Il Battistero di Firenze

Una delle costruzioni più antiche di Firenze, ammirata per le sue linee semplici ed essenziali e di cui non si conosce ancora con esattezza l’anno di fondazione: è il Battistero di San Giovanni, citato anche da Dante Alighieri nella sua Commedia.

Partirò tentando di rispondere alla più semplice delle domande: “Quando venne costruito il Battistero?“, che poi tanto semplice non è. Secondo la tradizione popolare, esso sarebbe stato in origine un tempio dedicato al dio Marte, modificato e convertito all’uso cristiano nei primi secoli del Medioevo. Una teoria che trovò molti consensi soprattutto durante il Rinascimento, perché confermava l’idea di una linea di continuità tra mondo pagano e mondo cristiano, ma che purtroppo non ha mai trovato alcun tipo di riscontro storico o materiale. In effetti non esiste alcuna traccia di questo tempio e le uniche testimonianze di epoca romana che abbiamo, sono i mosaici di alcune domus risalenti al I secolo, rinvenuti durante una campagna di scavi alla fine dell’Ottocento. L’aspetto classicheggiante dell’edificio induce alcuni storici a ritenere che si tratti di una costruzione di epoca paleocristiana del V secolo, con rimaneggiamenti successivi, mentre altri sostengono che il battistero non sia stato costruito prima del XI secolo, sulle rovine di edifici precedenti.

Ma che cosa dicono le fonti scritte? Il primo documento che ne attesta l’esistenza è dell’anno 897, che però lo menziona come “chiesa di San Giovanni” (e non battistero). Risulta inoltre che la sua consacrazione avvenne nel 1059 sotto il pontificato di Niccolò II e che soltanto nel 1128 esso divenne ufficialmente il battistero della città. E qui sorge spontanea un’altra domanda: dove si battezzavano i fiorentini prima del XII secolo? Il rito era compiuto per immersione e benché del fonte sia rimasto solo un ottagono in cocciopesto, sappiamo che fino al Cinquecento esso si trovava al centro del pavimento: possiamo dunque supporre che i battesimi fossero celebrati in questo luogo pur senza un “accredito” solenne da parte delle autorità ecclesiastiche?

Vi è infine un’altra teoria più recente – che poi è quella verso la quale sono più propensa a credere – per cui il battistero sarebbe stato fondato nel V secolo per ricordare la memorabile vittoria del generale romano Stilicone sul re ostrogoto Radagaiso, che aveva messo sotto assedio la città di Firenze, ma era stato sconfitto e ucciso nella battaglia di Fiesole nel 406. Per celebrare questa impresa e lo scampato pericolo, le domus romane esistenti erano quindi state abbattute per far posto a un nuovo edificio, che non era propriamente un tempio, ma una costruzione pagana poi trasformata in edificio di culto cristiano.

Affresco della Loggia del Bigallo (1342)
È la veduta più antica della città di Firenze in cui si riconosce il Battistero
Foto Wikipedia

La decorazione esterna del Battistero è composta da tre fasce a riquadri geometrici in marmo bianco di Carrara e verde di Prato. La costruzione ha pianta ottagonale, che richiama la credenza dell’ottavo giorno, ossia quello che secondo la dottrina cristiana sarà il giorno del Giudizio Universale e della Resurrezione. Anticamente, il rito del battesimo era celebrato soltanto un paio di volte all’anno (generalmente nel periodo della Pasqua o della Pentecoste) e a ricevere il sacramento erano spesso persone adulte, che rendeva necessario l’uso di un edificio di grandi dimensioni.

Prima di entrare al suo interno facciamo un rapido giro intorno alle porte, oggi tutte sostituite con copie, mentre quelle originali, restaurate, si trovano al Museo dell’Opera del Duomo.

La prima è la Porta sud (1330-1336) di Andrea Pisano, composta da 28 formelle, che raffigurano le Storie della Vita di San Giovanni Battista e le Virtù (teologali e cardinali, con l’aggiunta dell’Umiltà). Ogni pannello rappresenta una storia a sé stante, con scene dallo stile sobrio ed elegante, inserite all’interno delle caratteristiche cornici quadrilobate gotiche.

Battesimo di Cristo, porta sud del Battistero
Foto Wikipedia

La porta nord (1403-1424) è quella relativa al famoso concorso del 1401 a cui parteciparono Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti, poi decorata proprio dal Ghiberti con 28 formelle che illustrano 20 scene tratte dal Nuovo Testamento con i Quattro Evangelisti e Quattro Dottori della Chiesa.

Ultima cena, Porta nord del Battistero
Foto Wikipedia

La porta più conosciuta del Battistero è la cosiddetta Porta del Paradiso (1425-1452) a cui lavorò sempre Lorenzo Ghiberti, al quale servirono ben 27 anni per realizzare uno dei capolavori assoluti del Primo Rinascimento fiorentino. La decorazione è composta da 10 riquadri di forma rettangolare con scene riprese dall’Antico Testamento, raffigurate con un rilievo in cui viene applicata la tecnica dello stiacciato.

Le Porte del Paradiso
Foto GuardaFirenze

La decorazione interna del Battistero si ispira chiaramente all’architettura classica ed è presente molto materiale antico di recupero, caratteristica comune a tutti gli edifici di epoca romanica. Da notare la presenza del matroneo, il loggiato interno riservato alle donne, tipico delle chiese paleocristiane e mantenuto anche nei secoli successivi come elemento strutturale e decorativo delle navate. Alzando gli occhi verso la cupola vedrete il grande mosaico che si ritiene sia stato iniziato intorno al 1270 e completato circa 50 anni dopo, nel 1330. E’ probabile che, almeno nella fase iniziale, i fiorentini abbiano richiesto la collaborazione di maestranze veneziane (l’arte musiva non era esattamente tra le specialità locali) e che in seguito siano intervenuti vari artisti toscani, tra i quali si citano anche Cimabue e Coppo di Marcovaldo.

La decorazione è suddivisa in 8 spicchi e su varie fasce in cui, partendo dall’altro sono raffigurate le gerarchie angeliche e in tre degli spicchi sottostanti il Cristo Giudice con il Giudizio Universale; negli altri spicchi si possono invece vedere le Storie della Genesi, le Storie della Vita di Giuseppe (figlio di Giacobbe), le Storie di Maria e Gesù e le Storie del Battista.

I mosaici del Battistero
Foto GuardaFirenze

Tra gli arredi interni segnalo il sarcofago antico decorato con una scena di caccia al cinghiale, impiegato come sepoltura di Guccio de’Medici, Gonfaloniere di Giustizia nel 1299 e a destra dell’abside il monumento funebre a Baldassarre Cossa, l’antipapa Giovanni XXIII, deposto nel 1415 e morto nel 1419 a Firenze. Amico di Giovanni di Bicci de’ Medici, che aveva pagato il riscatto per la sua liberazione quando era stato fatto prigioniero in Germania, egli aveva espresso il desiderio di essere sepolto in una chiesa della città e l’esecuzione della tomba venne affidata alla “società” che proprio in quel periodo era stata fondata da Michelozzo e Donatello.

Se avete perso la diretta con il tour virtuale del Battistero trovate il video nel mio canale YouTube:

La fontana del Porcellino

Sapevate che la favola del Porcellino di bronzo di Andersen è ambientata a Firenze? La nostra fontana portafortuna ha una lunga storia tra leggenda e fantasia.

Molte favole dello scrittore danese Hans Christian Andersen non si concludono con un lieto fine: mi vengono in mente, ad esempio, la piccola fiammiferaia che vola in cielo dalla sua nonna o il soldatino di piombo gettato nel fuoco. Tra queste vi è anche la storia di un povero bambino vissuto a Firenze e che una notte, stanco e affamato, si addormenta sul dorso della celebre fontana del Porcellino: il grazioso animale (che in realtà è un piccolo di cinghiale) venne scolpito nel Seicento da Pietro Tacca per il granduca Cosimo II e venne poi spostato alla Loggia del Mercato Nuovo. Secondo la tradizione popolare il Porcellino ha il potere di esaudire i desideri: tutto quello che dovete fare è sfregare forte il suo naso e mettere una monetina nella sua bocca. Se, lasciando cadere la monetina, riuscirete a farla entrare nella grata alla base della fontana, il vostro desiderio diventerà realtà e presto tornerete a Firenze! Devo ammettere che in questi anni molti dei miei ospiti mi hanno confermato che con loro aveva funzionato 🙂

La fontana del Porcellino
Foto GuardaFirenze

Ma torniamo alla favola di Andersen. Il bambino che si era addormentato sulla schiena del Porcellino all’improvviso si risveglia e si accorge che l’animale è vivo e sa anche parlare! Gli sta dicendo di tenersi forte a lui, perché insieme faranno un bel giro “turistico” della città: il ragazzo vede le statue di Piazza della Signoria animarsi al suo passaggio e resta assolutamente affascinato dalla bellezza delle opere d’arte dentro alle Gallerie degli Uffizi. Questo sogno è davvero incredibile, anche se sembra tutto così reale…ma arriva il mattino, il bambino si ritrova dove si era addormentato e deve tornare di corsa a casa! Già immagina quanto si arrabbierà «colei che chiamava mamma» perché non ha portato niente con sé e siccome la donna ha una reazione molto violenta, decide di scappare e rifugiarsi nella chiesa di Santa Croce. Qui viene raccolto da un anziano signore che lo porta a casa sua. L’uomo vive con la moglie e una cagnolina chiamata Bellissima: di mestiere fa il guantaio e insegna al bambino a cucire. Lui ogni tanto torna alla fontana del Porcellino e gli parla, ma l’animale resta immobile e non risponde più: nel frattempo conosce uno dei vicini di casa della coppia, che lavora come pittore. Il ragazzino cerca di comportarsi bene, ma è curioso e vivace e qualche volta fa arrabbiare la signora, così un giorno il pittore gli regala un mazzo di fogli, in cui c’è anche un disegno del Porcellino: «Che bello saper disegnare e dipingere! Si può riprodurre tutto il mondo!» pensa il bambino .

La Tribuna degli Uffizi
Foto GuardaFirenze

Il bambino inizia a disegnare e decide di fare un ritratto a Bellissima: lei però non sta ferma perché vorrebbe giocare e allora lui lega la coda e la testa della cagnolina che per poco non si strozza. La signora giunta proprio in quel momento crede che il ragazzo la stia maltrattando e lo caccia di casa, ma per fortuna arriva il pittore che lo salva.

Come finisce la favola del Porcellino di bronzo?

Siamo nel 1834 e all’Accademia di Firenze si svolge una mostra in cui sono esposti due quadri di un giovane artista: uno più piccolo in cui è raffigurato un ragazzino che fa il ritratto di un cagnolino, l’altro più grande in cui si vede un bambino vestito di stracci addormentato sulla fontana del Porcellino. «Si raccontava che il pittore fosse un giovane fiorentino che era stato raccolto dalla strada, era stato cresciuto da un vecchio guantaio e aveva imparato a disegnare da solo. Poi un pittore ora famoso aveva scoperto il suo talento quando il ragazzo era stato cacciato da casa perché aveva legato quel cagnolino, il prediletto della padrona, per prenderlo come modello.» Il grande dipinto era davvero splendido e tutti i visitatori si fermavano a guardarlo, ma purtroppo su un lato della cornice era stata appesa una corona di alloro con un nastro nero… sì, avete capito, il giovane pittore era morto proprio qualche giorno prima della mostra.


Questa fiaba ci lascia con un velo di tristezza, ma rileggendo tra le righe scoprirete che: «il porcellino di bronzo aveva insegnato al ragazzo che Firenze era come un libro di illustrazioni, se lo si voleva sfogliare.»

 

Guarda il video della storia del Porcellino sul mio canale YouTube!

Per leggere la favola del Porcellino di bronzo: https://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/il_porcellino_di_bronzo

Le tante anime del convento di San Marco

Prima puntata.

C’è un luogo a Firenze che mantiene intatta la sua atmosfera, in cui convivono arte, politica e religione. Un luogo dove si respira il clima spirituale dell’ordine domenicano, dove vissero Sant’Antonino e Girolamo Savonarola. Un luogo in cui si possono ammirare le opere di grandi artisti come Michelozzo e Beato Angelico e assistere all’inarrestabile ascesa di una famiglia sul governo di una città. Questo luogo è il Museo di San Marco che nel 2019 ha festeggiato i 150 anni dalla sua fondazione.

L’antico convento di San Marco è un luogo dalle tante anime: la prima è sicuramente quella religiosa, trattandosi di un luogo della fede tra i più importanti a Firenze.

Qui visse il santo Antonino Pierozzi (1389-1459), personalità di spicco dell’ordine domenicano nel Quattrocento, canonizzato nel 1523 e molto amato dai fiorentini, che da secoli lo ricordano con benevolenza e lo identificano nell’ideale stesso di carità cristiana e misericordia. Figlio di un notaio, mostrò fin da giovane una naturale propensione verso la vita religiosa: nel 1414 prese i voti e viaggiò molto, ricevendo incarichi di prestigio a Napoli e Roma. Divenne priore del convento di San Marco proprio negli anni della sua ricostruzione, affidata all’architetto Michelozzo a partire dal 1437, con il sostegno economico di Cosimo il Vecchio dei Medici e nel 1446 fu nominato arcivescovo di Firenze. L’intensa spiritualità di Antonino si rivelò attraverso la sua cultura profonda e una fede autentica, che lo resero un personaggio autorevole – ma non autoritario – perfettamente inserito nella società umanistica del suo tempo.

Un atteggiamento totalmente diverso da quello di Girolamo Savonarola (1452-1498), giunto da Ferrara nel 1482, con l’incarico di lettore del convento di San Marco e che in pochi anni raccolse intorno a sé un numero crescente di seguaci: le sue prediche, rivolte contro i cattivi costumi, la corruzione e lo sfruttamento vennero immediatamente accolte con favore tra le fasce più povere della popolazione e in seguito tra gli oppositori dei Medici. Dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e l’esilio della famiglia nel 1494, egli esercitò una forte influenza sul governo repubblicano della città, finché la sua intransigenza e la dura opposizione alla Chiesa lo portarono ad essere scomunicato dal papa e perdere l’appoggio dei suoi sostenitori. Nel 1498 venne fatto arrestare con l’accusa di eresia e fu impiccato il 23 maggio in piazza della Signoria; il suo corpo venne poi bruciato sul rogo e le sue ceneri disperse in Arno, come a voler cancellare ogni traccia del suo passaggio a Firenze. Il giorno dopo, qualcuno ricoprì il luogo della sua esecuzione con fiori e petali di rose (una tradizione sopravvissuta fino a oggi, la cosiddetta Fiorita, che si celebra ogni anno nel giorno della sua morte) ma la città mostrò di voler dimenticare in fretta le profezie di sventura del frate.

Fra Bartolomeo, Ritratto di Girolamo Savonarola
Firenze, Museo di San Marco
Foto Wikipedia

Eppure il suo ricordo rimase vivo e il suo pensiero tramandato soprattutto all’interno del convento di San Marco da alcuni tra i suoi più fedeli ammiratori, come Fra Bartolomeo (1473-1517), un pittore pratese che aveva frequentato il convento e conosciuto di persona Savonarola nel periodo in cui ne era stato il priore. Le prediche del frate avevano avuto una forte influenza su di lui e dopo la sua morte aveva deciso di prendere i voti e tornare a vivere in San Marco nel 1501. Le sue opere riprendono i modelli proposti dai maggiori artisti dell’epoca, come Leonardo da Vinci e Michelangelo, ma sono anche caratterizzate da una intensa spiritualità, che esprime il concetto di arte al servizio della fede e della dottrina, del quale Fra Bartolomeo si fece promotore. Egli si pose a capo della cosiddetta Scuola di San Marco (che divenne una vera e propria corrente artistica) ed ebbe un ruolo fondamentale nella formazione del giovane Raffaello, che guardò con grande interesse al suo lavoro durante il soggiorno a Firenze.

Tuttavia l’anima “artistica” di San Marco si lega soprattutto all’opera straordinaria di un altro pittore, vissuto qualche decennio prima e che si pone come protagonista assoluto negli anni della costruzione di questo convento: Beato Angelico (1395-1455).

Anche lui frate domenicano, era stato un contemporaneo di Masaccio (li separava una differenza di pochi anni di età) ed era rimasto affascinato dal rigore geometrico, dalla monumentalità e l’incredibile uso del colore e della luce, visti nei dipinti del giovane artista. La carriera e la vita di Masaccio furono molto brevi (tutto si svolse nell’arco di soli 5 anni) mentre quella di Beato Angelico andò avanti per lungo tempo: egli apparteneva all’ambiente ecclesiastico e credo fosse personalmente convinto che non tutta l’arte gotica fosse da buttare. Così riuscì a compiere un’importante operazione di trasformazione, portando avanti le novità formali introdotte da Masaccio, mantenendo il valore educativo e mistico della pittura.

Chiostro di Sant’Antonino
Foto Antonio Pagani
Non resta, infine, che menzionare l’anima “laica” di questo luogo.

Come già accennato, il convento di San Marco venne completamente ristrutturato da Michelozzo, che progettò una nuova costruzione per la comunità domenicana che da Fiesole si era appena trasferita a Firenze. In questo luogo esisteva già un convento di epoca medievale abitato da monaci silvestrini, che nel 1437 vennero obbligati a trasferirsi in Oltrarno, lasciando il posto ai domenicani, non senza aver provato ad opporsi. Nella contesa tra i due ordini si inserì Cosimo il Vecchio dei Medici, appena rientrato dal suo esilio e ormai diventato il signore di fatto della città. Egli si offrì di pagare i lavori di restauro della chiesa che sorgeva accanto al convento, ma a causa delle precarie condizioni degli ambienti interni, si decise di ricostruire anche quelli, pagando la cifra di 40.000 fiorini d’oro. Un’ultima curiosità: per timore che i silvestrini potessero tornare a occupare il convento i domenicani non lo abbandonarono neppure durante i lavori e di fatto vissero dentro al cantiere con Michelozzo e i suoi operai.

Il museo di San Marco a puntate è anche sul mio canale YouTube:

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L’adorazione dei Magi di Sandro Botticelli è una tempera su tavola eseguita nel 1475 e conservata presso le Gallerie degli Uffizi a Firenze. Più che un dipinto, lo potremmo definire il manifesto di un’epoca: vi sono infatti raffigurati molti componenti della famiglia Medici, legata da rapporti di affari al committente Gaspare Zanobi del Lama e lo stesso pittore che ci ha lasciato il suo autoritratto, oltre alle interessanti novità stilistiche della sua composizione.
La fontana del Porcellino, opera in bronzo dello scultore Pietro Tacca.
Un’icona della città di Firenze e protagonista di una bella fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen.

Gita virtuale in barchetto sull’Arno

Ammetto di essere stata molto combattuta nel prendere questa decisione e desidero esprimere con chiarezza il mio punto di vista: nessuna esperienza di tipo “virtuale” potrà mai essere paragonabile a una visita guidata “reale”.

Tuttavia, in quello che sarà l’anno horribilis della professione di guida turistica, credo sia arrivato il momento di fare di necessità virtù e pur con una certa cautela, adottare nuovi strumenti di divulgazione.

Devo dire di essere partita con molte remore personali in proposito: da un lato vi era la mia scarsa dimestichezza con la “modalità video”, dall’altro la forte incertezza che caratterizza questo periodo, in cui non si conoscono ancora le eventuali disposizioni da adottare per lo svolgimento delle visite turistiche nella tanto attesa fase 2. Mi auguro che siano rese note nei prossimi giorni perché prima di avviare nuovi progetti riguardanti la mia professione sarebbe importante sapere quello che ci attende nei prossimi mesi. In effetti, al momento, è stata solamente annunciata la riapertura dei musei, delle mostre e delle biblioteche per il 18 maggio, ma faccio fatica a trovare notizie sulle attività culturali: saranno permesse le visite guidate nei musei se saranno rispettate le prescrizioni come l’uso di mascherine e il distanziamento? E se non ammesse nei luoghi al chiuso saranno almeno consentite all’aperto? Penso ad esempio agli itinerari di trekking urbano, pur con un ristretto numero di partecipanti.

Immagino che ci sarà chi penserà: “che differenza fa se non ci sono turisti”?

Ebbene, chi lavora nel turismo ne è pienamente consapevole, tanto che una delle parole d’ordine del nostro settore per l’anno 2020 sarà turismo di prossimità, che significa lavorare con una clientela in buona parte proveniente da luoghi nelle vicinanze. Nessuno si aspetta grandi numeri, ma abbiamo bisogno almeno di ricevere istruzioni precise. Vi è una certa differenza tra attendere il mese di giugno e provare ad organizzare eventi culturali per un pubblico locale e non lavorare affatto perché le visite guidate, in quanto “assembramento” per definizione, sono vietate per legge.

In attesa di capire che cosa potremo o non potremo fare mi sono cimentata nella mia prima diretta Facebook: avevo ricevuto molte richieste per questo particolare tipo di tour e pensando che proprio in questi giorni si sarebbe aperta la stagione delle gite in barchetto ecco la mia navigazione immaginaria sul fiume Arno, con la speranza di rivedere presto dal vivo gli amici Renaioli.

Questa presentazione è resa possibile dalle immagini di repertorio dei tour di Seeflorence, di Wikipedia (Sailko) e dalle foto di Lucia Tanchi. Grazie a Lucia Falsini per la bella immagine di copertina.

Guarda il video della diretta Facebook con il tour virtuale sul barchetto:

Gloria e il giornalismo in quarantena

Come tutti sappiamo, i decreti ministeriali adottati per il contenimento del contagio da Covid-19 (DPCM 8 e 9 marzo) hanno vietato ogni forma di assembramento di persone, con la conseguente la chiusura di teatri, cinema, musei e aree archeologiche. Tutte le attività culturali e gli eventi in programma sono pertanto stati annullati o sospesi, mettendo in serie crisi il comparto del turismo e migliaia di altri lavoratori impiegati nel settore dei beni culturali e dello spettacolo.

E i giornali? La loro attività rientra tra i servizi essenziali e in ogni caso le grandi testate nazionali godono ormai di una massiccia presenza sui social.

Il mondo dell’editoria italiana però, è composto anche da aziende di comunicazione più piccole e che operano a livello locale, come quella che cura la pubblicazione di Toscana Tascabile, la rivista mensile che da oltre 20 anni viene distribuita in tutte le edicole della regione e che si occupa di eventi come spettacoli (teatro, musica e arti di strada), mostre, incontri, visite guidate, sagre, rassegne enogastronomiche e di antiquariato, mercati.

La situazione attuale non permette al giornale di uscire: la redazione ha purtroppo dovuto rinunciare al numero di aprile e molto probabilmente dovrà fare lo stesso con il numero di maggio.

Ho intervistato il direttore di Toscana Tascabile, Gloria Chiarini, alla quale ho chiesto di raccontarmi qualcosa della sua vita e di come trascorre queste giornate di quarantena. Fiorentina, 67 anni, con una laurea in Storia dell’Arte e la certezza, fin da ragazza, che avrebbe scritto (“in quale forma e quale professione l’ho scoperto in seguito“). Gloria è una giornalista professionista dal 1985 e dirige il giornale dall’agosto del 2000.

In genere la sua vita si svolge tra gli incontri, le conferenze stampa e il lavoro in redazione, che include il dover leggere e schedare ogni giorno centinaia di mail che arrivano da vari uffici stampa, enti e amministrazioni. Tuttavia Gloria mi dice che uno degli aspetti che ama di più della sua professione è proprio quello di sapere le cose in anticipo ed essere sempre aggiornata su tutto. Le sue giornate sono lunghe e spesso non rientra a casa prima delle 21, ma mi confessa di essere molto fortunata perché suo marito è un bravissimo cuoco e le fa sempre trovare la cena pronta!

Quando non lavora Gloria ama occuparsi della casa, dei suoi gatti e tartarughe, ma la sua più grande passione resta legata al mondo dell’arte. In passato ha collaborato a complesse ricerche d’archivio e all’organizzazione di importanti eventi (ricordo che compare tra gli autori della mostra con relativo catalogo ‘Raffaello a Firenze. Dipinti e disegni dalle collezioni fiorentine‘, che si tenne a palazzo Pitti nei primi mesi del 1984 per la celebrazione del V centenario dalla nascita dell’artista, ndr) e oggi continua a coltivare il suo interesse andando a visitare le mostre, fotografare le opere e descriverle con post sui social.

Gloria è una donna sorridente, gentile e ottimista. Rivolgo anche a lei la domanda che pongo a tutte le persone che intervisto: Hai fiducia nel futuro? Cosa credi che succederà nei prossimi mesi? Ho sempre fiducia nel futuro, nella vita, nelle leggi dell’Universo. Nell’immediato so che staremo ancora un pò in casa, poi usciremo mantenendo ancora dei limiti nella socialità, forse non ci potremo abbracciare e baciare (e questo mi mancherà) ma riprenderemo la nostra vita…E un bel giorno arriverà il vaccino!

Auguro davvero al direttore e i suoi colleghi di riprendere al più presto il lavoro alla redazione di Toscana Tascabile per tornare a informarci su tutto quello che si può fare nella nostra regione!

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Gli originali dettagli del Duomo di Firenze

Firenze è ricca di aneddoti e storie da raccontare: esistono diversi libri che conducono il lettore alla scoperta dei luoghi più caratteristici della città, veri e propri manuali sulle curiosità locali. Vediamone alcune che riguardano la Cattedrale di Santa Maria del Fiore, sorta nella grande piazza accanto al Campanile di Giotto e di fronte al “bel San Giovanni“, così come Dante chiamava il Battistero.

Facciata del Duomo di Firenze
Foto Patrizia Messeri

Il Duomo di Firenze si distingue certamente per la sua grandezza – ancora nel Quattrocento questa era la chiesa più grande del mondo – e per il colore, con il rivestimento a marmi bianchi, verdi e rosa che ricopre l’intera superficie dell’edificio. Degna di nota anche la durata della costruzione: se partiamo dalla fondazione – avvenuta, secondo la tradizione l’8 settembre 1296 e arriviamo all’inaugurazione della nuova facciata, nel 1887, parliamo di circa 600 anni di lavori! Eppure la decorazione non era terminata perché, ad esempio, mancavano ancora le grandi porte in bronzo: quella di sinistra e quella centrale vennero commissionate ad Augusto Passaglia (che le completò nel 1903), mentre quella di destra venne eseguita da Giuseppe Cassioli.

Foto GuardaFirenze

Proprio a lui si deve il primo singolare dettaglio, che si trova sul battente destro della porta, dove compare il volto di un uomo con un serpente stretto intorno al collo. Avete presente l’espressione “essere strozzato dai debiti“? E’ questa l’immagine che l’artista volle lasciare di sé, con il suo autoritratto scolpito sull’opera finita dopo anni di tormenti, sofferenze, critiche e ritardi che lo avevano ridotto in miseria.

L’angelo irriverente
Foto La Firenze dei Fiorentini

Guardando invece la cornice di marmo intorno al portale, in cui sono raffigurati gli Angeli dell’Apocalisse, se ne trova uno… che fa il gesto dell’ombrello! O perlomeno la sua posa sembra davvero suggerire tale movenza, tanto che questa figura è conosciuta come “l’Angelo irriverente“. In molti però sostengono che si tratti di un equivoco, con l’angelo che allunga il braccio come a voler spingere la cornice.

Per scoprire le altre curiosità che riguardano questo edificio occorre girarci intorno.

Foto Wikipedia

Basta voltare l’angolo dietro al campanile per vederne il fianco destro: qui dovrete “aguzzare” la vista per notare un particolare che riguarda la sua costruzione. Osservate attentamente le finestre e contate. Sono 6, giusto? Ma guardate meglio…cosa c’è di strano? Esatto, non sono tutte uguali! Le prime 4 finestre sono leggermente più basse e più strette, mentre le ultime 2 hanno una cornice più larga e con una diversa decorazione. Inoltre, entrando all’interno del Duomo, ci si accorge che le prime due campate hanno solo una finestra ciascuna (cieca) e non 4 come all’esterno. Ricapitolando: nello stesso tratto della chiesa vediamo 4 finestre all’esterno e due al suo interno. Come è possibile?

Foto Wikipedia

Questa differenza è dovuta alle modifiche che nel Trecento vennero apportate al progetto originario di Arnolfo di Cambio: l’architetto morì in un anno imprecisato tra il 1303 e il 1310 e il cantiere fu chiuso per un lungo periodo. Soltanto nel 1356 si ripresero i lavori sotto la direzione di Francesco Talenti che propose di ridurre il numero delle campate (che difatti sono solo 4 a pianta quadrata) e ricostruì la navata dall’interno senza demolire le preesistenti strutture arnolfiane all’esterno. Vi è inoltre un altro dettaglio curioso, che compare sulla parete esterna proprio accanto al cancello che chiude il tratto che separa il Duomo dal Campanile: si tratta di un rilievo di forma rettangolare che raffigura un’Annunciazione. Non sappiamo chi sia stato a scolpirla, ma sembra risalga all’anno 1310, come è scritto nell’iscrizione in latino che si trova al di sotto e la indica come sepolcro della Compagnia dei Laudesi, una confraternita che usava riunirsi per cantare le lodi alla Madonna in Orsanmichele.

Filippo Brunelleschi
Foto GuardaFirenze

Procedendo verso la cupola, sul lato destro della piazza si vedono le “Statue dei Giganti“, ossia le grandi figure di Arnolfo di Cambio e Filippo Brunelleschi scolpite da Luigi Pampaloni negli anni Trenta dell’Ottocento per decorare la facciata del nuovissimo Palazzo dei Canonici. Poco più avanti, ecco un’altra curiosità: un disco bianco impresso sulla pavimentazione della piazza, che indica il punto preciso in cui cadde la palla di rame dorato posta sulla lanterna della Cupola. La palla, che era stata realizzata da Andrea del Verrocchio nel 1468, venne colpita da un fulmine nell’inverno del 1600, danneggiando sia la lanterna sia il tamburo sottostante e mandando in frantumi la vetrata con l’Annunciazione di Paolo Uccello, mai più sostituita. Oggi per fortuna è protetta dal parafulmine.

Continuando a camminare intorno alla grande abside, si passa accanto all’ingresso del Museo dell’Opera del Duomo (il luogo dove venne “fisicamente” scolpito il David di Michelangelo) e al palazzo che nel Cinquecento, prese il posto delle case dove ebbe sede la bottega di Donatello (oggi al piano terra si trova un ristorante), con una lapide e un ritratto posti nel 1866 dal Circolo Fiorentino degli Artisti.

Porta della Mandorla
Foto Wikipedia

Siamo giunti sul fianco opposto della chiesa e vale la pena fermarsi a guardare entrambe le porte: la prima viene chiamata Porta della Mandorla, famosa per il rilievo nel timpano raffigurante l’Assunzione della Vergine, eseguito da Nanni di Banco intorno al 1414. La figura della Madonna è inserita all’interno di una forma che ricorda quella di una mandorla, uno tra i più antichi simboli cristiani, ma già usato nell’antichità come segno di rinascita e fecondità. Non a caso ai novelli sposi si regalano i confetti che al loro interno hanno la mandorla 🙂

Doccione a forma di testa di toro
Foto Sailko

Se da qui alziamo lo sguardo verso la tribuna e le terrazze si intravedono i doccioni a forma di testa di animale usati per scaricare l’acqua piovana. In particolare vi è un aneddoto che riguarda il doccione con la testa di bue posto sopra la Porta della Mandorla: secondo la leggenda popolare, agli inizi del Quattrocento in una casa di via Ricasoli (che si trova quasi di fronte alla porta) abitava un sarto molto geloso della moglie. A quanto pare la donna era molto avvenente e aveva una tresca amorosa con il capomastro dell’Opera del Duomo: quando il sarto scoprì il tradimento denunciò entrambi al Tribunale Ecclesiastico e il capomastro per vendetta pose la testa del toro (con tanto di corna) rivolta verso le finestre dell’abitazione del sarto.

Porta di Balla, dettaglio della Leonessa
Foto GuardaFirenze

La seconda porta invece viene chiamata Porta di Balla o dei Cornacchini (dal nome di una famiglia che abitava in Via del Cocomero – oggi via Ricasoli – posta proprio di fronte alla porta) decorata verso la fine del Trecento da belle tarsie in marmo e colonne tortili sorrette da un leone con un putto e una leonessa con i cuccioli: la curiosità legata a questa porta è riportata anche nelle Istorie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti, dove si racconta la vicenda di un tizio chiamato Anselmo, che viveva vicino alle case dei Cornacchini. Egli si lamentava di avere un incubo ricorrente, in cui sognava di essere sbranato da un leone come quello della porta del Duomo, da dove passava ogni mattina per recarsi al lavoro. Così un giorno decise di farsi coraggio e avvicinarsi alla statua: per esorcizzare la paura decise di mettere la mano in bocca al leone, ma per sua sfortuna vi trovò dentro uno scorpione che punse il povero Anselmo e lo fece morire il giorno dopo!

La bocca del leone dove mise la mano Anselmo Foto operaduomo.firenze.it

Siamo così tornati di fronte alla facciata del Duomo e concludo questa serie di aneddoti (ne ho scelti una parte ma ce ne sarebbero stati altri!) con la leggenda legata al miracolo di San Zanobi. Accanto al Battistero si vede infatti una colonna, che fu posta in ricordo di un vecchio olmo, rifiorito in pieno inverno al passaggio delle spoglie del santo, che veniva traslato dalla chiesa di San Lorenzo all’antica cattedrale di Santa Reparata (oggi appunto Santa Maria del Fiore). Da quel giorno il popolo iniziò a venerare l’albero finché esso non si seccò nuovamente e venne tagliato: al suo posto venne innalzata una colonna con una croce e una decorazione che raffigura un piccolo olmo.

Foto GuardaFirenze

Riferimenti bibliografici:

Luciano Artusi – Le curiosità di Firenze, Firenze, Newtown Compton, 2017.