I misteri della morte di Raffaello

Sono iniziate le celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Raffaello. Uno degli eventi principali di questo 2020 già indicato come #annosanzio. Tornano così di grande attualità anche i misteri legati al decesso del grande artista di Urbino. Ecco a voi uno dei cold case più famosi di tutta la storia dell’arte.

Autoritratto di Raffaello, 1506
Gallerie degli Uffizi

Raffaello morì il 6 aprile 1520 all’età di 37 anni dopo un paio di settimane di malattia. Secondo Vasari, a causarne la morte fu una febbre acuta e prolungata, dovuta ai suoi “eccessi amorosi”. In effetti era ben nota tra i contemporanei la smisurata passione dell’artista per le belle donne e la vita mondana, che potrebbe averlo portato a contrarre la sifilide. Ma vi fu anche chi riferì di una forte stanchezza dovuta al troppo lavoro. I medici di papa Leone X, che si recò più volte a fargli visita, provarono a curarlo praticando un salasso. In realtà non c’era molto altro che potessero fare, ma ovviamente la cura non ebbe l’effetto sperato. Raffaello riuscì a dettare le sue ultime volontà e chiese espressamente di essere sepolto all’interno nel Pantheon, lasciando una grossa cifra per la manutenzione e la decorazione della sua cappella, eseguita dall’allievo Lorenzo Lotti, detto Lorenzetto, che nel 1524 scolpì la Madonna del Sasso posta nell’edicola sopra al pavimento.

Bene, direte. Dunque che c’è di strano nella sua morte, a parte conoscerne le vere cause, cosa che oggi sarebbe teoricamente possibile con l’ausilio delle moderne tecnologie?

Effettivamente l’ipotesi di riaprire la tomba di Raffaello sembra far parte del programma delle celebrazioni: il progetto si chiama Enigma Raffaello e l’iniziativa è stata lanciata proprio dalla direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta (leggi qua)

Ma non si tratta di una novità.

Una prima esumazione fu compiuta nel 1674 a spese di Carlo Maratta, Principe dell’Accademia di San Luca di Roma, che ottenne il permesso di prelevare il teschio da usare come modello per un busto ritratto in marmo scolpito da Paolo Naldini, conservato presso i Musei Capitolini.

Raffaello Sanzio, busto di Pietro Paolo Naldini, inv. Pro 46

Il sepolcro venne poi riaperto nel 1833, su iniziativa dell’Accademia dei Virtuosi al Pantheon. In questa occasione fu ritrovata una cassa di legno con uno scheletro quasi intatto che venne analizzato dai medici dell’epoca, i quali affermarono che quelle spoglie appartenevano sicuramente a Raffaello. Terminate le indagini, venne celebrato un nuovo solenne funerale dell’artista. Le sue ossa furono poste in un antico sarcofago romano donato da papa Gregorio XVI e rimesse al loro posto insieme all’epigrafe dettata dall’amico Pietro Bembo dove è scritto: Qui è quel Raffaello da cui, fin che visse, Madre Natura temette di essere superata da lui e quando morì temette di morire con lui.

Francesco Diofebi (1781-1851)
L’apertura della tomba di Raffaello, 1833

Eppure c’era chi ancora metteva in dubbio che quella fosse la vera tomba di Raffaello, come Carlo Fea, l’anziano Commissario alle Antichità di Roma, il quale sosteneva che bisognava cercare nella basilica di Santa Maria Sopra Minerva. Nel 1930 fu eseguita un’altra indagine, ma siccome il Pantheon era stato scelto come sepoltura anche da altre persone (tra cui l’amico Baldassarre Peruzzi e a distanza di quasi un secolo il pittore Annibale Carracci,) neanche stavolta venne stabilita con certezza la collocazione delle varie tombe. Sarà dunque il 2020 l’anno della soluzione di questo enigma lungo 5 secoli?

Ma i misteri non sono ancora finiti.

Torniamo a quel giorno, il 6 aprile 1520, che era un Venerdì Santo. Raffaello morì alle tre del mattino e la notizia si diffuse rapidamente, suscitando sgomento e incredulità. Tra i presenti nel palazzo in Borgo Nuovo dove abitava l’artista (a due passi da San Pietro) vi era anche il nobile veneziano Marcantonio Michiel, che raccontò nel suo diario gli eventi straordinari a cui aveva assistito nel momento del trapasso: il cielo si fece scuro e agitato, poi comparve una crepa nel muro della casa (molto probabilmente ci fu un lieve terremoto), mentre un flusso continuo di gente visitava la camera da letto, dove proprio pochi giorni prima era stata collocata la Trasfigurazione, il suo ultimo capolavoro.

Raffaello, La Trasfigurazione (1518-20),
Pinacoteca Vaticana

I funerali di Raffaello furono un evento. Una grande folla partecipò alle esequie e un lungo corteo lo accompagnò fino al Pantheon. Amici e poeti scrissero sonetti e canzoni dedicate al “divino” pittore.

Poi più niente.

Niente è rimasto a ricordare un uomo praticamente amato e ammirato da tutti. Intendo nessun oggetto da lui posseduto che sia arrivato fino a noi, neppure un pennello, una ciotola o un registro contabile della sua grande bottega, in cui lavoravano oltre 50 allievi. Quella passò per testamento a Giulio Romano, anche se il documento autentico è sparito. Raffaello lasciò anche una fortuna in denaro, suddivisa tra vari eredi. Nemmeno una maschera funeraria o un monumento alla memoria fu mai realizzato per ricordarlo.

Vi sono inoltre alcune teorie che parlano di sette segrete di cui l’artista avrebbe fatto parte e di un complotto per ucciderlo, facendo notare che pochi giorni dopo di lui era morto pure il banchiere Agostino Chigi, suo grande amico e protettore. Ma chi avrebbe voluto eliminarli e per quale ragione?

I misteri che avvolgono la morte di Raffaello a quanto pare, sono ancora molti.

Pubblicato da Elena Petrioli

Guida turistica di Firenze

2 pensieri riguardo “I misteri della morte di Raffaello

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