Venerdì 31 gennaio le Gallerie degli Uffizi celebrano la seconda edizione della Festa dei Doni con ingresso scontato per le coppie, visite e spettacoli per l’intera giornata (programma completo della giornata sul sito del museo)
Raffaello, Ritratti di Agnolo Doni e Maddalena Strozzi, Firenze, Gallerie degli Uffizi Ph. credits Uffizi.it
L’evento vuole ricordare il matrimonio tra Agnolo Doni e Maddalena Strozzi che avvenne proprio il 31 gennaio del 1504 a Firenze. In occasione delle loro nozze, la coppia commissionò a Michelangelo il celebre dipinto con la Sacra Famiglia (noto come Tondo Doni) oggi conservato alle Gallerie degli Uffizi nella stessa sala in cui sono esposti anche i ritratti dei due coniugi.
I dipinti furono eseguiti da Raffaello intorno al 1505-1506 e rimasero a palazzo Doni fino al 1826, quando vennero donati al Granduca Leopoldo II di Lorena che li fece sistemare nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti.
Il ritratto di Agnolo mostra il ricco mercante seduto in terrazza, con il braccio appoggiato alla balaustra, in posa di tre quarti e con lo sguardo intenso, rivolto verso lo spettatore. L’abito ampio e ricercato e gli anelli alle dita rivelano la sua elevata condizione sociale, ma ciò che colpisce maggiormente è la straordinaria resa naturalistica del volto dell’uomo, i suoi capelli crespi, le mani leggermente gonfie che fanno intravedere le vene in rilievo.
Il ritratto di Maddalena Strozzi risulta invece più impostato e idealizzato, come era consuetudine dell’epoca, per mettere in risalto l’alto rango della donna, ma senza eccedere nell’introspezione del personaggio. Anche lei è posta seduta di tre quarti, con un elegante abito dalle maniche staccabili e di un acceso colore blu che mette in risalto la preziosa damascatura della stoffa. Sono evidenti i riferimenti con la Gioconda, ma senza le allusioni nascoste tipiche delle opere di Leonardo. Quella che ci mostra Raffaello è una donna non particolarmente bella, dal viso rotondo e con lo sguardo rivolto verso l’esterno, che peraltro indossa vari gioielli, con ogni pietra che rimanda a una precisa simbologia: lo smeraldo indica saggezza, il rubino forza e lo zaffiro castità, mentre la grande perla del pendente a forma di goccia rappresenta la fedeltà coniugale. Una curiosità: le radiografie hanno rivelato che lo sfondo originale del dipinto era una stanza con la finestra, poi modificato nel paesaggio di scuola umbra simile a quello del ritratto del marito.
Dal giugno 2018 (quando i ritratti dei Doni sono stati ricongiunti con il Tondo di Michelangelo) è possibile ammirare le opere in speciali teche di vetro che permettono di osservarne anche il retro, con una decorazione a monocromo raffigurante il mito di Deucalione e Pirra, attribuita a un suo seguace.
Il museo Bardini prende il nome da Stefano Bardini, uno dei più autorevoli antiquari italiani, che alla sua morte1 donò la ricca collezione di opere della sua galleria al Comune di Firenze.
Una raccolta che riflette il gusto eclettico del suo creatore e che riunisce una straordinaria varietà di generi, con oltre 3600 oggetti tra dipinti, sculture, armature, ceramiche, bronzetti e arredi antichi.
Bardini amava il bello, che sapeva riconoscere con l’occhio esperto del mercante d’arte ed aveva un naturale talento nello scovare autentici tesori nascosti.
Gli oggetti venivano esposti nelle sale a piano terra della sua casa-negozio, nel palazzo in stile neo-rinascimentale che si era fatto costruire dall’architetto Corinto Corinti, modificando un complesso di antichi edifici acquistati nel 1880, tra cui la chiesa sconsacrata di San Gregorio della Pace2.
Atrio d’ingresso del Museo Bardini Foto Manuela Sacchetti
Quella che oggi viene chiamata Sala della Carità era il piccolo orto annesso al convento, che fu chiuso con un soffitto del ‘500 acquistato in una villa veneta, privato dei lacunari che vennero sostituiti con dei vetri e trasformato in lucernario per dare grande luminosità alla stanza, mentre le pareti furono dipinte con una suggestiva tinta blu, che credo sia la prima cosa a stupire il visitatore entrando nel museo – che non a caso viene chiamato il Museo Blu3.
Nella Sala della Carità sono esposti marmi antichi, stemmi, rilievi e ornamenti di varie epoche e provenienze.
Tra questi spiccano una mensola con testa femminile attribuita a Nicola Pisano (notizie 1258-1278), considerato come unico frammento di un monumento scomparso e l’acquasantiera frutto di un assemblaggio, con il fusto risalente al pieno ‘500 e la coppa attribuita a Pagno di Lapo Portigiani, scultore attivo a Firenze nella seconda metà del ‘400.
Il portale pastiche nella Sala della Carità Foto Francesca Fantechi
Opera di assemblaggio realizzata dallo stesso Bardini è anche il bellissimo portale che introduce nella Chiostrina, un piccolo ambiente in cui si trova la preziosa statua di Tino da Camaino (Siena 1280 – Napoli 1337), che l’antiquario disse di aver acquistato da un contadino di Rifredi (!) e aveva identificato con La moglie di Faustolo che allatta Romolo e Remo. Oggi la critica è più orientata a pensare che si tratti del gruppo statuario posto sopra la porta est del Battistero4, rimosso nel Cinquecento e sostituito con il Battesimo di Cristo di Andrea Sansovino. Tino l’avrebbe scolpita nel 1321, in un periodo in cui stilisticamente iniziò a distaccarsi dalla maniera del maestro Giovanni Pisano, avvicinandosi ai modelli di Arnolfo di Cambio, la cui influenza è evidente nella semplificazione dei volumi e la posa monumentale.
Nella Chiostrina si trovano anche due pulpiti: quello a destra, in pietra serena, risale alla fine del ‘400 e quello a sinistra è un altro interessante pastiche elaborato da Bardini, che ricompose il pergamo in stile cosmatesco a forma di tempietto.
In un’altra sala del piano terra troviamo alcune opere provenienti dalla distruzione del vecchio centro.
Tra queste le due belle insegne in pietra, una della Parte Guelfa che si trovava sulla facciata di un edificio in via Porta Rossa e l’altra appartenuta all’Arte degli Oliandoli e Pizzicagnoli degli inizi del ‘4005.
Ma le sculture più famose del museo, sono il Diavolino del Giambologna (Douai 1529-Firenze 1608) e l’originale del Porcellino di Pietro Tacca (Carrara 1557-Firenze 1640)
Il Diavolino del Giambologna Foto Francesca Fantechi
Il piccolo reggi-stendardo in bronzo venne eseguito nel 1579 dallo scultore francese per il palazzo di Bernardo Vecchietti. Giambologna raffigurò un satiro che poi prese il nome di diavolino per una credenza popolare legata alla figura di San Pietro Martire: secondo la leggenda, un giorno durante una predica del santo, il diavolo era apparso con le sembianze di un cavallo nero imbizzarrito, ma lui lo aveva scacciato salvando la folla radunata per ascoltarlo. Il cavallo era scomparso proprio all’angolo con la strada dove sorgeva il palazzo, ancora oggi conosciuto come “Canto dei Diavoli”. La celebre statua del Porcellino, invece, venne realizzata da Pietro Tacca, allievo di Giambologna, per Cosimo II de’Medici, come copia di una identica statua in marmo (che si trova agli Uffizi) donata a Cosimo I da papa Pio IV. La scultura venne prima collocata a palazzo Pitti e nel 1640 Ferdinando II la fece sistemare come fontana alla Loggia del Mercato Nuovo.
Io e il Porcellino, Foto Annamaria Gramigni
Saliamo la scalinata che porta al mezzanino con l’elegante cancello in ferro battuto del XV secolo per entrare nella cosiddetta Sala delle Madonne.
La sala contiene una ricca collezione di Madonne con il Bambino in terracotta, un genere di produzione artistica riscoperto nel Rinascimento e che ebbe larga diffusione per la decorazione di piccoli tabernacoli o come immagini di devozione privata all’interno delle abitazioni. Qui troviamo anche un grande crocifisso veneto della seconda metà del XV secolo e una ricca collezione di cassoni nuziali.
La Sala delle Madonne con la collezione di Madonne in terracotta Foto Francesca Fantechi
Nella sala vi sono inoltre due opere di Donatello, la Madonna della Mela (forse 1425), annotata da Bardini6 come proveniente da Scarperia e la Madonna dei Cordai (1433-35), molto particolare dal punto di vista dei materiali impiegati dall’artista.
Donatello, Madonna della Mela Donatello, Madonna dei Cordai
Essa raffigura la Madonna seduta in terra in adorazione del Bambino e circondata da putti che giocano; la base dell’opera è in legno intagliato con inserti in pelle argentata ricoperta di vetro, mentre le figure sono in stucco policromo con riempimento in cocciopesto. Il motivo decorativo con le corde allude forse alla Compagnia dei Cordai che avrebbe commissionato l’opera, riconducibile al periodo di sperimentazione di nuove tecniche che caratterizza il lavoro di Donatello negli anni 30 del Quattrocento7.
Sala delle cornici
E adesso saliamo al primo piano del museo.
La prima sala è detta Sala delle Cornici, che contiene 47 cornici di diverse forme e periodi e una rara collezione di corami, che comprende in tutto 3 paliotti d’altare8, 4 paramenti da muro e 9 cuscini. Le decorazioni in cuoio erano di origine islamica e vennero introdotte in Europa dagli spagnoli a partire dall’XI secolo, che ne perfezionarono la tecnica permettendo di realizzare rivestimenti da parete e cuscini. La pelle era decorata con foglia d’argento fissata con l’albume d’uovo e i rilievi impressi con punzoni e dipinti a olio. I corami si diffusero prima negli ambienti ecclesiastici e dal Rinascimento anche nelle dimore private e nei palazzi dei nobili, come la corte di Cosimo I, che fece grande uso di paramenti in cuoio oltre ai consueti arazzi.
Sala dei bronzetti Foto Francesca Fantechi
Nella Sala dei bronzetti si trovano soprattutto opere di scuola veneta del primo Rinascimento. La presenza di questi oggetti, fa capire bene l’interesse di Bardini verso tutti i settori dell’artigianato antico, tra cui vi erano i manufatti in bronzo di piccole dimensioni sia di uso quotidiano (calamai, lucerne, campanelli ecc.) che di opere “in piccolo” che riproducevano soggetti della statuaria antica e quella contemporanea con figure allegoriche o tratte dai miti. Il bronzo era stato uno dei materiali più legati al mondo classico e le difficoltà nella riproduzione della fusione a cera persa praticata in passato avevano portato ad abbandonare questa tecnica nel Medioevo. Dal Quattrocento vi fu una ripresa dei modelli figurativi antichi e i bronzetti divennero un simbolo di prestigio per i committenti.
Nella sala si trovano inoltre alcuni interessanti dipinti come i due affreschi staccati dalla villa di Castello, provenienti dalle collezioni del cardinale Carlo de’Medici, eseguiti da Baldassarre Franceschini detto il Volterrano (Volterra 1611-Firenze 1689) e un’opera giovanile di Carlo Dolci (Firenze 1616-1688) raffigurante David e Golia.
Sala del Terrazzo, Madonna annunciata di scuola senese (XV secolo) Foto Francesca Fantechi
Nella Sala del Terrazzo troviamo uno dei dipinti più importanti del museo: il San Michele Arcangelo che combatte il drago (1465 ca.) era la parte posteriore di uno stendardo dipinto per una confraternita di Arezzo dai fratelli Piero e Antonio del Pollaiolo, artisti molto apprezzati nella Firenze di Lorenzo il Magnifico.
Altre opere di notevole interesse si trovano nella Sala dei Dipinti: la Madonnadel Coniglio di Hans Clemer, pittore attivo in Piemonte e Provenza tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500, accanto al grande Crocifisso di Bernardo Daddi, opera originale eseguita prima del 1348, tranne i due terminali con i dolenti e il pellicano aggiunti nell’Ottocento.
La Sala dei Dipinti
I due affreschi staccati da Palazzo Pucci con Aurora con Titone e Aurora con la notte (1635 ca.) sono di Giovanni da San Giovanni e furono venduti a Bardini nel 1911 dall’antiquario Vincenzo Ciampolini, mentre l’Apollo e Marsia (1678) di Luca Giordano fu dipinto a Napoli e acquistato da un abate fiorentino insieme ad altre opere dell’artista.
Curiosa è la storia del pittore Jacques Courtois, conosciuto come Il Borgognone (St.Hippolyte 1621-Roma 1676) e specializzato nei dipinti di battaglie; egli era figlio di un pittore di icone e quindi iniziò la sua carriera con la produzione di immagini sacre. Alla morte del padre si mise al servizio di un ufficiale spagnolo e dovette combattere per 3 anni nel suo esercito durante la Guerra dei Trent’anni. Tornato a casa riprese a dipingere, ma tale era stata l’impressione che su di lui aveva avuto il conflitto che da allora dipinse solo scene di guerra.
Dirigendosi verso l’uscita, ci si imbatte nella Sala del Guercino con un suo dipinto raffigurante Atlanteche sostiene il globo terrestre (1646), eseguito per Don Lorenzo de’ Medici, zio del Granduca Ferdinando II, forse in memoria di Galileo Galilei, morto qualche anno prima.
Guercino, Atlante che sostiene il globo terrestre Ph. credits Museo Galileo
Scendendo lo scalone monumentale in cui si trova la collezione di tappeti orientali antichi, arriviamo nella Sala d’Armi, che corrisponde a ciò che resta della piccola chiesa di San Gregorio della Pace, sulla cui parete di fondo si apre un piccolo vano che era l’ingresso al campanile.
L’ingresso al museo è da Via dei Renai 37. Vi consiglio di consultare sempre prima la pagina con gli orari di apertura sul sito ufficiale del turismo del Comune di Firenze e della Città Metropolitana.
Note
1 Stefano Bardini morì a Firenze il 12 settembre 1922.
2 La chiesa di San Gregorio della Pace era stata edificata tra il 1273 e il 1279, su di un terreno di proprietà della famiglia Mozzi, per volere di Papa Gregorio X come celebrazione della pace tra Guelfi e Ghibellini. Nel ‘600 fu ceduta ai Chierici Regolari Ministri degli Infermi o Padri del Ben Morire, ma con la soppressione dell’ordine tornò di proprietà dei Mozzi che decisero di metterla in vendita nel 1880. Stefano Bardini acquisterà anche il loro palazzo di famiglia nel 1912.
3 Bardini l’aveva forse ripreso dai palazzi della nobiltà russa, dove questo colore andava molto di moda e rivelò la ricetta della mescola in una lettera indirizzata a Isabella Gardner Stewart che voleva assolutamente dipingere dello stesso colore le pareti del suo museo a Boston.
4 Il gruppo scultoreo raffigurava le tre Virtù, di cui la Fede e la Speranza si trovano al Museo dell’Opera del Duomo. A sostegno di questa ipotesi vi è anche il fatto che il retro della statua non è stato scolpito.
5 L’arme di Parte guelfa si riconosce dall’aquila che afferra il drago, mentre quello della corporazione ha lo sfondo con i gigli di Francia e l’emblema angioino con un leone rampante che tiene un rametto di ulivo.
6 Bardini aveva attribuito l’opera a Lorenzo Ghiberti, mentre la recente critica la inserisce nella produzione giovanile di Donatello.
7 Viene naturale il raffronto la Cantoria del Duomo di Firenze e con il pulpito del Duomo di Prato.
8 I paliotti sono dei pannelli decorativi posti sul fronte dell’altare. Possono essere dipinti oppure fatti a mosaico, ricamati su tela oppure con il cuoio.
Bibliografia di riferimento
Antonella Nesi, Guida al Museo Stefano Bardini, Firenze, Edizioni Polistampa, 2011.
Vi hanno mai dato del vanesio? Beh, spero proprio di no. Scopriamo le origini di questa parola antica e ormai in disuso, nata a Firenze nel Settecento dal genio creativo del poeta Giovan Battista Fagiuoli (1660-1742).
Se la cercate sul dizionario, la parola vanesio viene indicata come sinonimo di vanitoso, ma con una leggera sfumatura di significato. Se il vanitoso è una persona che mette in mostra le sue qualità per sentirsi ammirato, il vanesio è colui che ostenta un frivolo compiacimento di se stesso senza rendersi conto di risultare ridicolo. Per farla breve, si potrebbe dire che il vanesio è un vanitoso sciocco.
Entrambe le parole derivano dall’aggettivo vano, ma è proprio quel suffisso “-esio”, a fare la differenza. La parola van-esio nasce dunque dalla fantasia di Giovan Battista Fagiuoli, che nel 1724 scrisse una commedia in 3 atti dal titolo “Ciò che pare non è, ovvero il cicisbeo1 sconsolato” e che ha per protagonista un lezioso cavalier servente chiamato, appunto, Vanesio.
Antonio Selvi, Medaglia di G.B. Fagiuoli, 1740 ca. Foto dal web
Fagiuoli mise in scena molte altre opere (le sue raccolte comprendono ben 7 volumi di commedie e 6 volumi di poesie giocose, la cosiddetta Fagiuolaia) e viene considerato il capostipite del teatro popolare fiorentino. Questo scanzonato personaggio fu anche spesso invitato alla corte dei Medici e nei palazzi delle ricche famiglie dell’epoca, che gradivano la sua satira arguta e talvolta irriverente.
Fagiuoli morì all’età di 81 anni e venne sepolto nella cripta di San Lorenzo. Il Cicisbeo resta la sua commedia più famosa, rappresentata anche fuori Firenze. Probabilmente non ne avevate mai sentito parlare prima, eppure tutti noi usiamo da secoli la sua piccola invenzione.
Note
1 Il cicisbeo era un gentiluomo al servizio di nobildonne sposate, incaricato di accompagnarle nelle occasioni mondane come feste e ricevimenti, ma anche di assolvere ai compiti della vita quotidiana.
” Uomo distinto e di raffinata eleganza, il mercante creò il mito di se stesso”.
– Antonella Nesi
Era nato in una famiglia di modeste origini nella provincia di Arezzo nel 1836 e a 18 anni si trasferì a Firenze per studiare pittura all’Accademia delle Belle Arti. Seguì i corsi di Bezzuoli e Pollastrini, che non riuscirono ad entusiasmarlo tanto quanto gli incontri al Caffè Michelangelo con i Macchiaioli. Non aderì al movimento, ma come molti di loro abbandonò gli studi e si arruolò come volontario nell’esercito garibaldino.
Qualche anno dopo iniziò a dedicarsi al restauro e al commercio antiquario con grande successo: il mercato fiorentino dell’epoca era ricco di opere anche di notevole valore vendute come anticaglie. Si trattava di dipinti, sculture e oggetti di artigianato provenienti dalle soppressioni ecclesiastiche (già avvenute in epoca napoleonica e poi nel 1866) e dalla demolizione degli edifici del vecchio centro.
I grandi musei e i collezionisti stranieri erano disposti a pagare bene per averli e con occhio esperto e buon intuito si potevano fare ottimi affari. Ed è così che Stefano Bardini creò la sua fortuna, diventando il “principe degli antiquari” di Firenze. Tra i suoi clienti vi furono anche il banchiere J.P. Morgan e la ricca ereditiera Isabella Gardner Stewart, ma anche lo storico dell’arte Bernard Berenson e Charles Loeser frequentarono abitualmente la sua casa – bottega.
Piazza de’Mozzi, Firenze. A sinistra la facciata del Museo Bardini e al centro il palazzo Mozzi acquistato da Bardini nel 1913 (Foto di Francesco Bini)
Bardini l’aveva costruita acquistando un complesso di immobili di varie epoche, tra cui l’antica chiesa sconsacrata di San Gregorio della Pace, fatta edificare da papa Gregorio X nel 1273 per celebrare la pace tra guelfi e ghibellini. Per dare forma al suo nuovo palazzo si avvalse della collaborazione del celebre architetto Corinto Corinti, che impiegò numerosi materiali di spoglio: pietre medievali e rinascimentali, architravi, soffitti a cassettoni e sulla facciata furono posti gli altari della demolita chiesa di San Lorenzo a Pistoia intorno alle finestre del primo piano.
Gli spazi interni vennero sistemati con grandi fonti di luce. L’orto del vecchio convento fu chiuso da un prezioso soffitto in legno del ‘500 che Bardini aveva acquistato in una villa veneta e le pareti vennero dipinte con una particolare tinta di blu (il cosiddetto Blu Bardini), forse ripresa dai palazzi della nobiltà russa, dove questo tipo di decorazione era molto apprezzata.
La sala della Carità con la “Chiostrina” Foto Cultura-Comune di Firenze
Le sale del piano terra vennero dunque trasformate in una galleria d’esposizione, per i clienti interessati ad acquistare le opere delle sue collezioni.
Nel 1913 l’antiquario decise di chiudere il suo negozio e dopo aver licenziato tutti i dipendenti, si dedicò al suo ultimo progetto: allestire una galleria privata da lasciare in eredità al città di Firenze dopo la sua morte.
Questa avvenne il 12 settembre 1922, esattamente due giorni dopo aver redatto il testamento in cui era formalizzato il suo lascito. Eppure i funzionari del Comune1 incaricati di redigere un inventario dei beni, anziché mostrare gradimento per ciò che trovarono, non esitarono a definirlo di pessimo gusto e ne ordinarono una sostanziale trasformazione.
Nel 1925 venne così inaugurato il Museo Civico, molto lontano dall’allestimento originale voluto da Stefano Bardini. Le pareti blu erano state ridipinte con un colore ocra, ritenuto più consono alle strutture in stile rinascimentale del palazzo e anche la sistemazione delle opere nelle varie sale era stata cambiata, lasciando diversi pezzi di prestigio nei depositi.
E’ il titolo del libro di Patrizia Messeri e Alessandra Pezzati che avrò il piacere di presentare il prossimo 1 febbraio al Caffè del Teatro della Pergola. Un libro fatto di foto e poesie, un modo nuovo per parlare di Firenze, della sua storia e dei suoi monumenti.
Questa storia è nata sui social e poi si è trasformata in una bella amicizia nella vita reale. Ho conosciuto Patrizia Messeri di persona poco più di un anno fa, durante una visita guidata con il gruppo Amo Firenze e la Toscana, di cui facciamo parte entrambe.
Avevo già notato i suoi post, con le foto sempre accompagnate dai versi di una poesia. In particolare, mi avevano incuriosito le “Pozz’Art”, immagini riflesse nelle pozzanghere di pioggia, ma anche altri scatti pieni di colore e di riflessi, perchè a lei piace giocare con gli effetti di luce. Poco tempo dopo ho iniziato a lavorare alla creazione del nuovo sito di Seeflorence, così ho chiesto a Patrizia di aiutarmi con le immagini e lei ci ha fornito delle foto meravigliose, di cui alcune sono presenti nel libro.
In primavera vengo invitata alla prima mostra che ha organizzato insieme all’autrice delle poesie e così conosco anche Alessandra Pezzati, che vive lontano, ma ha sempre Firenze nel cuore. I suoi versi raccontano dell’amore per la sua città, della nostalgia e dei ricordi. Parole mai banali e che trasmettono emozioni autentiche:
Quante parole
ho mormorato al vento,
quanti desideri espressi
con lo sguardo al cielo.
E tu
che hai raccolto
le speranze
riponendole nei sogni.
Desideri,
colori esplosi
e raccolti tra le tue acque,
che bagnano
le rive di questa vita,
a volte arsa
dal sole estivo,altre
bagnata da
quella pioggia
che la veste
e la rende unica.
Partecipate alla nostra passeggiata tra immagini e poesia sabato 1 febbraio 2020 al Caffè Guido Guidi in via della Pergola 12/32 alle ore 16.
Sono iniziate le celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Raffaello. Uno degli eventi principali di questo 2020 già indicato come #annosanzio. Tornano così di grande attualità anche i misteri legati al decesso del grande artista di Urbino. Ecco a voi uno dei cold case più famosi di tutta la storia dell’arte.
Autoritratto di Raffaello, 1506 Gallerie degli Uffizi
Raffaello morì il 6 aprile 1520 all’età di 37 anni dopo un paio di settimane di malattia. Secondo Vasari, a causarne la morte fu una febbre acuta e prolungata, dovuta ai suoi “eccessi amorosi”. In effetti era ben nota tra i contemporanei la smisurata passione dell’artista per le belle donne e la vita mondana, che potrebbe averlo portato a contrarre la sifilide. Ma vi fu anche chi riferì di una forte stanchezza dovuta al troppo lavoro. I medici di papa Leone X, che si recò più volte a fargli visita, provarono a curarlo praticando un salasso. In realtà non c’era molto altro che potessero fare, ma ovviamente la cura non ebbe l’effetto sperato. Raffaello riuscì a dettare le sue ultime volontà e chiese espressamente di essere sepolto all’interno nel Pantheon, lasciando una grossa cifra per la manutenzione e la decorazione della sua cappella, eseguita dall’allievo Lorenzo Lotti, detto Lorenzetto, che nel 1524 scolpì la Madonna del Sasso posta nell’edicola sopra al pavimento.
Bene, direte. Dunque che c’è di strano nella sua morte, a parte conoscerne le vere cause, cosa che oggi sarebbe teoricamente possibile con l’ausilio delle moderne tecnologie?
Effettivamente l’ipotesi di riaprire la tomba di Raffaello sembra far parte del programma delle celebrazioni: il progetto si chiama Enigma Raffaello e l’iniziativa è stata lanciata proprio dalla direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta (leggi qua)
Ma non si tratta di una novità.
Una prima esumazione fu compiuta nel 1674 a spese di Carlo Maratta, Principe dell’Accademia di San Luca di Roma, che ottenne il permesso di prelevare il teschio da usare come modello per un busto ritratto in marmo scolpito da Paolo Naldini, conservato presso i Musei Capitolini.
Raffaello Sanzio, busto di Pietro Paolo Naldini, inv. Pro 46
Il sepolcro venne poi riaperto nel 1833, su iniziativa dell’Accademia dei Virtuosi al Pantheon. In questa occasione fu ritrovata una cassa di legno con uno scheletro quasi intatto che venne analizzato dai medici dell’epoca, i quali affermarono che quelle spoglie appartenevano sicuramente a Raffaello. Terminate le indagini, venne celebrato un nuovo solenne funerale dell’artista. Le sue ossa furono poste in un antico sarcofago romano donato da papa Gregorio XVI e rimesse al loro posto insieme all’epigrafe dettata dall’amico Pietro Bembo dove è scritto: Qui è quel Raffaello da cui, fin che visse, Madre Natura temette di essere superata da lui e quando morì temette di morire con lui.
Francesco Diofebi (1781-1851) L’apertura della tomba di Raffaello, 1833
Eppure c’era chi ancora metteva in dubbio che quella fosse la vera tomba di Raffaello, come Carlo Fea, l’anziano Commissario alle Antichità di Roma, il quale sosteneva che bisognava cercare nella basilica di Santa Maria Sopra Minerva. Nel 1930 fu eseguita un’altra indagine, ma siccome il Pantheon era stato scelto come sepoltura anche da altre persone (tra cui l’amico Baldassarre Peruzzi e a distanza di quasi un secolo il pittore Annibale Carracci,) neanche stavolta venne stabilita con certezza la collocazione delle varie tombe. Sarà dunque il 2020 l’anno della soluzione di questo enigma lungo 5 secoli?
Ma i misteri non sono ancora finiti.
Torniamo a quel giorno, il 6 aprile 1520, che era un Venerdì Santo. Raffaello morì alle tre del mattino e la notizia si diffuse rapidamente, suscitando sgomento e incredulità. Tra i presenti nel palazzo in Borgo Nuovo dove abitava l’artista (a due passi da San Pietro) vi era anche il nobile veneziano Marcantonio Michiel, che raccontò nel suo diario gli eventi straordinari a cui aveva assistito nel momento del trapasso: il cielo si fece scuro e agitato, poi comparve una crepa nel muro della casa (molto probabilmente ci fu un lieve terremoto), mentre un flusso continuo di gente visitava la camera da letto, dove proprio pochi giorni prima era stata collocata la Trasfigurazione, il suo ultimo capolavoro.
Raffaello, La Trasfigurazione (1518-20), Pinacoteca Vaticana
I funerali di Raffaello furono un evento. Una grande folla partecipò alle esequie e un lungo corteo lo accompagnò fino al Pantheon. Amici e poeti scrissero sonetti e canzoni dedicate al “divino” pittore.
Poi più niente.
Niente è rimasto a ricordare un uomo praticamente amato e ammirato da tutti. Intendo nessun oggetto da lui posseduto che sia arrivato fino a noi, neppure un pennello, una ciotola o un registro contabile della sua grande bottega, in cui lavoravano oltre 50 allievi. Quella passò per testamento a Giulio Romano, anche se il documento autentico è sparito. Raffaello lasciò anche una fortuna in denaro, suddivisa tra vari eredi. Nemmeno una maschera funeraria o un monumento alla memoria fu mai realizzato per ricordarlo.
Vi sono inoltre alcune teorie che parlano di sette segrete di cui l’artista avrebbe fatto parte e di un complotto per ucciderlo, facendo notare che pochi giorni dopo di lui era morto pure il banchiere Agostino Chigi, suo grande amico e protettore. Ma chi avrebbe voluto eliminarli e per quale ragione?
I misteri che avvolgono la morte di Raffaello a quanto pare, sono ancora molti.
C’è un luogo a Firenze, lontano dai tradizionali percorsi turistici, che vi stupirà per la sua bellezza. Eppure varcando la soglia di questo edificio molti di voi si ricorderanno di esserci già stati, magari tanti anni fa, ai tempi della scuola. Oggi parliamo del Conservatorio di Santa Maria degli Angiolini, diventato un istituto per l’educazione delle fanciulle nobili nel 1785 e che ancora oggi accoglie bambini e ragazzi dall’età dell’asilo nido fino al liceo.
Passando per Via della Colonna vi sarete certamente accorti di questa piccola chiesa che ha il portone sempre chiuso: è la cappella dell’ex-convento di Santa Maria degli Angiolini trasformato in Conservatorio, una piccola perla barocca nascosta in città. La storia di questo complesso religioso inizia nel 1507, quando un gruppo di 6 donne di modeste origini, decidono di farsi suore, dedicando la loro vita alle opere di carità. L’anno successivo acquistano delle case con l’aiuto economico e spirituale di Monsignor Marco Strozzi, di cui una all’angolo tra Via della Pergola e Via Laura, che pare fosse appartenuta a Lorenzo il Magnifico. Sembra infatti che egli avesse avuto grandi progetti per questa zona di Firenze, con la costruzione di una villa in stile antico, che però non venne mai realizzata.
I lavori di costruzione della nuova chiesa iniziarono nel 1509 e nel 1513 papa Leone X autorizzò definitivamente la creazione di un convento di suore terziare di clausura.
In poco tempo, un crescente numero di ragazze chiesero di unirsi alla nuova congregazione e nel 1525 vennero acquistate nuove case e terreni adiacenti. Ma erano questi anni difficili per Firenze, dove alla prolungata instabilità politica, si aggiunsero il ritorno della peste nel 1527, l’alluvione, la carestia e l’assedio da parte delle truppe imperiali nel 1530. I lavori di ampliamento del convento andarono quindi avanti a rilento, anche se non vennero mai interrotti. La consacrazione della chiesa avvenne il 29 settembre 1571 e nel 1594 essa venne dotata anche di un piccolo campanile a vela. I lavori di maggior prestigio al suo interno vennero eseguiti nel Seicento e nel 1785, Pietro Leopoldo fece appunto trasformare l’antico convento in un conservatorio. La piccola chiesa subì enormi danni durate l’alluvione del 1966 (pensate che al suo interno vi erano ben 2 metri di acqua!), per cui è rimasta chiusa per circa 40 anni e resa nuovamente agibile nel 2006 dopo un lungo intervento di restauro.
Essa si presenta con la tipica struttura delle chiese conventuali di clausura ad aula unica con presbiterio rialzato e grande coro con volta ribassata. L’altare venne realizzato a spese di suor Angela Tebaldi nel 1615 con una decorazione in marmi e stucchi, mentre l’affresco sulla volta venne eseguito un secolo più tardi da Marco Sacconi (1715) e raffigura la Gloria di San Michele. Le lunette sopra la navata sono di Francesco Curradi che nel 1616 dipinse la Trasfigurazione (sopra il portone d’ingresso), con lo Sposalizio e l’Assunzione a sinistra e l’Annunciazione e la Visitazione a destra. Sempre del Curradi e di Matteo Rosselli sono i dipinti che si trovano sui due altari laterali.
Molto bella la pala d’altare con la Presentazione di Maria al tempio, straordinaria opera del primo manierismo fiorentino di DomenicoPuligo (1492-1527). L’artista fu allievo di Ridolfo del Ghirlandaio, ma frequentò assiduamente la bottega di Andrea del Sarto, del quale sono evidenti le influenze. Il dipinto richiama la vita delle suore, con Maria al centro che sale i gradini e si volge indietro per salutare la vita laica (il settimo gradino è un’allusione al settimo grado del noviziato, al termine del quale si prendono i voti). Il dipinto venne in effetti commissionato da Jacopo Quaratesi per donarlo alla sorella Dianora, suora del convento. Maria è circondata da due gruppi di santi: a destra si vedono Sant’Elena, Caterina da Siena e Lucia, mentre a sinistra si riconoscono San Tommaso d’Aquino, Vincenzo Ferrer e Antonino Pierozzi. L’opera venne lasciata incompiuta dal pittore che morì con la peste del 1527 e venne completata dai suoi collaboratori.
I lavori di restauro eseguiti tra il 2006 e il 2009 hanno permesso di recuperare anche l’antico Coretto, molto danneggiato dall’alluvione e poi usato come magazzino.
Sono così riemersi alcuni affreschi con un’Annunciazione (datata 1584 e firmata I.G. sul sedile della Vergine) e 4 figure di Santi identificati come Santa Rosa, Vincenzo Ferrer, Domenico e Caterina. Sono state inoltre ritrovate due opere del Giambologna, un crocifisso e un piccolo San Giovanni Battista parte di una perduta acquasantiera.
Fanno parte del percorso di visita anche altri ambienti che si affacciano sull’antico chiostro. L’andito è stato trasformato in salotto e vi si trovano alcuni dipinti interessanti, tra cui una Visitazione di Francesco Ubertini detto il Bachiacca degli inizi del ‘500. Da qui si accede alla cosiddetta Sala della Duchessa, in onore di Maria Luisa di Borbone, attualmente usata come sala riunioni del Consiglio di amministrazione, che presenta una bella decorazione a grottesca dell’Ottocento. Vi è inoltre un’altra cappella, detta “chiesa piccola” posta accanto al refettorio decorato con l’affresco dell’Ultima Cena di Matteo Rosselli (1631)
Il complesso di Santa Maria degli Angiolini è visitabile per piccoli gruppi solo su prenotazione.
Per informazioni potete telefonare al numero 055-2478051 oppure inviare una mail a accoglienza@conservatorioangeli.it. Il sito dell’istituto contiene anche altre informazioni utili e una bella galleria di immagini http://accoglienza.conservatorioangeli.it/
Le foto presenti in questo articolo sono state scattate durante la visita svolta al Conservatorio il 10 gennaio 2020 con il gruppo Amo Firenze e la Toscana.