.31-33)

Vi racconto brevemente la storia di questo luogo. In origine qui sorgevano le case dei Portinari, che ancora non abitavano in questo grande edificio, costruito dai discenti di Folco (padre della Beatrice dantesca) tra il 1470 e il 1480 e in seguito acquistato dalla famiglia Salviati, che tra Cinque e Seicento lo fece ingrandire e affrescare1.

I documenti fanno spesso riferimento a Jacopo Salviati (1461-1533) genero di Lorenzo il Magnifico (in quanto sposato con la figlia Lucrezia) e nonno di Cosimo I dei Medici (in quanto padre di Maria Salviati, andata in sposa a Giovanni dalle Bande Nere), di cui vediamo un bel ritratto nell’antico cortile trasformato in salone2.

Il ritratto di Jacopo Salviati
(sullo sfondo appare Villa Salviati in Via Bolognese)

Secondo la tradizione (più volte confermata o smentita dagli storici) «Cosimo aveva vissuto molti anni della sua gioventù, insieme con Maria Salviati sua madre, in questo palazzo, dove egli ricevette la sua prima educazione»3 (A. Chiappelli). Per ricordarne la presenza venne sistemata al centro del salone la statua loricata (cioè con la corazza da legionario), un pezzo di epoca romana sul quale lo scultore Giovanni Francesco Susini – nipote di Antonio Susini, il principale collaboratore del Giambologna – appose la testa di Cosimo I nel 1631.

Sul basamento della statua di Cosimo è scritto: HIC INTER MATERNAS AEDES PUER REPTAVIT COSMUS QUAS NUNC STABILI FUCIT PEDE IN DIADEMATIS MAIESTATE

Sulla parete opposta all’ingresso è invece possibile ammirare un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Giovanni Battista e Zanobi forse risalente al XIII secolo.

L’affresco staccato nella corte di Cosimo I

Risale all’epoca dei Salviati anche il cosiddetto Cortile degli Imperatori, che attualmente ospita il ristorante Chic Nonna dello chef Vito Mollica. Formato da un portico su due lati con colonne trabeate – dove un tempo era disposta una serie di teste di bronzo di imperatori eseguiti su disegno del Giambologna – questo piccolo e raffinato ambiente conserva un ciclo di affreschi eseguito intorno al 1580 da Alessandro Allori e la sua bottega.

Il ristorante Chic Nonna

Sulle volte vediamo le Storie dell’Odissea incorniciate da motivi a grottesca, mentre le due salette attigue furono decorate con Storie dell’Iliade (integrate da aggiunte settecentesche) e le Fatiche di Ercole. Molto bello anche il pavimento a mosaico e il soffitto con l’Allegoria dell’Abbondanza, realizzata dal maestro vetraio Francesco Mossmeyer (Parigi 1851 – Firenze 1934), attivo a Firenze tra fine Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Volta del Cortile degli Imperatori con gli affreschi di Alessandro Allori

Si sono da poco conclusi anche i lavori di restauro della Cappella Salviati, dedicata a Santa Maria Maddalena, raro esempio di pittura a olio su muro, interamente dipinta da Alessandro Allori e aiuti tra il 1579 e il 1580 e in cui si trova la straordinaria tavola raffigurante Gesù fra Maria e Marta.

Nel 1768 il palazzo fu venduto alla famiglia Ricciardi Serguidi e agli inizi dell’Ottocento passò ai Da Cepparello che lo vendettero al Comune di Firenze. Iniziarono così una serie di trasformazioni e rinnovamenti per consentire lo svolgimento delle nuove funzioni assegnate all’immobile, diventato prima sede del Liceo Ginnasio Fiorentino, poi Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti nel periodo di Firenze Capitale e tornato ad essere scuola nel 1881 con l’arrivo dei Padri Scolopi.

Un salottino del piano nobile

Nel 1918 il palazzo fu acquistato dalla Società Anonima Torrigiani, ma nel 1921 venne ceduto al Credito Toscano (l’antenato della Banca Toscana) che dopo gli interventi di restauro ordinati all’architetto Giuseppe Castellucci vi trasferì la sede degli uffici della direzione generale (molto interessanti e corredate di ampia documentazione fotografica le pubblicazioni promosse dallo stesso istituto bancario nel 1924 e nel 1960 presenti in bibliografia). L’ultimo restauro (prima di quello avviato nel 2016 dall’attuale proprietario) venne eseguito tra il 1959 e il 1960 su progetto di Giuseppe Giorgio Gori in collaborazione con Emilio Brizzi.

Il soffitto rinascimentale a cassettoni nella camera Francesco I dei Medici

L’odierna struttura ricettiva dispone di appartamenti di lusso ed eleganti suites al piano nobile, tra cui troviamo le camere Dante, Beatrice, Francesco I dei Medici, ma anche la Federico IV, in ricordo del re di Danimarca e Norvegia che nel 1709 fu ospite del palazzo. Giunto in Toscana per far visita al Granduca Cosimo III, il sovrano si recò presso il monastero in cui viveva Maria Maddalena Trenta, la bella nobile lucchese che non potendosi sposare con lui si era fatta monaca di clausura. La richiesta del re aveva in effetti suscitato un certo imbarazzo in città, ma alla fine gli venne concesso di rivedere il suo amore di gioventù, mentre il monastero di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi ricevette una sostanziosa donazione in monete d’oro.

La camera Maria dei Medici con gli affreschi di Tommaso Gherardini (1783)

Le visite a Palazzo Portinari Salviati si svolgono nella sola giornata di lunedì. Per informazioni e prenotazioni scrivete a info.portinari@ldchotels.com

Grazie ancora tutto lo staff per la cordiale accoglienza, in particolare Denis, Lorenzo e Agnes che ci ha guidato all’interno del palazzo. A presto!

Note

Esplicative

  1. «Questa antica, nobil famiglia, discesa da Fiesole e stabilitasi in Firenze, possedevavi diverse case, e parimenti suo proprio, e di sua abitazione, il palagio con torre posto nel popolo di Santa Margherita, e precisamente ove sorge quello a gran prezzo ampliato ed ornato nel 1785 da Niccolao Maria Antonio Riccardi di Serguido (…) dopo aver in antico appartenuto al Cav. Giovanni Salviati, cui acquistò nel 1525 per scudi 2700 da Folco di Rinaldo e Pigello Portinari, nipote del fondatore dello Spedale di Santa Maria Nuova» (Fr. Ambrogio Mariani)
  2. Nella consultazione dei vari testi per capire in quale anno il palazzo fosse stato venduto ai Salviati è comparso anche il nome di Jacopo di Alemanno Salviati (1537-1586), nipote del precedente e di Maria Salviati (in quanto sorella del padre), ma sembra improbabile che possa essere stato lui ad acquistarlo nel 1546 (come indicato nel Repertorio delle Architetture Civili di Firenze) perché all’epoca aveva solo nove anni.
  3. Sono circa venti le biografie su Cosimo I dei Medici, che insieme alle orazioni funebri rappresentano le principali fonti di notizie sulla sua infanzia, presumibilmente trascorsa tra questo palazzo e la villa del Trebbio, dove allora abitavano Pierfrancesco il Giovane (1487-1525) con la moglie Maria Soderini e i figli Giuliano e Lorenzino. Numerosi, ma talvolta contrastanti tra loro, i testi pubblicati nell’Ottocento, tra cui viene spesso citata l’opera di Federico Fantozzi (1843) in cui si fa riferimento al celebre aneddoto del padre Giovanni che si fece gettare il piccolo Cosimo da una finestra per verificarne il coraggio.

Bibliografiche:

  • Firenze, palazzo Portinari Salviati riapre alla città, 2022, ilsole24ore.com, 9 aprile 2022, URL https://www.ilsole24ore.com/art/firenze-palazzo-portinari-salviati-riapre-citta-AEbYyHQB#U401154416219VR
  • Cantini Lorenzo, Vita di Cosimo de’ Medici primo Gran Duca di Toscana, Firenze, Nella Stamperia Albizziniana da S. Maria in Campos, 1805 
  • Chiappelli Alberto, Le case dei Portinari ora Palazzo del Credito Toscano, Firenze, Giannini, 1924
  • Fantappié Maurizio, A letto con i Medici, Firenze, Sarnus, 2018
  • Mariani Ambrogio, Notizie della nobile famiglia Portinari, Firenze , Ricci , 1897
  • Menchini Carmen, Panegirici e Vite di Cosimo I de’ Medici tra storia e propaganda, Firenze, L.S. Olschki, 2005
  • Guido Pampaloni, Il Palazzo Portinari Salviati oggi proprietà della Banca Toscana, Firenze, Le Monnier, 1960
  • Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze, granduca di Toscana, su treccani.it, URL consultato 24 novembre 2022
  • Salviati Jacopo, su treccani.it, URL consultato 24 novembre 2002

Villa Corsini a Castello

In questo articolo voglio raccontarvi la visita in compagnia del gruppo Io amo Firenze e la Toscana alla bella villa Corsini a Castello (appena fuori città), che dal 2015 è gestita dalla Direzione Regionale Musei della Toscana (ex Polo Museale della Toscana) e si presenta al pubblico come “deposito musealizzato” con la funzione di sezione distaccata delle Sculture Etrusche e Romane del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Con le amiche Sabrina Bertocci e Lucia Falsini sulla scalinata che porta al piano superiore della villa

In origine qui vi era solo “un’abitazione signorile in stile rurale” affiancata da un terreno coltivato a orto, vite e olivi di proprietà della famiglia Strozzi, che dopo essere stata venduta a Cristofano Rinieri, consigliere di Cosimo I dei Medici, venne ristrutturata da Niccolò Tribolo e Pierino da Vinci, i quali realizzarono anche il giardino all’italiana ancora oggi esistente.

Il cortile di villa Corsini

Dopo vari passaggi di proprietà, nel 1697 la villa fu acquistata da Lucrezia Rinuccini e Filippo Corsini, che ordinarono una nuova ristrutturazione del giardino e del palazzo. Il marchese affidò i lavori a Giovan Battista Foggini, il celebrato architetto e scultore della corte granducale, autore di un impianto in stile barocco sapientemente sovrapposto alla struttura preesistente, come vediamo nel cortile, decorato da cornici e finti archi e sulla facciata, con la balconata posta al centro tra le finestre, lo stemma dei Corsini e un grande orologio incorniciato da festoni.

La pare più antica del giardino con le siepi disposte intorno alla fontana
(al momento non visitabile)

Risale a questo periodo anche il grandioso salone del piano terra, affrescato nel 1805 da Niccolò Contestabili, artista nato a Pontremoli ma vissuto quasi sempre a Firenze e specializzato nei dipinti di carattere pastorale, come quelli raffigurati sulle pareti in cui vediamo Paesaggio campestre con rovine, Paesaggio con il cosiddetto tempio della Sibilla a Tivoli, Paesaggio con il tempio di Ercole a Cori e Paesaggio con il mausolei dei Plautii a Pontelucano.

Il salone del piano terra con gli affreschi di Niccolò Contestabili
(al centro del soffitto lo stemma dei Corsini)

A fianco del salone vi sono altre stanze (un tempo ad uso della servitù che poteva salire al piano superiore per mezzo di una scaletta interna) in cui sono esposti i marmi antichi che facevano parte del Ricetto delle Iscrizioni, il primo monumentale ingresso delle Gallerie degli Uffizi, allestito agli inizi del Settecento dal Foggini, più volte rimaneggiato e definitivamente smantellato agli inizi del secolo scorso.

Una delle salette con i reperti che decoravano il Ricetto degli Uffizi

La serie di opere di epoca etrusca e romana prosegue nelle sale del primo piano, dove innanzitutto troviamo i ritratti delle collezioni mediceo-lorenesi che fino agli anni Novanta erano disposti lungo i corridoi degli Uffizi. Allora, infatti, si decise di ridurre il numero di sculture presenti in galleria e quelle scelte dall’abate Luigi Lanzi – che nel 1775 era stato nominato vicedirettore da Pietro Leopoldo e aveva riordinato e aggiunto pezzi alle raccolte granducali – furono rimosse e trasferite nei depositi (forse troveranno finalmente una collocazione al termine dei lavori di restauro del museo?)

Uno dei ritratti romani provenienti dagli Uffizi

Molto interessanti anche le iscrizioni, i resti di corredi funebri rinvenuti nelle tombe etrusche, tra cui la nota “tomba della Mula” nei pressi di Sesto Fiorentino, una tomba a tholos – simile a quelle di epoca micenea – risalente al VII sec. a.C. e ancora in ottimo stato di conservazione, così come il cosiddetto Cippo di Settimello, una delle cosiddette “pietre fiesolane” poste sulla cima dei tumuli nelle necropoli.

Urna cineraria

Durante la seconda guerra mondiale la villa fu requisita per scopi militari e ospitò prima il Comando Tedesco, poi quello degli Alleati e successivamente venne data in affitto alle suore Dorotee che vi stabilirono il loro Educandato. Pochi anni dopo, però, il Commissariato per gli alloggi del Comune di Firenze decise di affidare l’edificio ad alcune famiglie di senzatetto, che lo occuparono fino al 1956 causando gravi danni agli ambienti. Nel 1960 la villa fu venduta e nel 1971 passò al demanio dello Stato, ma solo tra il 2000 e il 2010 è stato possibile il recupero della struttura attraverso il complesso e accurato restauro finanziato dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Sulla facciata della villa si trova anche una buchetta del vino curiosamente molto bassa a causa del rialzamento del piano stradale nel corso dei secoli

Villa Corsini a Castello non è dunque un museo tradizionale, ma è aperta al pubblico la seconda e la quarta domenica del mese dalle ore 9 alle ore 14 con visita accompagnata dal personale interno. È consigliata la prenotazione telefonica al numero 055450752 (tutti i giorni dalle ore 8 alle ore 13) entro il giorno precedente alla visita.

Un sincero ringraziamento a Gabriella e Giovanni, i due sorveglianti della villa che con bravura e competenza hanno accompagnato il nostro gruppo durante la visita

Il monumento equestre di Cosimo I dei Medici

Lo scorso 15 settembre i fiorentini e i turisti presenti in Piazza della Signoria hanno assistito ad un evento davvero speciale: le operazioni di smontaggio del monumento equestre di Cosimo I dei Medici, opera dello scultore fiammingo Giambologna (Douai 1529 – Firenze 1608) del 1594, che raffigura il granduca a cavallo posto sopra un piedistallo in marmo, con tre bassorilievi raffiguranti L’omaggio del Senato fiorentino al Duca, La conquista di Siena e L’incoronazione a Granduca da parte di papa Pio V.

Il video delle operazioni di smontaggio sul profilo Instagram del Comune di Firenze

Era dagli anni Quaranta che Cosimo I non scendeva dal suo cavallo. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, le due parti del monumento erano state divise e portate via per metterle al riparo da eventuali danni, ma gli interventi di manutenzione successivi non avevano mai previsto la loro separazione.

La figura di Cosimo I è stata poggiata sopra un supporto di legno

Il sito del Comune di Firenze ricorda che il restauro è stato finanziato con il contributo elargito attraverso l’Art Bonus dall’azienda Salvatore Ferragamo (il termine dei lavori è previsto per marzo 2023) e saranno eseguiti dalla Cooperativa Archeologia con il supporto del CNR e la supervisione del Servizio Belle Arti del Comune e della SABAP Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio.

Ecco come si presenta il cavallo dopo lo smontaggio

Fu Ferdinando I dei Medici a commissionare la grande statua equestre in onore del padre scomparso circa quindici anni prima, seguendo il modello del monumento a Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata, realizzato da Donatello a Padova e quello per Bartolomeo Colleoni eseguito da Andrea del Verrocchio a Venezia. La scelta cadde inevitabilmente sull’ormai anziano maestro Jean de Boulogne (simpaticamente ribattezzato dai fiorentini Giambologna), arrivato in città alla metà del Cinquecento e introdotto alla corte medicea dall’amico Bernardo Vecchietti, che lo ospitò a lungo nel suo palazzo e ricevette in dono il Diavolino oggi conservato al Museo Bardini. A parte un breve soggiorno a Bologna, Giambologna trascorse praticamente il resto della sua vita a Firenze, prima al servizio di Francesco I e poi di suo fratello Ferdinando I, che nel 1602 gli ordinò anche il proprio monumento equestre, completato dall’allievo Pietro Tacca dopo la sua morte e collocato nel 1608 in Piazza della Santissima Annunziata.

Un paio di curiosità sul monumento a Cosimo I riguardano sia il basamento, sia la figura del cavallo. Ai bordi del piedistallo, oltre allo stemma di famiglia in bronzo, vediamo due teste di capricorno, forse scelto dal granduca come insegna personale in quanto ascendente dell’imperatore romano Augusto, oppure come segno zodiacale legato al periodo della sua nomina a duca, avvenuta il 6 gennaio 1537. Vi è poi un aneddoto molto divertente sul cavallo e le sue “castagne”, cioè quei calli rotondi che i cavalli hanno nella parte interna delle zampe anteriori. Si racconta infatti, che Giambologna udì un contadino fare un appunto alla sua opera, certamente bellissima, ma imprecisa perchè il cavallo non aveva le “castagne” e così l’artista, accortosi dell’errore, rimediò con l’aggiunta di due piccoli ovali sulle zampe.

“Ona, ona, ona…” torna la rificolona

Solo pochi giorni fa vi parlavo delle origini del Ferragosto e delle celebrazioni legate all’Assunzione della Vergine, ma ecco che arriva una nuova festività mariana, amata da grandi e piccini e che da secoli rappresenta una delle manifestazioni più tipiche del folclore fiorentino.

La sera del 7 settembre – precedente il giorno in cui ricorre la Natività di Maria – in molte località dell’area metropolitana si organizza la Festa della Rificolona, un evento a cui da sempre partecipano tanti bambini, che si ritrovano per portare in giro i loro lampioncini colorati e dalle forme stravaganti, i quali vengono accesi (oggi hanno dentro una lucina ma un tempo erano illuminati con delle candele) e appesi in cima a una canna di legno.

Una rificolona (foto Wikipedia)

Una serata ricordata con affetto e nostalgia soprattutto dai meno giovani, ma ancora molto popolare quando io ero piccola (chi vi scrive è una bambina degli anni Ottanta e una ragazza degli anni Novanta 😎) e ci fa tornare alla mente quella canzoncina cantata a squarciagola “Ona, ona, ona ma che bella Rificolona, la mia l’è co’ fiocchi, la tua l’è co’ pidocchi…” e le battaglie tra femmine e maschi, la cui missione era quella di abbattere le rificolone con pallini di stucco tirati con la cerbottana (e giusto per la cronaca spesso non miravano in alto!)

Insomma la Rificolona era l’ultimo appuntamento estivo prima di tornare a scuola, quando ormai tutti erano rientrati dalle vacanze e ci si incontrava nel rione o nella parrocchia per stare insieme. Una tradizione che si era un po’ persa con il passare del tempo e negli ultimi anni è tornata ad essere più sentita (qui trovate le varie iniziative per la Rificolona 2022) e come tutte le ricorrenze ha radici che affondano lontano nel tempo.

Piazza della Santissima Annunziata

Quando si parla dei festeggiamenti in onore della Madonna a Firenze, tutto converge verso il medesimo luogo, ossia la basilica della Santissima Annunziata. Al suo interno, è conservato un affresco miracoloso raffigurante l’Annunciazione, venerato dai pellegrini e dagli abitanti del contado, che proprio in queste giornate di festa accorrevano in città per rendere omaggio alla Vergine e prendere parte alla fierucola, il grande mercato che si teneva nella piazza di fronte alla chiesa, per vendere funghi, formaggi, panni o altri oggetti confezionati appositamente per l’occasione. Il viaggio però era lungo, per cui i contadini dovevano partire la sera prima, illuminando il cammino con delle lanterne di carta appese ad un bastone e una volta arrivati in città si accampavano intorno alla chiesa o lungo Via Dei Servi, per essere pronti a prendere posto il mattino successivo. Pensate che immagine suggestiva doveva offrire la piazza rischiarata da tutti questi lumini!

Veduta della piazza di notte

L’arrivo di quella gente semplice e dall’aspetto goffo e trasandato, suscitava l’ilarità dei fiorentini, che si divertivano a prendere in giro le signore per i loro modi rozzi e le forme abbondanti. Si iniziò a chiamarle fierucolone, da cui è derivata la parola rificolona (ancora oggi usata per indicare una donna di poco gusto) e probabilmente dalla metà del Seicento, divenne una consuetudine festeggiare la sera del 7 settembre andando in giro con delle lanterne simili a quelle dei coloni, ma costruite a forma di donna, come dei grossi fantocci di carta appesi a lunghe canne, che venivano accompagnati da canti, fischi e schiamazzi. È probabile che già da allora vi fosse l’abitudine di cantare la caratteristica filastrocca “ona, ona, ona..” ma sicuramente da una certa ora partiva la caccia alle rificolone, che venivano colpite con bucce di cocomero per farle cadere e incendiare.

Un’ultima curiosità: nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, sulle pareti affrescate da Giorgio Vasari vediamo gli episodi della guerra tra Firenze e Pisa e tra Firenze e Siena. Nella scena notturna raffigurante la Presa del forte presso Porta Camollia a Siena, si notano i soldati procedere reggendo delle lanterne che ricordano quelle usate per la festa della Rificolona.

Affreschi nel salone dei Cinquecento (dettaglio)
Foto Wikipedia

Riferimenti bibliografici

L.Artusi – A.Valentini, Festività Fiorentine, Comune di Firenze Assessorato alle Feste e Tradizioni, 2001