Lucia e la bellezza del tempo

La protagonista di questo nuovo articolo di Resilienza Rosa è Lucia Montuschi, amica, collega e stimata professionista del settore turistico a Firenze. Lucia ha 55 anni ed è nata a Firenze, “nei giorni di Natale”: fino all’età di 15 anni ha vissuto nella zona di Piazza Puccini (“dove ho trascorso una splendida infanzia e adolescenza”), poi con la famiglia si è trasferita fuori città, “ma il centro per me, rimane sempre Firenze”.

Mi descrivi te stessa con 3 aggettivi? «Cara Elena, che bella domanda! Descriversi è come guardarsi allo specchio, il rischio è di trovarsi tanti difetti e non piacersi, o non trovarne affatto e fare la fine del povero Narciso. Tu però hai detto 3 e allora ti dirò che sono ambiziosa, determinata e leale. La persona che sono è il risultato di molti passaggi e di molte esperienze che ho attraversato e che mi hanno cambiata; alcune non vorrei mai doverle riaffrontare, altre le rifarei subito, ma la vita scorre e questa è la sua bellezza.»

Io e Lucia ci siamo conosciute circa venti anni fa: all’epoca io ero ancora una guida giovane e inesperta (avevo 22 anni quando ho cominciato! ndr) e guardavo a lei e altri colleghi come un modello di riferimento. Ancora oggi riconosco e apprezzo la competenza e la passione che mette nel suo lavoro e che nasce dal suo grande amore per l’arte. Tutto è iniziato ai tempi del liceo (“anche se da bambina sognavo di fare la missionaria in Africa e da ragazzina la truccatrice per il teatro”), dove ha incontrato una bravissima insegnante che le ha trasmesso il suo interesse per la materia. Così si è laureata e specializzata in Storia dell’Arte; in seguito ha iniziato a collaborare con la Sezione Didattica degli Uffizi e ha capito che quello era il mestiere che voleva fare.

Lucia ha lavorato molti anni come guida turistica (e lo fa ancora) e dal 2012 è la titolare di Exclusive Connection un’agenzia turistica di incoming, che ha sede nel bellissimo complesso delle Murate: «Ci occupiamo per lo più di turisti in arrivo in Italia, organizziamo gli hotel, i trasporti e le loro escursioni; inoltre organizziamo eventi per privati e aziende e itinerari nuovi e speciali in tutte le città, ma soprattutto qui a Firenze.»

Lavorare nel mondo del turismo è certamente impegnativo ma assai stimolante: è un ambito che offre una vita dinamica, ricca di soddisfazioni, ma dai ritmi decisamente “alti”.

Incontrare, organizzare e realizzare in una sorta di corsa contro il tempo (“quasi fosse una sfida”) era la modalità alla quale un po’ tutti noi operatori del settore eravamo abituati e che questa quarantena appena trascorsa ha totalmente stravolto.

Lucia ci racconti una tua “giornata tipo”? «Ecco…E adesso quale ti racconto? Quella che facevo fino al 23 febbraio 2020 o quella che faccio adesso? Sai che sono due vite tanto diverse, dove l’unico fattore che fa la differenza è il tempo. Lui..il nemico di sempre è stato annientato. Anzi, adesso ne abbiamo così tanto. E allora preferisco raccontarti la vita che faccio adesso, in cui mi alzo la mattina e porto fuori Lola, la canina della mia mamma, vado a prenderle il giornale, il pane e poi mi fermo da lei per un caffè, che ha proprio un buon sapore e che avevo dimenticato.. Poi torno a casa mia, rimetto un po’ in ordine e mi metto al computer e passo la giornata tra la posta, i progetti, le cose da leggere, le telefonate. Faccio tutto senza fretta e con piacere.»

Durante il lock down però, Lucia è stata molto attiva sui social, con la sua rubrica su Instagram #leoperesceltedaLucia, in cui presenta un’opera d’arte diversa al giorno, da uno dei cataloghi della sua amata libreria.

Hai un hobby o una passione in particolare? «Amo l’arte e la mia passione è viaggiare, conoscere e visitare. Sono anche una subacquea e il mare è il mio elemento preferito.»

Se fossi un’opera d’arte quale saresti? «Un bel ritratto in cui si vedono gli occhi.»

Hai fiducia nel futuro? Cosa credi che succederà nei prossimi mesi? «Ho fiducia nel futuro, ne dobbiamo avere tutti. Mamma mi ricorda ogni giorno che lei ha passato la guerra e passerà anche questa pandemia! Quindi avanti, senza mai voltarsi indietro, che la vita è sempre piena di sorprese e soprattutto è bellissima!»

Condivido pienamente il pensiero di Lucia. Lentamente torneremo a una normalità che forse non sarà la stessa di prima. O forse sì. E stavolta il tempo sarà nostro alleato.

Ritorno all’Accademia

Firenze, 2 giugno 2020. Questa sono io. Sono io che ritorno nella casa del David di Michelangelo, dopo il lungo periodo di chiusura dovuto alla pandemia da Covid-19. Adesso che faccio anche la blogger, dovrei riuscire a trovare le parole giuste per descrivere questa foto, eppure non è così semplice: questa camminata resterà un ricordo indelebile nella mia memoria e ringrazio l’amica e collega Paola di you&florence.com per il prezioso scatto.

Dopo quasi 3 mesi, anche la Galleria dell’Accademia ha riaperto le sue porte al pubblico: il percorso all’interno del museo è rimasto sostanzialmente lo stesso, anche se diverse sale al momento restano chiuse, come la sezione degli strumenti musicali, le sale del primo piano e quelle della pittura del Due-Trecento. I visitatori potranno orientarsi grazie alle frecce poste sul pavimento con del nastro adesivo e mantenere la corretta distanza con le altre persone presenti in galleria grazie a “The right distance“, l’app realizzata da Opera Laboratori Fiorentini (disponibile per sistemi iOS e Android) che potrà essere scaricata gratuitamente sul proprio smartphone e avviserà l’utente quando scenderà sotto la soglia di sicurezza. Vi ricordo inoltre la diminuzione del costo del biglietto intero da 12 a 8 euro e la possibilità di prenotare telefonicamente tramite il call center di Firenze Musei (055-294883) oppure tramite la piattaforma B-Ticket (la prenotazione costa 4 euro).

Non sono consentite visite guidate fino a nuove disposizioni 😦

Il primo ambiente del museo è la Sala del Colosso, che deve il suo nome a uno dei modelli in gesso dei Dioscuri di Montecavallo – presente in galleria fino agli inizi del Novecento – e oggi ospita il modello in gesso del Ratto delle Sabine, sublime opera del Giambologna, eseguita intorno al 1580 per la Loggia dei Lanzi. Nella sala sono esposti i dipinti di grandi artisti come Filippino LippiBotticelliDomenico Ghirlandaio e Perugino, che vi introducono nel clima culturale al tempo della formazione artistica di Michelangelo. Una delle opere più importanti è la grande Pala di Vallombrosa, dipinta nell’anno 1500 da Perugino (sul bordo inferiore si legge chiaramente l’iscrizione “PETRVS PERVGINVS PINXIT A.D. MCCCCC”) raffigurante l’Assunzione della Vergine, in cui una morbida luce avvolge gli eleganti personaggi, come la sofisticata figura di San Michele Arcangelo, rappresentato nella sua raffinata armatura. Accanto a questa si trova un’altra opera completata da Perugino, la Deposizione di Cristo dalla Croce: la pala, proveniente dalla basilica della SS. Annunziata era stata iniziata nel 1504 da Filippino Lippi, di cui si riconosce il tratto più “nervoso” nella parte superiore del dipinto e che contrasta con la compostezza tipica delle figure del Perugino nel registro inferiore. Vi segnalo anche il bellissimo Cassone Adimari (1450 ca.), attribuito allo Scheggia, fratello di Masaccio, in cui si vede un corteo nuziale che si svolge per le strade di Firenze (si riconosce il Battistero!) con i personaggi che offrono un interessante spaccato sulla vita e l’abbigliamento nella città del Quattrocento. Di piccole dimensioni, ma peraltro facilmente riconoscibile, è la cosiddetta Madonna del Mare (1477 ca.) opera attribuita a Botticelli, in cui il mare, visto attraverso una finestra fa da sfondo alle figure della Vergine e del Bambino.

Ma immagino che la maggior parte di voi non verrà qua per i dipinti.

La Galleria dell’Accademia ospita il grandioso David di Michelangelo, la statua più bella e famosa scolpita per la città di Firenze nel 1504 e giunta in questo museo nel 1873.

Il “gigante” di marmo si trova nella Tribuna costruita appositamente per lui e che permette ai visitatori di osservare l’opera da diversi punti di vista. In origine il David doveva essere posto su uno dei contrafforti della cattedrale: nel Quattrocento, Agostino di Duccio e Antonio Rossellino avevano già messo mano a quel blocco di marmo dalle enormi dimensioni, ma data la pessima qualità della pietra entrambi avevano rinunciato all’impresa, ritenendola impossibile. La statua giaceva abbandonata da circa 40 anni nella bottega dell’Opera del Duomo, quando Michelangelo venne interpellato circa la possibilità di completare l’opera: si trattava di una vera e propria sfida che lo impegnò nei successivi 3 anni, lavorando da solo, con passione e tenacia. Una speciale commissione decise di sistemare il David proprio di fronte all’ingresso di Palazzo Vecchio – dove oggi si trova la sua copia – e fu così che divenne il simbolo della Repubblica Fiorentina.

Nel museo è inoltre possibile ammirare la più importante collezione di pezzi non finiti dell’artista: i Prigioni, il San Matteo e la Pietà da Palestrina. Queste poderose figure maschili nude e compresse nel blocco di marmo suggeriscono l’idea di un uomo che cerca di uscire a fatica dalla pietra e suscitarono l’ammirazione tra i contemporanei dello scultore, che ne decantarono la dinamica tensione dei corpi.

Il Prigione “Atlante”

Le statue incompiute dei Prigioni, facevano parte della decorazione per la tomba di papa Giulio II della Rovere a Roma, che per diverse ragioni non fu mai portata a termine da Michelangelo e verrà ricordata come la “tragedia della tomba”, visto che il progetto originale venne modificato per ben 5 volte nell’arco di 40 anni! Il San Matteo era invece una commissione dell’Opera del Duomo, rimasta incompiuta per la partenza dell’artista per Roma, mentre per la Pietà da Palestrina non esistono riferimenti dell’epoca ed è una delle ultime opere attribuite a Michelangelo.

Sulle pareti intorno alla Tribuna vi sono altri dipinti che risalgono al periodo della Controriforma, in cui sono ancora evidenti le influenze dello stile di Michelangelo, ma che già risentono del nuovo clima spirituale dell’epoca, caratterizzato da una maggiore sobrietà nello stile, ben evidente nelle opere del pittore Santi di Tito.

Da qui si entra nella Gipsoteca, il regno di Lorenzo Bartolini e Luigi Pampaloni, tra i più noti e ricercati scultori nell’Ottocento a Firenze.

La Gipsoteca Bartolini

In passato, questa era la corsia delle donne dell’antico spedale di San Matteo, che nel Settecento fu annesso ai locali dell’Accademia e di cui resta traccia nel piccolo affresco a mocromono verde che si vede sulla parete sinistra e attribuito al Pontormo. Oggi vi si conserva una straordinaria collezione di gessi modellati dai due artisti: statue a figura intera, busti ritratto e monumenti funebri, molti dei quali commissionati dalle ricche famiglie nobili inglesi, russe, polacche che all’epoca vivevano in Toscana ed erano protagoniste dei salotti e degli ambienti culturali dell’epoca. La visita del salone è molto interessante anche perchè sui modelli sono ancora visibili i punti neri (in genere chiodi o punte metalliche) che venivano impiegati come misure di riferimento al momento di sbozzare il blocco di marmo.

Io e Machiavelli

L’itinerario di visita è praticamente giunto alla fine: dalla sala dei gessi si passa nella sala della pittura del XIII e XIV, in cui si trovano le opere di alcuni tra i più grandi artisti di epoca medievale come Giotto, Taddeo Gaddi, Bernardo Daddi, Giovanni Da Milano e Andrea Orcagna. Di particolare interesse il grande Albero della Vita, dipinto agli inizi del Trecento da Pacino di Bonaguida, una tavola in cui sono raffigurate le Scene della Genesi sul bordo inferiore, mentre il legno della croce ha la forma di un albero, da cui partono i rami su cui si trovano, come dei frutti, ben 47 medaglioni con Scene della Vita di Cristo.

Riparte Firenze

Ingressi limitati, misurazione della temperatura, uso obbligatorio della mascherina e rispetto della distanza di sicurezza nei percorsi di visita: sono queste le principali disposizioni previste per l’adeguamento dei musei ai protocolli di sicurezza e prevenzione da Covid-19. Dopo Boboli e Palazzo Pitti, nei prossimi giorni molti altri luoghi della cultura riapriranno le loro porte al pubblico.

Riaperture di sabato 30 maggio

Basilica di Santa Croce. Fino al 21 giugno le visite alla basilica francescana saranno possibili solo nei fine settimana con orario 11-17 (sabato) e 13-17 (domenica). L’ingresso è gratuito, ma è obbligatoria la prenotazione online. Apertura speciale il 2 giugno per la Festa della Repubblica e il 24 giugno per la Festa di San Giovanni (orario 11-17). I visitatori potranno scaricare la nuova App Santa Croce sul proprio cellulare (disponibile gratuitamente negli store Google Play e App Store). Al momento non sono consentite visite guidate e di gruppo.

Museo Galileo. Il grande museo della scienza per adulti e ragazzi riapre dal venerdì al lunedì con orario 9.30-18.00. Apertura straordinaria nella giornata del 2 giugno con lo stesso orario. Si consiglia la prenotazione al numero 055-265311.

Lunedì 1 giugno riapre anche Palazzo Strozzi con la mostra “Aria” di Tomas Saraceno, in cui le istallazioni del visionario e creativo artista argentino conducono il visitatore in un mondo non umano, fatto di polvere, ragni e piante, che permette all’uomo di ritrovare la sua armonia con l’universo. Ingressi limitati, si consiglia la prenotazione online.

Riaperture di martedì 2 giugno

Musei civici fiorentini. Per il momento torneranno ad essere visitabili solo il Museo di Palazzo Vecchio, il Museo Bardini e il Museo del Novecento, che saranno riaperti in anteprima il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica e poi regolarmente dal week end del 6 giugno per soli 3 giorni la settimana, il sabato, la domenica e il lunedì con orario ridotto dalle 14 alle 19. Resteranno ancora chiusi gli scavi archeologici, il camminamento di ronda e la Torre di Arnolfo. Gli ingressi ai musei saranno soggetti a limitazioni e sarà obbligatoria la prenotazione online: viene confermata la gratuità per i possessori della Card del Fiorentino, che dovranno comunque prenotarsi on line. Nel rispetto dei protocolli di sicurezza, verrà misurata la temperatura corporea all’ingresso del museo, dove un mediatore culturale sarà a disposizione dei visitatori per fornire alcune brevi spiegazioni degli spazi espositivi.

Giardino Bardini. Fino al 30 agosto, il parco panoramico famoso per la fioritura del glicine, sarà accessibile con un orario prolungato, dalle ore 8.45 alle ore 21.00, da lunedì a domenica (eccetto il primo e l’ultimo lunedì del mese). Per tutto il mese di giugno la facciata della villa (che per il momento resta chiusa) sarà illuminata dal tricolore della bandiera italiana e nella giornata del 2 giugno e in ogni weekend del mese, sarà offerta una colazione o una merenda gratuita a tutti i bambini che visiteranno il giardino insieme ai genitori. L’ingresso al parco è gratuito per i bambini e tutti i residenti dell’area metropolitana di Firenze e nelle province di Arezzo e Grosseto. Per altre gratuità e il costo del biglietto consultate questa pagina.

Galleria dell’Accademia. Il nuovo orario di apertura del museo del David di Michelangelo sarà dal martedì al venerdì dalle 9 alle 14 e il sabato e la domenica dalle 9 alle 18. Il costo del biglietto d’ingresso viene ridotto a 8 euro, ma è consigliata la prenotazione (chiamando il call center di Firenze Musei al numero 055-294883 oppure online tramite la piattaforma B-ticket), in quanto il numero massimo di visitatori consentito è di 50 persone. Non sono ammessi gruppi e alcune sale (comprese quelle del primo piano) resteranno chiuse.

Cappelle Medicee e Museo di Palazzo Davanzati. Per il mese di giugno, il mausoleo della famiglia Medici osserverà il seguente calendario: mercoledì – giovedì – venerdì ore 14.00-18.30/sabato – domenica – lunedì ore 9.00-13.30. Il numero massimo di visitatori ammessi è di 40 persone ogni ora. Il museo della Casa Fiorentina Antica di Palazzo Davanzati, invece, sarà aperto come segue: mercoledì – giovedì – venerdì ore 14.00-18.30/sabato – domenica – lunedì ore 14-18. Gli ingressi nella sale saranno contingentati (massimo 24 persone ogni ora – gruppi massimo di 6 persone) e percorsi di visita unidirezionali (la permanenza ai piani sarà limitata a 20 minuti per piano). Aperture speciali nelle giornate del 2 giugno e del 24 giugno con orario 9-18.

Resta temporaneamente chiuso, in ossequio alle disposizioni governative per l’emergenza  Covid-19, il museo del Bargello. Riaprirà al pubblico il 4 Agosto 2020 con nuovi percorsi.

La riapertura delle Gallerie degli Uffizi è prevista per mercoledì 3 giugno.

Sofia e la poesia dell’architettura

Resilienza Rosa”, la rubrica al femminile nata nel periodo di quarantena da Covid-19, mi ha dato la possibilità di intervistare diverse donne, che vivono e lavorano a Firenze e che con grande entusiasmo e disponibilità hanno accettato di raccontarsi attraverso il mio blog: tra di loro ho raccolto anche il pensiero di chi ha usato questo periodo per riflettere sulla propria vita e crede che questa esperienza sia un’opportunità di cambiamento e vada colta come un’occasione per migliorarsi.

La protagonista di questo nuovo articolo è l’Architetto Sofia Ferrer, che vive a Firenze dal 2002 – anno in cui si è trasferita qui per iniziare un Master in Architettura del Paesaggio – ma originaria di Lima, in Perù. Sofia è una bella donna di 44 anni, felice delle esperienze che ha vissuto in questi anni e con la voglia di continuare a imparare: una mente lucida e creativa, con la forza di chi vuole andare sempre avanti per raggiungere i propri obiettivi.

Diventare architetto è sempre stato il tuo sogno fin da bambina? «Da bambina volevo essere la “policia femenina” (la vigilessa). A 16 anni ho pensato che dovevo trovare un lavoro collegato all’arte per non stare davanti a una scrivania tutto il giorno: volevo un lavoro dinamico, a volte in ufficio, a volte fuori, ma sempre legato all’arte. E così decisi di studiare Architettura.»

Installazione architettonica “Studio sul vuoto” in Piazza M. D’Azeglio, Firenze, all’interno della manifestazione “Studi Aperti: L’architetto indispensabile”. Un’esperienza in piazza, per riflettere direttamente con le persone, su come lo spazio vuoto, che potrebbe facilmente identificarsi con il nulla, in realtà è un serbatoio di infinite possibilità.

Sofia è cresciuta in una “normalissima famiglia della cosiddetta classe media”, in cui non è mai stato fatto mancare niente a lei e i suoi due fratelli più grandi e dove fin da bambina, ha iniziato a conoscere ed amare l’Italia. La prima persona che le ha trasmesso la passione per il nostro paese e la sua cultura è stata la mamma, figlia di un medico appassionato della Divina Commedia di Dante, che le volle dare il nome di Beatriz Florencia. La mamma di Sofia sa parlare bene italiano perché lo ha studiato a scuola e insieme condividono l’interesse per l’arte, la musica e il teatro. Inoltre la sua migliore amica da ragazza era di origini italiane e lei era spesso invitata ai pranzi, le cene e le feste con la sua famiglia. Così poco dopo aver terminato gli studi ha deciso di realizzare il suo sogno e partire: «Sentii la fortissima necessità di dimostrare a me stessa di potermela cavare da sola […] Volevo farlo in totale autonomia economica, senza chiedere un euro ai miei genitori

Oggi Sofia è un architetto di successo e si occupa di Interior Design e Paesaggio.

Qual è l’aspetto che ami di più del tuo lavoro? «Sono felice quando creo, quando mi siedo davanti a un foglio di carta con una matita in mano e disegno ciò che penso e come dovrebbe funzionare l’oggetto a cui penso: è meraviglioso! Dal momento in cui mi sottopongono l’oggetto dell’intervento, io mi presento a lui con profondo rispetto di ciò che è, ciò che è stato e ciò che sarà. Lo studio, diventiamo amici, cerco di capire i suoi punti deboli ed è proprio in quei punti dove io intervengo per renderlo più forte. Lo rendo utile e bello per chi di lui avrà bisogno, ma soprattutto lo rendo testimone del nostro tempo perché in futuro possa raccontare alle nuove generazioni chi siamo stati

Ovviamente, oltre all’aspetto “poetico”, questa professione richiede anni di studio e di pratica in quanto «bisogna conoscere le normative, la storia, il paesaggio, il territorio, la cultura ecc. tutte cose che in Italia sono particolarmente complesse», ma anche un notevole sforzo di energie e concentrazione che non sempre viene pienamente compreso.

Otto anni fa Sofia ha incontrato una persona che ha dato una svolta decisiva alla sua vita: Anne Efuru Okaru, la nota designer nigeriana famosa in tutto il mondo.

La loro collaborazione è iniziata nel 2013: «Lei ha avuto fiducia in me, nelle mie capacità e io ho saputo ricambiare con la massima serietà e disponibilità nella gestione di ogni progetto che ho sviluppato insieme a lei. Ho imparato tantissimo dalle sue doti manageriali, creative, dalla sua ampia esperienza nel settore, ma ho ricevuto tanto anche a livello personale: la sua apertura mentale, la sua determinazione, la sua profonda consapevolezza della presenza di Dio in ogni momento della vita.

Lounge della sede principale di Diamond Access Bank, nella città di Lagos (Nigeria). Uno degli ambienti del progetto complessivo in collaborazione con la nota designer Anne Efuru Okaru, Creative Manager del progetto.

In condizioni normali il loro lavoro va oltre la fase di progettazione e richiede la gestione dei preventivi e il coordinamento con un team di collaboratori esterni; inoltre molto spesso è necessario organizzare un programma di visite presso i fornitori per seguire da vicino la produzione degli ordini e siccome molte di queste aziende si trovano in altre regioni del nord d’Italia, Anne e Sofia sono abituate a trascorrere intere giornate fuori casa. Grazie allo smart working (“che di smart ha davvero poco per tutti!”) sono riuscite a mandare avanti i loro progetti anche durante la pandemia, sebbene, a parte le riunioni o gli spostamenti, Sofia gestisce buona parte del suo lavoro da casa: il suo home studio, infatti, le permette di seguire al meglio suo figlio che è ancora un bambino e ricevere i clienti come “ospiti”, in un contesto più accogliente.

Giardino della sede e casa famiglia della Fondazione Don Giovanni Zanadrea (onlus) a Cento, Ferrara

Hai un hobby o una passione in particolare? «La danza moderna. L’Ho scoperta 4 anni fa tramite un’amica che balla da anni e che mi ha convinto a provare. L’ho fatto e da allora non ho più smesso. Ballare mi fa stare proprio bene, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente. Ho conosciuto persone meravigliose grazie alla danza.»

Se tu fossi un’opera d’arte saresti..? «Giuditta e Oloferne (la statua di Donatello in Piazza della Signoria ndr). Nei panni di Giuditta ovviamente. Non mi piacciono le ingiustizie e non mi piacciono le disuguaglianze, vorrei veramente un mondo di pari opportunità.»

Partecipazione dell’Arch. Sofia Ferrer alla tavola rotonda a conclusione dell’evento “Studi Aperti” presso la sede dell’Ordine degli Architetti di Firenze

Come a tutte le altre donne che ho intervistato chiedo anche a Sofia se ha fiducia nel futuro e cosa crede che accadrà nei prossimi mesi: «Certo che ho fiducia nel futuro! Siamo stati così male in mezzo a una situazione così incerta come questa generata dal Covid-19, che il futuro non può che essere positivo in tutti sensi. Abbiamo capito che ciò che diamo per scontato può non esserci da un giorno all’altro. Abbiamo riscoperto le cose semplici della vita, come passare momenti in famiglia, a casa, senza dover fare niente di speciale, soltanto stare insieme. Magari abbiamo ripreso in mano uno strumento musicale che da tanto tempo non suonavamo più: a me è successo di ricordare che un tempo scrivevo poesie. Abbiamo guardato le foto di quando eravamo piccoli… Insomma, abbiamo ricordato chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.»

In realtà credo che Sofia lo abbia sempre saputo e io le auguro di continuare a camminare e intraprendere tanti nuovi brillanti progetti.

Ritorno a Boboli

Giovedì 21 maggio, il Giardino di Boboli è stato il primo museo fiorentino a riaprire le sue porte ai visitatori: nel parco della reggia di Pitti valgono le norme previste dai protocolli per la prevenzione del Covid-19, per cui è obbligatorio l’uso della mascherina e il rispetto della distanza di sicurezza di 1,80 mt.

La definizione di “parco monumentale” forse gli va stretta, con i suoi 45.000 mq di superficie, su cui si estende uno straordinario patrimonio botanico e artistico.

Boboli è un autentico museo all’aperto, ricco di fontane, statue e grotte, che nella concezione tutta rinascimentale di fusione tra architettura e paesaggio, rappresenta il modello di riferimento di giardino all’italiana.
In esso gli spazi sono suddivisi secondo una precisa idea di fondo, ossia che l’uomo possa modellare a suo piacimento la natura stessa e per questo si presenta come un giardino “geometrico”, caratterizzato dal rigore e dalla simmetria delle forme: un ambiente complesso e raffinato che nel Rinascimento divenne luogo di piacere e svago per i sovrani e i loro cortigiani.

Il Giardino di Boboli però, nasce come “orto” dei Pitti, un’area di circa 7 ettari appartenuta alla loro famiglia fin dal Trecento: bisogna infatti dire che questo spazio verde è molto più antico del grande palazzo che nel Quattrocento Luca Pitti fece progettare a Filippo Brunelleschi. Incerte sono le origini del nome: che cosa significa Boboli? Si è ipotizzato che possa essere una parola di origine etrusca o longobarda, oppure la deformazione del cognome della famiglia Borgoli (o Borgolo), vissuta nel popolo di Santa Felicita, anche se il luogo appare citato in vari documenti come “Bogole“.

Palazzo e terreni furono venduti nel 1549 a Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici, per la cifra di 9.000 fiorini d’oro: il progetto di ampliamento e sistemazione del giardino venne affidato a Nicolò Tribolo, che aveva già eseguito i lavori nella villa di Castello. L’architetto morì nel 1550 e la direzione del cantiere passò prima a Bartolomeo Ammannati e poi a Bernardo Buontalenti. Nel Seicento, all’epoca di Cosimo II (1609-1621) e Ferdinando II (1621-1670) il giardino venne ulteriormente ingrandito estendendosi verso Porta Romana e raggiungendo le dimensioni attuali: ulteriori interventi vennero realizzati al tempo dei Lorena, con la costruzione di edifici come la Limonaia e il Kaffehaus.

Rampa di accesso dal cortile dell’Ammannati

Passando dall’ingresso nel cortile si incrocia la Fontana del Carciofo (1639-1642) opera in stile barocco di Giovan Francesco Susini, assemblata con vari elementi scultorei già presenti nel giardino. Una piccola salita conduce all‘Anfiteatro, che prese il posto della vecchia cava di pietra forte con cui era stato costruito palazzo Pitti. Il Tribolo lo aveva progettato come una struttura di sola vegetazione (l’anfiteatro di verzura), ma al tempo di Cosimo II venne deciso di costruirlo in muratura e i lavori vennero ultimati nel 1634 da Giulio Parigi. L’anfiteatro ha fatto da sfondo a molte feste di corte, continuando ad essere usato anche al tempo dei Lorena, che però decisero di trasformare la platea in giardino, facendo istallare al centro un obelisco proveniente dalla villa Medici di Roma e una una grande vasca in granito.

L’Anfiteatro

Tra le grotte artificiali che si trovano a Boboli, la più importante è quella conosciuta come Grotta del Buontalenti (1557-1587) ma a cui lavorarono molti altri artisti. Gli interventi in questa parte del giardino erano iniziati fin dal 1551, per la costruzione di un acquedotto che portasse l’acqua fino a palazzo Vecchio: nel 1557 Davide Fortini – genero del Tribolo – aveva creato un vivaio, che qualche anno più tardi Giorgio Vasari aveva dotato di una bella facciata e poi era stato trasformato in grotta da Bernardo Buontalenti. Al suo interno vennero sistemati i Prigioni di Michelangelo, oggi sostituiti da copie in cemento.

La Grotta del Buontalenti

Meno conosciuta è la Grotta di Madama (1555), progettata sempre dal Fortini, nella zona del giardino che Cosimo I aveva riservato alla coltivazione delle piante nane: costituita da pareti in roccia spugnosa e decorata da statue di animali, nel Seicento le venne attribuito questo nome per Maria Maddalena d’Austria, moglie di Cosimo Il. Dal Settecento venne lasciata in stato di abbandono e ancora agli inizi del secolo scorso era usata come deposito di mobili (!)

Il giardino con la Grotta di Madama

Tra le costruzioni successive al periodo mediceo vi sono il Kaffehaus, raro esempio di architettura in stile rococò e luogo di sosta durante le passeggiate della corte al tempo di Pietro Leopoldo di Lorena, che fece anche allestire il giardino di Ganimede nell’area prospicente, con la bella fontana di Giovanni Battista Lorenzi. Vi è inoltre la grande Limonaia, progettata tra il 1777 e il 1778 da Zanobi del Rosso, sul luogo in cui trovava il serraglio degli animali di Cosimo III, per il ricovero delle piante di agrumi del giardino (ancora oggi ne ospita circa 500 durante il periodo invernale).

Vista panoramica con Kaffehaus

Il punto più alto di Boboli è il Giardino del Cavaliere, che si trova sopra uno dei bastioni delle fortificazioni costruite da Michelangelo durante l’assedio di Firenze nel 1529 e deve il suo nome al cavaliere Malatesta Baglioni, che abitò in un edificio costruito al suo interno: per accedervi occorre salire una scalinata a tenaglia progettata da Zanobi del Rosso (1790-93). Il giardino è composto da basse siepi di bosso in cui crescono dalie e rose, con al centro la Fontana delle Scimmie del Giambologna: qui sorge anche il Casino del Cavaliere, una palazzina fatta costruire da Cosimo III per il figlio Gian Gastone che la usava come ritiro e che oggi ospita il Museo delle Porcellane. Esso si trova al di sopra del grande bacino idraulico detto Vasca delle Trote, dal quale partono le tubature per l’irrigazione di tutto il giardino.

Il Giardino del Cavaliere

Il punto che invece ritengo più spettacolare è il cosiddetto Isolotto: si arriva qua dal Viottolone, un ampio viale alberato decorato da statue antiche e settecentesche poste agli incroci con tre viali trasversali: la parte a sinistra del Viottolone era in passato occupata dal labirinto e dalla ragnaia mentre quella a destra era riservata alla caccia. Ai fianchi del viale si trovano le Cerchiate, due suggestive gallerie coperte dalla vegetazione. L’Isolotto (o Vasca dell’Isola) venne progettato da Giulio e Alfonso Parigi nel 1618: essa è collegato con il piazzale da due passerelle, sulle quali vengono sistemate le piante della collezione di agrumi del giardino. Alle estremità si trovano due cancelli, sostenuti da colonne con la statua di un capricorno e delle fontane decorate da strane creature marine.

L’Isolotto con la Fontana dell’Oceano

Al centro dell’isola si trova la Fontana dell’Oceano del Giambologna, composta da una vasca in granito sopra la quale è posto un gruppo scultoreo in cui è raffigurato Nettuno circondato dalle divinità fluviali (Nilo, Gange, Eufrate). La fontana era stata scolpita nel 1576 per Francesco I e venne portata qui dall’Anfiteatro: quella che si trova nel giardino è attualmente una copia, mentre l’originale è conservato al museo del Bargello.

Prezzi e modalità d’ingresso al giardino di Boboli: https://www.uffizi.it/giardino-boboli#timetable-prices

N4U: soggiorno d’epoca a Firenze

Lunedì 18 maggio 2020 in Italia ha ufficialmente avuto inizio la tanto attesa fase 2, il periodo di convivenza con il virus Covid-19, dalla durata ancora imprecisata ma che prevede l’adozione di nuove abitudini e di nuovi comportamenti sociali da parte di tutti noi. Per la riapertura delle attività economiche e produttive sono stati introdotti numerosi protocolli e nonostante i tanti dubbi e le incertezze del momento, a Firenze si respira aria di ripartenza. Il settore turistico-alberghiero è stato colpito da una crisi senza precedenti e molte strutture sono ancora chiuse, ma ci sono dei gestori che hanno deciso di riaprire, guardando con ottimismo a questa difficile fase di transizione.

Ho raccolto l’opinione di Giovanna Sorrentino, che insieme a suo marito Raffaele Di Giacomo dirige la N4U GuestHouse, incantevole dimora posta al secondo piano di un palazzo del XIV secolo, in pieno centro storico.

Giovanna è nata “alle falde del Vesuvio” e si è trasferita qui nel 2015: “Ricordo bene quel giorno, la tensione e la voglia di cominciare questa nuova sfida. Conoscevo Firenze, ci ero stata spesso in vacanza e ho sempre pensato che se avessi lasciato Napoli era proprio per vivere lì.” Questa brillante e intraprendente signora di 54 anni mi racconta che le piace passeggiare, andare in bicicletta e cantare, ma la sua più grande passione è il teatro, che è riuscita a trasmettere anche ai suoi figli (“in pratica conoscono tutte le opere di Eduardo de Filippo”). Da bambina sognava di fare il medico, ma poi la vita l’ha portata a lavorare nel mondo dell’ospitalità: ”E’ nato tutto per caso, quando anni fa, per aiutare degli amici, mi sono approcciata all’attività ricettiva in Costiera Amalfitana. Da lì è partita l’idea di cambiare vita e iniziare l’avventura nella splendida Firenze.”

La N4U è una casa bella e accogliente, particolarmente indicata per quelle persone che desiderano “circondarsi di storia” anche quando sono in viaggio.

La struttura conserva pavimenti e soffitti originali con affreschi d’epoca e dispone di sei camere, arredate con sobria eleganza. Un dettaglio che ho trovato molto originale è la presenza di lampadari antichi in ogni stanza – alcuni in pregiato vetro di Murano – che fanno parte della singolare collezione privata dei proprietari.

Giovanna segue e coordina i compiti da svolgere, controllando le camere e la preparazione della sala colazione, ma si occupa soprattutto della gestione del front-office, accogliendo gli ospiti al loro arrivo. È questa la parte del suo lavoro che ama di più perché le dà la possibilità di “incontrare persone e culture nuove“. Per lei e suo marito Raffaele è molto importante sapere che queste “avranno sempre un bel ricordo del loro soggiorno a Firenze” ed è proprio da questa voglia di offrire un’esperienza indimenticabile ai propri clienti che è scattata la molla per ricominciare.

I protocolli per la riapertura delle strutture ricettive prevedono l’attuazione di una serie di norme di sicurezza alle quali sarà data massima attenzione: “Con il graduale ritorno alla normalità la tutela della salute degli ospiti (e nostra) è prioritaria. Per questo motivo abbiamo predisposto un erogatore di disinfettante per le mani all’ingresso e dotato i nostri dipendenti dei necessari dispositivi di protezione (guanti, mascherina etc). Stiamo organizzando la colazione per fasce orarie di modo da non avere mai più di due camere (tavoli) contemporaneamente. Inoltre, abbiamo predisposto il pagamento attraverso la la tecnologia contactless, di modo da ridurre al minimo le possibilità di contatto durante la fase di check-in.” 

Inoltre la Guest House propone l’acquisto di un Travel Bond, un voucher – sconto da spendere nei prossimi mesi per il vostro viaggio a Firenze.

Spirito positivo ed entusiasmo non mancano a Giovanna:
Ho fiducia nel futuro, soprattutto in questo periodo particolare. L’Italia ha dimostrato in più occasioni di essere in grado di rialzarsi da situazioni complicate e sono certa che lo faremo anche stavolta. Con l’impegno e le capacità del nostro tessuto imprenditoriale e con il giusto sostegno delle istituzioni sono certa che riusciremo a tornare più in forma di prima. Questa esperienza può darci spunto per migliorare ancora di più il nostro modo di fare impresa.”

Auguro a lei e tutto lo staff di N4U una felice ripartenza.

N4U GUEST HOUSE – Via del Proconsolo 5 Firenze

https://www.n4uguesthouse.com/

Una tomba per Galileo

Tra le tombe più celebrate della basilica di Santa Croce a Firenze vi è sicuramente quella di Galileo Galilei, progettata nel Settecento da Giovan Battista Foggini e Girolamo Ticciati e posta all’inizio della navata sinistra, esattamente di fronte a quella di Michelangelo. Questa sepoltura monumentale rendeva omaggio alla figura del grande fisico e astronomo a quasi un secolo di distanza dalla sua morte, grazie alla dedizione del più giovane dei suoi allievi, Vincenzo Viviani, nato in una ricca e nobile famiglia fiorentina e con un’eccezionale attitudine verso gli studi matematici. Nel 1639, a soli 17 anni, era stato proposto dal Granduca Ferdinando II come assistente di Galileo e si era trasferito nella sua casa di Arcetri, dove aveva trovato l’anziano maestro ormai quasi cieco, provato nel fisico e nell’animo dalla solitudine, dopo la sentenza dell’Inquisizione che lo aveva condannato a vivere agli “arresti domiciliari”*.

Vincenzo Viviani – Foto Wikipedia

Il giovane scienziato si era preso cura di lui fino alla sua morte, avvenuta l’8 gennaio 1642 e ne aveva raccolto l’eredità scientifica, sviluppando molte delle sue idee e dei suoi insegnamenti, dai documenti e i manoscritti in suo possesso. In seguito ottenne vari incarichi di prestigio, diventando il matematico di corte del Granducato di Toscana e uno dei più autorevoli esponenti dell’Accademia del Cimento. Vincenzo Viviani trascorse buona parte della sua vita a tramandare il pensiero di Galileo e mantenerne vivo il ricordo: nel 1654 scrisse la sua biografia, contenuta nel “Racconto istorico della vita del Sig. Galileo“** e negli anni successivi si fece costruire un palazzo*** in cui fece apporre un suo busto ritratto con dei bassorilievi e due grandi cartelloni ricchi di epigrafi che ricordavano le sue maggiori scoperte.

Restava il grande rammarico di non essere riuscito a far costruire una degna sepoltura per il maestro.

Tomba di Galileo (dettaglio)

Quando Galileo era morto, la Chiesa aveva concesso di celebrare un frettoloso funerale il giorno successivo (9 gennaio 1642) alla presenza dei parenti e degli amici più stretti. Nelle sue ultime volontà egli aveva espressamente richiesto di essere sepolto nella tomba di famiglia nella basilica di Santa Croce, ma le autorità ecclesiastiche avevano ritenuto che essa fosse troppo “in vista” e quindi il feretro di Galileo era stato temporaneamente lasciato nello stanzino a fianco della Cappella del Noviziato, attigua alla Sagrestia. Nessun notabile toscano era stato ammesso a partecipare e lo stesso Granduca Ferdinando II era stato diffidato da rendere qualunque tipo di omaggio pubblico allo scienziato; il sovrano, che aveva mostrato un sincero interessamento in proposito, si era anzi visto recapitare un chiaro avvertimento dal Santo Uffizio in un cui gli si ricordava che «non è bene fabbricare mausolei al cadavero di colui che è stato penitentiato nel Tribunale della Santa Inquisitione, ed è morto mentre durava la penitenza nell’epitaffio o iscrittione che si porrà nel sepolcro, non si leggano parole tali che possano offendere la reputatione di questo Tribunale.» (dalla lettera di Francesco Barberini – nipote di papa Urbano VIII – all’inquisitore di Firenze Giovanni Muzzarelli).

In seguito, durante il regno di Cosimo III, l’influenza del clero aveva raggiunto livelli inauditi e alla morte di Viviani, avvenuta nel 1703, la riabilitazione della figura di Galileo sembrava ancora una cosa impossibile. Fu soltanto dopo la morte del “principe santo” e con l’orientamento decisamente più laico del figlio Gian Gastone, che giunse il tanto atteso momento di dare una degna sepoltura a Galileo. Si inizio così a lavorare al progetto del mausoleo e ancora una volta fu Vincenzo Viviani ad occuparsi di tutto: nel suo testamento, infatti, aveva dato disposizione ai suoi eredi di provvedere alla costruzione di una tomba monumentale per il maestro, accanto al quale egli aveva voluto essere sepolto nello stanzino della cappella e accanto al quale sarebbe stato sepolto nella nuova tomba realizzata a sue spese.

Nel 1737 si potè finalmente procedere alla traslazione dei corpi, che avvenne alla presenza di numerose autorità, come risulta dal dettagliato verbale redatto dal notaio Giovanni Camillo di Pasquale di Piero Piombanti. Il primo “deposito” ad essere aperto fu quello di Viviani, che si trovava nella parete destra della stanza, senza iscrizioni o decorazioni e posto di fronte al busto in gesso di Galileo, che egli stesso aveva fatto apporre nel 1674. Eseguito il riconoscimento da parte dei presenti, le sue spoglie vennero trasferite nella nuova tomba lungo la navata della chiesa. Venne poi spaccato il muro per recuperare le spoglie di Galileo, ma ci si accorse subito che le bare tumulate erano due.

Aperta la prima cassa, apparvero i resti di un uomo «molto vecchio, con residui di doppia veste di lino», che venne riconosciuto essere ciò che restava di Galileo, sepolto nella cassa senza alcun effetto personale («..e non fu trovato vestigio alcuno di lettere, o caratteri, né altro ricordo veruno in qualunque forma»). Restava da capire chi si trovasse nella seconda cassa e con una certa sorpresa si scoprì che si trattava di un corpo femminile. Chi poteva essere la donna sepolta nello stanzino insieme a Galileo? Sembra ormai accertato che si trattasse di Virginia, la figlia maggiore dello scienziato, che nel 1616 si era fatta suora di clausura insieme alla sorella Livia, prendendo il nome di Suor Celeste: la ragazza scriveva spesso al padre e questa ricca corrispondenza è raccolta in un sito che vi segnalo qui sotto e fu interrotta dalla precoce morte della ragazza, avvenuta il 2 aprile 1634.

Suor Celeste – Foto Wikipedia

Un’ultima curiosità che riguarda la traslazione delle spoglie di Galileo, ma della quale il notaio Piombanti non fa menzione nel suo verbale: durante le “operazioni” si pensò bene di prelevare alcune parti del suo corpo (3 dita, 1 dente e 1 vertebra) poi deposte in reliquiari e ancora oggi conservate tra Firenze e Padova.

Note

*La condanna di Galileo fu emessa nel 1633: egli non poteva ricevere visite e anche quelle dei parenti, dovevano prima essere autorizzate dalle autorità ecclesiastiche. L’unico contatto con l’esterno ammesso era quello epistolare, per cui egli poteva ricevere e inviare lettere ad amici e sostenitori. Molto ricca è in effetti la corrispondenza con la figlia Virginia, che si era fatta suora di clausura e morì nel 1634, senza che lo scienziato potesse rivederla.

**Il testo venne pubblicato solo nel 1711, anni dopo la morte dello stesso Viviani e contiene varie informazioni anche sulla vita privata di Galileo.

****Palazzo Viviani si trova in Via S. Antonino e venne ristrutturato con i soldi di una pensione che lo scienziato aveva ricevuto per i suoi servizi dal re di Francia Luigi XIV. Per la decorazione della facciata viene chiamato Palazzo dei Cartelloni.

Per consultare on line il verbale della traslazione di Viviani e Galileo del 1737: http://www.carnesecchi.eu/galileo2.htm

Per leggere le lettere di Suor Celeste al padre Galileo: https://www.hsaugsburg.de/~harsch/italica/Cronologia/secolo17/MariaCeleste/cel_le00.html
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