Il “Principe Santo”

Non butto mai i miei appunti di studio e così ho ritrovato anche quelli relativi a una conferenza del Prof. Marcello Fantoni che si svolse a Palazzo Borghese il 6 marzo 1997, quando io non avevo ancora dato gli esami per diventare guida turistica.

E’ qui che ho sentito parlare per la prima volta del “Principe Santo”, riferito alla figura di Cosimo III de’ Medici, il più austero tra i Granduchi di Toscana. Per quanto il duro giudizio degli storici sia stato in parte rivisto negli ultimi anni, il suo malgoverno, il suo fanatismo religioso e la sua ossessione per la sopravvivenza della dinastia ne fanno ancora oggi il simbolo del declino di Casa Medici.

Justus Sustermans, Cosimo III de’ Medici, 1660
Ph. credits Wikipedia

«In una galleria come quella dei Medici, fornitrice di personaggi a tutto sbalzo sia per gusto ed intelligenza che per canaglieria e dissipazione, egli fa spicco solo per il suo squallore. Due preoccupazioni lo dominavano fino all’ossessione: le fortune della casata e la salvezza dell’anima. Dell’anima non sappiamo che sorte le toccò, della casata ne fu il liquidatore.»

– Indro Montanelli, Roberto Gervasio da Storia d’Italia

Il regno di Cosimo III fu il più lungo nella storia del Granducato e durò ben 53 anni: va detto che quella in cui visse fu un’epoca sfortunata, caratterizzata, in tutta Europa, da guerre, epidemie e carestie1.

Il piccolo stato toscano, posto di fronte ai grandi rivolgimenti politici delle potenze straniere, era caduto in una grave crisi economica e diplomatica e nemmeno il padre Ferdinando II, uomo saggio e benvoluto, era riuscito a risollevarlo.

Il governo di Cosimo, fu caratterizzato da una forte pressione fiscale e l’ingerenza del clero sulle scelte del sovrano, a cui si aggiunsero i dispiaceri per lo sfortunato matrimonio con Marguerite Louise d’Orleans e le preoccupazioni per la successione al trono. In realtà, nei primi anni di regno egli cercò di attuare una politica di contenimento delle spese per evitare la bancarotta e varare alcune importanti riforme, ma ben presto preferì tornare alle sue meditazioni religiose, lasciando la gestione del governo nelle mani della madre e di un ristretto consiglio privato.

La fervida osservanza del Granduca sembra fosse dovuta proprio alla severa educazione scelta da Vittoria della Rovere, che imponendosi sul marito Ferdinando II2 aveva affidato il figlio al teologo senese Volunnio Bandinelli. Cosimo era quindi cresciuto con una solida fede che lo aveva portato a non gradire la vita mondana, preferendo i pellegrinaggi di penitenza e redenzione. Diverrà così una consuetudine per i funzionari di corte seguirlo nei suoi ritiri spirituali, anche per periodi piuttosto lunghi, che obbligavano le delegazioni ad essere ricevute in convento3.

Justus Sustermans,
Ritratto di Vittoria dell Rovere e Cosimo III come Sacra Famiglia,
1645, Firenze Galleria Palatina
Ph. credits Museo de’ Medici

Cosimo III adottò un nuovo canone di regalità, che secondo lui doveva pienamente ispirarsi alla condotta esemplare dei monaci, applicando le loro stesse rigide regole morali nella vita civile.

Egli era assolutamente convinto che l’esercizio delle fede rientrasse tra i compiti di un principe e che fosse suo preciso dovere aiutare i sudditi a ottenere la salvezza della propria anima. Questi, a dire il vero, avrebbero volentieri fatto a meno di tutte le messe, processioni e giorni di feriato solenne (giorni festivi di speciale devozione in cui era proibito lavorare e gli uffici pubblici restavano chiusi) imposti dal sovrano e spesso accolti dalla derisione popolare. In effetti non tutti credevano che la zelante ostentazione di fede di Cosimo fosse autentica4 ma che ben rappresentasse la falsità e l’ipocrisia dominanti nella società dell’epoca. Il clero trasse enorme benefici dalla clemenza del Granduca, che finanziò la costruzione o la ristrutturazione di molti edifici religiosi e affidò ai gesuiti il monopolio del sistema educativo. La presenza a corte di consiglieri, confessori e guide spirituali, in certa misura già presenti dai tempi di Cosimo I, divenne rilevante e non a caso gli ordini monastici più vicini a Cosimo furono gli Alcantarini6, un ramo dell’ordine francescano di strettissima osservanza e i Trappisti7, cistercensi di clausura che conducevano una vita di contemplazione, preghiera e lavoro manuale.

La vita civile venne ridotta a una mostruosa parodia di quella monastica: una vita comunitaria in cui libertà di azione, pensiero, di opinione, di affetti di abitudini era proibita o regolamentata da editti e metodi inquisitori

– Indro Montanelli, Roberto Gervasio da Storia d’Italia

Il fervore clericale di Cosimo gli fece rinnegare la politica laica e tollerante dei suoi predecessori: fu introdotto il coprifuoco e vennero rafforzate le competenze dei tribunali religiosi, mentre per i reati contro la pubblica morale venne appositamente istituito un Ufficio del Decoro Pubblico, con condanne che andavano dalla semplice fustigazione all’incarcerazione5. Inoltre egli rivolse la sua particolare attenzione verso la comunità ebraica toscana e nel 1677 emanò una legge che proibiva i matrimoni misti e impediva ai cristiani di lavorare presso le famiglie ebree, seguita da altri provvedimenti antisemiti che prevedevano sanzioni molto severe, dalla prigione alla tortura.

Immagino che adesso vi starete chiedendo se Cosimo III abbia fatto anche qualcosa di buono.

Sicuramente un’importante riforma fu quella che portò all’istituzione della Ruota Criminale8 e nonostante il generale impoverimento culturale dello stato toscano va menzionato il forte interesse che il Granduca coltivò per le scienze naturali, come la zoologia e la botanica. Fu protettore del medico Francesco Redi e si divertì a raccogliere specie botaniche e animali rari, spesso provenienti da terre lontane, con una speciale attenzione – tipica dell’epoca – per le aberrazioni, l’orrido e il grottesco, come le collezioni di animali o piante deformi9. Il pittore Bartolomeo Bimbi venne assunto come illustratore scientifico di Cosimo III, con il compito di raffigurare il meraviglioso mondo della natura: i suoi dipinti vennero raccolti nella villa dell’ Ambrogiana a Montelupo Fiorentino e nel Casino della Topaia a Castello e oggi si trovano nel Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano.

Bartolomeo Bimbi, Agnello a due teste
1721, Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano,
Ph credits Wikipedia

Un’altra grande passione di Cosimo III fu certamente il cibo, che divenne spesso il rifugio di tutti i suoi dispiaceri. A lui sarebbe legata la leggenda che riguarda l’invenzione del tiramisù, inventato dai pasticceri senesi in occasione di una sua visita in città e chiamato inizialmente Zuppa del Duca. Un altro provvedimento da ricordare è il Bando del 24 settembre 1716, con cui vennero determinati i confini delle 4 zone di produzione del vino in Toscana: Chianti, Pomino, Carmignano e Valdarno.

Niccolò Cassana,
Ritratto del Gran Principe Ferdinando de’Medici, 1687
Foto Sailko
Biasimato dai sudditi, Cosimo III non fu acclamato neppure in famiglia.

Attaccatissimo alla madre, in buona parte responsabile della sua indole bigotta e insicura, si sposò con la nobile francese Marguerite Louise d’Orleans, da cui ebbe 3 figli: Ferdinando, Anna Maria Luisa e Gian Gastone. Un matrimonio infelice che dopo anni di aspri litigi e ripicche si concluse con il ritorno a casa della sposa nel 1675. I suoi rapporti con il Gran Principe Ferdinando furono sempre molto tesi perché il giovane, come la madre, amava la vita mondana, l’arte e la musica (egli stesso era un bravo musicista) e viene difatti ricordato come generoso mecenate dal carattere libertino. Nel 1689 aveva dovuto sposare la principessa Violante di Baviera, verso la quale non mostrò mai un reale interesse e dopo essere stato a lungo malato di sifilide morì a soli 50 anni nel 1713. Altrettanto freddi e formali furono i rapporti con Gian Gastone, uomo mite, colto e malinconico, destinato a succedere al padre solo per la prematura scomparsa del fratello; Cosimo si disinteressò sostanzialmente di lui, almeno fino a quando non si rese conto che dal matrimonio tra Ferdinando e Violante non sarebbe mai nato un erede e nel 1697 lo obbligò a sposarsi con Anna Maria Francesca di Sassonia Lauenburg, cognata di Anna Maria Luisa e a trasferirsi in Boemia. Un’altra unione infelice che si concluse nel 1708 con il ritorno a Firenze del giovane.

Carlo Berti, Ritratto di Gian Gastone de’Medici, 1698, Firenze, Palazzo Pitti
Ph. credits Wikipedia

La successione al trono divenne così un problema angosciante per Cosimo; egli era impossibilitato a far succedere altri rami della famiglia10 e si rendeva conto che l’estinzione di Casa Medici avrebbe comportato anche la fine dell’indipendenza della Toscana. Il Granduca avrebbe fatto di tutto per evitare che lo stato cadesse in mano straniera e la prima cosa che gli venne in mente fu di far sposare il fratello cardinale Francesco Maria con Eleonora Luisa Gonzaga, ma anche questo matrimonio si rivelò disastroso e l’uomo morì due anni dopo. Arrivò addirittura a concepire il ritorno alla Repubblica, ma il progetto presentava troppi ostacoli, in quanto nominalmente il Ducato di Firenze era un feudo imperiale, mentre quello di Siena era stato ricevuto da Carlo V e pertanto sarebbero serviti sia l’assenso degli Asburgo che del re di Spagna. Cercò allora un accordo che gli permettesse di provvedere personalmente alla successione e garantire ad Anna Maria Luisa i suoi diritti di erede in caso di morte prematura del fratello Gian Gastone; Cosimo fece approvare dal Senato toscano una legge in favore della figlia e indicò Rinaldo d’Este come successore dei Medici, lasciando aperta la possibilità di un’unione dinastica tra il Granducato di Toscana e il Ducato di Modena.

Purtroppo l’imperatore Carlo VI d’Asburgo aveva altri progetti per la Toscana e reclamava il diritto a scegliere l’erede al trono: egli non avrebbe mai permesso l’unione tra la casa Medici e quella degli Este e nel 1718, il Trattato di Londra stabilì che il nuovo sovrano sarebbe stato Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese e Filippo V di Spagna, escludendo completamente Anna Maria Luisa dalla successione e chiudendo di fatto la questione. A nulla valsero le proteste e le missive inviate da Cosimo, al quale non venne neppure inviata una comunicazione ufficiale del provvedimento; il marchese Neri Corsini, inviato granducale, continuò a sottoporre la causa alla corti europee anche negli anni successivi, ma la decisione venne confermata nel 1722.

L’ultimo proclama ufficiale di Cosimo è del 25 ottobre 1723 in cui viene ribadito che la Toscana sarebbe rimasta indipendente e che Anna Maria Luisa avrebbe nominato il suo successore dopo la morte del fratello Gian Gastone. Ovviamente le potenze straniere non presero nemmeno in considerazione l’atto.

Cosimo III morì 6 giorni dopo, il 31 ottobre 1723 all’età di 81 anni.

Quasi venti anni dopo quella conferenza, nel gennaio 2017, in occasione dell’anniversario per i 300 anni dal Bando Mediceo, ho condotto una lezione e alcune visite guidate per far conoscere la storia del “Principe Santo” nell’ambito della manifestazione “Attivamente”, in collaborazione con il Comune di Carmignano (PO)

Bando Mediceo del 1716
Foto winenews.it
Note:

1 Dal 1618 al 1648 si svolse la cosiddetta Guerra dei Trent’anni che coinvolse praticamente tutti gli stati europei. Una grave epidemia di peste si abbatté sul continente tra il 1661 e il 1668.

2 Il padre avrebbe preferito un’educazione di tipo scientifico e questo fu motivo di scontro tra i genitori di Cosimo.

3 Durante i suoi ritiri spirituali Cosimo III faceva uso delle stanze a lui assegnate dai frati e partecipava attivamente alla loro vita, per calarsi pienamente nei precetti della loro regola. Uno dei rifugi favoriti di Cosimo era Monte Senario.

4 Una delle più originali fonti dell’epoca è costituita dai diari del poeta Giovan Battista Fagiuoli, che con sagace ironia derideva il governo di Cosimo III.

5 Per certi reati era previsto che i colpevoli oltre a pentirsi dovevano accettare di ritirarsi in convento!

6 L’ordine degli Alcantarini o Frati Minori Scalzi venne fondato da San Pietro di Alcantara

7 Il nome derivava dal fondatore Arman De Rancè, abate di Notre Dame de la Trappe, ordine cistercense di stretta osservanza.

8 Fu istituita il 15 maggio 1680 per giudicare i reati più gravi mentre quelli che avevano bisogno di “quotidiano rimedio e di celere spedizione” rimanevano sotto la giurisdizione degli Otto di guardia. Fu soppressa il 1°settembre 1699.

9 Una parte delle sue collezioni si trova oggi al Museo di Antropologia di Firenze.

10 Altri rami erano stati esclusi dalla successione con atto non modificabile da Cosimo I .

Riferimenti bibliografici:

Giuseppe Conti, Firenze dai Medici ai Lorena, Bemporad e figli editori, Firenze, 1909

Per approfondire:

Prof. Marcello Fantoni “Il bigottismo di Cosimo III, da leggenda storiografica ad oggetto storico” nel Convegno su Cosimo III. Un modello di assolutismo europeo, Università di Pisa, giugno 1990

“Il principe santo. Clero regolare e modelli di sovranità nella Toscana tardo medicea”, in F. Rurale, I Religiosi a corte. Teologia, politica e diplomazia in Antico Regime, Roma, Bulzoni, 1998, pp. 229-248.

La Novella del Grasso Legnaiuolo

Forse non tutti sanno che Filippo Brunelleschi, oltre ad essere un geniale architetto, aveva un naturale talento per fare gli scherzi agli amici. Da qui nasce la Novella del Grasso Legnaiuolo, una sagace burla da lui organizzata ai danni di Manetto Ammanatini, un legnaiolo che aveva la bottega in piazza San Giovanni e veniva chiamato “il Grasso” per la sua corporatura robusta.

La storia risale al 1409 e ce la racconta il Manetti, biografo dell’artista*.

*Della novella esistono varie versioni, di cui la più diffusa si trova nei manoscritti conservarti presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Io ho preferito usare quella del Manetti perchè la novella fa da prefazione alla biografia.

Qui sotto potete leggere il riassunto della novella, poi troverete il link alla versione integrale:

Brunelleschi faceva parte di una comitiva di amici, che amava ritrovarsi la sera a far baldoria e tra i presenti vi era sempre anche Manetto. Accadde però che una sera il legnaiuolo dette buca agli amici e loro decisero di organizzare uno scherzo per fargli credere di essere un’altra persona: un tale chiamato Matteo Mannini, famigerato fannullone.

Il piano scattò quando Brunelleschi andò nella bottega di Manetto, come era sua abitudine fare: all’improvviso venne un garzone che pregò Filippo di tornare subito a casa perchè sua mamma stava molto male. Manetto voleva andare con lui, ma Brunelleschi gli disse che se davvero avesse avuto bisogno di aiuto lo avrebbe mandato a chiamare. Poi si recò a casa sua, sapendo che il Grasso aveva lasciato la porta accostata e vi si chiuse dentro. Quando Manetto arrivò sull’uscio si meravigliò di non riuscire a entrare, così si mise a urlare e dall’interno rispose una voce chiamandolo “Matteo”.

Manetto non capiva, ma vista l’ora tarda pensò di tornare in bottega e di dormire là. Per strada venne riconosciuto da un uomo che lo accusava di non aver pagato un debito e che lo fece arrestare. Il Grasso protestò dicendo di non chiamarsi Matteo, ma gli fu ordinato di tacere perchè aveva già usato questa scusa altre volte.

Manetto trascorse la notte in cella e il giorno dopo conobbe un giudice, anche lui incarcerato per debiti, ma che sarebbe stato rilasciato a giorni. Egli non sapeva dello scherzo e tentò di consolare il Grasso, afflitto dal dilemma di non sapere più chi era. Il legnaiolo gli raccontò cosa gli era successo e chiese al giudice un consiglio perchè lui, essendo persona istruita, poteva aver sentito di altri casi simili al suo. Il giudice capì subito che Manetto era stato vittima di una burla, ma se ne prese gioco a sua volta, raccontandogli storie di uomini diventati altri uomini o tramutati in animali, affermando che anche un suo collaboratore un giorno era diventato un’altra persona e non era più tornato quello di prima.

Nel pomeriggio si presentarono i due “fratelli” di Matteo che lo rimproverarono per il suo comportamento, con cui metteva in forte imbarazzo anche la loro anziana madre. Per questo avrebbero pagato il suo debito, ma sarebbero venuti a prenderlo la sera quando non c’era tanta gente in giro per le strade perchè la famiglia si vergognava di lui. Quando i fratelli tornarono a prenderlo lui li seguì, ormai convinto di essere Matteo. Arrivati a casa, uno dei due andò a chiamare il parroco, gli raccontò che suo fratello Matteo si comportava in modo strano e lo pregò di venire a visitarlo. Il prete fece una lunga predica a Manetto e gli fece promettere di non dire più di essere il Grasso Legnaiolo.

Dopocena i complici misero dell’oppio nel bicchiere di Manetto, in modo che si addormentasse subito. Poi lo presero di peso e lo riportarono a casa sua, dove lui si risvegliò il mattino dopo. L’uomo si rallegrò e pensò di aver fatto solo un brutto sogno, si preparò e andò nella sua bottega, che però trovò messa tutta sotto sopra. Ad un certo punto entrarono i fratelli di Matteo, chiedendogli se il ragazzo fosse passato di lì perché loro non riuscivano a trovarlo.

Il legnaiolo era ancora più confuso, perchè ricordava la sera prima di aver cenato in casa loro che adesso lo chiamavano con il suo “vecchio” nome. Giunsero così Brunelleschi e Donatello e si misero a raccontargli la storia di questo Matteo, che arrestato dagli ufficiali della Mercanzia aveva detto a tutti di chiamarsi Manetto. Filippo inoltre gli chiese dove era stato il giorno prima, perchè era passato più volte dalla bottega e non lo aveva mai trovato.

Alla fine arrivò il vero Matteo, dicendo di essere stato per qualche giorno alla Certosa e di essere rientrato la notte precedente. Brunelleschi gli disse delle voci che aveva sentito in giro e Donatello affermò di averlo visto mentre lo arrestavano, dicendo di essere il Grasso Legnaiolo. Matteo ovviamente negò di essere stato in prigione, ma vista la storia che gli stavano raccontando, si sentiva di confidare un fatto strano accaduto anche a lui: egli era convinto di aver dormito un giorno intero e la notte seguente e di aver fatto un lungo sogno in cui si era trasformato nel Grasso, si trovava in casa sua e poi era andato in bottega per provare a usare gli arnesi del suo mestiere.

Allora anche Manetto dovette raccontare del suo strano “sogno” dove tutti lo avevano scambiato per Matteo, ma ormai si era accorto di essere stato vittima di un bello scherzo da parte dei suoi amici. Perciò decise di salutarli e andare via, ma pare fosse stata tanta la vergogna per esserci cascato in pieno, che decise di accettare l’invito di un altro suo amico, il quale si era messo al servizio di Filippo Buondelmonti degli Scolari, detto Pippo Spano, condottiero e protettore di una colonia di fiorentini in Ungheria. Fu così che la mattina seguente il Grasso Legnaiolo partì da Firenze e vi tornò solo molti anni dopo: era riuscito a far fortuna ed era diventato un uomo molto ricco.

Leggi il testo completo della novella su Wikisource

Filippo Brunelleschi, foto Sailko

Ma non finisce qua: tra i tanti edifici che Brunelleschi progettò a Firenze ce n’è uno che rimanda direttamente a questa storia. E’ la Rotonda di Santa Maria degli Angeli, iniziata nel 1434 e poi rimasta incompiuta. Il denaro destinato alla sua costruzione proveniva proprio da un lascito di Pippo Spano (il cavaliere menzionato nella novella) e affidato all’Arte di Calimala, che ordinò l’aggiunta di questo edificio al grande monastero camaldolese, all’epoca centro culturale di straordinaria importanza.

L’orologio del Duomo di Firenze

Paolo Uccello, Orologio di Santa Maria del Fiore, 1433
Ph. credits Wikipedia

Una domanda ricorrente che mi viene fatta visitando il Duomo di Firenze riguarda il grande orologio dipinto sulla contro-facciata: “Ma..funziona??” oppure “..questo orologio è rotto?” No, non è rotto, solo che funziona in modo diverso dagli orologi che usiamo oggi.

Durante l’antichità, la misurazione del tempo era scandita dalle ore ineguali, basate sulla durata variabile del giorno e della notte a seconda delle stagioni.

Ma verso la metà del Duecento si iniziò ad avvertire l’esigenza di creare un metodo di misura più uniforme e costante e nacquero così le ore uguali, distinte in varie categorie, tra cui il sistema dell’ora italica, che prevedeva l’inizio del giorno al tramonto di quello precedente.

Questo sistema è rimasto in uso fino alla fine del Settecento: gli orologi solari a ora italica furono infatti abbandonati in epoca napoleonica e sostituiti da quelli regolati dall’ora francese, tuttora in uso. Il giorno veniva così diviso in 2 parti da 12 ore (antimeridiane e pomeridiane), in cui l’ora XII è il mezzogiorno posto al vertice del quadrante e allo scadere della mezzanotte inizia subito il nuovo giorno.

L’ora francese era già in uso da secoli nei paesi europei, ma quando venne introdotta in Italia le resistenze da parte della popolazione furono molte; in effetti ci furono non poche difficoltà tecniche per ridisegnare tutti gli orologi solari, modificando il meccanismo di quelli impostati con l’ora italica, che avevano un quadrante con 24 ore.

L’orologio di Paolo Uccello del 1433 che si trova nel Duomo di Firenze è rimasto l’unico orologio a ora italica ancora funzionante, dove la XXIIII ora è la mezzanotte (che corrisponde al tramonto), mentre il mezzogiorno coincide con un’ora variabile tra le 16 e le 19, a seconda della stagione.

Il meccanismo interno dell’orologio
Ph. credits Opera del Duomo di Firenze

Si trova a circa 15 metri dal pavimento e il suo quadrante è costituito da un affresco di oltre 4 metri per lato. La lancetta si muove in senso antiorario ed è a forma di stella cometa (ricostruita durante il restauro del 1968). Il meccanismo esterno si trova in un vano della contro-facciata e fu costruito nel 1761 da Giuseppe Bargiacchi per 385 lire; i lavori si resero necessari per una serie di guasti dovuti all’usura e all’imperizia nel manipolare il meccanismo originale durante i periodici aggiustamenti dell’orario. Ancora oggi l’ora viene spostata di 15 minuti 2 volte al mese per far coincidere la mezzanotte al tramonto.

Per approfondire:

Lucio Bigi e Mario Moreddu, L’orologio nel Duomo di Firenze. L’unico al mondo che segna l’ora italica, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 2008.

https://operaduomo.firenze.it/blog/posts/cosa-rende-speciale-l-orologio-del-duomo-di-firenze

Una Madonna bellissima

“..era ormai pronto per fare della Madonna con Bambino una nuova icona.. “

– Antonio Forcellino

Perfezione formale, armonia e delicatezza sono alcuni dei tratti distintivi della pittura di Raffaello. La Madonna del Cardellino, oggi conservata presso le Gallerie degli Uffizi, venne dipinta in un periodo che segna una significativa svolta nella sua carriera. Abbandonata la maniera del maestro Perugino, il giovane pittore si rivolse ai modelli proposti da Fra’ Bartolomeo, Leonardo da Vinci e Michelangelo.

E fin dal suo esordio i risultati furono stupefacenti.

Raffaello, Madonna del Cardellino (1506)
Firenze, Gallerie degli Uffizi
Ph. credits Wikipedia

Firenze doveva suscitare una irresistibile attrazione sugli artisti dell’epoca e Raffaello, allora poco più che ventenne, la vide come una ottima occasione di crescita e affermazione per la sua carriera. Il suo arrivo in città viene tradizionalmente fatto risalire all’ottobre del 15041, anche se appare altrettanto certa la sua presenza a Perugia nel 15052: è dunque possibile ipotizzare che egli sia effettivamente partito, ma non abbia voluto rinunciare alle committenze umbre, in attesa di emergere nell’ambiente artistico fiorentino.

Nel 1506, in occasione delle nozze tra Lorenzo Nasi e Sandra Canigiani (celebrate a Firenze il 23 febbraio) gli venne affidata l’esecuzione di una tavola, la cosiddetta Madonna del Cardellino, poi esposta nella loro casa.3

Madonna del Cardellino, dettaglio

Il dipinto raffigura la Vergine seduta su una roccia, che interrompe la lettura del suo libro e si rivolge ai bambini, mentre San Giovannino offre a Gesù il piccolo uccello simbolo della sua futura Passione4. Il gesto delicato e protettivo della Madonna evoca la semplicità degli affetti familiari di una madre premurosa e umanissima, ma che allo stesso tempo si mostra come una creatura divina e dalla sublime dolcezza.

Madonna del Cardellino, dettaglio

I personaggi dai contorni tenui e sfumati sono disposti secondo la struttura a piramide elaborata da Leonardo da Vinci5, con la solida figura di Maria che emerge sul tipico paesaggio di scuola umbra dello sfondo.

Tema tradizionalmente caro a qualunque scuola pittorica italiana, la Madonna con Bambino fu un soggetto eseguito più volte durante il soggiorno fiorentino di Raffaello.

Nella Madonna del Cardellino egli intendeva forse sperimentare una nuova tipologia di composizione, in cui applicare le giuste misure e quella armonia necessaria a ottenere l’equilibrio formale perfetto. Riuscì così a dare una connotazione elegante e raffinata a uno dei temi più popolari della pittura, accolta con grande successo tra i contemporanei e nei secoli successivi, tanto da essere identificata con l’immagine della bellezza ideale.

Note

1 Il 1 ottobre 1504 Giovanna Feltria della Rovere, sorella del duca Guidobaldo da Montefeltro, scrive una lettera al Gonfaloniere della Repubblica fiorentina Pier Soderini, in cui raccomanda il “discreto e gentile giovane” pieno di talento e già degno delle commissioni più importanti. L’autenticità della lettera sembra essere confermata da vari riscontri. In ogni caso, Raffaello sarebbe partito pochi giorni dopo l’invio della missiva.

2 Raffaello lavorò agli affreschi di San Severo a Perugia (che recano un’iscrizione con l’anno MDV) e alla Pala Ansidei per la cappella della famiglia nella chiesa di San Fiorenzo dei Serviti, oggi alla National Gallery di Londra, sempre datata 1505. Entrambe le opere mostrano evidenti influenze stilistiche dell’ambiente artistico fiorentino, in particolare Fra’ Bartolomeo.

3 Alcuni anni dopo il tetto di casa Nasi crollò e il dipinto si ruppe in ben 17 pezzi. Venne restaurato nel 1548 e fu sottoposto ad altri interventi di manutenzione nel corso dei secoli fino al grande restauro eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure tra il 2000 e il 2009.

4 Il cardellino si riconosce per la macchia rossa che ha sulla testa. Una leggenda cristiana narrava che uno di questi uccellini volò sulla corona di spine di Cristo e si mise ad estrarle, macchiandosi con il suo sangue.

5 Al suo arrivo a Firenze Raffaello vide le opere di Leonardo, tra cui il cartone per una pala d’altare mai eseguita per la SS. Annunziata e in seguito andato perduto. Del disegno abbiamo una descrizione piuttosto precisa contenuta in una lettera scritta da un frate carmelitano a Isabella d’Este nel 1501 che sembra coincidere con la celebre tavola conservata al Louvre.

Riferimenti bibliografici

Claudio Strinati, Raffaello, Firenze, Giunti, 1995

Antonio Forcellino, Raffaello. Una vita felice, Roma, Edizioni Laterza, 2006

Prove tecniche da genio

Il concorso bandito dall’Arte di Calimala per l’esecuzione della porta nord del Battistero è il vero e proprio esordio di Filippo Brunelleschi sulla scena artistica fiorentina. Qui incontra Lorenzo Ghiberti, suo antagonista per la vita, al quale poi sarà ufficialmente assegnata la commissione. Deluso e amareggiato, Brunelleschi parte per Roma per dedicarsi allo studio dell’antico.

Il Battistero di San Giovanni a Firenze

Sappiamo che, dopo aver frequentato la scuola di abaco, Filippo Brunelleschi entrò come apprendista nella bottega di un orafo.

Il giovane apprese le tecniche di fusione dei metalli e di lavorazione a sbalzo ma non smise di esercitarsi nella pratica del disegno; il suo tirocinio doveva essere concluso entro il 1398, benché la sua domanda d’iscrizione all’Arte della Seta (a cui si immatricolavano gli orafi) non venne presentata prima del 1404.

E’ ormai accertato che la sua prima opera nota fu eseguita nella Cappella del Crocifisso del Duomo di Pistoia: Brunelleschi difatti figura nel gruppo di artisti che parteciparono alla decorazione dell’altare d’argento di San Jacopo, realizzando il rilievo posto su di un fianco con le figure dei profeti Geremia e Isaia.

Geremia e Isaia (1400-1401)
Altare di San Jacopo,
Cattedrale di San Zeno, Pistoia
Foto Sailko

Poi arrivò la grande occasione: a Firenze si era finalmente deciso di bandire il concorso per la seconda Porta del Battistero1 e Brunelleschi venne ammesso insieme ad altri 6 scultori e orefici toscani, tra cui un esordiente Lorenzo Ghiberti e il ben più celebre Jacopo della Quercia. I concorrenti avevano un anno di tempo per realizzare una formella in bronzo con la scena del Sacrificio di Isacco e una commissione composta da 34 maggiorenti fiorentini avrebbe scelto il vincitore.

Ad arrivare in finale furono proprio le opere di Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti, oggi conservate presso il Museo Nazionale del Bargello2: pare che la commissione fosse molto indecisa (si dice spaccata a metà) e alla fine propose ai due artisti la vittoria ex-aequo, invitandoli a lavorare insieme. Sembra che Ghiberti, seppur riluttante, si mostrasse disponibile a collaborare, mentre Brunelleschi oppose un secco rifiuto, rinunciando all’incarico3.

Mettiamo a confronto le formelle.

La formella di Ghiberti è una composizione elegante e armoniosa. Le figure si muovono su di uno sfondo roccioso, in uno spazio ben definito, ricco di dettagli ed effetti chiaro-scurali. Nel complesso la scena appare molto naturale e di altissimo livello tecnico4 e rivela lo studio dell’antichità classica, sia nel corpo dalle prefette proporzioni di Isacco, sia nel fregio dell’ara su cui è inginocchiato il ragazzo.

La formella di Lorenzo Ghiberti (1401) Firenze, Museo Nazionale del Bargello

La formella di Brunelleschi appare invece più “costruita”, con le figure rigidamente inquadrate in una composizione geometrica. La struttura a piramide risulta certamente una scelta più moderna e dinamica, con l’azione che converge verso il suo vertice. I personaggi sono molto espressivi e lo sfondo è praticamente assente. Il giovane seduto a sinistra è una raffinata citazione classica del tema dello spinario.

La formella di Filippo Brunelleschi (1401) Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Brunelleschi non aveva preso molto bene la decisione dei giudici.

Scelse così di partire per Roma, dove si recò più volte nell’arco dei successivi 17 anni, portando con sé l’amico Donatello, che rimase con lui almeno fino al 1404: scarse sono le notizie riguardanti questi soggiorni dell’artista per cui, come spesso accade, dobbiamo fare affidamento su ciò che racconta Vasari. Egli riferisce che Brunelleschi e Donatello diventarono piuttosto conosciuti in città come la “coppia del tesoro”, perché venivano sempre visti a osservare le rovine degli edifici antichi e talvolta a scavare (come i moderni archeologi). Tenete presente che agli inizi del ‘400 Roma versava ancora in condizioni di miseria e abbandono: una città con pochi abitanti e tante macerie sparse ovunque. Non era difficile imbattersi in un capitello, una colonna o il rilievo di un fregio e questa esperienza si rivelò fondamentale per la formazione di entrambi.

Brunelleschi resta affascinato da questo mondo perduto che letteralmente riaffiora sotto i suoi piedi. Si appassiona all’architettura antica e cerca di capirne la struttura e le proporzioni, studia il recupero delle tecniche di costruzione. Credo proprio che sia questo il periodo in cui nella sua mente inizia a materializzarsi un sogno: un giorno sarà possibile costruire una chiesa con le stesse forme di un tempio antico. O magari una cupola. Difficile, certo, ma non impossibile.

Canaletto, Capriccio romano con porta civica e mura turrite
(1742 ca.) Parma, Galleria Nazionale
https://dentrolatela.wordpress.com/2013/08/18/bernardo-michel-antonio-eugenio-bellotto-1721-1780/capriccio-romano-con-porta-civica-e-mura-turrite-galleria-nazionale-di-parma/
Note

1. La prima , la porta sud, era stata realizzata da Andrea Pisano tra il 1330 e il 1336.

2. Le altre formelle non sono giunte fino a noi, forse perché vennero rifuse per recuperare il bronzo.

3. E’ quanto riporta il Manetti nella biografia dell’artista.

4. Questo mette in risalto il grande talento artistico di Ghiberti praticamente al suo esordio. Non si conoscono infatti altre opere da lui eseguite prima di questa, ad eccezione di un perduto affresco eseguito a Pesaro, città in cui si recò per un breve soggiorno, prima di rientrare a Firenze per il concorso.

Riferimenti bibliografici:

Elena Capretti, Brunelleschi, Giunti editore, Firenze, 2003.

Il Tabernacolo dei Monellini

Avete mai fatto caso al grande tabernacolo che si trova all’angolo tra Via de’ Cerchi e Via dei Cimatori? Era stato costruito a fianco dell’Ospizio della Quarconia, il primo riformatorio di cui si abbia notizia, poi trasformato nel teatro in cui debuttò Stenterello.

Il Tabernacolo della Quarconia
Ph. credits Sailko

Questa storia inizia con la grande generosità di un uomo vissuto a Firenze nel XVII secolo.

Ippolito Francini era un abile artigiano specializzato nella lavorazione delle pietre dure e delle lenti. Aveva conosciuto Galileo nelle officine granducali e collaborò con lo scienziato alla costruzione dei suoi cannocchiali. Era in generale una persona apprezzata da tutti e godeva anche della stima del Granduca Ferdinando II de’Medici.

Francini si occupava di molti ragazzi poveri che vivevano in città, dando loro vitto e alloggio, ma soprattutto un’adeguata istruzione per permettere il loro inserimento nella società. Inizialmente egli ospitò questi giovani in casa sua, poi in un magazzino preso in affitto dal cardinale Leopoldo de’ Medici, dove creò un ricovero e una mensa. Fu proprio qui che rimase ucciso durante una rissa nel 1653: prima di morire raccomandò i suoi “monellini” a don Filippo Franci della Compagnia di San Filippo Neri, che inizialmente continuò la sua attività di accoglienza e recupero presso l’Oratorio di San Sebastiano de’ Bini e nel 1659 ottenne il grande edificio posto in via dei Cimatori.

La casa dei monellini poi diventata
teatro e cinema
Ph. credits Sailko

L’istituto venne chiamato Pia Casa del Rifugio dei Poveri Fanciulli, detto poi semplicemente casa dei monellini, di cui oggi resta solo il tabernacolo con la cornice in pietra serena e il dipinto di Alessandro Gherardini della fine del ‘600 che raffigura San Filippo Neri che presenta i monelli alla Vergine.

L’edificio rimase in uso al riformatorio fino alle soppressioni settecentesche, quando venne trasformato in un teatro, dove si mettevano in scena rappresentazioni popolari: è qui che debuttò la maschera di Stenterello. Fu completamente ristrutturato nel 1840 e cambiò il nome in “Teatro Leopoldo”, poi diventato “Teatro Nazionale” con l’Unità d’Italia. Nel dopoguerra il teatro divenne “Cinema Nazionale”, ormai chiuso da qualche decennio e in attesa di riqualificazione.

In ricordo di Silvia Bonacini

Pietro Tenerani, Ritratto di Francesco Forti, 1842
Ph. credits Laura Amerighi

Da ieri il busto ritratto di Francesco Forti di Pietro Tenerani (1842) è di nuovo esposto presso la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze. Si è infatti concluso il restauro dell’opera realizzato con i fondi raccolti dal marito e gli amici di Silvia Bonacini, storica dell’arte e guida turistica prematuramente scomparsa due anni fa. In sua memoria è stato finanziato anche il restauro di un dipinto di Jacopo Ligozzi, la Giuditta e Oloferne (1602) che presto tornerà nelle sale della Galleria Palatina. Domenica 2 febbraio i colleghi guide turistiche e storici dell’arte ricorderanno Silvia offrendo per l’intera giornata visite guidate gratuite della Galleria.

Ph. credits Laura Amerighi

Alcune informazioni su Francesco Forti.

Francesco Forti (Pescia 1806-Firenze 1838) è stato un noto giurista, magistrato e giornalista letterario vissuto nel periodo del primo Risorgimento.

Era nato in una delle più importanti famiglia di Pescia (PT): il padre, anche lui giurista, era un aristocratico di provincia dalle rigide idee conservatrici, mentre la madre, dalla mente più aperta, era la sorella del celebre economista e critico letterario svizzero Simondo Sismondi1.

Francesco frequentò il Seminario di Pescia e successivamente il collegio degli Scolopi a Firenze, dove aveva potuto conoscere lo zio, figura affatto gradita al padre, per le sue idee politiche liberali.

Nel 1826 si era laureato in Diritto Criminale e Canonico all’Università di Pisa e disobbedendo al padre che lo voleva avviare alla professione di avvocato, si trasferì nuovamente a Firenze. Cominciò a frequentare il prestigioso ambiente culturale del Gabinetto Viesseux, fondato nel 1820 dal banchiere Giovan Pietro come centro scientifico-letterario2, dotato di biblioteca, in cui si potevano leggere le pubblicazioni provenienti da tutta Europa e dove ben presto iniziarono a circolare le idee delle correnti politiche risorgimentali.

Per alcuni anni, insieme a numerosi intellettuali dell’epoca, collaborò con l’Antologia, la rivista del Gabinetto, che trattava principalmente di argomenti di storia, diritto ed economia. Francesco scrisse quasi 70 articoli per il periodico, prima firmandosi con le sole iniziali F.S. e poi con il proprio nome.

Nel 1832, decise di allontanarsi dal giornalismo letterario per intraprendere la carriera di magistrato. Ottenne un incarico presso la Ruota criminale, il tribunale penale del Granducato di Toscana3 e nel 1837 passò alle cause civili del Magistrato Supremo.

Tuttavia continuò ad occuparsi della stesura di testi giuridici, che dopo la sua morte, avvenuta improvvisamente agli inizi del 1838, a soli 32 anni, furono pubblicati dall’amico Leopoldo Galeotti.

Tra le sue opere si ricordano i 2 dei 4 volumi previsti delle Istituzioni Civili, Firenze, Viesseux, 1840 (sulla storia delle istituzioni italiane) e i Trattati Inediti di Giurisprudenza, Firenze, Viesseux, 1854

Ph. credits Libreria antiquaria Gozzini, Firenze

Fu sepolto nella cappella di Villa Il Riposo, casa di campagna della famiglia Forti.

Note

1 La famiglia, di origine italiana ma di fede protestante, abitava da lungo tempo a Ginevra.

2 Furono abituali frequentatori del Gabinetto Viesseux Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Stendhal, Arthur Schopenhauer, David H. Lawrence, Emile Zola (solo per citarne alcuni). Nel 2020 si celebrano i 200 anni dalla nascita di questa prestigiosa istituzione.

3 Nel 1832 Francesco Forti venne nominato Secondo Sostituto dell’Avvocato generale fiscale.

Altre notizie sul Magazine delle Gallerie degli Uffizi:

https://www.uffizi.it/magazine/busto-pietro-forti

https://www.uffizi.it/magazine/una-donazione-e-due-importanti-opere-presto-restaurate-a-palazzo-pitti

Immagini della cerimonia del 30 gennaio 2020 alla presenza Direttore Eike Schmidt, Simonella Condemi, del restauratore Alberto Casciani, i familiari e gli amici di Silvia.