Il Tesoro dei Granduchi

Il Tesoro dei Granduchi (fino al 2015 chiamato Museo degli Argenti) si trova nelle stanze al piano terra e al mezzanino di Palazzo Pitti in quelli che furono gli appartamenti estivi della famiglia Medici. I bellissimi affreschi delle sale di rappresentanza vennero eseguiti in occasione delle nozze tra Ferdinando II e Vittoria della Rovere. Il museo conserva numerosi oggetti di oreficeria, vasi in pietre dure, avori, ambre e argenti antichi ma ha anche una importante sezione dedicata ai gioielli contemporanei.

La sala di Giovanni da San Giovanni

Il Museo degli Argenti venne allestito alla metà dell’Ottocento riunendo il cosiddetto “Tesoro di Salisburgo“, appartenuto a Ferdinando III di Lorena, con ciò che restava del “Tesoro Mediceo“, a cui si aggiunsero vari oggetti provenienti dalla Tribuna degli Uffizi, gli avori e le ambre del Bargello e i gioielli di Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima discendente del ramo granducale.

Il percorso di visita inizia dalle due sale che appartenevano al nucleo originario del palazzo, costruito nel Quattrocento per il banchiere Luca Pitti.

La prima stanza è dedicata a Lorenzo il Magnifico (di cui si può vedere un ritratto e la maschera funebre) e contiene 16 vasi della sua collezione di pezzi antichi su cui vennero incise le sue iniziali in onice, diaspro e ametista. Con la cacciata dei Medici, il figlio Giovanni, diventato papa con il nome di Leone X, portò la raccolta a Roma dove suo cugino Giulio (anche lui diventato papa con il nome di Clemente VII) li fece trasformare in reliquiari. Nel 1532 i vasi tornarono a Firenze e vennero collocati nella tribuna appositamente realizzata da Michelangelo nella contro-facciata di San Lorenzo ed esposti al pubblico una volta l’anno. Svuotati del loro contenuto alla fine del Settecento, vennero trasferiti agli Uffizi e negli anni Venti arrivarono al Museo degli Argenti.

I vasi di Lorenzo

La piccola sala attigua viene chiamata Grotticina, che nel Seicento venne decorata con un motivo a grottesche. Guardando a destra sotto la finestra ci si accorge che c’è una fontana, perché questa era la stanza in cui la Granduchessa Vittoria della Rovere veniva a lavarsi i capelli.

La Grotticina di Vittoria della Rovere

Tornando indietro verso l’atrio d’ingresso entriamo nelle sale di rappresentanza che si affacciano su Piazza Pitti e fanno parte del primo ampliamento del palazzo voluto da Cosimo II de’ Medici eseguito tra il 1618 e il 1624.

Sala di Giovanni da San Giovanni (parete d’ingresso)

Il primo ambiente è chiamato Sala di Giovanni da San Giovanni e in passato aveva la funzione di anticamera della sala d’udienza, ma serviva anche a collegare gli appartamenti del Granduca con quelli della Granduchessa e nelle occasioni importanti, per allestire banchetti e ricevimenti. Vista la sua funzione pubblica, la sala venne decorata con affreschi di contenuto storico e dinastico, in occasione delle nozze tra Ferdinando II e Vittoria della Rovere, celebrate in forma privata il 1° agosto 1634 e poi con cerimonia pubblica nel 1637. Il matrimonio è raffigurato nel grande affresco del soffitto dipinto da Giovanni da San Giovanni, in cui si vedono le Parche che tagliano i rami secchi di una quercia (simbolo araldico dei Della Rovere di cui Vittoria era l’ultima discendente) mentre un putto innesta l’ultimo ramoscello verde nello scudo mediceo. Tra il soffitto e le pareti si trovano le allegorie del Giorno e della Notte, delle Stagioni e dei Mesi con i reIativi segni zodiacali, in cui appare anche l’artista ritratto con un granchio in mano (il segno del cancro, nel mese di giugno).

Sala di Giovanni da San Giovanni (soffitto)

Per le pareti il tema prescelto fu la Firenze di Lorenzo il Magnifico come nuova Atene delle Arti e delle Lettere. Giovanni da San Giovanni affrescò solo la parete di d’ingresso, suddivisa in tre scene: Il Tempo che tutto rovina e I Satiri che cacciano la cultura dal monte Parnaso in cui si vedono gli artisti, i letterati e le nove Muse che fuggono (l’ultima figura a destra è il cieco Omero), trovando rifugio in Toscana. Nel 1636 il pittore morì e la decorazione venne terminata dai suoi allievi: Cecco Bravo rappresentò Lorenzo Il Magnifico riceve il Corteo delle Muse e Lorenzo parla con la Prudenza per ricordare che la sua epoca fu contraddistinta dalla pace e dalla fioritura di tutte le arti. Nella parte di fronte all’entrata Ottavio Vannini dipinse Lorenzo siede in mezzo agli artisti, con la scena che si svolge nel Casino di San Marco, dove il giovane Michelangelo mostra al Magnifico una sua scultura. Ai lati si vedono Flora e Prudenza e Lorenzo e la Fede. Il ciclo pittorico si chiude con le storie eseguite da Francesco Furini, che mostrano Lorenzo alla villa di Careggi, circondato dai membri dell’Accademia Neoplatonica e la Morte di Lorenzo, con la guerra che minacciosa compare nel cielo.

I Satiri che cacciano la cultura
dal monte Parnaso
Ottavio Vannini, Lorenzo siede in mezzo agli artisti
Ph. credits Wikipedia

Per la decorazione delle successive sale vennero chiamati due pittori bolognesi esperti in quadrature, cioè di finte architetture dipinte, Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli. La prima sala era quella destinata all’udienza pubblica, dove il Granduca riceveva i sudditi seduto sul trono, circondato dai suoi ministri e cortigiani. E siccome il tempo del sovrano era prezioso, sulla parete a destra dell’entrata era scritta la frase: “Rado tu parla e sii breve e arguto“. Sulle pareti furono dipinti diversi personaggi che alludevano alla vita di corte, come il servitore nero, il bambino che gioca con la scimmia o i musicisti che suonano dal balcone, mentre al soffitto venne raffigurata l’Allegoria del Tempo.

Sala dell’udienza pubblica
Sala dell’Udienza pubblica (dettaglio affreschi)
Sala dell’Udienza pubblica (dettaglio affreschi)

Accanto alla sala dell’audienza pubblica vi era quella dell’udienza privata, destinata ai personaggi di alto rango che venivano ricevuti a colloquio con il Granduca senza la presenza della corte. La decorazione venne ultimata nel 1640 e aveva per tema la celebrazione di Ferdinando II, identificato nel grande condottiero Alessandro Magno raffigurato sul soffitto seduto su un carro tirato da cavalli bianchi. Alle pareti, le quadrature sono animate da altri personaggi di corte tra cui un ragazzo con un cannocchiale, evidente omaggio a Galileo Galilei.

Sala dell’Udienza privata
Sala dell’Udienza privata (dettaglio affreschi)

L’ultima sala su questo lato era l’anticamera per chi arrivava a palazzo in carrozza, dunque un ambiente prevalentemente di passaggio in cui la decorazione era dedicata alla celebrazione di Casa Medici, con i ritratti dei precedessori di Ferdinando II, posto al centro della volta del soffitto, nell’atto di ricevere la corona e lo scettro dalla mani di Giove. Nel Seicento il palazzo finiva qua (i rondò laterali non esistevano ancora) e il grande portone dava direttamente accesso al Giardino di Boboli. Tra gli arredi vi segnalo il grande stipo dell’Elettore Palatino, realizzato da Giovanni Battista Foggini nel 1709 come dono di Cosimo III per la figlia Anna Maria Luisa e il genero Johann Wilhelm di Neuburg. Per questo mobile vennero impiegati ebano, bronzo dorato, pietre dure, madreperla e cristallo e non a caso viene considerato uno dei pezzi più belli prodotti dall’Opificio delle Pietre Dure.

Terza sala di rappresentanza
Stipo dell’Elettore Palatino

Dalla terza sala di rappresentanza si accede alle sale abitate dai Medici affacciate sul retro (verso il giardino) e che hanno un soffitto più basso per la presenza del mezzanino: qui si possono ammirare le collezioni che facevano parte del Tesoro dei Granduchi.

Il tesoro di Coburgo

Nella prime due sale, già usate come bagno, è esposta la collezione di avori e reliquiari iniziata dal cardinale Leopoldo, fratello di Ferdinando II: nella prima stanza sono conservati pezzi realizzati nel Seicento da maestri tedeschi e fiamminghi, tra cui il cosiddetto Tesoro di Coburgo, composto da 27 vasi in avorio inviati a Firenze dal principe Mattias de’ Medici durante la Guerra dei Trent’anni. Nella seconda stanza, tra gli oggetti più antichi e pregiati ricordo il globo con supporto in ebano donato a Francesco I dal Duca Guglielmo V di Baviera nel 1582, opera del tornitore italiano Giovanni Antonio Maggiore di Milano e il ricco Reliquiario dei Santi Domenicani prodotto nelle Botteghe Granducali su disegno di Giovan Battista Foggini. La collezione dei reliquiari era peraltro assai più ricca in passato: conservata a lungo nella cappella del palazzo venne in buona parte distrutta nel 1799 dai francesi.

Il globo di Francesco I
Reliquiario dei Santi Domenicani
su disegno di G.B. Foggini (1713)

La sala delle ambre è stata invece identificata con la camera da letto di Gian Gastone e contiene le collezioni di oggetti appartenute a Maria Maddalena d’Austria, Cosimo III e il Gran Principe Ferdinando. Questa resina era molto usata dai sovrani prussiani come regalo di stato, ma trattandosi di un materiale molto fragile solo pochi pezzi sono arrivati fino a noi.

Vetrina con oggetti in ambra
Ph. credits Wikipedia
Giovanni Domenico Ferretti (1692-1768)
La giornata del Granduca Gian Gastone de’Medici
Il quadro, benché non di grande valore artistico, è una importante testimonianza di pittura “storica” fiorentina, che conferma il fatto noto da fonti scritte, della permanenza fissa a letto del sovrano negli ultimi anni della sua vita.

L’ultima sala del piano terra è chiamata sala delle pietre dure, un tempo usata come sala del Consiglio Privato. Molti degli oggetti esposti provengono dalla Tribuna degli Uffizi ed è probabile che non siano mai stati realmente usati dai Medici: tra quelli più antichi vi sono i manufatti degli artisti milanesi Gaspare Miseroni e dei fratelli Saracchi, nota famiglia di intagliatori di pietre dure, che si trasferirono a Firenze nel 1575 su invito di Francesco I e nel 1589 realizzarono la stupenda fontana da tavolo per il matrimonio tra Ferdinando I e Cristina di Lorena. Molto famosi sono anche il cosiddetto Vaso del Buontalenti, in lapislazzuli e oro, uscito dalle officine granducali nel 1583 e la Cassetta del Belli, commissionata da papa Clemente VII nel 1532 come dono di nozze per Caterina de’ Medici e Enrico II di Valois.

Il vaso del Buontalenti e un trofeo da tavola della bottega dei fratelli Saracchi (in cristallo di rocca a forma di uccello)
Fontana da tavolo realizzata per il matrimonio di Ferdinando I e Cristina di Lorena (1589)
Manifattura milanese, Fontana da tavolo a forma di galera (1575-1600)
Percorriamo la scaletta che nel Seicento univa gli appartamenti d’estate con gli appartamenti d’inverno (siamo praticamente al di sotto del bagno di Napoleone che si trova nella Galleria Palatina) per accedere al mezzanino, composto da due piccole stanze che al tempo dei Medici potevano essere aperte soltanto da un componente della famiglia.

La prima saletta è detta Sala dei Cammei, raccolti con passione dai Medici fin dai tempi di Piero il Gottoso, tutti esposti nella stessa vetrina al centro: tra questi il celebre Cammeo di Cosimo I (1557-62) di Giovanni Antonio de’ Rossi, uno dei più grandi del Rinascimento, che raffigura Cosimo, la moglie Eleonora e quattro dei loro figli e l’Ovale di Piazza Signoria realizzato nelle botteghe granducali da Bernardino Gaffuri e Jacques Bilivert per Ferdinando I nel 1599.

Cammeo di Cosimo I
Ovale di Piazza della Signoria

Nella saletta accanto sono esposti i gioielli di Anna Maria Luisa de’ Medici, di cui la maggior parte fatti in Germania all’epoca in cui era sposata con l’Elettore Palatino. La collezione venne trafugata a Vienna da Francesco Stefano di Lorena dopo la sua morte e fu riportata in Italia solo dopo la Prima Guerra Mondiale ed esposti nel museo nel 1923.

Collezione di anelli di Anna Maria Luisa
L’itinerario di visita si conclude nella sale del Tesoro di Ferdinando III di Lorena e delle nuove acquisizioni.

Nelle prime due sale si conserva il Tesoro di Salisburgo composto dagli oggetti acquistati dal Granduca durante il suo esilio in epoca napoleonica, come il curioso necessaire da viaggio con brocca, bacile, altare portatile e tutto l’occorrente per la toeletta quotidiana e la prima colazione. Vi sono inoltre collezioni di porcellane cinesi e giapponesi, una sala esotica con manufatti provenienti dall’Africa e l’America e un’importante sezione dedicata al gioiello contemporaneo donata da prestigiose manifatture italiane ed europee.

Necessaire da viaggio di
Ferdinando III di Lorena
Sala esotica
Sale delle nuove acquisizioni
Collezione di gioielli contemporanei con diadema di Cartier

Il palazzo “parlante”

Sapevate che i palazzi di Firenze potevano “parlare”? O piuttosto lasciar scritto sulla pietra ciò che a voce era meglio non dire. Ecco un divertente aneddoto che riguarda una nota famiglia, il suo palazzo e chi lo costruì.

Facciata di Palazzo Bartolini Salimbeni
Foto Sailko

Nel 1523 Baccio d’Agnolo concluse i lavori di un nuovo elegante palazzo in Piazza Santa Trinita: era la nuova residenza della ricca famiglia Bartolini – Salimbeni, mercanti originari di Siena che fin dagli inizi del Trecento si erano trasferiti a Firenze.

Il committente Giovanni Bartolini aveva richiesto a Baccio d’Agnolo una costruzione elegante e moderna e difatti egli aveva elaborato un modello senza precedenti nell’architettura fiorentina, ispirandosi allo stile romano.

Tra gli elementi più innovativi vi era il portale d’ingresso con le colonne ai lati, il bugnato agli angoli dell’edificio, le finestre a edicola con timpano triangolare e ad arco con nicchie per le statue al primo piano e riquadri rettangolari al secondo, cornici marcapiano e cornicione con dentelli molto sporgenti.

Eppure ai fiorentini tutte queste novità non piacquero affatto e iniziarono a criticare le scelte dell’artista, come ad esempio le nicchie per le statue, ritenute più adatte alla facciata di una chiesa che a quella di un palazzo. Peraltro non era nemmeno la prima volta che Baccio d’Agnolo era oggetto di scherno da parte della città, visto che qualche anno prima la sua decorazione per il ballatoio della cupola del duomo era stata definita una “gabbia per grilli.

Tuttavia egli rispose alle critiche apponendo un’iscrizione sull’architrave del portone d’ingresso: “carpere promptius quam imitari” che significa “è più facile criticare che imitare”.

Iscrizione sul portale d’ingresso
Foto Sailko

Ma quella non è l’unica scritta che troviamo sul palazzo: sulle finestre della facciata e quelle poste sul lato di Via Porta Rossa compare infatti il motto “per non dormire” insieme a tre papaveri. E’ molto probabile che lo stesso committente avesse chiesto a Baccio d’Agnolo di inserire questa decorazione che rimandava a una storia di cui la famiglia si era resa protagonista alcuni secoli prima. Si narrava infatti che quando i Bartolini seppero dell’arrivo di un grosso carico di tessuti a Livorno organizzarono un banchetto a cui invitarono tutte le famiglie più importanti della città: durante la cena drogarono i presenti con il papavero e così la mattina dopo nessuno tranne loro si presentò al porto per acquistare le stoffe, ricavandone un grosso guadagno.

Iscrizione sulle finestre con il motto
“per non dormire”
Foto Sailko

La famiglia Bartolini Salimbeni ha abitato nel palazzo fino agli inizi dell’Ottocento. L’edificio è ancora oggi in uso ed è di proprietà privata. Dal 2018 il piano nobile ospita un nuovo museo, la Collezione di Roberto Casamonti, con due allestimenti annuali, in cui sono esposte molte opere di avanguardia dagli inizi del XX secolo ai giorni nostri.

L’elegante cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni

Riferimenti bibliografici:

Valentina Rossi, 101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato, Firenze, Newton Compton Editori, 2015

Casa Vasari

Una casa – manifesto in cui l’artista più influente alla corte di Cosimo I de’ Medici si presenta come discendente dei grandi maestri dell’antichità e offre un compendio della sua visione accademica dell’arte: visitiamo Casa Vasari, la residenza fiorentina di Giorgio Vasari, in cui si conserva un prezioso ciclo di affreschi eseguito probabilmente intorno al 1572 con la collaborazione dei suoi allievi e dell’amico Vincenzo Borghini.

Facciata di Casa Vasari
Foto Sailko

Per entrare in casa Vasari dobbiamo recarci in Borgo Santa Croce, proprio a due passi dalla basilica francescana. Arrivati al civico 8, ci troveremo di fronte a un palazzo a tre piani, con le caratteristiche finestre centinate e le cornici marcapiano: quelle del piano nobile corrispondono al grande salone interno della casa dell’artista, detto Sala Grande o degli Artisti, in cui si trovano gli affreschi. Vi segnalo, per la sua rarità, la finestrella per bambini posta al di sotto della finestra centrale del primo piano.

Cortile di Casa Vasari
Foto Sailko

Varcato il massiccio portone d’ingresso si percorre un lungo androne che conduce a una piccola corte interna, in cui sono visibili alcune preesistenze trecentesche dell’edificio e sulla parete di fondo, una pittura murale molto rovinata, con due figure allegoriche ai lati di uno stemma non più leggibile. Casa Vasari è rimasta di proprietà dei discendenti dell’artista fino al 1687 e nella prima metà dell’Ottocento l’immobile è stato acquistato dalla nobile famiglia Morrocchi, a cui appartiene ancora oggi. Risalgono a quel periodo alcuni lavori di trasformazione dell’antico palazzo, come le scale a pozzo, l’ampliamento del portale d’ingresso e la creazione del mezzanino.

Giorgio Vasari si era stabilmente trasferito in Toscana nel 1553, dopo aver vissuto tra Firenze, Roma, Napoli e Venezia e si era messo al servizio di Cosimo I, lavorando come architetto, pittore e scenografo di corte.

Egli coinvolse nei suoi progetti lo storico e filologo Vincenzo Borghini, al quale fu legato da profonda stima e amicizia, lavorando insieme al programma iconografico di numerosi cicli di decorazione per la famiglia Medici (come nel Salone dei Cinquecento e lo Studiolo di Francesco I). Nel 1552 Borghini fu nominato Direttore dello Spedale degli Innocenti e nel 1563 ebbe un ruolo fondamentale anche nella fondazione della nuova Accademia delle Arti del Disegno, che traeva origine dall’antica Compagnia di San Luca, fondata nel 1339. La confraternita medievale era composta in prevalenza da pittori ed era stata creata per condividere pensieri ed esperienze di lavoro: va infatti ricordato che gli artisti non avevano un sindacato autonomo, ma secondo gli statuti allora in vigore dovevano essere immatricolati nell’Arte dei Medici e Speziali (i pittori) e nell’Arte dei Maestri di Pietra e Legname (gli architetti e gli scultori). Gli incontri della compagnia, tuttavia, erano sporadici e la sua attività non ebbe seguito, finché Giorgio Vasari si adoperò per ricostituire l’antica istituzione: egli si rivolse a Borghini e alcuni tra i suoi più stimati colleghi – Agnolo Bronzino, Bartolomeo Ammannati e Vincenzo de Rossi – per convincere Cosimo I a fondare un’accademia contraddistinta dall’esercizio del disegno e del suo adeguato insegnamento e che riconoscesse l’eccellenza del lavoro svolto dagli artisti e la dignità assunta dal loro ruolo sociale.

L’abitazione in Borgo Santa Croce venne presa in affitto da Vasari nel 1557 e nel 1561 gli venne donata per i servizi da lui resi al duca Cosimo.

La decorazione ad affresco della Sala Grande riprendeva i temi già presenti nella casa di Arezzo, i cui lavori erano stati completati qualche anno prima, esaltando la Virtù dell’Artista trionfante su Fortuna e Invidia, l’ideale discendenza dagli artisti dall’antichità e la celebrazione di alcuni di questi già presenti nelle Vite.

Sulla parete a sinistra dell’ingresso (quella con il camino in pietra serena) è raffigurata l’Origine della Pittura, in cui si vede un ragazzo che ripassa la sua ombra sul muro. Ai lati sono rappresentate le allegorie della Scultura e della Poesia e proprio sopra al camino il ritratto di Giorgio Vasari.

Parete con il camino
Foto Sailko

La parete a destra mostra le Storie di Apelle, il leggendario pittore greco vissuto nel IV secolo A.C. diventato il prediletto di Alessandro Magno e noto per la sua straordinaria abilità nel disegno. Sulla sua vita si conoscevano vari aneddoti, riportati da Plinio il Vecchio nella sua enciclopedia Naturalis Historia (XXXV), tra cui un episodio che aveva per protagonista un calzolaio. Si diceva che Apelle avesse l’abitudine di mostrare i suoi lavori all’ingresso della bottega e di nascondersi dietro l’opera per ascoltare i commenti dei passanti. Così un giorno passò di lì un calzolaio che fece una critica sui calzari di una figura e il pittore si affrettò a correggere il suo errore. Il giorno dopo, quando il calzolaio si accorse della modifica si mise a criticare anche la forma del piede, ma stavolta l’artista venne fuori dicendo “Sutor, ne ultra crepidam” (Ciabattino, non andare oltre le scarpe). Forse la scelta di questa storia voleva essere una risposta alle critiche avanzate al maestro dalle nuove generazioni di artisti dell’epoca, in difesa delle proprie conoscenze e competenze. L’ultima figura a sinistra raffigura l’allegoria della Musica ed è l’unica parte affrescata nell’Ottocento, quando venne chiusa una porta che si trovava su questo lato della stanza.

Le Storie di Apelle e di Zeusi
Foto Sailko

La parete successiva mostra invece le Storie di Zeusi di Siracusa, un altro pittore greco antico, vissuto tra il V e il IV secolo A.C. diventato molto famoso ad Atene per aver sviluppato la pittura su tavola e per il naturalismo delle sue figure (si diceva infatti che l’uva da lui dipinta traesse in inganno anche gli uccelli). Nel Rinascimento furono molto popolari anche gli aneddoti sulla sua vita, tratti sempre dalla Naturalis Historia (XXXV) di Plinio il Vecchio, in particolare quello delle Quattro fanciulle di Agrigento (o Crotone). Si raccontava che per raffigurare Elena nel tempio di Hera Lacinia, l’artista aveva fatto arrivare nel suo studio le ragazze più belle della città, le aveva fatte spogliare e preso la parte più bella di ciascuna di loro per arrivare all’ideale di bellezza perfetto. La scena è suddivisa in due parti, con il regno dell’arte a sinistra (ambientato nello studio del pittore) e il regno della natura a destra (in cui si vede la statua di Artemide Efesia sullo sfondo e due figure in basso che dovrebbero essere la moglie e la madre di Vasari). Ai lati si trovano le allegorie della Pittura e dell’Architettura.

La Storia di Zeusi di Siracusa
Foto Sailko

Dall’ultima parete, quella con le finestre, parte il fregio con i ritratti dei 13 artisti già celebrati nella seconda edizione delle Vite (1568): Cimabue, Giotto, Masaccio, Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Andrea del Sarto, Donatello, Brunelleschi, Perin del Vaga, Giulio Romano, Rosso Fiorentino e Francesco Salviati.

Parete con le finestre e il fregio

Le allegorie, il disegno come elemento unificante di tutte le arti e il rapporto di superiorità dell’arte sulla natura erano tematiche centrali del pensiero vasariano e dell’accademia da lui fondata pochi anni prima. Per questo gli affreschi costituiscono un’importante memoria storica di una stagione straordinaria per Firenze. Dopo un lungo e attento restauro Casa Vasari è stata resa accessibile al pubblico nel 2011 ed è visitabile con il biglietto del Museo Horne.

La finestrella per bambini murata
Foto Sailko

Maggiori informazioni:

Casa Vasari è visitabile su prenotazione telefonando al numero 055-244661 (da lunedì alla domenica ore 10-14) o scrivendo una mail a segreteria@museohorne.it. Il ritrovo è presso il museo in via de’ Benci 6.

Il costo del biglietto è di 10 euro (comprensivo dell’ingresso al museo Horne).

La torre di Arnolfo

La piccola prigione in cui vennero rinchiusi Cosimo il Vecchio e Girolamo Savonarola, le tre campane e il leone con il simbolo di Firenze. Saliamo insieme sulla torre di Arnolfo, la torre più alta di Firenze.

Palazzo Vecchio visto da Via Vacchereccia

Osservandola da Piazza della Signoria, la torre di Arnolfo non appare perfettamente centrata rispetto alla facciata di Palazzo Vecchio, benché sia solidamente inserita nella muratura dell’edificio, quella della sua parte più antica, costruita da Arnolfo di Cambio a partire dal 1299.

Salita alla torre

La sua struttura poggia sulla preesistente casa-torre della famiglia Foraboschi, detta torre della Vacca e si eleva fino a 95 metri di altezza: al suo interno 233 gradini ci conducono dal camminamento di ronda fino al punto più altro di avvistamento che permettere di godere di una spettacolare vista panoramica sulla città.

La terrazza con vista panoramica

Lungo il percorso troviamo una cella con volta a botte e finestrella, chiamata Alberghetto.

Nel Quattrocento questa piccola prigione ospitò due illustri personaggi: nel 1433 Cosimo il Vecchio de’ Medici, prima di essere mandato in esilio per un anno con l’accusa di essere un traditore della Repubblica e nel 1498 Girolamo Savonarola, in attesa di essere giustiziato dopo la condanna per eresia.

L’Alberghetto

Arriviamo fin sotto al ballatoio della cella campanaria, coperto da una grande edicola sostenuta da quattro poderose colonne in pietra, a cui si accede da una stretta scala a chiocciola posta intorno a uno dei pilastri. La cella ospita le 3 campane della torre: la Martinella (in passato usata per chiamare i fiorentini a raccolta e ancora oggi suonata per particolari eventi e ricorrenze), la Campana dei Rintocchi e la Campana del Mezzogiorno.

In cima alla torre si trova la banderuola in bronzo dorato che raffigura il marzocco con il giglio di Firenze.

Quella che vediamo lassù è una copia, mentre l’originale, alta oltre 4 metri, si trova sul pianerottolo di fronte all’ingresso del Salone dei Cinquecento. La banderuola era stata collocata per indicare ai fiorentini la direzione del vento, ma ha anche dato origine ad un famoso proverbio: “…quando il leone piscia in Arno, o piove o fa danno”. Quando il vento viene da nord infatti, il leone si gira dalla parte del fiume e questa posizione preannuncia l’arrivo del cattivo tempo.

Foto di Patrizia Messeri

Per salire sulla torre di Arnolfo

Orari d’ingresso: Da ottobre a marzo: ore 10-17 (giovedì ore 10-14) Da aprile a settembre: ore 9-21 (giovedì 9-14)

Biglietto: Euro 12.50 (intero) – Euro 10 (ridotto)

La torre non è accessibile ai minori di 6 anni per motivi di sicurezza. I minori di 18 anni devono essere accompagnati da un adulto. L’accesso alla torre è sospeso in caso di pioggia.

Il Museo della Natura Morta

Ecco un museo assolutamente unico nel suo genere: è il Museo della Natura Morta, allestito al secondo piano della villa medicea di Poggio a Caiano: 16 sale e oltre 200 opere raccolte da 4 generazioni di Medici che provengono dai depositi degli Uffizi e di Palazzo Pitti per condurvi alla scoperta del meraviglioso mondo della natura.

Bartolomeo Bimbi, Vaso di fiori
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Ph. credits Wikipedia

Il termine “natura morta” indica per definizione la rappresentazione di oggetti inanimati come fiori, frutta, animali e strumenti musicali.

In Italia iniziò ad affermarsi pienamente solo in epoca barocca perché il mondo accademico, di forte impronta classica, lo aveva sempre ritenuto un genere minore rispetto alla pittura storica, sia di carattere religioso che mitologico. Dunque questo tipo di produzione aveva sempre fatto fatica ad affermarsi e almeno fino agli inizi del Seicento era apparso in modo sporadico, soprattutto nell’ambiente artistico fiorentino, ancora molto influenzato dai modelli rinascimentali. Un pittore di scuola locale avrebbe difatti potuto obiettare che la pittura vera, quella con la P maiuscola, era quella che aveva per protagonisti uomini valorosi, di cui si mostravano le azioni degne di pubblico interesse. Insomma, un quadro doveva essere fatto di un qualcuno che faceva qualcosa, ossia con personaggi che si muovevano su di uno sfondo e che inducevano lo spettatore a riflettere su un determinato tema o gli evocavano certe sensazioni. Che senso aveva raffigurare delle alzate di frutta con magari un carciofo accanto? Che sensazioni poteva mai evocare un vaso di fiori?

Eppure nei paesi del Nord Europa (in particolare quelli di religione protestante) dove le immagini di culto erano state condannate e l’influenza della tradizione classica risultava assai ridotta, questo genere di pittura ebbe una rapida diffusione. Le nature morte in effetti erano soggetti meno impegnativi (fatta eccezione per le vanitas allusive alla precarietà della vita) e si presentavano semplicemente come una rappresentazione della natura fine a se stessa e per la contemplazione della sua bellezza. Vi faccio inoltre notare la differenza a livello linguistico che esiste tra l’italiano e le lingue anglosassoni: noi usiamo il termine natura “morta”, che implica una connotazione negativa, mentre in inglese si parla di still life painting (in tedesco stilleben e in olandese stilleven) che tradotto letteralmente significa “pittura ancora viva”.

Mentre a Roma e Napoli si erano già costituite importanti raccolte private tra i collezionisti dell’epoca, a Firenze furono i Medici a dover indirizzare la committenza locale verso le nuove tendenze.

Il primo a comprendere la necessità di aprire la corte granducale alla moderna pittura fiamminga e olandese e ai nuovi generi pittorici del paesaggio e della natura morta fu Cosimo II. Egli decise di acquistare i primi dipinti nel 1616 per la villa di Artimino e qualche anno dopo il fratello cardinale Carlo de’ Medici fece lo stesso per la villa di Careggi. Questo tipo di decorazione veniva infatti considerato molto appropriato per le residenze di campagna della famiglia e spinse anche gli altri discendenti ad un collezionismo sistematico e dal carattere “scientifico” nei decenni successivi. Uno dei pittori attivi in questo periodo e tra i primi a specializzarsi in illustrazioni di carattere naturalistico, fu Jacopo Ligozzi anche se la maggior parte delle nature morte introdotte a Firenze agli inizi del ‘600 erano state acquistate da artisti romani e fiamminghi come Antonio Tanari, Gerrit Van der Bosch e Jan Brugel. Tra queste troviamo anche un’insolita “Cucina con cena in Emmaus“, proveniente dalla villa di Pratolino, un dipinto di scuola fiamminga in cui si vedono due cuoche in primo piano, con la scena sacra posta sullo sfondo.

Due donne in cucina con cena in Emmaus,
scuola fiamminga del XVI sec.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

Le prime nature morte dipinte a Firenze furono eseguite intorno al 1618-19 da Filippo Napoletano, uno degli artisti protetti da Cosimo II e molto aggiornato sulle ultime tendenze dell’ambiente artistico romano. Le opere di Camillo Berti, Leonardo Feroni e Giovanni Pini mostrano lo sviluppo di questo tema nella scuola locale, peraltro senza rinunciare alla presenza umana nella composizione. Questi dipinti appartenevano a Don Lorenzo de’Medici, un altro fratello del Granduca Cosimo II, che raccolse una trentina di nature morte nella villa della Petraia.

Camillo Berti, Il pollarolo, 1625 ca.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

Un decisivo impulso alla diffusione di questo genere pittorico in Toscana si ebbe durante il regno di Ferdinando II, che insieme alla moglie Vittoria Della Rovere e ai fratelli cardinali Giovan Carlo e Leopoldo, acquistò numerose opere dai maggiori specialisti dell’epoca, sia italiani che stranieri. Il Granduca ospitò a corte due illustri pittori olandesi, Willelm Van Aelst ed il maestro Otto Marseus van Schrieck, famoso per la sua originale tecnica che consisteva nell’applicare sulla tela piccoli frammenti organici dei soggetti raffigurati, come ad esempio le ali di farfalla. Vittoria della Rovere si appassionò moltissimo alle composizioni barocche romane e lombarde e arrivò a possedere oltre 100 dipinti nella sua residenza prediletta, la villa di Poggio Imperiale. Tra i suoi artisti preferiti vi furono i cosiddetti fioranti, pittori specializzati nella raffigurazione di composizioni floreali come ghirlande, mazzi di fiori in vaso o disposti liberamente in dei panieri: tra questi ricordiamo i fiorentini Andrea Scacciati e Bartolomeo Bimbi, ma anche due donne, Margherita Caffi (che visse lungamente a Milano e aprì una fiorente scuola) e Giovanna Garzoni, che soggiornò tra Venezia, Napoli e Roma.

Margherita Caffi, Ghirlanda
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Ph. credits Wikipedia

Tra i sottogeneri della natura morta, vi sono le scene di caccia con animali vivi o morti e tra i pittori fiorentini che si applicarono maggiormente al tema vi fu Bartolomeo Bimbi.

Bartolomeo Bimbi, Agnello con due teste
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

La caccia era da sempre uno dei passatempi preferiti dell’aristocrazia e la selvaggina era un cibo molto ricercato per i banchetti e le feste. Ai tempi di Cosimo III la produzione di queste opere assunse un carattere sistematico e scientifico: il Granduca aveva un grande interesse per le scienze naturali e si dedicò alla creazione di un giardino botanico al Casino della Topaia e di un Gabinetto di Storia Naturale all’Ambrogiana. Egli si divertì a collezionare animali e specie botaniche rare e assunse il Bimbi come illustratore scientifico: il pittore eseguì numerosi dipinti con animali vivi (soprattutto uccelli) tra cui compaiono anche delle aberrazioni della natura, come la vitella e la pecora bicefale. Di grande interesse sono le quattro spalliere con agrumi e le 8 tele con tutte le varietà di frutta allora coltivate (pere, pesche, mele, susine, albicocche, uva, fichi e ciliegie), corredate di legenda, che oggi costituiscono una preziosa fonte di informazioni su alcune specie ormai estinte.

Bartolomeo Bimbi, Spalliera con agrumi, 1715
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

L’ultima sezione del museo è dedicata al figlio di Cosimo III, il Gran Principe Ferdinando, raffinato collezionista che riservò ampio spazio alle nature morte nelle sue raccolte. Nel suo appartamento nella villa di Poggio a Caiano egli aveva creato un Gabinetto delle opere in piccolo, una sua stanza delle meraviglie, in cui era riuscito a disporre ben 174 dipinti di 166 artisti diversi e tutti di piccolo formato (con dimensioni non superiori ai 60 cm.) Purtroppo questa camera venne smantellata nel 1773 dagli Asburgo Lorena e sono ancora in corso gli studi per ricostruire l’esatta collocazione delle varie opere.

Giovanna Garzoni, Piatto con ciliege, 1642 ca.
Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano
Foto Sailko

18 febbraio, giornata dell’Elettrice Palatina

Donna saggia e consapevole del proprio destino, Anna Maria Luisa de’ Medici è diventata famosa per il dono fatto ai fiorentini (e ai visitatori di tutto il mondo) qualche anno prima della sua morte, avvenuta il 18 febbraio 1743.

Il “Patto di Famiglia” stipulato con Francesco Stefano di Lorena il 31 ottobre 1737 vincolava le collezioni medicee alla città di Firenze e di fatto imponeva ai nuovi regnanti l’inamovibilità dei beni come requisito essenziale per il passaggio di proprietà.

Tradotto significa: niente poteva essere venduto o trasportato al di fuori della Toscana. Questa convenzione ha quindi permesso di preservare l’immenso patrimonio artistico che oggi è conservato nei vari musei della città.

Articolo III del Patto di Famiglia
che vincola il patrimonio artistico di famiglia
alla città di Firenze
Foto Italianostra

Ogni anno il Comune di Firenze rende omaggio all’ultima discendente del ramo granducale dei Medici con l’ingresso gratuito ai musei civici fiorentini e Palazzo Medici Riccardi e la possibilità di incontrare il personaggio dell’Elettrice Palatina nelle giornate del 18 e 22 febbraio (link al programma completo delle iniziative)

Antonio Franchi,
Ritratto di Anna Maria Luisa de’Medici
1690, Firenze, Palazzo Pitti
Ph. credits Wikipedia

Ospite in casa sua. Fu così che Anna Maria Luisa trascorse gli ultimi anni della sua vita, in un’ala di palazzo Pitti appositamente riservata per lei.

Quelle stanze, in fondo, erano tutto ciò che le restava. Il Granducato, ormai, non apparteneva più alla sua famiglia, che con la morte del fratello Gian Gastone aveva perso ogni diritto alla successione. Il padre Cosimo III aveva tentato in ogni modo di mantenere l’indipendenza della Toscana, ma l’imperatore Carlo VI non aveva voluto sentire ragioni e aveva scelto gli Asburgo Lorena come futuri regnanti. Del resto era così che funzionava: il titolo conferito ai Medici era una prerogativa dell’Impero e in assenza di eredi legittimi, l’Impero faceva valere la sua prerogativa. Erano antiche norme di diritto feudale, forse un pò datate per la metà del Settecento, ma all’occorrenza ritenute ancora validissime. Difatti nessuno ebbe da obiettare alle rivendicazioni imperiali e nessuno volle aiutare Cosimo III, che peraltro non godeva della stima degli altri sovrani europei.

Nel 1716 Anna Maria Luisa rientrò a Firenze per stare vicino all’anziano padre, rimasto solo con il figlio Gian Gastone. La figlia prediletta del Granduca era rimasta vedova e dopo 25 anni trascorsi a Dusseldorf con il consorte Giovanni Carlo Guglielmo I, Principe elettore del Palatinato (da qui il nome di Elettrice Palatina) aveva deciso di tornare a casa.

Tutto sommato erano stati anni felici quelli in Germania.

Dal matrimonio non erano nati figli (si diceva a causa della sifilide che aveva contratto dal marito e l’aveva resa sterile) ma la coppia era vissuta serenamente a lungo insieme. Anna Maria Luisa amava l’arte, la musica e il teatro e si era distinta per il suo mecenatismo a corte, convincendo Guglielmo a ricostruire il castello di Bensberg.

Jan Frans van Douven,
Anna Maria Luisa e Guglielmo, 1708
Ph. credits Wikipedia

La principessa medicea si era fatta benvolere e rispettare. Lei, così diversa da sua madre, Marguerite Louise d’Orleans, cugina del Re Sole, che aveva abbandonato la reggia di Pitti quando il fratello Gian Gastone aveva solo 4 anni, fuggendo da un marito che disprezzava e aveva mantenuto rapporti sempre più freddi e sporadici anche con la figlia. Anna Maria Luisa non aveva più rivisto la madre, che viveva a Parigi e faceva parlare di sé per il suo contegno scandaloso. I fratelli purtroppo, sembravano aver ereditato la sua indole, molto incline alla vita mondana e i vizi: Ferdinando era morto nel 1713 di sifilide e Gian Gastone, che ben presto avrebbe preso il posto del padre sul trono di Toscana, era un uomo sicuramente molto intelligente ma dalla salute malferma, alcolizzato e depresso.

Dal momento che nessuno di loro aveva avuto figli, questi Medici erano ormai rassegnati a vivere nella consapevolezza che dopo di loro la dinastia si sarebbe estinta.

Dopo le esequie di Gian Gastone, il principe di Craon, inviato del nuovo Granduca Francesco Stefano di Lorena offrì la reggenza dello stato ad Anna Maria Luisa, ma lei preferì ritirarsi dalla vita pubblica, dedicandosi al riordino delle collezioni di famiglia e alla beneficenza.

L’ultima dei Medici morì in un giorno di Carnevale, con i fiorentini tutti impegnati a preparare i festeggiamenti. Le cronache dell’epoca raccontano che quella mattina del 18 febbraio 1743 la città fu colpita da un violento temporale che durò circa un paio di ore. Poi uscì fuori il sole, come prima.

«La Serenissima Elettrice cede, dà e trasferisce al presente a S.A.R. per Lui, e i Suoi Successori Gran Duchi, tutti i Mobili, Effetti e Rarità
della successione del Serenissimo Gran Duca suo fratello, come Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioie ed altre cose preziose, siccome le
Sante Reliquie e Reliquiari, e loro Ornamenti della Cappella del Palazzo Reale, che S.A.R. si impegna di conservare, a condizione espressa che
di quello [che] è per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri, non ne sarà nulla trasportato, o
levato fuori della Capitale, e dello Stato del Gran Ducato
».

Articolo III del Patto di Famiglia, 1737

Lo strano caso di Marguerite Louise d’Orleans

La moglie francese di Cosimo III de’ Medici fu un’autentica sciagura nella vita del penultimo Granduca di Toscana. Aristocratica capricciosa e ribelle, fece di tutto per fuggire da lui, ma continuò a tormentarlo con pressanti richieste di denaro e una condotta ritenuta scandalosa perfino alla gaudente corte di Luigi XIV. Conosciamo meglio la controversa figura della madre di Anna Maria Luisa e Gian Gastone, verso i quali la donna non mostrò mai un reale attaccamento.

Ritratto di Marguerite Louise d’Orleans di Justus Sustermans Museo de’Medici

Siamo nel 1661 e dopo una lunga trattativa, Ferdinando II annuncia di essere riuscito a combinare un matrimonio molto prestigioso per suo figlio Cosimo: a Firenze arriverà Marguerite Louise d’Orleans, una cugina di Luigi XIV, il celebre Re Sole. Le nozze vengono inizialmente celebrate per procura nel mese di aprile, ma lei arriva in Toscana a giugno, per darle il tempo di riprendersi dal morbillo; viene allestito un imponente apparato per i festeggiamenti, tuttavia si avverte da subito una certa tensione tra gli sposi.

La ragazza era abituata a vivere nella corte più elegante dell’epoca, circondata dal lusso e dallo sfarzo e non sembrava gradire la vita nella provinciale e austera corte medicea, per di più accanto a un marito dal carattere molto riservato, bigotto e che avversava la vita mondana. In effetti, Cosimo III era cresciuto con una severa educazione religiosa, che lo aveva portato a dedicarsi assiduamente alle pratiche devozionali e ai pellegrinaggi.

Justus Sustermans, Cosimo III de’ Medici, 1660
Ph. credits Wikipedia

Dopo poco iniziarono i litigi, che si fecero sempre più frequenti e violenti.

Il risentimento di Marguerite divenne disprezzo per Cosimo, i fiorentini e tutta la Toscana e la portò a dichiarare apertamente di voler tornare in Francia al più presto; nel frattempo, non perdeva occasione per mettere in imbarazzo lo sposo con comportamenti oltraggiosi e beffardi, come avvenne durante la visita ufficiale di Carlo di Lorena (l’uomo di cui era perdutamente innamorata) che fu invitato a trascorrere la notte nei suoi appartamenti privati. Eppure nel 1663 nacque il Gran Principe Ferdinando, il primo figlio della coppia, che voci malevole di corte avevano messo in dubbio fosse di Cosimo1. La nascita dell’erede venne accolta con gioia, ma non servì a migliorare il rapporto tra Cosimo e Marguerite che continuava a umiliare il consorte anche in pubblico.

I suoi genitori pensarono allora di spedire il principe in giro per l’Europa, viaggiando tra le corti straniere, per farsi conoscere e magari trarre utili spunti per il suo futuro governo; a lei invece venne ordinato di trasferirsi per un periodo nella villa di Poggio a Caiano, seguita da una scorta di soldati, numerosi cortigiani e dame di compagnia. L’aria di campagna le avrebbe sicuramente fatto bene e rasserenato il suo animo, nonché dato un pò di tregua ai suoceri; lei invece ne approfittò per scrivere a Luigi XIV, pregandolo di farla tornare a casa, ma il suo netto rifiuto la persuase a mostrarsi più docile e accondiscendente verso il marito.

Justus Sustermans,
Vittoria della Rovere e Ferdinando II de’Medici,
1660, National Gallery Londra
Ph. credits nationalgallery.org.uk

Così nel 1667 nacque Anna Maria Luisa, ma la tregua durò poco e quando ricominciarono i litigi, Cosimo decise di partire per un periodo più lungo. Si recò ad Amsterdam (dove conobbe Rembrandt), in Spagna, Portogallo, Inghilterra, ma soprattutto alla corte parigina del Re Sole, dove fu accolto con benevolenza e simpatia. Questa visita mandò su tutte le furie Marguerite, che lo aveva sempre descritto al cugino come un uomo sciocco e ridicolo e pertanto al suo rientro dovette nuovamente mostrarsi ben disposta verso il suo sposo: così nel 1671 nacque Gian Gastone, il loro ultimo figlio. Intanto nel 1670 era morto il Granduca Ferdinando II, l’unica persona in grado di contenere gli eccessi e i capricci della nuora, che adesso si scontrava apertamente anche con Vittoria della Rovere, l’anziana madre di Cosimo, a cui lui era legatissimo. La sovrana dai costumi austeri, che in buona parte era responsabile del carattere debole e insicuro del figlio, si era particolarmente presa a cuore la crescita dei nipoti, ai quali pare che Marguerite si interessasse ben poco2.

Villa Medicea di Poggio a Caiano

La situazione a corte era diventata insostenibile, quando nel 1672 la donna si finse malata e il re Luigi inviò a Firenze il medico personale della madre: Marguerite chiedeva di essere invitata in Francia perché sosteneva di aver bisogno di cure termali, ma egli intuì che si trattava di un trucco per allontanarsi dalla Toscana e convinse Cosimo a concederle un soggiorno di qualche mese a Pratolino. Da qui, con un’altra scusa, tornò alla villa di Poggio a Caiano, da dove scrisse al marito che mai più avrebbe messo piede a palazzo Pitti e con la stessa intransigenza chiese al cugino di farla rientrare a Parigi. Ci vorranno 3 anni prima che questo accada, ma nel 1675 la sposa capricciosa di Cosimo vinse la sua battaglia e tornò a casa.

L’altro ritratto di Marguerite Louise d’Orleans che la mostra in età più avanzata

L’accordo prevedeva che Marguerite si ritirasse in convento3, da dove sarebbe dovuta uscire, solo saltuariamente, per far visita al Re Sole: Cosimo avrebbe provveduto al suo mantenimento versandole una pensione di 80.000 livre4. Sembrava che la storia dovesse finire qui, con la buona pace di tutti e invece, anche dopo la sua partenza, Marguerite rimase una delle più grandi preoccupazioni di Cosimo: prima l’abate Gondi e poi l’abate Zipoli, spediti dal Granduca a sorvegliare la moglie, riferivano del suo contegno disdicevole, la sua continua presenza alle feste, la passione per il gioco, l’abitudine a indossare abiti maschili5, le liti con la sorella duchessa di Montpensier, ma soprattutto le gite di piacere e gli amori con personaggi di rango inferiore.6

Dopo il suo rientro in Francia Marguerite mantenne buoni rapporti solo con Ferdinando, suo figlio prediletto e con il quale condivideva gusti e passioni: i contatti con Anna Maria e Gian Gastone, invece, si fecero più formali e discontinui, tanto che alla sua morte, avvenuta nel 1721, dovettero avviare un’azione legale per impugnare il testamento, in cui la donna aveva lasciato tutti i suoi beni ad una cugina principessa.

Marguerite Louise d’Orleans fu sepolta nel chiostro delle canonichesse di Picpus a Parigi.

Note:

1 Marguerite aveva raramente concesso a Cosimo di stare in intimità e perciò si vociferava che Ferdinando fosse figlio del Lorena.

2 Forse Vittoria non voleva commettere gli stessi errori fatti con Cosimo e magari dare un po’ di affetto a quei bambini, che senza la nonna sarebbero davvero stati soli.

3 Marguerite visse per alcuni anni nel convento di Montmartre. Anche le suore si lamentarono molto della sua condotta, soprattutto dopo un incidente con cui Marguerite aveva provocato un incendio che poteva distruggere il convento.

4 Marguerite si lamentava spesso con Cosimo della sua pensione e tartassava il marito con continue richieste di denaro.

5 Una delle passioni di Marguerite era andare a cavallo, ma lo faceva indossando i pantaloni!

6 Marguerite ebbe una lunga storia con lo stalliere Gentilly.