Le architetture di Brunelleschi a Firenze (parte I)

Ordine, ritmo, semplicità: tre parole che racchiudono l’essenza di un artista, usate dal mio professore di storia dell’arte delle superiori per spiegarci l’architettura del Brunelleschi. A distanza di tanti anni me le ricordo ancora e spesso le rammento durante le mie visite guidate. Il nome del maestro che inventò il Rinascimento a Firenze resta indissolubilmente legato alla straordinaria impresa della cupola del duomo, ma in realtà egli progettò diversi altri edifici in città: ecco quali sono i principali luoghi da vedere.

Lo Spedale degli Innocenti (1419-1427)

Il portico dello Spedale degli Innocenti

Quella di Brunelleschi è un’arte “ragionata” e tutte le sue opere hanno un denominatore comune: si tratta di strutture modulari, organizzate secondo uno schema fisso che si ripete in successione e in cui ogni parte è strettamente legata all’altra da precisi rapporti di proporzione.

Una visione razionale dello spazio apparsa fin dal suo primo progetto, lo Spedale degli Innocenti, commissionato dalla potente Arte della Seta e destinato al ricovero dei bambini orfani e abbandonati; l’architetto iniziò i lavori nel 1419 mentre era ancora in attesa dell’assegnazione dell’incarico per la cupola e rimase a capo del cantiere fino al 1427, quando si impegnò in modo esclusivo con l’Opera del Duomo. Sotto la sua direzione vennero costruiti il portico, il cortile d’ingresso (il Chiostro degli Uomini) e i due edifici rettangolari paralleli ad esso (la chiesa e l’abituro dei fanciulli), poi i lavori vennero affidati a Francesco della Luna, che apportò diverse modifiche al prospetto originario. Brunelleschi aveva elaborato un complesso semplice e funzionale, che si rifaceva direttamente ai modelli dell’architettura classica da lui studiati a lungo e dava inizio ad un profondo rinnovamento dell’architettura fiorentina: rigore geometrico e purezza formale divennero le caratteristiche fondamentali del suo linguaggio, già molto evidenti nel portico della facciata, lungo ben 71 metri e retto da 9 campate con archi a tutto sesto 1.

Il Chiostro degli Uomini

La struttura mostra anche gli altri elementi tipici del suo stile: uno degli aspetti più innovativi era dato dall’originale accostamento dei colori e dei materiali, con l’alternanza del bianco dell’intonaco e del grigio della pietra serena, impiegata per le cornici e le strutture portanti dell’edificio 2, insieme all’uso del pulvino, una sorta di dado posto tra il capitello e l’imposta dell’arco, ripreso dalla tradizione bizantina. Altro motivo decorativo ricorrente era quello degli “occhi” nei peducci, lasciati inizialmente vuoti e poi decorati nel 1487 con le famose terrecotte di Andrea della Robbia raffiguranti dei piccoli in fasce. Il piano superiore, che nel progetto di Brunelleschi non era previsto 3, venne in effetti realizzato da Francesco della Luna dopo il 1435 per coprire la visuale sui corpi di fabbrica ai lati del cortile centrale: egli mantenne la stessa successione modulare del portico, ma prendendo come elemento di base una finestra rettangolare con timpano simile a quelle del Battistero.

La “ruota degli Innocenti” era il triste simbolo dello Spedale perchè era qui che le mamme lasciavano i bambini (è stata attiva fino al 1875)

Lo Spedale fu inaugurato nel 1445 e la prima bambina ad essere accolta venne chiamata Agata Smeralda. L’istituto continua ad operare ancora oggi in favore dei bambini e delle famiglie, con diversi servizi e attività: è inoltre sede del Museo degli Innocenti, in cui è possibile ripercorrere le vicende storiche, visitare i chiostri e la bella pinacoteca, con le opere d’arte commissionate per l’orfanotrofio e la sua chiesa nel corso dei secoli.

La Basilica di San Lorenzo (dal 1421)

L’interno della basilica di San Lorenzo

Agli inizi del Quattrocento, l’antica basilica di San Lorenzo, consacrata nel 393 da Sant’Ambrogio e ristrutturata nel XI secolo, era ancora un edificio dalle tipiche forme in stile romanico. Nel 1418 il priore Matteo Dolfini, ottenne dalla Signoria il permesso di abbattere delle vecchie case addossate alla chiesa ed elaborò un progetto per ampliare l’area del transetto. I lavori iniziarono nel 1421 e tra i suoi maggiori finanziatori vi fu Giovanni di Bicci de’Medici, che aveva già commissionato a Brunelleschi il progetto per la costruzione della Sagrestia Vecchia e della cappella dei Santi Cosma e Damiano: è dunque molto probabile che alla morte di Dolfini, avvenuta alla fine del 1421, egli abbia affidato all’artista la ricostruzione dell’intera basilica. La sagrestia e la cappella furono ultimate nel 1428 (le esequie di Giovanni furono celebrate in sagrestia l’anno successivo), ma il resto del cantiere andò avanti molto a rilento. Nel 1441 Cosimo il Vecchio si accollò quasi per intero le spese e assegnò la direzione dei lavori prima a Michelozzo e poi ad Antonio Manetti: quando anche lui morì, nel 1464, la chiesa era ormai stata consacrata e la sua tomba venne posta nel pilastro che si trova nella cripta sotto all’altare maggiore.

Altare maggiore della basilica di San Lorenzo: il riquadro colorato di fronte ad esso è la tomba di Cosimo il Vecchio.

Il nuovo edificio aveva mantenuto la tradizionale impostazione delle più importanti basiliche fiorentine (Santa Croce, Santa Maria Novella e Santa Trinita), che prevedeva una pianta a croce latina e cappelle nel transetto e nelle navate, ma con una rigorosa scansione modulare degli spazi, che riprendeva l’impianto prospettico del portico degli Innocenti 4 e lo sviluppava in modo simmetrico nelle due navate laterali. Tradotto significa: fu come prendere il loggiato dello Spedale e ricostruirlo dentro la chiesa in due blocchi, uno di fronte all’altro 😉. I lunghi tempi di costruzione e le modifiche successivamente apportate dal Manetti, non ci consentono di vederlo secondo il progetto iniziale di Brunelleschi 5, tuttavia nel suo insieme, l’interno di San Lorenzo ha mantenuto un aspetto armonioso e suggestivo.

La sagrestia Vecchia (1421-1428)

La Sagrestia Vecchia

Commissionata dai Medici come cappella funeraria di famiglia, è l’unica costruzione realizzata integralmente da Brunelleschi: i lavori terminarono nel 1428 e l’anno successivo vi si svolsero i funerali di Giovanni di Bicci, sepolto insieme alla moglie Piccarda Bueri nell’elegante sarcofago di marmo scolpito da Donatello e Andrea Cavalcanti (il figlio adottivo di Brunelleschi), che nel 1433 venne posto sotto al tavolo al centro della stanza e in asse con la lanterna della cupola. Sempre Donatello realizzò la decorazione in stucchi policromi costituita dal fregio sulla trabeazione con cherubini e serafini, le Storie di San Giovanni Evangelista nei tondi dei pennacchi della cupola, Gli Evangelisti nei tondi sulle pareti e le lunette con i Santi Stefano e Lorenzo e i Santi Cosma e Damiano sopra ai vani laterali con i battenti in bronzo delle porte: architettura e scultura sembravano fondersi in un insieme perfetto, eppure si racconta che Brunelleschi fu molto seccato dall’intervento dell’amico, che a suo parere aveva rovinato l’equilibrio della struttura.

La tomba di Giovanni di Bicci de’Medici e di Piccarda Bueri

La Sagrestia Vecchia fu concepita attraverso la combinazione di cubi e sfere, partendo dallo studio del modulo del cerchio iscritto nel quadrato che ebbe una grande fortuna stilistica.

L’ambiente è composto da due vani a pianta quadrata di diversa altezza, quello centrale, coperto da una cupola emisferica a ombrello con 12 spicchi e la scarsella affiancata da due piccoli ambienti di servizio: nella cupoletta sopra l’altare si trova il singolare affresco del Pesello che raffigura il cielo sopra Firenze nella data del 4 luglio 1442, probabilmente realizzato in collaborazione con l’astronomo Paolo dal Pozzo Toscanelli. Sulla parete sinistra si trova la tomba di Piero e Giovanni de’ Medici (rispettivamente il padre e lo zio di Lorenzo il Magnifico), celebre opera in marmo, bronzo e porfido eseguita nel 1472 da Andrea del Verrocchio.

Il ricetto a sinistra della scarsella con il lavabo del Verrocchio

Attualmente nel complesso è consentita la visita della basilica e della Sagrestia Vecchia senza obbligo di prenotazione; alla riapertura è tornato visibile il ricetto di sinistra in cui si trova un bellissimo lavabo in marmo attribuito sempre ad Andrea del Verrocchio. Per il chiostro e i sotterranei monumentali (in cui si trovano le tombe di Cosimo il Vecchio e Donatello) è invece prevista la visita guidata a orari prestabiliti, per cui vi consiglio di consultare sempre il sito dell’Opera Medicea Laurenziana.

La Cappella Pazzi in Santa Croce (dal 1429)

La Cappella Pazzi

Terminata la sagrestia in San Lorenzo, Brunelleschi accettò l’incarico per la costruzione della sala capitolare nel convento francescano di Santa Croce, a spese del ricco banchiere Andrea de’Pazzi: i lavori iniziarono nel 1433 e proseguirono con molta lentezza ben oltre il 1445, anno della morte del committente, che lasciò una grossa somma di denaro per il suo completamento. Nel 1446 morì lo stesso Brunelleschi e il cantiere risultava ancora aperto nel 1478, pertanto sembra difficile stabilire quanto l’edificio che vediamo oggi possa essere aderente al suo progetto originario. Certamente egli volle sviluppare il modello sperimentato nella Sagrestia Vecchia, ma trasse ispirazione anche dal cosiddetto Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella: l’ambiente è formato da un vano centrale a pianta quadrata 6 sormontato da una cupola, preceduto da un portico (forse la parte con le modifiche più rilevanti, terminata più di 30 anni dopo la morte dell’artista) e affiancato da una scarsella comunicante con un altro locale riservato alla sepoltura dei membri della famiglia Pazzi. Una panca in pietra serena corre lungo tutto il perimetro della cappella (del resto questa era usata come sala riunioni!) su cui poggiano lesene corinzie alternate ad archi tamponati sulle pareti; la decorazione è anche qui composta da un fregio in terracotta nella trabeazione, i Quattro Evangelisti nei pennacchi della cupola e i medaglioni con i Dodici Apostoli in terracotta invetriata di Luca della Robbia, legato a Brunelleschi da una fraterna amicizia.

La Cappella Pazzi fa parte del percorso speciale del Museo di Santa Croce. Gli orari e i giorni di apertura vengono continuamente aggiornati e anche in questo caso vi consiglio di consultare il loro sito e acquistare i biglietti on line.

Santo Spirito (dal 1434)
L’interno della basilica di Santo Spirito (Foto Sailko Wikipedia)

Fu l’ultima grande commissione affidata a Brunelleschi, la più originale e innovativa tra le sue costruzioni a Firenze. Egli aveva fornito il progetto per la ricostruzione della chiesa fin dal 1434, ma purtroppo i lavori non iniziarono prima del 1444, due anni prima della sua morte e quando la direzione del cantiere passò ad Antonio Manetti (in collaborazione con Giovanni da Gaiole e Salvi d’Andrea) furono apportate varie modifiche al progetto iniziale. L’impianto della basilica è molto simile a quello di San Lorenzo, di cui riprende il modulo e le misure 7, ma con le cappelle alte quanto le navate laterali e a forma di nicchia, disposte anche lungo tutto il perimetro del transetto. La complessa articolazione dello spazio e la ripetizione ritmica e regolare dei suoi elementi architettonici resero l’insieme estremamente dinamico, anche se nel piano di Brunelleschi era prevista una maggiore dilatazione delle strutture, con la costruzione delle cappelle in facciata (che così avrebbe avuto 4 ingressi), la volta a botte nel soffitto e soprattutto il profilo delle nicchie lasciato a vista lungo i fianchi esterni della chiesa, simili a quelli nel duomo di Orvieto 8. In pratica si sarebbe dovuto creare una sorta di effetto “rigonfiamento”, che però i suoi successori considerarono decisamente troppo ardito 9 e preferirono ricorrere a soluzioni più in linea con il gusto del tempo: tuttavia lo scorcio prospettico resta impressionante e difatti lo stesso Michelangelo ne rimase talmente colpito da dare a Santo Spirito il soprannome di “canneto”.

Nella basilica si trovano ben 38 cappelle, decorate da numerosi artisti in varie epoche: secondo il Libro di Antonio Billi 10 , Brunelleschi avrebbe disposto gli altari in modo diverso, staccati dal muro e senza ancone, in modo che il prete potesse dare <<il volto alla chiesa a dire messa>>, secondo l’antica tradizione paleocristiana. Ma anche in questo caso, dopo la consacrazione della chiesa, avvenuta nel 1481, si decise di adottare una tipologia più gradita alle famiglie committenti, con l’altare addossato alle pareti decorato da una pala quadrata con predella e paliotto 11, come quelle che si vedono nel transetto, dove si trovano molte cappelle che hanno mantenuto l’originale arredo quattrocentesco: tra queste vi segnalo la cappella Corbinelli con la Madonna in trono col Bambino e i Santi Agostino e Pietro e soprattutto la bellissima Pala Nerli di Filippino Lippi. Altra opera di assoluto prestigio conservata nella sagrestia della chiesa è il Crocifisso di Michelangelo (1493), che l’artista scolpì per ringraziare il priore per la sua ospitalità e per avergli permesso di studiare anatomia praticando la dissezione dei cadaveri 12.

L’ingresso alla basilica è gratuito e non occorre la prenotazione. Per la visita della sagrestia, del Chiostro e del Refettorio è invece previsto il pagamento di un contributo di 2 euro a persona (link al sito della basilica).

Note

1 Lo spazio architettonico di Brunelleschi è misurato matematicamente ed è composto da unità modulari. Il modulo di riferimento dello Spedale è l’arco a tutto sesto con la sottostante campata con il lato pari a 10 braccia fiorentine (circa 5 metri). Se l’unità di base A è data dalla distanza tra le colonne e l’altezza di ciascuna colonna, A/2 sarà l’altezza di ciascun arco e 2A la distanza tra le gradinate e le finestre del primo piano.

2 Agli inizi del Quattrocento questi materiali erano molto convenienti per il basso costo, poi divennero largamente impiegati nell’architettura rinascimentale.

3 Una rara immagine del portico costruito da Brunelleschi è visibile nell’affresco di Benozzo Gozzoli a San Gimignano, nella scena delle Esequie del Santo, nel ciclo dedicato alla vita di Sant’Agostino.

4 La campata a base quadrata con il lato di 11 braccia fiorentine.

5 Nel progetto di Brunelleschi le cappelle erano a pianta quadrata e non rettangolare e dovevano fare il giro di tutto il perimetro (come a Santo Spirito). Anche il soffitto, decorato a cassettoni con rose dorate, doveva avere una semplice volta a botte.

6 Rispetto alla Sagrestia Vecchia vennero aggiunte due porzioni rettangolari simmetriche che ne raddoppiano l’ampiezza.

7 Il modulo di base è formato da una campata quadrata con lato di 11 braccia fiorentine.

8 Anche la cupola doveva essere diversa, come quella della Sagrestia Vecchia, più bassa, senza tamburo e con gli oculi nelle vele, che avrebbero dato maggiore illuminazione all’altare.

9 Non mancarono i difensori del progetto di Brunelleschi: tra questi vi fu l’amico Paolo dal Pozzo Toscanelli e l’architetto Giuliano da Sangallo, che invocò invano l’intervento del Magnifico.

10 Si tratta di un manoscritto conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale, scritto da un mercante fiorentino vissuto tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento: esso contiene una serie di notizie sulla vita degli artisti (come nelle Vite di Vasari) e anche se non è privo di errori resta una preziosa fonte di informazioni.

11 Il paliotto d’altare era la decorazione frontale di un altare e poteva essere dipinti, scolpito o anche ricamato.

12 Morto Lorenzo il Magnifico, Michelangelo si trovò in grosse difficoltà: egli aveva solo 18 anni e chiese ospitalità al priore del convento di Santo Spirito, che gli permise anche di condurre i suoi studi di anatomia, fornendogli i cadaveri da dissezionare.

Riferimenti bibliografici

Elena Capretti, Brunelleschi, Firenze, Giunti, 2003.

Bertelli, Briganti, Giuliano, Storia dell’arte italiana, vol. 2, Milano, Mondadori, 1990.

Un sogno chiamato cupola

Il 7 agosto 1420 si dava inizio ai lavori di costruzione della cupola in muratura più grande del mondo. Un progetto studiato a lungo, ma su cui avrebbero scommesso in pochi. La profonda convinzione di un uomo in un ideale di bellezza puro, semplice, ragionato e il suo sogno di riportare in vita l’arte degli antichi. Racconto da anni l’impresa di Filippo Brunelleschi e ancora mi emoziono, perché poche altre storie hanno il fascino della nascita del Rinascimento a Firenze.

Foto Patrizia Messeri

Brunelleschi aveva iniziato a collaborare con l’Opera del Duomo fin dal 1404, quando al rientro dal suo primo soggiorno a Roma venne chiamato a pronunciarsi sulle dimensioni dei contrafforti del Duomo, ritenuti troppo alti. Negli anni successivi lavorò prevalentemente come orafo e scultore (a questo periodo dovrebbe risalire il Crocifisso di Santa Maria Novella) e si dedicò molto agli studi sulla prospettiva a punto di fuga unico, che ben presto furono resi noti1; risulta inoltre che egli abbia ricevuto dei pagamenti per consulenze e altre attività intorno alla fabbrica del Duomo.

Tra il 1410 e il 1413 venne eretto il tamburo, ma solo nel 1418 venne bandito il concorso per scegliere l’architetto a cui affidare la costruzione della cupola: ogni partecipante doveva fornire modelli o disegni per le impalcature, la muratura, i macchinari da impiegare durante i lavori ecc. ed il premio per il vincitore fu fissato in ben 200 fiorini d’oro.

Foto Patrizia Messeri

Come già era successo nel 1401, Brunelleschi si trovò in competizione con Lorenzo Ghiberti, ma questa volta non sarebbe stato a lui a mettersi da parte.

Sapeva che il suo progetto avrebbe suscitato scalpore e scetticismo e per convincere i membri della commissione costruì un modello fatto di mattoni e calcina, avvalendosi dell’aiuto dei suoi amici Donatello e Nanni di Banco2. Eppure l’Opera prendeva tempo e ancora nel marzo del 1420 non aveva assegnato l’incarico ufficiale; dopo molte pressioni, il 29 aprile, Brunelleschi fu nominato provveditore della cupola, affiancato da Lorenzo Ghiberti e due sostituti, Giuliano d’Arrigo detto il Pesello e Gherardo da Prato (vice di Ghiberti) che non mancò di rivolgergli aspre critiche.

La statua di Filippo Brunelleschi sotto il balcone del palazzo dei Canonici (Luigi Pampaloni, 1830)

I lavori di costruzione iniziarono quindi il 7 agosto 1420 e andarono avanti fino al 25 marzo 1436. I primi anni furono difficili e inquieti: pur essendo profondamente amareggiato dalla mancata dimostrazione di fiducia da parte dell’Opera, l’architetto decise di far emergere in ogni modo l’inadeguatezza dei suoi colleghi (soprattutto del Ghiberti) e arrivò a fingersi malato, aspettando che i consoli lo pregassero di tornare in cantiere. Egli pretese la netta spartizione dei compiti e nel 1423 venne finalmente nominato governatore capo, relegando il Ghiberti a mansioni marginali3: sembrava che non ci fossero più ostacoli per la realizzazione del suo sogno.

Foto Patrizia Messeri

Lo scetticismo prolungato nei confronti del progetto di Brunelleschi non era del tutto ingiustificato perché si trattava di un’opera dalle dimensioni imponenti: una volta terminata, sarebbe stata la più grande cupola mai esistita dopo il Pantheon a Roma e vi erano oggettive difficoltà di esecuzione. L’architetto sosteneva di riuscire a costruire la cupola senza la tradizionale armatura a centine, perché un sistema di travature appoggiate da un lato all’altro del tamburo non avrebbe mai retto il peso della struttura e nemmeno si poteva pensare a un’impalcatura da terra, visto l’altezza vertiginosa che avrebbe dovuto raggiungere. Si trattava perciò di un’impresa molto rischiosa e anche molto costosa, ma dal momento in cui assunse la piena responsabilità dell’intera fabbrica, egli sovrintese ad ogni aspetto e fase della sua attuazione, dalle forniture dei materiali, all’organizzazione interna dei turni di lavoro degli operai. Molto interessanti (e in parte ancora sconosciuti) sono i macchinari progettati da Brunelleschi per il sollevamento dei materiali sui ponteggi, come l’argano a tre velocità e la monumentale gru girevole, dei quali non esistono disegni lasciati dall’artista, ma solo le riproduzioni di altri ingegneri del Quattrocento come Bonaccorso Ghiberti4.

Il modello della cupola al Museo dell’Opera del Duomo

Qual è dunque il segreto che rende così speciale la Cupola del Duomo di Firenze?

Brunelleschi pensò ad una struttura leggera, non in muratura piena (come il tamburo sottostante) e formata da una doppia calotta, una interna e una esterna, che procedendo verso l’alto tendono ad assottigliarsi e avvicinarsi tra loro, ma restando sempre separate da una intercapedine. Ciascuna calotta è divisa in verticale da 8 vele unite da costoloni, concepite come porzioni della superficie di un cilindro e che si incurvano secondo un profilo a sesto acuto, mentre i costoloni corrispondono alla sezione di un’ellisse. Le due calotte sono collegate tra di loro da uno scheletro in muratura contenuto nell’intercapedine e costituito da 24 costoloni (compresi gli 8 d’angolo evidenziati all’esterno dal rivestimento in marmo) e 64 segmenti orizzontali che le tiene saldamente insieme attraversando lo spessore di entrambe: la gradinata che ancora oggi viene usata per salire sulla cima si trova all’interno dell’intercapedine, diramandosi in una serie di passaggi a partire dal piano del pavimento.

Per quanto riguarda la tecnica muraria, Brunelleschi introdusse per la prima volta il cosiddetto sistema della spinapesce, che consisteva nel disporre i mattoni su anelli paralleli in piano inframezzati da altre file in diagonale, assicurando una maggiore tenuta della muratura e senza ricorrere all’impiego della tradizionale armatura a centine in legno.

Foto Patrizia Messeri

Nel 1445 Brunelleschi iniziò a lavorare alle tribune morte, ossia i quattro tempietti a pianta semicircolare addossati al tamburo, ciascuno con cinque nicchie in marmo vuote e alla lanterna posta in cima alla cupola: egli morì un mese dopo l’inizio dei lavori, quando era stata edificata solo la base e venne completata da Bonaccorso Ghiberti. La lanterna ha la forma di un prisma a 8 facce con contrafforti agli angoli e finestre sui lati, in cui si trova il passaggio per arrivare alla palla dorata con la croce commissionata a Andrea del Verrocchio nel 1468.

Foto Patrizia Messeri

Note

1 Brunelleschi meditò a lungo sull’elaborazione di un nuovo metodo di applicazione della prospettiva e per dimostrare le sue tesi si servì di due esperimenti realizzati con l’ausilio di due tavolette di legno. La prima tavoletta doveva mostrare il Battistero visto dalla porta centrale del duomo e la seconda Piazza della Signoria vista dall’angolo con Via de’Calzaiuoli.

2 Dai registri dell’OPA risulta il pagamento del modello avvenuto il 29 dicembre 1419 per una cifra di 45 fiorini d’oro. Il modello rimase esposto in piazza fino al 1431.

3 Formalmente Ghiberti continuò ad affiancare Brunelleschi fino al 1433, percependo uno stipendio annuale di 3 fiorini d’oro; Brunelleschi invece si accordò per 100 fiorini d’oro all’anno e dal 1426 il suo incarico con l’OPA divenne esclusivo.

4 Questi macchinari vennero impiegati da Bonaccorso nella costruzione della lanterna, progettata dallo stesso Brunelleschi che morì un mese dopo l’inizio dei lavori.

Riferimenti bibliografici:

Elena Capretti, Brunelleschi, Firenze, Giunti 2003

Storia e bellezza a Villa Grassina

Ecco il luogo ideale per la “fuga” da Firenze in queste calde giornate estive: Villa Grassina è un agriturismo con piscina e ristorante che si trova a pochi minuti da Pelago (a soli 25 km da Firenze), sulla strada del Vino Chianti Rufina e Pomino e alle porte del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

Qui le giornate scorrono all’insegna del riposo, della natura e del buon cibo, immersi nella mite atmosfera della nostra campagna e nella elegante cornice di una villa del Settecento.

Il giardino di fronte al ristorante

Sono stati i nostri amici Antonio e Manuela a farci scoprire Villa Grassina, quando a fine giugno ci hanno invitato alla festa per i loro 30 anni di matrimonio. Ad accoglierci abbiamo trovato Valentina, che gestisce la struttura e coordina gli eventi che si svolgono nella villa, ci ha mostrato i vari ambienti che ne fanno parte e ricordato che la storia di questa tenuta è iniziata molti secoli fa.

In origine era una torre di guardia, costruita nei possedimenti dei Conti Guidi di Romagna e che in un documento del 1229 viene indicata come piccolo insediamento alle dipendenze della vicina abbazia di Vallombrosa; nel Rinascimento la proprietà venne acquistata dalla famiglia Buondelmonti che fece unire gli antichi edifici medievali e li trasformò in una tipica villa padronale dell’epoca. Altri lavori vennero eseguiti nel Settecento quando passò ai Sansoni – Trombetta, con la creazione della piccola cappella funeraria nel parco. Seguirono lunghi anni di completo abbandono, finché nel 1991 la villa fu venduta agli attuali proprietari, ai quali si deve il complesso lavoro di restauro che ha permesso il recupero e il consolidamento delle strutture originali.

La cappella funeraria della famiglia Sansoni-Trombetta (Foto Patrizia Messeri)

Pavimenti in cotto, soffitti con massicce travi in legno e letti a baldacchino: sono ben 38 gli appartamenti di cui oggi dispone l’agriturismo, ricavati nella casa padronale e nelle vicine coloniche, tutti dotati di angolo cottura completamente attrezzato, TV satellitare, telefono, giardino o terrazzo.

I soffitti della villa (Foto Patrizia Messeri)

Poco lontano il bosco e oltre 50 ettari di terreni coltivati e ulivi, che circondano anche la piscina e il campo da tennis. I più piccoli hanno a disposizione un’area giochi vicino al ristorante e per chi ama i prodotti tipici della fattoria, c’è il negozio in cui si vendono vino, miele, olio, marmellate, grappe e piccoli oggetti dell’artigianato locale.

Una delle coloniche con gli appartamenti (Foto Patrizia Messeri)

Sono tornata a Villa Grassina in occasione di un Aperitivo in villa (tra gli eventi in programma ogni settimana) e di recente, con la mia famiglia.

Abbiamo trascorso una splendida giornata, per cui ringrazio nuovamente Valentina, che si è occupata di tutto con la sua consueta premura e cordialità: pranzo a sacco a bordo piscina, nel tardo pomeriggio uno spritz in giardino e infine cena alla carta al ristorante.

Quando siamo arrivati la piscina era tutta nostra!

Tra i nostri “vicini di ombrellone” abbiamo sentito parlare in francese e tedesco e nel pomeriggio si sono aggiunti dei giovani italiani venuti per festeggiare un compleanno. Valentina ci ha raccontato delle difficoltà del momento, dovute alla lunga chiusura e alla crisi del turismo internazionale: in questi anni la villa ha accolto moltissimi ospiti stranieri, ma nel 2020 la loro presenza sarà fortemente ridotta, così come l’organizzazione di cerimonie esclusive come i matrimoni. La situazione attuale, tuttavia, può dare a noi l’opportunità di riscoprire i tanti luoghi di inattesa bellezza come questo, sparsi nel cuore della Toscana.

Arrivederci Villa Grassina, torneremo presto a trovarvi!

Il paesaggio che circonda la villa
(Foto Patrizia Messeri)

Il Giardino delle Rose

In origine era chiamato “Podere di San Francesco”, un terreno di proprietà dei padri filippini sulla collina di San Miniato, proprio sotto a Piazzale Michelangelo e da cui di gode di una bella vista panoramica sulla città.

Fontana

Nell’Ottocento, l’area fu acquistata da Attilio Pucci, capo–giardiniere dell’Orto Botanico (poi nominato Soprintendente Comunale dei Giardini e dei Pubblici Passeggi) e collaboratore di Giuseppe Poggi durante i lavori previsti nel grande piano di risanamento per Firenze Capitale. Egli amava raccogliere specie rare di piante (fece arrivare numerosi campioni essiccati per l’Herbarium Centrale Italicum e semi della preziosa Victoria Regia) e dette una nuova sistemazione al giardino, creando dei terrazzamenti in cui venne sistemata la sua collezione di rose. Poggi si occupò del complesso impianto idrico che alimentava le vasche delle Rampe e la fontana più grande del giardino, in seguito venduto al Comune e aperto al pubblico per la prima volta nel 1895, in occasione della Festa delle Arti e dei Fiori, organizzata dalla Società di Belle Arti e dalla Società Toscana di Orticultura.

Attualmente il giardino ospita circa mille varietà botaniche e ben 350 specie di rose antiche, insieme ad altre piante, come limoni e glicini.

La vista panoramica dal giardino

Nel 1998 la città di Kyoto e il tempio Zen Kodai-ji hanno fatto dono al Comune di Firenze di un’oasi Shorai, un piccolo giardino in stile karesansui (ossia dal paesaggio “secco”, caratterizzato da pietre e rocce) progettato dall’architetto Yasuo Kitayama e con al centro un grande albero di pino, simbolo di felicità e di benessere. In giapponese la parola sho significa pino, mentre shorai vuol dire futuro e dunque l’artista ha voluto rivolgere un invito alle città di Kyoto e di Firenze, gemellate da molti anni, per mantenere a lungo questo profondo legame. Nel 2012 l’allestimento iniziale si è arricchito di una cascata e di una pagoda per il Te.

L’oasi giapponese Shorai in stile karesansui
L’oasi giapponese Shorai in cui si intravede la pagoda per il Te.

Il Giardino delle Rose accoglie inoltre le opere del famoso scultore belga Jean-Michel Folon, che nel 2005 organizzò a Forte Belvedere la sua ultima grande mostra monografica, che si concluse poche settimane prima della sua morte (avvenuta il 20 ottobre 2005): si tratta di 10 statue in bronzo e due in gesso, donate dalla moglie nel 2011 alla città di Firenze.

Partir (2005) è la grande valigia collocata sulla terrazza all’ingresso del Giardino delle Rose che fa da cornice alla vista panoramica della città.

Il Giardino delle Rose è aperto tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 20. Ingresso libero.

Piume, vele e delfini

Si parla molto di quelle donne di casa Medici diventate famose per i loro amori, gli interessi culturali o la grande sensibilità artistica. Più raramente, invece, si riesce a parlare dei mariti delle figlie femmine e dunque dei cognati e dei generi dei Medici: uomini che pur occupando posizioni di rilievo nella società del tempo furono relegati a un ruolo da comprimari, dopo aver unito il proprio destino a quello della famiglia più amata (e talvolta odiata) di Firenze. L’epoca di Lorenzo il Magnifico è particolarmente interessante in questo senso, forse perché nei turbolenti anni dell’affermazione della signoria medicea, non bastava far sposare le fanciulle di casa, ma occorreva trovare chi ne sposasse la “causa”.

Lorenzo ebbe tre sorelle e quindi tre cognati: quello meno conosciuto credo sia Leonetto de’Rossi, che nel 1474 sposò Maria, figlia illegittima di Piero il Gottoso (ma allevata insieme agli altri fratelli grazie all’indulgenza di Lucrezia Tornabuoni): sulla coppia si hanno davvero poche informazioni e l’unica certezza è rappresentata dalla nascita del figlio Luigi, nominato cardinale nel 1517 e fedelissimo di papa Leone X.

Il cognato più prestigioso fu sicuramente Bernardo Rucellai (1448-1514) che apparteneva a una famiglia che aveva costruito la propria fortuna grazie alla scoperta del tutto casuale di un suo antenato: nel XIII secolo, infatti, un tale Alamanno Oricellario si era accorto delle proprietà coloranti della roccella, un lichene selvatico, che a contatto con l’orina produceva una sostanza capace di tingere i tessuti di un intenso colore viola. Questa sostanza venne chiamata oricella e fu largamente impiegata nella lavorazione dei panni di lana e di seta, facendo accumulare enormi ricchezze alla famiglia Rucellai, per questo chiamata anche degli Oricellari. Bernardo e suo padre Giovanni (1403-1481) non furono soltanto degli abili mercanti, ma si distinsero anche per i loro studi umanistici: Giovanni ad esempio compose lo Zibaldone quaresimale, un manoscritto ricco di notizie sulla vita della città, ricordi di famiglia e consigli di condotta morale rivolti ai propri figli, mentre Bernardo si dedicò ai trattati di argomento storico.

Ritratto postumo di Giovanni di Paolo Rucellai, attr. a Francesco Salviati (1540 ca.) Firenze, collezione Rucellai

Per conoscere meglio questi due personaggi facciamo un percorso intorno a Piazza Santa Maria Novella: la facciata della basilica fu completata dal grande matematico e teorico del primo Rinascimento Leon Battista Alberti (1404-1472), che proprio con i Rucellai ebbe un lungo rapporto di amicizia e committenza. Osservando attentamente la decorazione, vi accorgerete dell’iscrizione posta sull’architrave IOHA(N) NES ORICELLARIUS PAV(LI) F(ILIUS) AN(NO) SAL(VTIS) MCCCCLXX (Giovanni Rucellai, figlio di Paolo, anno 1470) e del fregio con il suo emblema araldico, una vela gonfiata dal vento, presente anche sulla facciata della nuova residenza di famiglia, costruita – forse a partire dal 1446 – nella vicina Via della Vigna.

La facciata di Santa Maria Novella di Leon Battista Alberti (1470)

Palazzo Rucellai era stato il primo degli interventi eseguiti per Giovanni e Leon Battista Alberti aveva affidato i lavori a Bernardo Rossellino, uno dei suoi più validi “essecutori1. Ben presto l’edificio era diventato un modello di stile e sobria eleganza, costruito secondo i principi contenuti nel De Re Aedificatoria, il manuale di architettura (ispirato al trattato De Architectura scritto da Vitruvio nel I sec. A.C.) pubblicato dal maestro alcuni anni dopo 2. Egli aveva reintrodotto numerosi elementi classici come le paraste, i capitelli, il reticolato romano sopra la panca di via e la loggetta all’ultimo piano (che vista dalla strada resta nascosta dalle mensole che sorreggono il cornicione) presenti sulla facciata insieme ai simboli delle famiglie Rucellai e Medici (il mazzocchio con tre piume apparteneva a Cosimo il Vecchio, l’anello con due piume a Piero il Gottoso e i tre anelli con diamante a Lorenzo).

Facciata di palazzo Rucellai, dettaglio del fregio del piano nobile con lo stemma di famiglia, la vela al vento e sopra le bifore l’anello a tre punte (emblema di Lorenzo il Magnifico)
Facciata di palazzo Rucellai, dettaglio del fregio del piano terra con gli emblemi di Cosimo il Vecchio e Piero il Gottoso. Foto Sailko

I rapporti tra le due famiglie si fecero molto stretti dal 1466, anno in cui fu celebrato il matrimonio tra Bernardo e Lucrezia, detta Nannina (1448-1493) sorella maggiore di Lorenzo il Magnifico. Questa unione ebbe un preciso significato politico e fu ricordata nelle cronache del tempo per lo sfarzo dei festeggiamenti, che durarono 3 giorni e si svolsero su di un “palchetto” addobbato da fiori, festoni e arme di famiglia, che per l’occasione era stato montato nello spazio tra il palazzo e la loggia, che ancora oggi si può vedere in un angolo della piazzetta. Unico esempio di loggia privata rimasto a Firenze, questa originale costruzione fu commissionata sempre da Giovanni all’Alberti qualche anno prima del matrimonio del figlio: nel 1677 essa venne tamponata e divenne lo studio dello scultore Giovanni Battista Foggini. In seguito fu destinata a diverse funzioni (tra cui ufficio postale) e nel 1963 le arcate murate vennero riaperte, sottoponendo a restauro l’intera struttura, che attualmente ospita al suo interno un esercizio commerciale.

Loggia dei Rucellai
L’architrave della loggia dove si riconoscono gli emblemi araldici di Giovanni Rucellai e Piero il Gottoso

Un’altra opera realizzata in quegli anni e tra i progetti più affascinanti di Leon Battista Alberti, fu la cappella con la tomba di Giovanni Rucellai, nella ex chiesa di San Pancrazio (oggi Museo Marino Marini)3. Al centro della cappella era stato posto il Tempietto del Santo Sepolcro, una piccola costruzione che doveva riprodurre la sepoltura di Cristo a Gerusalemme, in modo che i visitatori potessero compiere una sorta di “pellegrinaggio” in Terra Santa ogni volta che entravano in quel luogo. Il Tempietto fu interamente decorato da tarsie marmoree di ispirazione classica, che curiosamente riproducono nuovamente i simboli araldici di Medici e Rucellai.

Tempietto del Santo Sepolcro. Foto Wikipedia

Il progetto più importante commissionato da Bernardo Rucellai, invece, fu il palazzo con il giardino monumentale che egli si fece costruire tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento in una vasta area già di sua proprietà, dove sorgevano i cosiddetti Orti Oricellari4. Questo luogo ospitò per alcuni anni l’Accademia dei Neoplatonici, che dopo la cacciata dei Medici da Firenze aveva dovuto lasciare la Villa di Careggi: gli incontri vennero diretti da Bernardo fino alla sua morte e in seguito dai suoi due figli, Palla e Giovanni, ospitando molti illustri uomini di cultura del tempo, tra cui Gian Giorgio Trissino e Niccolò Machiavelli. Agli Orti si discuteva spesso anche di politica e la crescente diffusione di sentimenti anti-medicei tra i suoi membri portò alla chiusura definitiva del circolo nel 1523, dopo il fallimento di due complotti, in cui era rimasto coinvolto lo stesso Machiavelli5.

Gli Orti Oricellari (il palazzo di Bernardo oggi chiamato Venturi Ginori è sede del Lycée International Victor Hugo la scuola franco-italiana di Firenze) 

Il cognato più sfortunato del Magnifico fu Guglielmo de’Pazzi (1437-1516), nipote di quello Jacopo de’Pazzi che nel 1478 organizzò la famosa congiura durante la quale rimase ucciso Giuliano de’Medici. Guglielmo era ricco e avviato a una brillante carriera politica: nel 1460 aveva sposato Bianca (1445-1488), l’altra sorella di Lorenzo, per appianare alcune divergenze e tensioni che si erano venute a creare tra le due famiglie. La coppia ebbe ben 16 figli: Guglielmo e Bianca si dichiararono sempre estranei alla congiura e nonostante gli ottimi rapporti con Lorenzo, furono comunque condannati all’esilio, poi revocato nel 1494. Lei morì alcuni anni prima del ritorno in città, a soli 43 anni, mentre lui ebbe una vita ancora lunga che trascorse tra i vari incarichi pubblici che gli vennero affidati, fino alla nomina a Gonfaloniere ottenuta nel 1513 all’età di 75 anni.

Palazzo Pazzi – Quaratesi detto “della Congiura” si trova in via del Proconsolo all’angolo con Borgo Albizi.

Ma dove abitavano i Pazzi a Firenze? La nostra passeggiata prosegue per raggiungere il palazzo che lo zio di Guglielmo fece costruire a Giuliano da Maiano (fratello di Benedetto e seguace di Brunelleschi) probabilmente tra il 1458 e il 1469. L’edificio, pur rispettando tutte le indicazioni del trattato di Leon Battista Alberti, presentava una originale sistemazione della facciata, rivestita in bugnato rustico al piano terra e l’intonaco bianco ai piani superiori, rendendo la residenza di Jacopo Pazzi molto bella e innovativa. All’angolo della strada si vede il grande stemma di famiglia (l’originale attribuito a Donatello si trova nell’atrio di ingresso) su cui sono raffigurati due delfini con cinque crocette dorate: secondo la leggenda, in origine l’arme dei Pazzi era composta da delle mezzalune (simili a quelle degli Strozzi) ma dopo l’eroica impresa compiuta da Pazzino nel corso della prima crociata, Goffredo di Buglione gli fece dono del proprio emblema araldico. In realtà il simbolo dei Bouillon era diverso e i Pazzi lo ricevettero in dono dai conti di Bar6 alla fine del Trecento: delfini e piccoli vasi che ricordano il fuoco sacro si trovano scolpiti anche sui capitelli del cortile.

Dopo le condanne dei responsabili della congiura, tutti i beni dei Pazzi vennero confiscati e il palazzo finì nelle dotazioni di Maddalena de’Medici (1473-1519), figlia di Lorenzo e data in sposa nel 1488 a Francesco Cybo (1450-1519) detto “Franceschetto” per la sua bassa statura e figlio di papa Innocenzo VIII. Il matrimonio si era reso “necessario” per mantenere buoni rapporti con il pontefice, che con la sua politica di alleanze rischiava di mettere in pericolo Firenze e il Magnifico dovette concedere la sua amata figlia, che allora aveva solo 14 anni, a un uomo che ne aveva quasi 40. Le nozze furono celebrate il 20 gennaio 1488 e la coppia visse tra Roma, Firenze e la Toscana fino all’elezione di Leone X, fratello di Maddalena, da cui trasse numerosi benefici, rafforzando la propria posizione presso la corte papale. Non di rado, in effetti, Franceschetto ebbe problemi economici dovuti al suo vizio per il gioco d’azzardo e le scappatelle amorose che pure non gli impedirono di avere sempre buoni rapporti con il suocero, mentre quelli con il cognato Piero furono decisamente più tesi. Il palazzo di Via del Proconsolo rimase di proprietà della famiglia Medici fino al 1593 e alla fine del Settecento venne acquistato dai Quaratesi; dal 1931 è di proprietà dell’ INPS.

A pochi passi da qui, in via del Corso 6, si trova un altro palazzo legato alla cerchia del Magnifico, già di proprietà dei Portinari7 e che nel Cinquecento fu acquistato da Jacopo Salviati (1461-1533), ricco banchiere e personaggio molto influente della sua epoca, spesso costretto a lavorare nell’ombra e per questo non particolarmente amato dai fiorentini8. Egli divenne genero e amico del Magnifico nel 1486, quando sposò Lucrezia (1470-1553), la figlia primogenita di Lorenzo e Clarice, ma dopo la cacciata dei Medici nel 1494 sembrò allontanarsi dalla famiglia, dando il suo appoggio a Girolamo Savonarola; in seguito sostenne l’elezione di Pier Soderini a Gonfaloniere a vita e ricoprì alcune cariche pubbliche nel periodo della Repubblica. Dopo l’elezione di Leone X si schierò nuovamente a fianco dei suoi parenti, ottenendo prestigiosi incarichi9 e numerosi favori dal giovane cognato: decise inoltre di adottare Giovanni, figlio di Giovanni di Piefrancesco de’ Medici e Caterina Sforza, rimasto orfano di entrambi i genitori e dal carattere impulsivo e rabbioso. Il giovane fu indirizzato verso la carriera militare e divenne un famoso condottiero, combattendo inizialmente al servizio del papa con delle insegne di colore bianco e che alla sua morte vennero trasformate in “bande” nere come segno di lutto (da qui il nome di Giovanni dalle Bande Nere). Iacopo Salviati gli fece sposare sua figlia Maria (1499-1543), ragazza mite e paziente, che ben poco amore e attenzioni ricevette dal suo intrepido marito, sempre impegnato a far la guerra e a frequentare prostitute10: la coppia visse per un breve periodo in questo palazzo e dalla loro unione nacque un unico figlio, il futuro Cosimo I, a cui la mamma dedicò tutta la sua vita e destinato a un brillante avvenire. Ma questa è tutta un’altra storia e ve la racconto una prossima volta 🙂

Palazzo Portinari Salviati. Foto Wikipedia. L’immobile nel 2016 è stato venduto al gruppo taiwanese LCD ed è attualmente sottoposto a restauro.

Note

1 Leon Battista Alberti rimase in buona parte un teorico perché delegò la realizzazione pratica dei suoi progetti ad altri architetti, definiti “essecutori” da Giorgio Vasari nelle sue Vite.

2 La prima edizione originale del manuale è del 1450.

3 Si ritiene che la chiesa di San Pancrazio possa avere origini paleocristiane. Secondo Giovanni Villani era stata fondata da Carlo Magno, anche se le prime notizie certe risalgono all’anno 931. Essa fu rimaneggiata nel Settecento e sconsacrata nel 1808, secondo le leggi napoleoniche: allora venne rifatta la facciata, usando le due colonne e la trabeazione della cappella all’interno della chiesa (anche questa progettata da Alberti), mentre i due leoni sono dell’epoca. L’intero edificio fu destinato ad altri usi, come la sede del Gioco del Lotto e in seguito Manifattura Tabacchi. Solo negli anni Ottanta venne recuperato e restaurato e nel dal 1986 ospita il museo Marino Marini.

4 Vasari attribuiva palazzo e giardino sempre a un disegno dell’Alberti, anche se egli era morto da diversi anni.

5 Il nome di Machiavelli spuntò durante le “indagini” del complotto organizzato nel 1513 e l’ex cancelliere venne condannato al confino, mentre i due maggiori responsabili Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi vennero condannati a morte.

6 Il ducato di Bar era un feudo imperiale che si trovava nella regione delle Ardenne. Non si conoscono con esattezza i meriti che portarono il casato francese a concedere questo privilegio ai Pazzi.

7 In origine sorgevano qui le case di Folco Portinari (padre della Beatrice dantesca e fondatore dell’ospedale di Santa Maria Nuova) che nel Quattrocento vennero trasformate in un palazzo a due piani, poi nuovamente ristrutturato nel Cinquecento.

8 Francesco Vettori e Guicciardini non gli risparmiarono accuse di opportunismo, ricordando le sue simpatie per il Savonarola e il riavvicinamento ai Medici dopo le elezioni a pontefice di Leone X e Clemente VII.

9 Oltre ad essere scelto come banchiere di famiglia, svolse le cariche di ambasciatore, gonfaloniere, tesoriere di Romagna e delle saline e commissario della decima: non tutte gli portarono grandi benefici finanziari, ma indubbiamente ne aumentarono il prestigio insieme al titolo cardinalizio ricevuto dal figlio Giovanni nel 1517.

10 I più recenti studi sulle ossa di Maria Salviati compiuti dall’Università di Pisa hanno dimostrato che la donna era malata di sifilide, come dimostrano le lesioni tipiche della malattia nelle ossa del cranio. Questa scoperta è stata molto importante perché in nessun documento dell’epoca se ne era mai fatto cenno, anche se era nota la riluttanza di Maria a farsi visitare dai dottori, probabilmente per non farne vedere i segni.

San Giovanni 2020 a Firenze

Dopo la Pasqua a porte chiuse, il 2020 riserva ai fiorentini un San Giovanni senza “fochi”. Nel rispetto delle norme anti-assembramento, infatti, non potremo assistere al consueto spettacolo dei fuochi d’artificio dai lungarni e la tanto attesa finale del Calcio Storico nella tradizionale cornice di Piazza Santa Croce. Ci attende dunque una giornata diversa dal solito e sicuramente più “tecnologica”, con numerosi eventi trasmessi in streaming.

Ecco che cosa prevede il programma “alternativo” dei festeggiamenti elaborato dal Comune:

“San Giovanni x3”: la prima novità di quest’anno è la condivisione della festa del santo patrono con le città di Genova e Torino. Le iniziative e le manifestazioni organizzate nelle varie città saranno trasmesse attraverso il format “Notte di San Giovanni” sul sito sangiovannix3.it e su RayPlay, Rai Premium (canale 25 DT) e Rai News (canale 48 DT) dalle ore 21. A Firenze, alle ore 17.30 il maestro Zubin Mehta dirigerà il concerto del Maggio Musicale in Duomo, mentre nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio ci saranno collegamenti con alcuni importanti ospiti del mondo dello spettacolo, come i cantanti Diodato, Irene Grandi e Niccolò Fabi e l’attore Pier Francesco Favino. Carlo Conti parteciperà con padre Bernardo Gianni dalla suggestiva abbazia di San Miniato al Monte.

Musei aperti gratis: l’ingresso alla Galleria dell’Accademia sarà gratuito per i residenti a Firenze (orario 9-14, occorrerà esibire un documento d’identità che attesti la residenza in biglietteria), mentre i Musei Civici Fiorentini saranno gratuiti (ma con prenotazione obbligatoria) per tutti i visitatori. Dalle ore 10 alle 15 sarà aperto il Museo di Palazzo Vecchio (compreso il Salone dei Dugento), mentre nel pomeriggio, dalle 15 alle 20 saranno aperti il Museo Bardini e il Museo del Novecento.

Le squadre del Calcio Storico in Piazza Santa Croce: alle ore 18 i calcianti e il Corteo Storico sfileranno di fronte a medici, infermieri, operatori sanitari e volontari della Protezione Civile e delle associazioni impegnati a fronteggiare fin dai primi giorni l’emergenza del Coronavirus.

Spettacolo di luci: al posto dei fuochi alcuni luoghi della città, come la cupola del Brunelleschi, la facciata di San Miniato a Monte, il loggiato dell’Istituto degli Innocenti e le antiche porte della città (Porta San Gallo, Porta alla Croce, Torre di San Niccolò, Porta Romana, Porta al Prato e Porta San Frediano) saranno illuminati da fasci di luce.

Irma e la “sarto-terapia”

Questa puntata di Resilienza Rosa mi ha portato in via Gran Bretagna a Firenze, dove ho fatto visita alla maestra artigiana Irma Schwegler, titolare della Old Fashion Sartoria. Nata a Lucerna, in Svizzera, questa brillante e simpatica signora di 56 anni, si è trasferita qui nel 1991 e dopo varie esperienze nel settore della moda e della confezione, nel 2002 ha deciso di aprire la sua bottega e lanciare la sua idea di sartoria artistica.

Irma realizza capi di abbigliamento e accessori per uomo e per donna di alta qualità e su misura, prodotti con tessuti ricercati e fibre naturali (lane cotte, lino e seta).

Ogni articolo che esce dal suo laboratorio è frutto della creatività e del grande amore che ha per questo mestiere fin da bambina.

Irma, si potrebbe dire che sei nata con l’ago in mano..«Sono la quinta di otto figli e sono cresciuta in una famiglia in cui si era abituati a fare di tutto: da piccola ero molto curiosa e volevo imparare a cucire come la mamma e la nonna. Stavo molto attenta a tutti i passaggi e loro mi hanno insegnato a fare i primi lavoretti». La persona che l’ha maggiormente indirizzata verso le sue scelte, però, è stata sua sorella maggiore: «Maria ha voluto fare la sarta e io l’ho seguita: lei è sempre stata di grande ispirazione per me, mi ha aiutato a crescere e ancora oggi abbiamo molte cose in comune».

Al suo arrivo in Toscana Irma è rimasta colpita dalle linee e dai “tagli” tipici del nostro abbigliamento e in particolare dal “country-chic”, che ha attirato la sua attenzione per la semplicità e il buongusto, l’uso di stoffe pregiate e la massima cura nei dettagli. «Ecco», mi ha detto, «quando ho visto quel tipo di abiti, ho pensato: è questo che io voglio fare nella vita» e da qui ha elaborato un suo stile personale, in cui la tradizione si lega con l’innovazione: pantaloni, gilet, mantelle, gonne e altri classici vengono rivisitati in chiave moderna e diventano pratici abiti da portare tutti i giorni.

Oltre al talento e la manualità, un altro elemento di fondamentale importanza in questo settore è lo studio delle materie prime con particolare attenzione alla sostenibilità e la ricerca di nuovi prodotti e strategie per l’innovazione dell’artigianato locale.

Parlando di tessuti ricavati dalle fibre naturali, oltre al lino e alla canapa (che tutti ben conosciamo) ho scoperto che le più recenti sperimentazioni hanno riguardato la ginestra e l’ortica: «Dall’ortica si ottiene un filato simile al lino, molto adatto per l’estate.. e non pizzica!»

Irma chi sono i tuoi clienti? «La mia è una clientela medio-alta, direi di nicchia. Si tratta di persone che amano i capi fatti su misura, di quelli che tornano perfettamente addosso.»

Vi è inoltre l’aspetto “umano” di questo lavoro e non inteso solamente come contatto fisico con le persone che si recano nel suo negozio.

Mi spieghi meglio che cos’è la “sartoterapia”?: «Veramente la parola l’aveva inventata per scherzo il mio compagno, al quale raccontavo spesso quello che mi succedeva durante la giornata. Le persone si confidano con me, soprattutto quando siamo da soli nel camerino di prova, magari mentre sto prendendo le misure per fare una giacca o una gonna nuova. Io semplicemente ascolto, ma questo a loro fa piacere, perchè in fondo il tempo che passano con me è un momento che dedicano a se stessi e se hanno un problema o una preoccupazione si sfogano e poi vanno via contenti. E allora il mio compagno diceva che stavano meglio perchè avevano fatto la seduta di sarto-terapia.»

Durante la mia visita sono rimasta anche molto colpita dal rapporto di Irma con i giovani.

Oltre ad essere una docente di modellistica e confezione presso lo IED – Istituto Europeo di Design, permette regolarmente agli studenti di svolgere il tirocinio presso la sua bottega ed è assolutamente convinta dell’importanza dell’insegnamento per trasmettere ai ragazzi la passione e gli strumenti necessari per portare avanti questo mestiere. E’ così che qualche anno fa è arrivata Veronica, che dopo i corsi ha iniziato a lavorare nel suo laboratorio e oggi è praticamente diventata la sua “mano destra”. Ho trovato bellissimo il loro rapporto: una collaborazione intensa e un’intesa perfetta, che si è rivelata, ad esempio, quando ho chiesto a Irma di descriversi con 3 aggettivi e a rispondere è stata Veronica con “AAA: appassionata, artistica, agguerrita”.

La crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 ha colpito anche la Sartoria, che è rimasta chiusa per oltre due mesi: Irma mi confessa di aver vissuto molto male i primi giorni di lock down, ma poi ha iniziato a pensare a cosa poteva fare e ha usato quelle settimane per migliorare la vendita on line sul suo sito:«Abbiamo introdotto la novità delle mascherine in cotone lavabili: le prime sono state vendute in America e sono disponbili in venti tipi diversi, su internet e in negozio.»

Come si svolge una tua giornata tipo adesso? «La giornata tipo non esisteva nemmeno prima, perchè ogni giorno da quella porta può entrare una persona con una richiesta diversa. Oppure attraverso il sito internet, tutto ormai è diventato imprevedibile. L’unica certezza che abbiamo in questo momento è che ogni mattina alle 8 ci sono le sanificazioni. Per il resto è difficile fare previsioni realistiche per il futuro, dobbiamo solo crederci e andare avanti giorno per giorno.»

Lascio Irma e Veronica a “fare cose” in bottega, anche perchè si è fatta l’ora di pranzo. Ma tornerò presto: quelle mascherine viola Fiorentina devono assolutamente essere mie 🙂

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Foto di Patrizia Messeri