Non prendete impegni agli inizi di settembre perché tra gli eventi che chiuderanno l’estate fiorentina del 2021 è in programma “Madre-Natura“, la manifestazione dedicata alle varie espressioni artistiche della nostra città, in cui musica, arte, moda, danza e fotografia, si uniranno in un’unica e originale rassegna culturale che si svolgerà presso il Giardino dell’Orticoltura.
Il serpente negli Orti del Parnaso, la parte più alta del giardino Foto Sailko
Il grande giardino fondato alla metà dell’Ottocento su iniziativa dell’AccademiadeiGeorgofili (che tra l’altro offre un’incredibile vista panoramica su Firenze), farà dunque da cornice alle numerose attività della serata, che prevedono esposizioni di opere di pittori, scultori e fotografi, esibizioni di danza e musica e una sfilata di moda all’interno del TepidariumRoster.
Il Tepidarium Roster Foto Sailko
L’evento è sostenuto dal Comune di Firenze e coinvolgerà stimate personalità dei vari settori, tra cui Samuele Lastrucci, direttore de “I Musici del Gran Principe“, l’artista Ottavio Troiano, l’attore Tommaso Carli, i fashion designer Leonardo Cipollini (Eclesedé), Alessia Scarpelli (Stacy Wear) e Noell Maggini. Il giovane stilista di Prato avrà anche il ruolo di coordinatore nella sfilata di moda a cui prenderanno parte i tredici artigiani, già protagonisti del cortometraggio Timeless, realizzato la scorsa primavera daCNAFedermoda Firenze, che rappresenta e sostiene le piccole e medie imprese del sistema moda fiorentino.
L’altro aspetto che trovo davvero importante è che i promotori e organizzatori di questo progetto sono due studenti universitari di 19 anni, il Direttore Artistico Edoardo Di Biasi che studia alla Facoltà Progeas (Progettazione e Gestione di Eventi ed Imprese dell’Arte e dello Spettacolo) dell’Università di Firenze e l’attivista politico Leonardo Margarito, studente presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze.
Edoardo Di Biasi alla presentazione del progetto #cisaraunavolta lo scorso maggio presso il Museo dei Medici
Ho avuto il piacere di incontrare questi due brillanti giovani in varie occasioni, in cui hanno dimostrato di portare avanti le loro iniziative con forte impegno e determinazione. Nei mesi scorsi Edoardo e Leonardo hanno girato tra le gli esercizi del centro, ascoltando le problematiche degli artigiani e dei commercianti e cercando soprattutto di capire in che modo aiutare queste persone a ripartire e a superare la crisi provocata dalla pandemia.
Leonardo Margarito alla presentazione del progetto #cisaraunavolta lo scorso maggio presso il Museo dei Medici
Il mondo della cultura e dello spettacolo, in particolare, è stato duramente colpito dai lunghi mesi di chiusure e misure restrittive per cui si deve assolutamente ritornare a valorizzare e a promuovere le nostre eccellenze, anche attraverso manifestazioni di questo tipo: Madre-Natura, infatti, è stata pensata come una rassegna innovativa e con una “formula interdisciplinare” che mette in relazione le diverse realtà di questo mondo.
L’auspicio è che Firenze riprenda il suo cammino “mettendo in evidenza l’importanza di restituire una città accogliente, multiculturale e inclusiva per le nuove generazioni“. In questo senso il connubio tra storia e innovazione ha un ruolo fondamentale e non a caso è stata scelta la location del Giardino dell’Orticoltura, uno degli spazi verdi più amati che si affacciano sulla città e offrirà lo spunto per riflettere anche sul suo rapporto con l’ambiente e il territorio circostante.
Per maggiori informazioni e tutti gli aggiornamenti sull’evento vi consiglio di seguire la loro pagina Instagram!
Viene sempre ricordata come la “Culla del Rinascimento” (espressione che personalmente mi fa venire l’orticaria 😅), ma la grandezza di Firenze passa anche dai luoghi e dalle storie della città medievale. Molte delle chiese e dei suoi palazzi più importanti sono stati fondati in quel periodo, anche se il tessuto urbano antico è stato in gran parte stravolto negli anni del Risanamentoeoggi risulta più difficile “leggere” un edificio o una strada che sono stati privati del loro contesto originale. Esistono però tratti ancora molto caratteristici e suggestivi del centro, spesso nascosti in delle vie così piccole da non essere indicate nemmeno sulle cartine e che vengono chiamate chiassi, (da non confondere con i vicoli perché non sono la stessa cosa!)
A dire il vero, il chiasso è una via stretta e corta – per cui di fatto è sinonimo di vicolo – ma se la cercate nel dizionario dell’Accademia della Crusca, vedrete che questa parola ha diversi significati, tra cui rumore forte, scherzo e addirittura bordello (l’espressione “andar per chiasso” voleva dire recarsi nelle case delle meretrici) e quindi viene spesso usata per indicare una viuzza sudicia, mal frequentata e di rango inferiore rispetto al vicolo.
Tra i chiassi attualmente sparsi per il centro ecco un itinerario che si svolge nella zona tra Ponte Vecchio e Santa Trinita.
2#stradedifirenze: chiassi e vicoli
La nostra “porta” sulla città medievale si trova a due passi dalla Loggia del Mercato Nuovo e dalla fontana del Porcellino: è il Vicolo della Seta, che prende il nome da una delle più potenti e prestigiose Arti di Firenze. Quando si parla di “Arti” non intendiamo solo le opere nei musei o nelle chiese, ma anche le corporazionidi arti e mestieri, generalmente indicate come le antenate dei moderni sindacati. Queste associazioni avevano il compito di riunire, proteggere e organizzare il lavoro delle varie categorie economiche della città (giudici, notai, mercanti, banchieri, produttori di tessuti in lana e seta ecc.) ed erano quindi composte da gruppi di persone che svolgevano lo stesso mestiere o professione. Non si trattò di un fenomeno esclusivamente fiorentino o italiano (in altri paesi venivano chiamate gilde), ma in nessun altro luogo esse raggiunsero il potere politico esercitato a Firenze.
Il Porcellino
Il bel palazzo all’angolo con Via di Capaccio fu costruito per l’ArtedellaSeta, che oltre ai setaioli rappresentava i calzaiuoli, i cuffiai, i cappellai, i farsettai (cioè i produttori dei farsetti, i corpetti imbottiti usati dagli uomini), gli orefici e i produttori di materassi. Agli inizi del Duecento esistevano due distinte corporazioni, quella dei baldrigai (cioè dei ritagliatori di panni) o di PorSanta Maria (dal nome della via in cui aveva sede) e quella dei lavoratori della seta, che decisero di associarsi all’Arte di Por Santa Maria nel secolo successivo; la crescente richiesta di tessuti pregiati e il grande sviluppo delle loro attività portò rapidamente i setaioli a prendere il sopravvento sugli altri iscritti e nel Quattrocento la corporazione assunse definitivamente il nome di Artedella Seta.
Via di Capaccio (sullo sfondo si vedono la loggetta del Vasari e il Palazzo dell’Arte della Seta) Foto di Andrea Ruggeri per Officina Fiorentina
In questa foto mi vedete davanti alla loggetta del Palagio di Parte Guelfa, un edificio che risale agli inizi del Trecento e venne ampliato prima su via delle Terme, poi lungo via di Capaccio. Proprio su questo lato, nel 1420 Filippo Brunelleschi progettò il grande salone del primo piano che porta ancora il suo nome e fu successivamente ristrutturato da Giorgio Vasari, che apportò altre modifiche al palazzo, praticamente “attaccato” a quello dell’Arte della Seta per ricavare i nuovi ambienti per gli Ufficiali del Monte Comune (l’ufficio che gestiva il debito pubblico fiorentino).
Piazzetta di Parte Guelfa
Imboccando il Vicolo della Seta si arriva in Piazzetta di Parte Guelfasu cuisi affacciano anche la Chiesa di Santa Maria Sopra Porta (che oggi è una biblioteca) e il Palazzo Canacci Giandonati (sede del Calcio Storico Fiorentino). La stradina senza sfondo alla sua destra è il Vicolo del Panico (spesso chiuso da un cancello), in precedenza detto Vicolo dei Davanzati o Chiassolo di Capaccio (da “caput aquae” cioè la parte finale dell’acquedotto romano), che assunse questo nome nell’Ottocento. La vicenda è piuttosto curiosa perché il Vicolo del Panico esisteva già tra Via del Corso e Via Alighieri (da tutti conosciuto come Vicolodello Scandalo e soppresso per la condizione di forte degrado) e non aveva particolari legami storici con la viuzza in questione, ma siccome il nome era rimasto “libero” si decise di spostarlo in questa zona!
Vicolo del Panico
Avremo fatto forse meno di 50 metri – non è incredibile?? – e quindi adesso ci spostiamo in Via delle Terme (dove sorgevano le terme di epoca romana) ed entriamo nel Chiasso delle Misure, in cui aveva sede l’Ufficio del Segno, che custodiva i campioni di tutte le misure e controllava gli strumenti di misurazione, passando sotto la volta accanto alla Torre dei Buondelmonti, la famosa famiglia guelfa protagonista dei primi scontri con i ghibellini, che secondo la tradizione iniziarono con l’uccisione del giovane Buondelmonte dei Buondelmonti nel 1215.
Il Chiasso delle Misure
Da notare la buchetta del vino murata (a sinistra), mentre poco più avanti (sulla destra) un arco e una finestra nascondono un antico pozzo pubblico, di cui si vedono ancora bene i segni lasciati dalle catene calate per prendere l’acqua. Arriviamo così in Borgo Santi Apostoli, una delle vie medievali per eccellenza di Firenze, con tanti edifici e tanti incroci che la collegano a Via delle Terme (io sono passata dal Chiasso delle Misure ma di stradine come questa ce ne sono diverse); si può attraversare il Chiasso di Manetto – in buona parte ricostruito dopo la guerra – il Chiasso Cornino – per la sua particolare forma a cono – oppure il Chiasso Ricasoli – dal nome della potente famiglia che vi abitò dal Cinquecento e raggiungere la piccola e incantevole Piazza del Limbo. Un edificio che sicuramente attirerà la vostra attenzione è quello con la scritta “BAGNI DELLE ANTICHE TERME“, un piccolo stabilimento con dei bagni pubblici fatto costruire nel 1826 da Antonio Peppini nell’area in cui sorgevano le terme romane (all’epoca erano chiamati Bagni Peppini), ma basta scendere alcuni gradini per trovarsi di fronte a uno dei luoghi più mistici e ricchi di storia della città: è la Chiesa dei Santi Apostoli, soprannominata il “vecchio duomo” (pur non avendo mai avuto questa funzione) e conosciuta soprattutto per il suo legame con lo scoppio del carro, il tradizionale rito della Pasqua fiorentina. Le reliquie usate durante la cerimonia sono custodite al suo interno, in una nicchia vicino all’ingresso e consistono in tre pietre del Santo Sepolcro, portate a Firenze nel 1101 da Pazzino dei Pazzi al ritorno dalla prima crociata, con cui ancora oggi viene acceso il “sacro fuoco” usato per mettere in azione la colombina.
Chiesa dei Santi Apostoli
Guardando la facciata della chiesa notiamo due iscrizioni: quella a sinistra fa riferimento alla sua fondazione, avvenuta il 6 aprile 805 alla presenza dell’imperatore Carlo Magno e del suo fedele paladino Rolando (una leggenda secondo gli storici, che ne ritengono più probabile la costruzione intorno alla fine dell’XI secolo). La targa a destra, invece, ricorda il priore Ugolotto e i lavori di restauro e ampliamento da lui ordinati nel 1333, anche se l’edificio mantiene l’aspetto semplice e severo tipico delle costruzioni romaniche e contiene opere di importanti maestri come Andrea della Robbia, Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati (Orari di visita: da martedì a sabato ore 10-12 e 17-18, domenica ore 18.15-19)
Chiasso degli Altoviti Foto di @coupleinflorence
Continuando a camminare su Borgo Santi Apostoli ci imbattiamo in un’altra viuzza davvero caratteristica, il Chiasso degli Altoviti, anticamente denominato Chiasso della Vergine Maria (probabilmente per la presenza di un tabernacolo o di un’immagine sacra oggi scomparsi) e che in seguito prese il nome di questa nobile famiglia di origini longobarde, che abitava proprio di fronte alla chiesa dei Santi Apostoli, in un grande palazzo che aveva l’aspetto di una fortezza (oggi Hotel Berchielli). La presenza degli Altoviti in città è documentata fin dal XII secolo e molti di loro furono eletti alle maggiori cariche pubbliche, finché nel Cinquecento Bindo Altoviti provò a contrastare Cosimo I de’Medici e lui gli fece confiscare tutti i beni.
La chiesa di San Jacopo Soprarno vista dal Chiasso degli Altoviti
Il chiasso “sbuca” (come diciamo noi) su Lungarno Acciaiuoli e vi consiglio questa piccola deviazione panoramica che ha per sfondo la curiosa abside di San JacopoSoprarno (i fiorentini la chiamano “la chiesa con il culo in Arno” perché durante le piene gli sporti vengono ricoperti e sembra che galleggi sul fiume) e il maestoso Ponte Santa Trinita, ricostruito nel Cinquecento da Bartolomeo Ammannati proprio dopo una disastrosa alluvione. Quello che vediamo oggi è la fedele riproduzione del ponte distrutto dai tedeschi nel 1944, mentre le statue che raffigurano le quattro stagioni, realizzate nel 1608 in occasione delle nozze tra Cosimo II de’ Medici e Maria Maddalena d’Austria, sono quelle originali, incredibilmente recuperate in Arno ancora intere; solo alla Primavera di Pietro Francavilla mancava la testa, su cui venne messa una “taglia” da una nota azienda di penne (circa 3000 dollari a chi l’avesse trovata o restituita) e che venne poi ritrovata nel 1961.
Ponte Santa Trinita
Girato l’angolo con Palazzo Spini- Feroni (dal 1938 proprietà della famiglia Ferragamo, in cui ha sede la famosa casa di moda) ecco apparire Piazza Santa Trinita, con al centro la Colonna della Giustizia, voluta da Cosimo I de’ Medici per ricordare la sua vittoria nella battaglia di Montemurlo (in cui aveva sconfitto gli ultimi sostenitori della Repubblica Fiorentina). L’alto fusto in granito orientale gli era stato donato da papa Pio IV e arrivò a Firenze dopo ben quindici mesi di viaggio, mentre la statua in porfido rosso che rappresenta La Giustizia è un’opera di Francesco del Tadda del 1581.
La Colonna della Giustizia vista da Via delle Terme
Qui sorge la Basilica di Santa Trinita, una delle prime chiese gotiche della città, ricostruita intorno alla metà del Duecento ma già documentata nell’XI secolo come Santa Maria dello Spasimo, una piccola chiesa romanica di cui restano alcune parti nella controfacciata e nella cripta sotterranea. La facciata fu realizzata nel Cinquecento da Bernardo Buontalenti e il suo interno è scandito da numerose cappelle di famiglia, decorate con dipinti e affreschi di epoca rinascimentale e barocca.
Piazza Santa Trinita
Tra queste vi segnalo la bellissima Cappella Sassetti con le “Storie di San Francesco d’Assisi” di Domenico Ghirlandaio, primo maestro di Michelangelo e pittore molto richiesto alla fine del Quattrocento. Il ciclo di affreschi, considerato tra i più belli del Rinascimento a Firenze, fu commissionato da Francesco Sassetti, un ricco banchiere fedelissimo dei Medici (a lungo capo della filiale francese del banco) che godeva del diritto di patronato sulla Cappella Maggiore di Santa Maria Novella e lo perse quando manifestò l’intenzione di affrescarla con le storie del suo protettore (i padri domenicani non la presero bene!). Così Francesco dovette cercare una un’altra chiesa e questa divenne la sua cappella funeraria: nelle arcate ai lati, infatti, vediamo la sua tomba e quella della moglie Nera Corsi, scolpite nella pietra nera di paragone da Giuliano da Sangallo e i loro ritratti rivolti verso la pala d’altare con L’Adorazione dei pastori (sempre di Ghirlandaio). La scena più famosa alle pareti è “La conferma della regola“, che rappresenta l’incontro tra San Francesco e Papa Onorio III e che invece di svolgersi a Roma, è ambientata in Piazza della Signoria, dove si riconoscono la Loggia (ancora vuota), Palazzo Vecchio e la chiesa di San Pier Scheraggio (gli Uffizi allora non esistevano!). Francesco Sassetti compare con il figlio Federico a fianco di Lorenzo il Magnifico tra i personaggi in primo piano a destra (altri suoi figli sono nel gruppo a sinistra vestiti di rosso) e dalla scalinata al centro “emergono” le figure di Agnolo Poliziano con i figli di Lorenzo (in ordine Giuliano, Piero e Giovanni); eh già, quel biondino che vedete lì sotto è proprio papa Leone X da bambino! (Orari di visita: da lunedì a sabato ore 8-12 e 16-18.15, domenica ore 8.15-10.45 e 16-18.15)
Cappella Sassetti (dettaglio) Foto Wikipedia
Sul lato opposto della piazza vediamo anche l’elegante Palazzo Bartolini-Salimbeni, costruito nel 1523 da Baccio d’Agnolo, ispirandosi ai modelli dell’architettura romana. Egli fu molto criticato per essersi allontanato dalla tradizione fiorentina, addirittura per l’eccessiva presenza di nicchie per le statue – ritenute più adatte alla facciata di una chiesa che a quella di un palazzo – e siccome era già stato oggetto di scherno qualche anno prima (quando la sua decorazione per il ballatoio della cupola del duomo era stata definita una “gabbia per grilli“), decise di rispondere ai suoi detrattori con l’iscrizione sull’architrave del portone d’ingresso: “carpere promptius quam imitari” che significa “èpiù facile criticare che imitare”.
Palazzo Bartolini Salimbeni Foto Sailko
Tra l’altro questa non è l’unica scritta presente sul palazzo su cui compare anche il motto “per non dormire” insieme a tre papaveri, probabilmente posta su richiesta del committente e che rimandava a una storia di cui la famiglia si era resa protagonista secoli prima. Si raccontava infatti che un giorno i Bartolini seppero dell’arrivo di un grosso carico di tessuti a Livorno e organizzarono un banchetto a cui invitarono tutte le famiglie più importanti della città: durante la cena drogarono i presenti con il papavero e così la mattina dopo nessuno tranne loro si presentò al porto per acquistare le stoffe, ricavandone un grosso guadagno.
Il Vicolo dei Davizi a fianco di Palazzo Davanzati
Prendiamo infine Via Porta Rossa, la strada a fianco del palazzo che probabilmente deve il suo nome alla Postierla di Porta Rossa, una piccola porta di colore rosso anticamente posta sulle mura e che ci conduce verso Palazzo Davanzati, costruito nel Trecento per i Davizi (una ricca famiglia di mercanti) e passato nel Cinquecento ai Davanzati, che acquistarono molti edifici nei dintorni, demoliti nel corso del Risanamento del centro storico alla fine dell’Ottocento. A destra vediamo il delizioso Vicolo dei Davizzi, che attualmente corre lungo due lati del palazzo; il primo tratto si affaccia su Via Porta Rossa (chiuso da un cancello di ferro) e presenta i caratteristici archi di rinforzo, mentre il secondo prosegue sul retro e termina con un muro. In passato, però, sembra che il suo tracciato fosse più lungo e collegato a Via delle Terme attraverso una serie di passaggi privati. Dopo l’estinzione della famiglia Davanzati, infatti, il palazzo e il vicolo andarono incontro a un periodo di incuria e degrado; gli spazi originari subirono varie modifiche e vennero dati in affitto a famiglie, circoli, associazioni e attività commerciali (nelle foto dell’epoca, ad esempio, si nota come l’ingresso del vicolo fosse occupato dal negozio “Penne e Fiori“). Agli inizi del Novecento Palazzo Davanzati fu acquistato dall’antiquario Elia Volpi che fece restaurare l’immobile e le sue pertinenze (liberandole dalle superfetazioni) e nel 1910 aprì il Museo della Casa Fiorentina Antica.
Museo di Palazzo Davanzati Foto @coupleinflorence
Vi lascio quindi con la visita del museo di Palazzo Davanzati (avevo già scritto un articolo che trovate qui)
Quando devo pensare cammino, sarà deformazione professionale. È stato verso fine gennaio, non faceva freddo ed eravamo ancora in zona gialla. Quella mattina sono arrivata in centro e ho iniziato a girellare, fermandomi ogni tanto a fare qualche foto.
In realtà ero alla ricerca di un’idea. Mi servivano nuovi spunti per il blog ed ero certa che qualcosa mi sarebbe venuta in mente; in fondo, come diceva la mia amica Silvia, a Firenze anche le pietre per strada hanno una storia da raccontare. Ecco, apensarci bene, le strade di Firenze potevano essere un tema interessante da sviluppare, magari usando un formato diverso dal solito. Così ho dedicato questi mesi alla scrittura sui social, chesiè rivelata piuttostoimpegnativa (non è tutto semplice come sembra!) perché richiede costanza, pazienza e molto tempo – inevitabilmente sottratto al blog – ma che poi mi ha dato grandi soddisfazioni sia su Facebook sia su Instagram.
Ma volevo tornare a scrivere qui, perciò ho raccolto e aggiornato i contenuti dei miei post su Instagram e creato delle mini-guide con percorsi, suggerimenti e notizie sulle vie più caratteristiche della città. Il primo itinerario di questa serie parte dalla chiesa che si trova a due passi da Ponte Vecchio e si svolge principalmente in quella che io chiamo l’anima bella di Oltrarno: il rione San Niccolò. Buona passeggiata!
1 #stradedifirenze: il Rione San Niccolò (quartiere di Santo Spirito)
Nel quartiere di Santo Spirito, in PiazzaSantaFelicita, sorge la chiesa dedicata alla martire cristiana vissuta nel II secolo, con la facciata “occupata” da un tratto del Corridoio Vasariano. E’ uno degli edifici religiosi più antichi a Firenze e nonostante l’attuale aspetto in stile neoclassico, le sue origini risalgono alla fine del IV o gli inizi del V secolo. Si ritiene che la basilica paleocristiana sia stata distrutta durante le invasioni barbariche e poi ricostruita nel 1055 accanto alla precedente (dove oggi si trova il cortile della canonica) e nuovamente alla metà del Trecento, a seguito della grande epidemia di peste del 1348. I resti della basilica romanica sono riemersi scavando sotto al pavimento insieme a numerose tombe alla cappuccina (sepolture tipiche dell’età imperiale romana destinate alle classi più povere), mentre di epoca gotica restano solamente la Sala Capitolare (affrescata nel 1387 da Niccolò di Pietro Gerini) e il Chiostro, che facevano parte del monastero di clausura delle monache benedettine costruito a fianco della chiesa fin dal XI secolo (entrambi ristrutturati dall’architetto Ferdinando Ruggieri nel 1735).
Piazza Santa Felicita
Le uniche due cappelle a restare intatte durante questi lavori furono la Cappella Canigiani (entrando a sinistra) dedicata alla Madonna della Neve e affrescata nel Cinquecento da Bernardino Poccetti e la Cappella Capponi (la prima a destra), commissionata nel 1420 a Filippo Brunelleschi da Bartolomeo Barbadori per conservare un affresco dell’Annunciazione e in seguito diventata la cappella funeraria di Lodovico Capponi. Il ricco banchiere si era rivolto ad un artista allora molto apprezzato per il suo stile moderno e naturale, Jacopo Carucci detto il Pontormo, autore della meravigliosa Deposizione (che “tecnicamente” non lo è perché raffigura il Trasporto di Cristo) posta sull’altare.
La Deposizione del Pontormo (1528) nella Cappella Capponi (Foto di Antonio Pagani)
Vi troverete davanti una scena dai colori incredibili – ottenuti con la tecnica della tempera a uovo su tavola – in cui le figure si muovono leggere e sospese in uno spazio senza luogo e senza tempo (l’unico riferimento è dato da una nuvola sullo sfondo) e con dettagli originali, come il personaggio che regge sulle spalle Gesù in punta di piedi o l’autoritratto del pittore che spunta dietro alla Madonna (l’uomo con il cappello verde).
Il Palco del Granduca (Foto di Antonio Pagani)
Un’ultima curiosità prima di uscire riguarda i Medici; guardate attentamente la controfacciata e noterete la presenza di un palco in pietra serena, da cui la famiglia granducale poteva assistere alla messa senza dover scendere in chiesa (l’ingresso era dal Corridoio Vasariano).
Piazza de’ Rossi con l’arco del Corridoio Vasariano
Pronti per esplorare le vie del quartiere? Allora passate sotto all’Arco de’ Rossi e imboccate Via Stracciatella (che non è riferita al gelato ma probabilmente alla povera gente che abitava in questa zona). Non ci sono edifici di particolare rilievo in questa strada, in buona parte ricostruita dopo la guerra, ma quando vengo da queste parti mi diverto ad andare su e giù da Costa San Giorgio, passando per laCosta del Pozzo e la RampadeiCanigiani o la Rampa delle Coste.
Rampa delle Coste
Rampe e coste a Firenze sono quelle vie in Oltrarno che hanno una forte pendenza (perché da Ponte Vecchio arrivano fino alle mura) e per non fare tutta la salita vi suggerisco di percorrere prima un tratto di Via de’Bardi.
Palazzo Capponi alle Rovinate in Via de’Bardi
La via prende il nome da un’antica e potente famiglia di banchieri che qui possedeva molte case, ma in origine era chiamata Borgo Petecchioso (cioè pidocchioso), che fu unito alla città solo durante la costruzione dell’ultima cerchia di mura. Inoltre il terreno era spesso soggetto a frane, per cui nel Cinquecento Cosimo I de’ Medici fece costruire il muro di contenimento che ancora oggi vediamo di fronte a Palazzo Capponi alle Rovinate (progettato agli inizi del Quattrocento per il celebre umanista fiorentino Niccolò da Uzzano) e Palazzo Canigiani, unito a quello dei Bardi-Larioni (dove si pensa che abbia vissuto la Beatrice dantesca dopo il suo matrimonio con Simone dei Bardi) realizzato alla fine del Trecento accorpando vari edifici, tra cui uno spedale per il ricovero dei pellegrini e parte del transetto di Santa Lucia dei Magnoli (nota anche come Santa Lucia dei Bardi o delle Rovinate).
La chiesa di Santa Lucia dei Magnoli accanto a Palazzo Canigiani e Palazzo Bardi-Larioni (sulla sinistra si vede il muro fatto costruire da Cosimo I)
Una chiesa con la facciata piccola (a cui magari non tutti prestano attenzione) ma una lunghissima storia, iniziata nel 1078, anno in cui venne fondata dal cavaliere Magnolo di Uguccione – pertanto detta dei Magnoli – e che nel 1211 ospitò San Francesco arrivato per la prima volta a Firenze. Restaurata proprio su commissione di Niccolò da Uzzano, che aveva affidato la decorazione della cappella maggiore a Lorenzo di Bicci (il ciclo viene menzionato da Vasari ma purtroppo è andato perduto), il suo interno mantiene le forme rinascimentali e contiene numerosi dipinti di epoca barocca e del tardo Cinquecento.
L’iscrizione che ricorda la costruzione del muro in Via de’Bardi nel 1565 e il tabernacolo che ricorda la visita di San Francesco nel 1211
In questo punto Via de’Bardi si incrocia con Costa Scarpuccia (nome forse ripreso dalla scarpata della vicina Costa dei Magnoli), dove fino alla metà dell’Ottocento esisteva un grande arco raffigurato anche nelle famose vedute della città di Fabio Borbottoni. Iniziate a salire e girate alla prima a destra per entrare in Via del Canneto (da non confondere con il Vicolo del Canneto nei pressi di Ponte Vecchio), che con i suoi caratteristici archi di rinforzodi colore giallo è per me uno dei luoghi più suggestivi d’Oltrarno. Il nome sembra derivare da un canneto che si trovava sul fiume Arno, ma in realtà la sua denominazione è stata cambiata più volte: all’inizio era Chiasso Bellincioni, poi Via di Sopra, Via Michelozzi e Via dei Bonsi, in riferimento alla ricca e nobile famiglia dei Bonsi della Ruota (a cui è intitolata la piazzetta in fondo alla strada) che fece fortuna con il commercio della lana e della seta e dal Trecento fu spesso presente tra le maggiori cariche del governo cittadino.
Via del Canneto
Eccoci arrivati su Costa dei Magnoli, a cui si accede dalla massiccia volta in Piazza Santa Maria Soprarno: la strada è ripida, ma offre un’incredibile vista panoramica e si ricongiunge a Costa Giorgio all’altezza della Chiesa di San Giorgio alla Costa, fondata prima dell’anno Mille e ristrutturata in stile rococò agli inizi del Settecento. In seguito il convento fu destinato a scopi militari e dagli anni Trenta al 1998 è stata sede della Caserma Vittorio Veneto e della Scuola di Sanità Militare.
Vicolo della Cava
Continuando a salire ci imbattiamo nella Casa di Galileo, che si riconosce subito per gli affreschi sulla facciata, ma dove in realtà lo scienziato visse solo per brevi periodi. Vi invito quindi a girare all’angolo con il Vicolo della Cava, una viuzza stretta e senza sfondo, che in passato conduceva alle cave di pietra forte sulla collina di Boboli, da cui provengono i grossi blocchi di arenaria usati per la costruzione di Palazzo Pitti e di molti altri palazzi fiorentini. Con la creazione del Giardino di Boboli le cave vennero chiuse, ma ne rimase traccia nell’Anfiteatro, ricavato proprio nella vasta area dove veniva estratta la pietra. La pietra di Boboli fu impiegata anche per il Ponte Santa Trinita, il “gioiello” di Bartolomeo Ammannati progettato con la consulenza di Michelangelo e distrutto dalle mine tedesche nel 1944; negli anni Cinquanta fu deciso di ricostruirlo “dov’era e com’era” e per impiegare i materiali originali fu riaperta la cava nei pressi della Torre del Mascherino.
L’ultimo tratto di Costa San Giorgio
Tornati indietro e percorso l’ultimo tratto della costa, arriviamo a Porta San Giorgio, una delle porte delle antiche mura di Firenze che si trova nel tratto ancora esistente proprio tra Costa San Giorgio e Via di Belvedere. Fu costruita nel 1324 e decorata all’esterno con un bassorilievo dello scultore Andrea Pisano, che raffigura San Giorgio che uccide il drago; nel 1529 la porta venne “abbassata” su consiglio di Michelangelo, per difendere meglio le mura dai colpi di cannone delle truppe dell’imperatore Carlo V e alla fine del secolo, nei suoi pressi, venne creata la Fortezza di Santa Maria in San Giorgio del Belvedere, più semplicemente conosciuta come Forte Belvedere.
Porta San Giorgio
Ferdinando I affidò il compito a Bernardo Buontalenti, architetto della corte medicea ormai stabilmente trasferita a Palazzo Pitti; il nuovo complesso, posto “a guardia della città e del palazzo“, si trovava in una posizione strategica e fu progettato secondo i principi della fortificazione alla moderna (ossia in grado di reggere agli attacchi dell’artiglieria), con pianta a stella e cinque possenti bastioni. Al centro si trovava la Diamantina, una palazzina giàesistente e dalle formesobrie ed eleganti, che fu annessa alla cittadella per dare rifugio alla famiglia granducale in caso di attacchi o rivolte, oltre a custodire il suo inestimabile tesoro (anni fa venne ritrovata una stanza sotterranea, resa inaccessibile da una serie di difese e di un pozzo a trabocchetto!).
Ingresso alla Palazzina del Forte Belvedere
Il Belveder con Pitti aveva dunque i caratteri più tipici delle ville medicee che degli impianti militari e in effetti i suoi cannoni non spararono mai, almeno fino all’Ottocento, quando si iniziò ad “annunciare” la pausa pranzo con dei colpi a salve sparati a mezzogiorno in punto (i fiorentini lo chiamavano il cannone delle pastasciutte). Attualmente il Forte Belvedere è diventato sede di eventi e mostre con le istallazioni di artisti contemporanei. Gli orari di apertura variano in base al periodo, per cui vi suggerisco sempre di consultare la lista dal sito ufficiale del turismo del Comune di Firenze a questo link: https://www.feelflorence.it/it/page-per-guide
La mostra Human dell’artista inglese Antony Gormley nel 2015
Lasciato il Forte svoltate a sinistra in direzione delle mura e scendete lungo Via di Belvedere fino a Porta San Miniato, da cui si rientra in città passando per Via di San Niccolò. Da qui potete scegliere se tornare indietro verso Ponte Vecchio oppure proseguire verso Piazza Poggi: girando a destra, infatti, si raggiungono Porta San Niccolò con le Rampe che portano a Piazzale Michelangelo e la terrazza panoramica intitolata al cantautore Riccardo Marasco (questi luoghi fanno parte di un altro itinerario che sarà presto on line). Andando a sinistra, invece, si arriva in Piazza de’ Mozzi, da cui è possibile accedere al Giardino Bardini (l’ingresso è da Via de’ Bardi 1R) e al Museo Bardini.
L’ingresso in Via di San Niccolò da Porta San Miniato
Percorriamo allora insieme questo ultimo tratto partendo dallo slargo davanti alla chiesa di San Niccolò Soprano, dove si trovano alcuni locali davvero carini per fermarsi a mangiare o bere qualcosa: a me piace molto l’Osteria Antica Mescita perché fanno dei piatti veramente tradizionali e Il gelato di Filo (buonissimo!). La strada ha sicuramente preso il nome dalla chiesa (che risale al XII secolo e venne completamente ristrutturata tra Quattro e Cinquecento), ma in passato aveva due diverse denominazioni: la parte che dalla piazzetta andava verso la Porta era chiamata Borgo di San Niccolò mentre quella che arrivava in Piazza de’ Mozzi era conosciuta come Fondaccio di San Niccolò, per via del dislivello con il fiume.
Le due iscrizioni sulla facciata della chiesa di San Niccolò che ricordano i livelli delle alluvioni del 1557 e del 1966 (Foto Sailko)
In questo punto vennero costruiti molti palazzi signorili che ancora oggi si alternano ai fondi con attività artigianali tradizionali e che a mio parere rendono Via di San Niccolò una delle poche strade ancora autenticamente fiorentine.
Via di San Niccolò finisce all’incrocio tra Costa Scarpuccia e Via de’Bardi (da qui si arriva sui lungarni in pochi minuti)
Nello Bemporad, Forte Belvedereeil suorestauro, in Bollettino d’Arte, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, 1957, IV serie Fascicolo II (aprile-giugno)
Le mie ultime due giornate al Cammino di Dante in Casentino.
Perché ci mettiamo in “Cammino”? Sarò sincera, credo che gli amici VianDanti avessero le idee più chiare delle mie in questo senso. Ma io, un mese dopo essere tornata, sto ancora qui a chiedermi cosa mi abbia realmente spinto a partire.
A dire il vero di motivazioni ce n’erano tante, a iniziare dall’autentico desiderio di dare una mano a un amico e provare un’esperienza assolutamente inedita per me. Poi ho pensato che siamo nell’anno dantesco per eccellenza (e io ho sempre prestato molta attenzione alle ricorrenze e alla celebrazione degli anniversari come eventi culturali) e non partecipare sarebbe stata un’occasione persa. In questo “Autunno del Medioevo” che nostro malgrado ci siamo ritrovati a vivere, non poteva esserci modo migliore per vedere i miei anni di studi con una diversa consapevolezza.
Insomma tante ragioni in una sola, anche se alla fine l’unica che conta davvero è proprio l’idea di mettersi incammino, viaggiando sia dentro sia fuori se stessi. Io ne ho tratto tanti spunti di riflessione, fatto belle amicizie e conosciuto perfino una nuova me, chiamata Giovanna.
Chi è Giovanna? Eeeeh (con uno di quei sospiri alla Vasco Rossi), questa è un’altra storia, ma presto ne riparleremo.
GIORNO 8 – Camaldoli.
La chiesa dell’eremo di Camaldoli
Questa mattina abbiamo ripreso il nostro cammino attraverso il parco delle foreste casentinesi per raggiungere il Rifugio Asqua (dove passeremo la notte) e poi recarci a Camaldoli.
La stanchezza ha iniziato a farsi sentire dopo pranzo al Rifugio Asqua
Abbiamo visitato l’eremo (una parola di origine greca che significa deserto), in cui vive parte della comunità benedettina fondata mille anni fa e attualmente composta da 9 monaci alloggiati in piccole case ai piedi della foresta. La collega Marinella ci ha guidato nella chiesa in stile barocco (ricostruita dopo un incendio nel Seicento) e la foresteria con la cella di San Romualdo.
Il nostro gruppo in visita all’eremo di Camaldoli
Ho trovato molto bello anche il monastero (a circa 3 km di distanza dall’eremo) che ha ben tre opere giovanili di Giorgio Vasari e la farmacia alchemica, dove si vendono creme, saponi e liquori prodotti secondo le antiche ricette dei monaci.
Ingresso all’antico eremo di Camaldoli
Domani andiamo a Badia Prataglia, il mio ultimo giorno di Cammino. Sarà una giornata impegnativa, in tutti i sensi.
Antica farmacia alchemica di Camaldoli
GIORNO 9 – Da Camaldoli a Badia Prataglia.
I VianDanti lasciano il Rifugio Asqua diretti a Badia Prataglia
Il mio ultimo giorno di Cammino è iniziato nella rigogliosa foresta intorno a Camaldoli e finito al ristorante nei pressi di Badia Prataglia, dove ci aspettavano mio marito e mia figlia per riportarmi a casa (ovviamente non prima della quotidiana “mangiatio integralis“).
Sosta panoramica sulla strada per Badia Prataglia
Così è arrivato il momento dei saluti e dei pianti (sì, anche io che raramente mi scompongo…), il tempo di buttare la valigia in macchina e parto con il cuore gonfio di felicità e la testa piena di ricordi. Ciò che resta dopo un’esperienza come questa, non è cosa facile da raccontare in poche righe e veramente non vorrei affidare i miei pensieri alle solite frasi fatte e di circostanza. Eppure non posso che ringraziare Nino, Francy e Dany con i quali si è creato un legame intenso e sincero e condiviso emozioni potenti e meravigliose. Spero che i post e le storie di questi giorni siano riusciti a trasmettervele, ma pensandoci bene, a noi basta una parola sola. Si chiama “gioianza” che in sé racchiude tutto.
La gioianza al Rifugio Asqua ☺️
Un saluto anche agli altri VianDanti (Andrea, Simona, Sauro) e tutti quelli che si uniranno al Cammino, alla dolce Irene e al mitico maestro Matteo Mancioppi (aargh), ma soprattutto a te amico Sommo. Tu mi hai insegnato una nuova via e io sono finalmente pronta a percorrerla.
Prosegue il racconto della mia esperienza nelle terre del Casentino, alla scoperta dei luoghi in cui Dante Alighieri visse i primi anni del suo esilio. Ecco le tappe centrali del Cammino, in cui abbiamo attraversato boschi, visitato pievi e castelli e vissuto momenti di intensa complicità.
GIORNO 5 – Da Montemignaio a Romena.
Finalmente il sole accompagna i VianDanti! Questa mattina abbiamo lasciato Montemignaio e ripreso la via del bosco sul tracciato dell’antica Via Florentia (poi chiamata Ghibellina). Credo che il bosco sia diventato il mio “elemento”. Probabilmente è più faticoso, ma preferisco questi sentieri ai tratti che necessariamente dobbiamo percorrere sull’asfalto.
Grani del Molino Grifoni
Arrivati nel comune di Castel San Niccolò ha inizio anche la fase di esplorazione delle specialità gastronomiche casentinesi. Partiamo con l’assaggio del prosciutto di Barbiano e poi ci fermiamo al Molino Grifoni, in cui vengono prodotte farine di grano, semola, castagne e altri cereali con le macinatura a pietra naturale (è uno dei pochi impianti ancora azionati dalle acque del torrente Solano). Questa visita è stata molto interessante perché non conoscevo le proprietà delle diverse farine, anzi credevo che la migliore fosse la 00 (in quanto bianchissima!) mentre invece ho imparato che più la farina è scura (come il tipo 2 e l’integrale) e più contiene elementi nutrienti.
I vari tipi di farina (dalla bianchissima 00 alla tipo 2 semi integrale)
Può essere un suggerimento utile per la prossima volta che andate al supermercato 😉 ma attenzione perché le farine integrali sono più difficili da lavorare! Ne sanno qualcosa Nino e Daniela che si sono offerti di preparare le tagliatelle per cena e hanno dovuto faticare un bel po’ per impastare!
Il castello di Borgo alla Collina
Lasciato il mulino ci spostiamo nella frazione di Borgo alla Collina, dove ci attende la breve (ma intensa 😅) salita al castello, che nel XII secolo apparteneva ai Conti Guidi di Poppi e conserva la sua torre con un grande orologio. Nella chiesa di San Donato, invece, abbiamo visto la tomba di Cristoforo Landino, l’umanista che fu il maestro di Lorenzo il Magnifico e primo illustre commentatore della Commedia.
La tomba di Cristoforo Landino
La nostra tappa di oggi non è ancora finita e per arrivare al Podere il Fiume (dove alloggeremo per le prossime tre notti) dobbiamo raggiungere Romena, in cui si trovano il famoso castello e la bella Pieve di San Pietro (evento che attendo con gioia immensa dall’inizio del Cammino!)
Pieve di Romena
Che luogo incredibile è questo: varcando il suo ingresso mi sono sentita avvolta da un’atmosfera densa di storia e spiritualità, quasi come se il tempo si fosse fermato. Un’iscrizione sopra uno dei capitelli ci ricorda che l’edificio è stato fondato nel MCLII (1152) in “TEMPORE FAMIS” (cioè in tempo di carestia) e il suo aspetto sobrio e austero, con le possenti mura e le capriate al soffitto, lo rendono uno degli esempi più affascinanti e suggestivi di tutta l’architettura romanica toscana.
GIORNO 6 – Pratovecchio-Stia, Porciano e Romena
Oggi è stata la giornata dei castelli in cui Dante visse alcuni anni ospite dei signori del posto, iniziata con la visita di Pratovecchio e Stia.
La cappella con le spoglie di Jacopo del Casentino a Pratovecchio
A Pratovecchio sono nati molti personaggi importanti, come Cristoforo Landino e il suo avo Jacopo (il pittore noto come Jacopo del Casentino), ma anche il grande Paolo Uccello e Guido Salvatico, il primo signore ad offrire ospitalità a Dante nella sua torre.
Io, la Francy e la Dany in piazza a Stia
Ricordate il film “Il Ciclone” di Leonardo Pieraccioni? Diverse scene sono state girate nella graziosa piazza di Stia, con i suoi portici, la fontana e la bella pieve romanica di Santa Maria Assunta. E potevo tornare a casa io senza essermi fatta un regalino? Questo è il paese del panno casentino, un tipico tessuto di lana che rappresenta una delle eccellenze locali e noi siamo andati alla TACS, una delle uniche due aziende rimaste a produrlo.
Castello di Porciano
Arriviamo così ai castelli di Porciano e Romena, mio personale tripudio ed estasi medievale immensa e condivisa. Oggi entrambe le costruzioni sono private, ma il Castello di Romena è aperto ai visitatori e conserva ancora alcune delle sue torri e il caratteristico ponte levatoio.
Il castello di Romena
Agli inizi del secolo scorso i Conti Goretti (che ancora oggi sono i proprietari del castello, acquistato all’asta alla fine del ‘700) ospitarono il poeta GabrieleD’Annunzio, che vi scrisse buona parte dell’Alcyone, una raccolta di poesie liriche considerata il passaggio nella sua maturità artistica.
GIORNO 7 – Capodarno
Oggi escursione nel parco delle foreste casentinesi per raggiungere Capodarno, dove si trova la sorgente del fiume Arno e il Sommo ci è apparso per declamare i versi dal Canto XIV del Purgatorio.
Riccardo legge alcuni versi della Commedia alla sorgente del fiume Arno
Un’altra tappa conquistata, tra la bellezza dei panorami del Casentino e le risate di noi VianDanti. In questa settimana abbiamo parlato più volte delle emozioni e dei motivi che ci hanno portato a partecipare al Cammino. Io ho raccolto pensieri e impressioni che con gioia (sempre immensa e condivisa) condividiamo con chi legge.
Il nostro arrivo a Romena
Ecco cosa dicono Nino, Francesca e Daniela, partiti insieme a me da Firenze domenica scorsa. N.”Sono stato stimolato dal mio duca (alias @viajandocondante ) che mi ha dato le sensazioni giuste. Sono partito senza conoscere nessuno e adesso vivo con gioia questa bellissima esperienza“. F.”Io volevo ritrovare i posti di quando ero giovane e riconnettermi con la profondità del messaggio dantesco“. D.”Avevo voglia di guardare, attraverso il riflesso negli occhi viandanti dei miei compagni, un territorio. Sentirne i profumi e vivere profondamente la comunità. Oggi ci sono dentro, ne sono parte. Le orme e il respiro vitale del Sommo Poeta Dante, passo dopo passo, me li porto dentro insieme a legami profondi e a visionari pensieri collettivi“.
I VianDanti a Borgo alla Collina
Da ieri ci sono anche Simona, che mi ha detto di essere venuta qua per staccare la spina e riposare la mente e Andrea, che ha voluto partecipare per la curiosità e per ringraziare Riccardo per la compagnia che gli ha fatto durante il lockdown.
In questa tappa si è unito a noi il maestro Mancioppi che in varie occasioni ha accompagnato il nostro cammino con il suo violino e mi dice: “Sono felicissimo di fare parte di questo meraviglioso gruppo con il quale, attraverso il percorso dantesco, mi identifico totalmente“.
Il gruppo dei VianDanti a Capodarno
Ovviamente non poteva mancare il pensiero del nostro Dante-Riccardo: “La gioia immensa, assoluta e condivisa è poter scoprire con questa bellissima compagnia i luoghi che hanno ispirato Dante in Casentino, per scrivere parte della Commedia. Grazie a tutti/e voi che siete idoli assoluti”.
Mercoledì 9 giugno 2021, nella spettacolare cornice del Castello di Poppi, si è conclusa la prima edizione del Cammino di Dante in Casentino. Un percorso tra natura, arte e storia ideato dal collega, amico ed esperto di studi danteschi Riccardo Starnotti (alias @viajandocondante) che ci ha accompagnato nei luoghi in cui il Sommo Poeta visse i primi anni del suo esilio. Una bella e interessante iniziativa realizzata in collaborazione con diverse amministrazioni locali e che merita di essere ricordata nell’ambito delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante.
Arrivo del Cammino di Dante in Casentino al Castello di Poppi
Io ho partecipato alla prima settimana del Cammino, in cui da Piazza Santa Croce a Firenze abbiamo raggiunto a piedi la località di Badia Prataglia in Casentino. Per me era la prima volta e oltre alla soddisfazione personale, posso dire di aver vissuto un’esperienza davvero straordinaria. Ho scoperto una terra di assoluta bellezza (quante cose che non conoscevo e non avevo mai visto!) ma soprattutto, ho condiviso con gli amici VianDanti emozioni pure e autentiche che porterò sempre nel cuore.
Pensate che esageri? Vi ricordate cosa dicevano le persone che erano state nella casa del Grande Fratello? In effetti, la nostra situazione “ambientale” era praticamente opposta, ma vi confesso che al mio ritorno ci sono voluti almeno un paio di giorni per riadattarmi alla vita di tutti i giorni.
Durante il Cammino mi sono offerta come “inviata speciale” e ho tenuto una sorta di diario on line, postando ogni sera il riassunto della tappa. Ma siccome sui social bisogna essere brevi, ho deciso di pubblicarlo nuovamente sul blog e in versione “integrale” (vero Nino 😉?) A dire il vero, ci sono sensazioni e situazioni difficili da riportare, ma proverò lo stesso a raccontarvi la nostra Viandanza. Buona lettura e ovviamente sempre Buon Cammino.
GIORNO 1 – Firenze.
Dante in Piazza Signoria
Inizia così la nostra avventura di VianDanti, guidati dal collega e amico Riccardo Starnotti che ci condurrà alla scoperta dei luoghi danteschi tra Firenze e il Casentino.
Il primo pomeriggio insieme è stato dedicato alla visita del quartiere medievale, nei luoghi in cui Dante visse prima del suo esilio, con l’accompagnamento musicale del maestro Matteo Mancioppi. In serata abbiamo raggiunto San Miniato al Monte, dove abbiamo ricevuto le Credenziali del Cammino e la benedizione di Padre Bernardo Gianni, abate della basilica. E per concludere in bellezza Nino ci ha invitato a cena a casa sua.. perché mangiando e bevendo ci si conosce meglio! Domani mattina si parte a piedi da Piazza Santa Croce.
Il maestro Matteo Mancioppi ci ha accompagnato lungo tutto il Cammino con il suo violino
GIORNO 2 – Da Firenze allo Spedale del Bigallo.
VianDanti in partenza da Piazza Santa Croce
Questa mattina abbiamo lasciato la città diretti a Bagno a Ripoli. Non avrei mai immaginato di trovare la prima traccia dantesca in Via di Ripoli (siamo nella prima periferia di Firenze). Un luogo di proprietà del Comune di Arezzo, che passa quasi inosservato con il traffico e le macchine parcheggiate lungo il marciapiede. Questo piccolo spazio verde recintato con una colonna di marmo al centro, è chiamato Canto degli Aretini e vi furono sepolti i ghibellini fatti prigionieri nella battaglia di Campaldino, a cui il poeta prese parte nel 1289.
Il Canto degli Aretini in Via di Ripoli
Arriviamo alla Nave a Rovezzano e camminando lungo il fiume Arno, passiamo per il punto dove trovò la morte Corso Donati, l’avversario politico di Dante e principale responsabile del suo esilio.
Inizia la salita di Rimaggio e io già arranco (si comincia bene, penso), ma piano piano ci avviciniamo alla meta di questa tappa. Seguendo Via Vicchio e Paterno e Via di Terzano, eccoci giunti allo Spedale del Bigallo, dove passeremo la nostra prima notte da VianDanti. Fondato nel Duecento per dare ristoro a poveri e pellegrini, il suo nome deriva da “bivius Galli” (ossia il bivio tra la vecchia Via Aretina e Via del Gallo) e oggi è diventato una struttura turistica comunale.
La mia camera si chiama “Scolastica”, è molto spaziosa e accogliente, con una porticina che conduce al giardino sul retro, circondato dagli ulivi. Tutti gli ambienti sono molto suggestivi, come la cucina con un grande camino e il lavabo in pietra.
Ultima curiosità: a poca distanza da qui, in località La Fonte, si trovava la cosiddetta Fonte del Pidocchio, dove pare che i soldati al seguito di Carlo V vennero a lavarsi (o meglio a spulciarsi) prima di mettere Firenze sotto assedio nel 1529.
VianDanti in cammino verso il Bigallo
GIORNO 3 – Dallo Spedale del Bigallo a Pieve a Pitiana
L’antica Via Florentia poi denominata Via Ghibellina
Terza giornata del Cammino, trascorsa nel bosco sulla storica Via Ghibellina, che a sua volta riprende il tracciato di un’antica strada romana (la Via Florentia), di cui è ancora in parte visibile il selciato originale.
Partiti dal Bigallo e arrivati in località Bombone, nel primo pomeriggio siamo stati ricevuti da Sonia Tinuti, Assessore alla Cultura del Comune di Rignano sull’Arno, che ringraziamo per la calorosa accoglienza.
VianDanti in Comune a Rignano sull’Arno
Ripresa la marcia dalla piccola frazione di San Clemente, siamo arrivati alla meta della tappa di oggi, la bella pieve di San Pietro a Pitiana, che si dice fondata dalla contessa Matilde di Canossa (anche se le prime notizie sulla torre campanaria sono precedenti e risalgono al 1028!)
L’arrivo nella piazza di fronte alla Pieve di San Pietro a Pitiana
Nel Cinquecento, accanto alla chiesa, l’Ospedale di Santa Maria Nuova fece costruire una fattoria, poi trasformata in Villa dai marchesi Pucci e passata nell’Ottocento ai conti Guicciardini. In particolare, in questa zona si ricorda la figura di Ferdinando di Carlo Guicciardini, al quale venne conferito il diploma d’onore per le aziende agrarie nel 1903.
Domani cammineremo fino all’abbazia di Vallombrosa ed entreremo ufficialmente in Casentino.
La pieve di San Pietro a Pitiana
GIORNO 4 – Da Pitiana a Montemignaio.
Continua la nostra marcia da VianDanti, con una tappa assolutamente incredibile del Cammino, che ci ha fatti ufficialmente entrare in Casentino.
Questa mattina abbiamo attraversato la foresta di abeti bianchi di Vallombrosa (oggi riserva naturale) per raggiungere l’abbazia. La salita con la S maiuscola, mai fatta una cosa simile! Ma adesso ho capito perché lo chiamano il Circuito delle Cappelle, avevo le visioni anche io quando sono arrivata in cima!
I VianDanti a Vallombrosa
L’antico edificio venne costruito nel XI secolo da San Giovanni Gualberto, fondatore della congregazione – detta appunto dei Vallombrosani – che da sempre ha uno speciale rapporto con la natura. Ringraziamo moltissimo Piero Giunti, sindaco di Reggello e Priscilla Del Sala, Assessore alla Cultura, per averci accolto al nostro arrivo e Padre Giuseppe per averci mostrato gli ambienti più suggestivi del monastero.
La cucina dell’abbazia di Vallombrosa
Giusto il tempo per mangiare qualcosa e riprendiamo il cammino, seguendo la Via del Granduca, la strada fatta realizzare da Pietro Leopoldo di Lorena per andare dal Valdarno al Casentino. Un altro spettacolare sentiero nel bosco ci porta fino a Montemignaio, dove ci attende l’amico Angiolino Sabatini per mostrarci la pieve romanica di Santa Maria Assunta, che conserva opere preziose, tra cui una bella robbiana che raffigura la Madonna in Trono con Bambino e Santi.
La pieve romanica di Santa Maria Assunta a Montemignaio
Questa sera dormiremo nella casa gentilmente messa a disposizione da Angiolino e la sua compagna Olga, che ha cucinato per noi dei piatti squisiti! Da domani inizieremo a scoprire il Casentino, il tempo si è rimesso, speriamo non faccia troppo caldo.
E’ una delle prime ricorrenze nel calendario delle festività fiorentine, con la tradizionale “infiorata” in onore del santo vissuto tra il IV e V secolo dC, a cui partecipano le autorità civili e religiose, il Corteo Storico della Repubblica Fiorentina e i Bandierai degli Uffizi (quest’anno a causa delle misure di contenimento contro il Covid non potrà svolgersi come di consueto)
Zanobi (o Zenobio) è tra i santi più amati a Firenze e viene ricordato per la sua intensa opera di evangelizzazione nei primi – e spesso difficili – secoli del cristianesimo.
Si impegnò a lungo nella lotta contro la diffusione della dottrina ariana e nel 393 consacrò insieme a Sant’Ambrogio la basilica di San Lorenzo (la prima cattedrale della città). Alcuni anni dopo fu nominato vescovo da papa Damaso e difese coraggiosamente la popolazione durante l’assedio delle truppe ostrogote di Radagaiso, sconfitto dal generale Stilicone nell’anno 405.
Andrea della Robbia, San Zanobi tra due angeli (1496)
Foto Wikipedia
A lui si deve la fondazione di varie chiese, ma lo ricordiamo soprattutto per l’evento miracoloso che si dice sia avvenuto il 26 gennaio dell’anno 429, quando le sue spoglie furono traslate dalla basilica di San Lorenzo a Santa Reparata (oggi cattedrale di Santa Maria del Fiore). Durante il tragitto, il sarcofago urtò accidentalmente un vecchio olmo rinsecchito che improvvisamente rifiorì. Il popolo iniziò a venerarlo e quando l’albero si seccò nuovamente, al suo posto venne eretta una colonna in marmo, con una croce sulla cima e un piccolo olmo in bronzo sul fusto. Di preciso non sappiamo quando la colonna fu portata lì, ma nella sua Cronaca, Giovanni Villani ci racconta che fu abbattuta dalla tremenda alluvione del 1333 e quindi ricostruita l’anno successivo.
Molti storici, però, sostengono che la data riportata sull’iscrizione trecentesca sia errata e che la traslazione sia avvenuta nel IX secolo.
In effetti, non è detto che Santa Reparata esistesse già, anche se il mito della sua fondazione è legato alla sconfitta di Radagaiso nel 405; vi è inoltre il racconto del vescovo Andrea, vissuto proprio nel IX secolo (negli anni in cui si ritiene che sia avvenuta la traslazione, cioè nel 871 o nel 876) ma che la colloca nel V secolo.. un autentico rompicapo per me!
E il fusto dell’albero che fine fece? Secondo alcuni venne usato per il Crocifisso conservato nella Chiesa di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo, mentre per altri per la dossale dipinta dal Maestro del Bigallo, che si trova al Museo dell’Opera del Duomo.
L’infiorata lasciata alla base della colonna di San Zanobi