Passeggiando per le piazze di Firenze vi sarà certamente capitato di vedere delle alte colonne in pietra o in marmo, che in passato costituivano una preziosa forma di arredourbano a scopo celebrativo. Ognuna di queste, infatti, venne posta per commemorare un evento di grande rilevanza per la città.
In uno dei miei precedenti articoli, vi avevo parlato della Colonna di San Zanobi che si trova a fianco del Battistero. La bella stele in marmo coronata da una croce, fu innalzata nel luogo in cui, secondo la tradizione, il 26 gennaio 429 un olmo secco rifiorì dopo il contatto accidentale con il sarcofago di Zanobi, il santo vescovo fiorentino vissuto tra il IV e il V secolo, mentre la salma veniva traslata dalla basilica di San Lorenzo nella cattedrale di Santa Reparata.
La Colonna dell’Abbondanza in Piazza della Repubblica
Quella più famosa, forse, è la Colonnadell’Abbondanza o della Dovizia nell’odierna Piazza della Repubblica. Già presente in epoca romana al centro del forum, venne collocata nell’area del Mercato Vecchio nel 1431, sormontata da una scultura di Donatello che nel 1731 cadde a terra per un cedimento del fusto e fu rimpiazzata da una copia del Foggini. La colonna fu sostituita, ma alla fine dell’Ottocento, durante i lavori di Risanamento, venne smontata e riportata qui solo nel 1956.
La Colonna della Giustizia vista da Via delle Terme
Ci sono poi le colonne ordinate da Cosimo I dei Medici, come la Colonnadella Giustizia in Piazza Santa Trinita, che insieme alla colonna in Piazza San Felice (rimasta incompiuta) e quella di San Marco (mai realizzata) faceva parte di un programma voluto dal duca per commemorare le sue vittorie militari. Alla stele in granito proveniente dalle terme di Caracalla a Roma, che gli era stata donata da Papa Pio IV, venne poi aggiunta la scultura in porfido rosso raffigurante la Giustizia. Le operazioni di trasporto e montaggio dell’alto fusto, a cui presero parte gli immancabili Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati, furono lunghe e complesse, ma occorsero ben undici anni a Francesco della Tadda (1497-1585) per terminare la sua statua, assemblando diversi blocchi probabilmente sempre di origine antica. La solenne figura venne posta al vertice della colonna nel 1581 da Alfonso Parigi il Vecchio (allievo di Bartolomeo Ammannati e padre di Giulio) che dovette anche compensare l’evidente sproporzione tra le spalle e il corpo coprendola con un mantello di bronzo. Non fu invece mai realizzata la statua della Pace per la Colonna in Piazza San Felice, chiamata Colonna di Scannagallo e collocata nel 1572 da Bartolomeo Ammannati a pochi metri dalla chiesa di San Felice in Piazza (e dalla residenza di Pitti) per celebrare la vittoria di Cosimo sui senesi nella battaglia di Marciano. Una terza colonna con l’allegoria della Religione era infine destinata a Piazza San Marco, ma si ruppe in vari pezzi al momento del suo innalzamento e non venne mai più sistemata.
La Colonna di Piazza Santa Felicita
Ricordo infine le colonne dedicate alle imprese di San Pietro Martire, il frate domenicano venuto da Verona per combattere gli eretici. In passato, la Colonna di Piazza Santa Felicita era coronata da una statua del santo (prima una in terracotta, poi rifatta in marmo ed entrambe andate perdute) e la stessa colonna venne ricostruita dopo i danneggiamenti subiti dalle mine tedesche nel 1944. Allo stesso personaggio sarebbero legate le vicende della Croce al Trebbio, una colonna in granito grigio che si trova all’incrocio tra Via delle Belle Donne, Via del Moro e Via del Trebbio, con il capitello decorato dai simboli dei quattro Evangelisti, su cui poggia una croce in marmo bianco con l’immagine di Cristo e di San Pietro Martire. Secondo la tradizione, la stele fu posata nel luogo in cui i Cavalieri di Santa Maria Novella sconfissero gli eretici patarini nel 1244, anche se un’iscrizione sul fusto menziona San Zanobi e l’anno 1338.
La Croce al Trebbio
Conoscevate la storia di queste colonne? E voi ne conoscete altre in giro per Firenze?
L’angolo tra Piazza San Firenze e Via della Condotta è tradizionalmente chiamato il “Canto dei Cartolai”.
Qui infatti si trovavano le botteghe dei maestri della carta e della pergamena, che producevano i fogli e rilegavano libri, codici e registri.
Nel Quattrocento il libraio più famoso di Firenze fu Vespasiano da Bisticci, proprietario di uno dei negozi sorti intorno al complesso della Badia, in cui lui stesso trascriveva e confezionava testi e manoscritti da rivendere ai signori italiani (tra i suoi migliori clienti ci fu Cosimo il Vecchio dei Medici).
Gli edifici al Canto dei Cartolai (dettaglio)
Di queste antiche botteghe coperte da una lunga tettoia e con dei muretti all’ingresso (che secondo i più recenti studi ospitarono anche altre attività artigianali) restano solo alcuni inserti in pietra lasciati a vista sulla facciata dei moderni edifici, ancora oggi occupati da fondi commerciali.
Piazza San Firenze con le sue botteghe venne rappresentata nelle incisioni di Giuseppe Zocchi, che nel 1744 realizzò una serie di vedute della città dal grande valore storico e artistico.
Presentata come l’evento dell’anno a Palazzo Strozzi – in collaborazione con i Musei del Bargello – la mostra dedicata a Donato di Niccolò di Betto Bardi (Firenze 1386 – Firenze 1466), più semplicemente conosciuto come Donatello, sorprende innanzitutto per la quantità e la varietà delle opere esposte, molte delle quali provenienti da musei all’estero, tra cui lo Staatliche Museen di Berlino e il Victoria and Albert Museum di Londra.
A cura del Prof. Francesco Caglioti, “Donatello, il Rinascimento”, è la più grande esposizione maidedicata a questo artista, con un percorso che si sviluppa attraverso 11 sale e ripercorre le vicende della sua straordinaria carriera, indagando i rapporti con i maestri del suo tempo e proponendo nuove attribuzioni.
È bene innanzitutto premettere che i capolavori di Donatello presenti a Firenze non si trovano a Palazzo Strozzi ma sono rimasti nella loro sede abituale, come il San Giorgio e il David del Bargello o le statue del Campanile nel Museo dell’Opera del Duomo e nemmeno le decorazioni dell’Altare del Santo di Padova, perché non sarebbe stato possibile allestire questa monografica “saccheggiando” gli altri musei per radunare tutte le opere in un unico posto. Dobbiamo pertanto pensare a una “esposizione diffusa” in vari luoghi della cultura fiorentina, che come le tessere di un puzzle alla fine compongono il quadro nel suo insieme.
La prima sala della mostra
La mostra di Palazzo Strozzi inizia con gli esordi del giovane Donatello nei cantieri dell’Opera del Duomo e la sua lunga amicizia con Filippo Brunelleschi. Vediamo così il raffinato David in marmo scolpito nel 1408, dalle forme allungate e ancora ispirate a modelli tardo-gotici, insieme ai due crocifissi in legno scolpiti in una sorta di competizione tra i due artisti; a sinistra c’è quello di Donatello definito “contadino” perché troppo realistico (proveniente dalla basilica di Santa Croce) e a destra c’è quello di Brunelleschi, dalla posa composta e anatomicamente perfetta (che proviene dalla basilica di Santa Maria Novella).
Il cosiddetto Crocifisso contadino (1408)
La sezione successiva è particolarmente interessante, in quanto dedicata alla riscoperta della terracotta, materiale molto diffuso tra gli antichi che la usavano per realizzare manufatti e oggetti di uso domestico. Donatello andò per la prima volta a Roma proprio in compagnia di Brunelleschi, che deluso dagli esiti del concorso per la porta nord del Battistero, invitò il giovane amico a partire con lui per scavare tra le rovine degli edifici imperiali. Nella Roma degli inizi del Quattrocento non doveva essere difficile ritrovare dei reperti – anche di un certo valore – ma questo periodo servì soprattutto ad accrescere e orientare la loro formazione. Donatello, difatti, riprese la tradizione della coroplastica (cioè la tecnica della lavorazione della terracotta) e la applicò alle sue Madonne col Bambino, che divennero un nuovo modello iconografico di riferimento per gli scultori dell’epoca e dei decenni successivi.
La sala con le Madonne di terracotta
Fanno inoltre la loro comparsa altri protagonisti della scena artistica di quegli anni, a partire da Masaccio (San Giovanni Valdarno 1401 – Roma 1428), di cui vediamo il San Paolo, un piccolo pannello che faceva parte del polittico smembrato nella chiesa del Carmine a Pisa.
Da Lorenzo Ghiberti (Pelago 1378 – Firenze 1455), tradizionalmente considerato il suo maestro e diventato lo scultore “ufficiale” della Repubblica Fiorentina a cui vennero affidate le commissioni pubbliche più prestigiose, Donatello apprese le prime nozioni di oreficeria, poi messe in pratica nel Reliquiario di San Rossore e nel grande bronzo dorato raffigurante San Ludovico di Tolosa, il patrono della Parte Guelfa un tempo collocato nel tabernacolo della confraternita a Orsanmichele. Grazie a Jacopo della Quercia (Quercegrossa 1374 – Siena 1438) invece, ricevette il suo primo incarico fuori Firenze, uno dei bassorilievi per la decorazione del fonte battesimale nel Battistero di Siena.
Il busto di San Rossore (1422-25) e sullo sfondo la statua di San Ludovico di Tolosa (1418-25)
In effetti, Jacopo avrebbe dovuto eseguire due delle sei scene previste, ma ne cedette una all’amico e fu così che tra il 1423 e il 1427 Donatello lavorò al Convitto di Erode, uno dei primi esempi di stiacciato, il suo originale e innovativo metodo per eseguire bassorilievi dallo spessore minimo, ma con grande effetto di profondità. Le idee sulla prospettiva di Brunelleschi trovavano così una felice applicazione, ordinando lo spazio in modo sistematico ma assai naturale.
Il Convitto di Erode (1423-27)
Dal bronzo al marmo, la stessa tecnica venne usata per la MadonnaPazzi (scelta come immagine per la locandina della mostra), opera dai tratti tipicamente riconducibili alla devozione privata, appartenuta a Francesco Pazzi e venduta a Wilhelm von Bode dall’antiquario Stefano Bardini.
Particolarmente interessanti sono anche alcuni dipinti di piccole dimensioni derivati dai modelli di Donatello, come le tavolette di Beato Angelico e Filippo Lippi, che mostrano l’intesa fase di studio e di ricerca formale svolta dai pionieri del Rinascimento.
La Madonna Pazzi (1422) mostra la Vergine e Gesù mentre si scambiano un tenero gesto di affetto
Dopo un nuovo soggiorno a Roma, dove Donatello rimase dal 1432 al 1433, comparvero gli spiritelli, ossia i puttini alati, la versione pagana degli angioletti cristiani con cui l’artista aveva già decorato il pastorale del San Ludovico di Tolosa e che in questi anni divennero un altro tratto caratteristico della sua produzione. Proveniente dal Bargello è la misteriosa scultura di Amore-Attis, in passato identificata anche con il dio Mercurio o Ercole bambino per la presenza dei serpenti sotto i suoi piedi.
Amore-Attis (1435-1440) è una delle opere più famose ed enigmatiche di Donatello
Gli spiritelli vennero impiegati anche nella decorazione della cantoria del Duomo di Firenze e nel pulpito del Duomo di Prato, una tra le opere più importanti progettate dalla compagnia che Donatello aveva aperto nel 1424 con Michelozzo e che fu completata con molti interventi da parte di allievi.
Le porte in bronzo (1440-42) della Sagrestia Vecchia di San Lorenzo
Gli anni Quaranta del Quattrocento rappresentarono un momento di svolta nella vita dello scultore, che dopo aver lavorato alle porte in bronzo per la Sagrestia Vecchia di San Lorenzo decise di andare a Padova, anche per sfuggire alle feroci critiche di Brunelleschi (che ne aveva disegnato lo spazio interno e le considerava troppo aggettanti), causando la rottura della loro amicizia. Donatello avrebbe dovuto fermarsi in città solo per alcuni mesi e vi rimase per ben undici anni (dal 1443 al 1454), lasciando alcuni tra i suoi capolavori come il Monumento al Gattamelata, il Crocifisso e l’Altare Maggiore per la Basilica del Santo.
Una delle due sale dedicate al soggiorno di Donatello a Padova
Notevole fu la sua influenza sugli artisti locali, tra cui Liberale da Verona, Marco Zoppo, Giorgio Schiavone e lo stesso Andrea Mantegna, di cui vediamo alcune Madonne col Bambino e il gruppo di grandi bronzi del Duomo di Ferrara eseguito da Niccolò Baroncelli, artista fiorentino amico di Donatello che per un periodo visse in casa sua e morì nel 1453.
Le ultime due sale raccontano del ritorno di Donatello in Toscana, con il soggiorno a Siena (dal 1457 al 1461), dove eseguì la statua del Battista per la Cattedrale, le commissioni per i Medici (per i quali lavorò in esclusiva negli ultimi cinque anni della sua vita) e l’avvio di un colossale monumento equestre per il re Alfonso V d’Aragona, di cui venne realizzata soltanto la testa del cavallo, ispirata ad un bronzo antico facente parte delle collezioni medicee.
La sala con la protome per Alfonso di Aragona (a sinistra) e la testa Medici-Riccardi risalente al IV secolo
La mostra resterà aperta tutti i giorni fino al 31 luglio (dalle ore 10 alle ore 20, il giovedì fino alle 23) e sul sito di Palazzo Strozzi è disponibile la mappa digitale con tutte le opere del maestro presenti in Toscana.
Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (Volpedo 1868 – Volpedo 1907) è arrivato nel Salone dei Cinquecento a Firenze e da domenica 1° maggio sarà visibile al pubblico con il biglietto del Museo di Palazzo Vecchio. È una delle immagini più potenti ed espressive dell’arte moderna, eccezionalmente in prestito dal Museo del Novecento di Milano fino al 30 giugno 2022.
Il Quarto Stato nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio
Giuseppe Pellizza da Volpedo dipinse questa grande tela (283 x 550 cm) tra il 1898 e il 1902 e la presentò senza successo all’Esposizioneinternazionaled’arte decorativa moderna di Torino. Non era la prima volta in cui si misurava con questo tema sociale, che aveva rappresentato alcuni anni prima con la marcia di un gruppo di contadini in Ambasciatori della fame (1891, collezione privata) e Fiumana (1895-96 Pinacoteca di Brera di Milano), le due opere preparatorie di quello che sarebbe diventato il suo capolavoro. Insoddisfatto del risultato raggiunto, Volpedo aveva così iniziato a lavorare su una terza tela, inizialmente intitolata Il cammino dei lavoratori e a cui decise di cambiare nome poco prima della sua presentazione alla manifestazione. La reazione purtroppo non fu quella sperata e il dipinto ottenne il giusto riconoscimento anni dopo la morte del pittore, entrando a fare parte delle collezioni dei musei civici milanesi nel 1920 grazie a una raccolta fondi promossa dalla cittadinanza.
Considerato un soggetto “pericoloso” per le gallerie d’arte, il Quarto Stato fu invece accolto con entusiasmo negli ambienti legati al partitosocialista e divenne una delle icone della lotta per i diritti dei lavoratori. Un filo invisibile lo lega alla città di Firenze, dove Volpedo era arrivato nel 1893 per perfezionare i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti come allievo di Giovanni Fattori. Nella nostra città il giovane artista piemontese, nato in un piccolo paese della provincia di Alessandria e laureatosi all’Accademia di Belle Arti di Brera, aveva approfondito la conoscenza dei grandi maestri del passato e sperimentato le tecniche più innovative, come quella del divisionismo, che adottò anche nella stesura di questo straordinario dipinto.
Il Quarto Stato (dettaglio)
La scena mostra l’incedere calmo e deciso di un corteo di braccianti in cui spiccano le tre figure in primo piano, due uomini e una donna con un neonato in braccio, che ritrae la moglie diVolpedo,Teresa Bidone, mentre altri parenti e amici del paese posarono per i personaggi sullo sfondo. Fu proprio la scomparsa improvvisa della moglie, morta di parto dando alla luce il loro terzo figlio, a far sprofondare l’artista in una grave depressione e portarlo al suicidio il 14 giugno 1907.
Il Teatro Verdi, inaugurato nel 1854 con il nome di Teatro Pagliano, sorge nel luogo dove un tempo si trovava il temuto Carcere delle Stinche, in cui venivano rinchiusi i colpevoli di reati politici, ma anche i condannati per debiti e fallimento.
Il Carcere delle Stinche nel dipinto di Fabio Borbottoni (Foto Wikipedia)
Costruito nel 1299 su un terreno confiscato anni prima agli Uberti (banditi dalla città dopo la sconfitta nella battaglia di Benevento), era un edificio simile ad un immenso cubodi pietra con mura alte e spesse e circondato da un fossato che lo faceva sembrare rialzato su un isolotto (da cui ha origine il toponimo di una delle vie a fianco, detta Isola delle Stinche).
Ma da dove veniva questo nome? Nel 1304 l’esercito fiorentino aveva distrutto un castello nei pressi di Lamole – una località vicino a Greve in Chianti – detto proprio Castello delle Stinche, appartenuto ai Cavalcanti e in cui si erano riuniti gli ultimi Bianchi e ghibellini ancora in circolazione; la rivolta era stata rapidamente repressa e i prigionieri condotti nel carcere, da allora detto “delle Stinche” e che in seguito ospitò personaggi eccellenti, come lo storico Giovanni Villani e Niccolò Machiavelli.
Il Carcere delle Stinche nella carta del Buonsignori (Foto Wikipedia)
Possiamo riconoscere la massiccia costruzione anche dalla famosa carta di Stefano Buonsignori, che ci mostra la presenza di una struttura praticamente addossata alle pareti del carcere, ossia il vascone dei lavatoi pubblici (da cui deriva l’attigua Via dei Lavatoi), sistemati qui nel 1428 dall’Arte della Lana per il lavaggio delle stoffe grezze e usati dalle donne del popolo per fare il bucato.
Nel 1834 i lavatoi furono demoliti insieme al carcere e sostituiti da un palazzo moderno e “polifunzionale”, in cui trovarono posto un circo equestre, una sala da musica per la Società Filarmonica Fiorentina e un anfiteatro all’aperto. Nel 1854 l’immobile venne acquistato dall’imprenditore Girolamo Pagliano, un ex baritono che non essendo riuscito a fare successo con la musica, si era inventato il “centerbe di lunga vita“, uno sciroppo lassativo che lo aveva reso ricco e famoso. Pagliano trasformò lo stabile in un teatro a cui dette il suo nome, inaugurato il 10 settembre del 1854 con la rappresentazione del Rigoletto di Verdi (allora chiamato IlViscardello).
Il Teatro Pagliano rinominato Teatro Verdi dal 1901 (Foto Wikipedia)
Oltre al nome delle strade intorno al teatro, dell’antico carcere e gli annessi lavatoi oggi restano solo due tracce; la prima è costituita dal tabernacolo posto all’angolo tra Via Ghibellina e Via dell’Isola delle Stinche, inserito nella grande edicola ottocentesca in pietra serena di Luigi Cambray Digny che conserva un affresco di Giovanni da San Giovanni del 1615, raffigurante il senatore Girolamo Novelli che paga il riscatto di un carcerato alla presenza di Gesù e due figure (quella a destra è l’autoritratto del pittore).
Il tabernacolo di Giovanni da San Giovanni al Canto delle Stinche
Vi è poi la piccola ma graziosa Fontana dell’Agnellino, realizzata nell’Ottocento allo sbocco della fonte dei lavatoi e che allora aveva una vasca a forma di conchiglia, purtroppo distrutta durante la guerra. Alla metà degli anni Cinquanta la fontana venne ricostruita nelle forme attuali, con una semplice nicchia di pietra serena in cui si trova la testa di un agnellino in bronzo, che richiama il simbolo dell’Arte della Lana.
Passando da Piazza dei Giudici vi sarà certamente capitato di osservare la bella meridiana posta di fronte all’ingresso del Museo Galileo, su cui vediamo arrampicarsi una piccola salamadra.
La meridiana di Piazza dei Giudici
Installato nel 2007 come “ornamento matematico” del museo, questo complesso orologio solare progettato da Louise Schnabel e Federico Camerota, è formato da uno gnomone creato con due stele di bronzo (una per il giorno e una per la notte) con in cima un globo di vetro ed il quadrante inciso sul pavimento della piazza, che indica il giorno, la data, il segno zodiacale e l’ora reale.
Il quadrante della meridiana
Il Museo Galileo e l’Istituto di Storia della Scienza si trovano nell’antico Palazzo Castellani, dove un tempo sorgeva il Castello d’Altafronte, dal nome della nobile famiglia fiorentina che vi abitò fino al 1180, prima di passare agli Uberti. Posto a guardia del porto fluviale e unito alla cerchia muraria, l’edificio fu distrutto dalla terribile piena dell’Arno nel 1333 e ricostruito in forma di palazzo, passando poi di proprietà alla famiglia Castellani. Nel 1574 l’edificio accolse i Giudici di Ruota (i simboli di questa antica magistratura sono ancora visibili sulla facciata) che vi rimasero fino al 1841.
L’insegna dei Giudici sulla facciata di palazzo Castellani
Restaurato nell’Ottocento, il palazzo divenne la sede di varie istituzioni (tra cui l’Accademia della Crusca e la Deputazione di Storia Patria, oltre ad aver ospitato le collezioni di manoscritti della Biblioteca Nazionale) fino al 1930, quando a seguito della Prima Esposizione Nazionale di Storia della Scienza, l’Università di Firenze decise di utilizzare questa sede per esporre la prestigiosa collezione di strumenti di epoca medicea e lorenese.
Via Castellani vista da Piazza dei Giudici
Ma che legame ha questo luogo con Dante?
Torniamo a parlare del Castello d’Altafronte, che probabilmente fu costruito prima del XI secolo come fortificazione sulla riva destra del fiume e venne usato dalla contessa Matilde di Canossa come residenza durante i suoi soggiorni in città. Parti delle fondamenta sono state ritrovate nel corso dei lavori di restauro del piano seminterrato di palazzo Castellani, mentre lungo l’odierna Via Castellani esisteva un muro che affiancava il fossato chiamato Scheraggio ecollegava il castello con le mura.
Piazza dei Giudici
Il Castello d’Altafronte doveva quindi essere nato come baluardo difensivo, ma all’epoca di Dante era abitato dalla famiglia del giudice Altafronte (o Altafonte). Che tipo di rapporti potessero esserci con il poeta non lo sappiamo, ma curiosamente questo nome compare nella famosa tenzone poetica tra Dante e Forese Donati (cugino di sua moglie Gemma e fratello di Corso):
“Dal castello Altrafonte ha’ ta’ grembiate, ch’io saccio ben che tu te ne nutrichi. Ma ben ti lecerà il lavorare, se Dio ti salvi la Tana e ’l Francesco, che col Belluzzo tu non stia in brigata.”(Rime, LXXVI 7)
Queste parole sono rivolte da Forese a Dante nel quarto sonetto composto per una sorta di duello in versi che vide i due amici infamarsi a vicenda; iniziato con Dante che accusava Forese di trascurare la moglie e di essere un ladro e un ingordo, Forese rispose dandogli del vile e del miserabile, tanto da campare con gli aiuti ricevuti “a grembiate”, cioè in gran quantità, dal Castello d’Altafronte. Sulla natura di questi aiuti (erano viveri o denaro?) il dibattito tra i dantisti è ancora aperto, anche se si fatica a credere che il poeta abbia ricevuto delle somme illecite, oltretutto in un periodo in cui la sua carriera politica non era neppure iniziata; quello che invece è certo è il riferimento alla famiglia di Dante, quando vengono menzionati la sorella Tana e il giovane fratello Francesco.
Dante e Virgilio incontrano Forese nel Purgatorio (Foto Wikipedia)
Una monumentale trabeazione in marmo, sostenuta da sottili colonne doriche con il capitello corinzio, fa da ingresso alla ex-chiesa di San Pancrazio, oggi sede del Museo Marino Marini; i due leoni posti ai lati della scalinata in “stile egizio”, ci ricordano che anticamente questa zona si trovava nel sestiere di San Brancazio1 (il cui simbolo era una branca, cioè una zampa di leone rossa), dove sorgeva una delle 36 antiche parrocchie fiorentine, secondo Giovanni Villani fondata da Carlo Magno in onore del giovane martire cristiano ucciso durante le persecuzioni di Diocleziano.
La ex-chiesa di San Pancrazio. Foto Wikipedia
In effetti, la prima menzione dell’edificio risale all’anno 805 e fino al 1235 nel vicino convento abitarono le monache benedettine di Sant’Ellero, poi sostituite dai frati vallombrosani; alla metà del Trecento i monaci fecero ingrandire la chiesa e intorno alla metà del Quattrocento ordinarono il nuovo chiostro insieme al refettorio e al dormitorio2. Alcuni anni dopo, il ricco mercante e umanista fiorentino Giovanni Rucellai fece ristrutturare la Cappella del Santo Sepolcro a Leon Battista Alberti, che progettò il Tempietto del Santo Sepolcro, una piccola ed elegante costruzione che doveva riprodurre la sepoltura di Cristo a Gerusalemme, in modo che i visitatori potessero compiere una sorta di “pellegrinaggio” in Terra Santa ogni volta che entravano in quel luogo. Posto al centro della Cappella, il tempietto fu interamente rivestito da tarsie di ispirazione classica, con motivi decorativi geometrici in marmo bianco e verde, tra i quali compaiono anche i simboli araldici dei Medici e dei Rucella3; alla sua morte, avvenuta nel 1481, Giovanni fu sepolto nel tempio e Giovanni da Piamonte, un allievo e collaboratore di Piero della Francesca, vi dipinse le scene di Cristomorto sorretto da due angeli e la Resurrezione.
Il Tempietto del Santo Sepolcro. Foto Wikipedia
Tra il 1751 e il 1755 l’architetto Giuseppe Ruggeri detteinizio a una lunga serie di trasformazioni che cambiarono profondamente l’aspetto dellachiesa, privata di molti dei suoi arredi originali e delle sepolture degli illustri cittadini che avevano abitato nel sestiere; la navata fu ridotta di circa un terzo e coperta da una volte a botte, il transetto fu rimodellato con la creazione di una cupola affrescata e venne creato un grande vestibolo davanti all’ingresso della Cappella Rucellai.
Agli inizi dell’Ottocento, durante la dominazione napoleonica, il complesso religioso di San Pancrazio fu soppresso e i locali della chiesa vennero inizialmente usati come sede della Lotteria Imperiale francese; al posto del portale trecentesco venne sistemata la trabeazione con il delicato fregio a scanalature ondulate – realizzato dall’Alberti per la facciata della cappella – e due leoni prelevati dalle Cascine trovarono posto accanto alla scalinata.
Uno dei due leoni all’ingresso dell’odierno Museo Marino Marini
Dal 1883 la chiesa sconsacrata fu destinata alle lavorazioni di pregio della Manifattura Tabacchi, portando a un’ulteriore ridefinizione dei suoi spazi interni, con la costruzione di un piano rialzato su ballatoi e travi metalliche. Dopo lo spostamento della Manifattura nel nuovissimo edificio progettato da Pier Luigi Nervi, nel 1937 la chiesa diventò il deposito della Caserma Vannini, a cui erano stati assegnati gli ambienti del vecchio convento.
L’ultimo capitolo della storia di San Pancrazio è iniziato nel 1986, a seguito degli importanti interventi di recupero e restauro della struttura diretti da Lorenzo Papi e Bruno Sacchi, che hanno permesso di allestire il museo dedicato a uno dei maggiori scultori del secolo scorso.
Il leone posto a destra della scalinata d’ingresso. Foto Wikipedia
Note
Firenze fu divisa in sestieri (cioè in sei parti) dal 1173 al 1343. Il sestiere di San Pancrazio prendeva il nome da una delle porte delle mura della città (che si trovava all’incrocio tra l’odierna Via Tornabuoni e Via Strozzi) e da questo antico complesso religioso, il cui nome veniva storpiato dai fiorentini in “Brancazio”.
Risalgono a quel periodo anche la cripta, il transetto ed il coro.
La vela spiegata al vento era l’impresa personale di Giovanni Rucellai (che si vede anche sulla facciata di Santa Maria Novella), il mazzocchio a tre piume era il simbolo di Cosimo il Vecchio, l’anello di diamante con due piume era quello di Piero il Gottoso e infine i tre anelli con la punta di diamante appartenevano a Lorenzo il Magnifico.
Bibliografia di riferimento:
Bruno Sacchi, Il Museo Marino Marini, a cura di Luca Barontini, Firenze, MM, 2012.