La Doula Giada

In questo nuovo articolo di #ResilienzaRosa vi racconto la storia di Giada, o meglio della Doula Giada, una giovane mamma che ha deciso di cambiare profondamente la sua vita e circa due anni fa ha iniziato un percorso di formazione e di studi che l’hanno portata a intraprendere una nuova professione (quella della doula appunto) in cui offre assistenza e sostegno alle neo mamme.

Ci incontriamo in un bar e ci sediamo a bere un cappuccino (quando ancora si poteva!) per parlare insieme del suo lavoro; mi trovo di fronte una donna bella, coraggiosa e simpatica, che con passione e semplicità inizia a spiegarmi chi è la doula (si legge dula) e che cosa fa: << La doula non è un medico, quindi non svolge il ruolo di un ginecologo o di un’ostetrica, ma si pone come figura complementare ad essi nel periodo della gravidanza, del parto e del puerperio, fino al compimento del primo anno di età del bambino/a. La mia professione, molto affermata e apprezzata nei paesi del Nord Europa e in America, è ancora semi sconosciuta in Italia ma rappresenta un valido aiuto alle mamme e alle loro famiglie in questa delicata fase di trasformazione della vita>>.

In che cosa consiste allora il tuo lavoro? <<Essere una doula significa “fare da madre alla madre” e in pratica consiste nel fornire un appoggio concreto e senza giudizio alle neo mamme; io le sostengo con rispetto, proprio come farebbe per sua figlia la più amorevole delle madri e assicuro la mia presenza e la mia collaborazione sia a domicilio, sia on line>>.

Quindi, se ho capito bene, il tuo lavoro è un qualcosa che unisce la figura della baby-sitter a quella di una collaboratrice domestica? << Sì, posso essere entrambe le cose (ride) in fondo noi doule siamo come delle matrioske (non a caso Giada ne ha scelta una come logo del suo sito e dei profili social ndr), perchè siamo più donne in una e ci mettiamo al servizio di altre donne per accompagnarle in questo percorso di crescita interiore, che può essere più semplice per alcune e più complesso per altre. Spesso di tratta di difficoltà pratiche, come ad esempio quando ci si ritrova da sole ad affrontare una nuova gravidanza e a gestire il carico familiare della casa con altri figli piccoli, mentre ci sono donne che ricercano maggiormente un supporto emotivo da una persona che trasmetta loro fiducia e sicurezza. Nessuna di noi nasce mamma e nessuna di noi può insegnare alle altre come essere mamma, ma possiamo imparare ad “ascoltarci” e diventare genitori più consapevoli>>.

Che cosa intendi esattamente? <<Voglio dire che siamo fisiologicamente pronte ad accogliere un’altra vita, nella maggioranza dei casi il corpo fa quello che deve fare con naturalezza e spontaneità, ma emotivamente è tutta un’altra storia! Si diventa madri col tempo, crescendo giorno dopo giorno insieme ai nostri figli e non c’è niente di scontato in tutto questo, anche se la società tende a semplificare e a banalizzare questa trasformazione. Non  è un caso infatti che molte donne incontrino delle difficoltà, che talvolta nascono dal fatto di non sentirsi adeguate o perchè sono confuse dai mille consigli che ricevono e pensano di essere giudicate male da chi le circonda. Avere accanto una persona che le accoglie e le incoraggia nelle proprie scelte può rivelarsi davvero importante>>.

Non posso fare a meno di chiederti se questa tua scelta professionale sia dovuta alla tua esperienza personale di mamma. <<Assolutamente sì. Io ho due bambini e con il primo non ho avuto grossi problemi, mentre la seconda gravidanza è stata segnata da un evento tragico e quando è nato mio figlio, io ero ancora emotivamente fragile. Inoltre ero da sola e quando sono rientrata al lavoro è diventato tutto ancora più complicato: ero sempre di corsa e sempre più stanca e ad un certo punto mi sono resa conto di non stare bene, ma non sapevo cosa fare. Poi un giorno, quasi per caso, ho scoperto il mondo delle doule, che da subito mi ha incuriosito e appassionato; ho iniziato a leggere, a informarmi e pensare che potevo aiutare altre donne a non passare quello che avevo passato io>>.

Così Giada ha deciso di lasciare il suo “tranquillo” lavoro da impiegata e si è messa a studiare per diventare una doula, diplomandosi presso l’Associazione Professionale Mondo Doula, dopo aver frequentato il corso di formazione previsto, della durata di circa un anno.

Nella lunga e piacevole conversazione che ho avuto con lei, una sua frase che mi ha particolarmente colpito è stata “ogni mamma ha diritto ad avere un buon inizio”.

Credo che sia un pensiero molto bello, soprattutto in questo periodo in cui i timori e le ansie che spesso caratterizzano la gravidanza, saranno avvertiti con crescente apprensione da chi sta per iniziare la più grande avventura della sua vita. Giada mi rivela che anche il suo cammino non è privo di ostacoli, perché questa professione è vista ancora con una certa perplessità (se non addirittura ostilità) e le donne stesse tendono spesso ad arrivare al “limite” prima di chiedere aiuto. Eppure lei va avanti con decisione, sempre più convinta che di una figura come questa ci sia un assoluto bisogno, perché nessuna donna si senta sola e per colmare il vuoto che circonda le mamme e i loro bambini nella nostra società .

Ma quali sono in servizi che effettivamente può offrirvi una doula?

Giada vi può aiutare nella gestione e organizzazione delle visite mediche e aiutarvi a redigere il “piano parto”, proporre esercizi e tecniche di rilassamento e utili alla gestione del dolore, fornire supporto all’allattamento e un’assistenza concreta nella gestione della casa, dei pasti e degli altri figli. Di fatto, <<la doula è uno spazio e un tempo di cura che le neo mamme si possono prendere per facilitarsi la vita!>>

Per scoprire tutti i servizi della Doula Giada alle famiglie potete visitare i suoi profili social oppure scrivere a ladoulagiada@gmail.com

Vi segnalo anche #casadoula, una serie di incontri on line che si svolgeranno sulla piattaforma Zoom fino a fine gennaio, in cui vi potrete incontrare e confrontare con le doule Giada e Caterina.

Perché quando nasce un bambino nasce anche una mamma!

Area d’Arte

Il nuovo articolo di Resilienza Rosa ci porta alla scoperta di Area d’Arte, l’associazione culturale fondata dalla tessitrice Laura Biagini con la stilista Gloria Modesti e la designer di gioielli e accessori in pelle Francesca Carrozza, nel suo laboratorio in via de’ Macci, vicino al Mercato di Sant’Ambrogio a Firenze. Laura ha avuto l’idea di condividere la fantasia e la passione per il proprio lavoro con Gloria e Francesca, in quella “stanza” tutta al femminile che poi è diventata una vera e propria “officina creativa” e in cui è possibile acquistare i loro oggetti interamente fatti a mano. Troverete inoltre una zona allestita con i vari attrezzi del mestiere, con macchine da cucire e telai manuali in legno che Laura usa per i suoi corsi di tessitura, durante i quali insegna a realizzare piccoli arazzi, tappeti e altri tessuti (sia con telai a cornice sia con telai più grandi a 2 o 4 licci).

Laura Biagini davanti a uno dei suoi telai

Prima di tutto chiedo a Laura come è nata questa sua passione per la tessitura. << Per 25 anni ho fatto l’architetto, poi ho incontrato il telaio sardo e me ne sono innamorata. Ho sempre avuto un grande amore per l’artigianato artistico, così ho iniziato a frequentare alcuni laboratori tessili e a capire il valore di un tessuto prodotto artigianalmente. La tessitura è per me un’arte e come ogni forma di arte necessita di studio, ricerca, ma anche creatività e passione ed è su questi presupposti che si basa il mio lavoro.>>

Quali materie usi e cosa produci? <<Uso materiali ricercati e realizzo capi di abbigliamento e accessori, ma anche complementi di arredo e oggetti per la casa. Faccio tutto con le mie mani, mettendo estrema cura e attenzione in ogni singola cosa e per questo la mia produzione non è molto ampia, ma rispetta proprio il tempo della manualità, che è anche il tempo della meditazione e della calma.>>

Laura Biagini tessitrice: scialle in lana merino e mohair

Il progetto Area d’Arte nasce innanzitutto dalla collaborazione e l’amicizia tra Laura e Gloria Modesti, che dopo il diploma presso l’Istituto d’Arte a Firenze, ha dipinto per dieci anni nell’Atelier de Angelis e ottenuto l’attestato di frequenza presso la Scuola di Luca – Ente di Formazione in Arteterapia del Colore a indirizzo antroposofico. Dal 1998 si occupa di moda etica, ecologica e sostenibile: <<Ho iniziato collaborando con l’azienda Giuditta Blandini Stile Biologico come stilista e responsabile di produzione e in seguito ho creato l’azienda Alta Rosa con l’architetto Valeria Doga, in cui ho lavorato fino a pochi mesi fa. Attualmente produco capi di abbigliamento e accessori nel contesto di Area d’Arte, seguendo i principi della moda responsabile, che rispetta l’ambiente e l’individuo e impiegando solo fibre naturali (e da agricoltura biologica) e colori vegetali>>.

Gloria Modesti nel laboratorio di Area d’Arte

Cosa ti ha spinto, oltre all’amicizia con Laura, a entrare in Area d’Arte? <<Partecipo con grande entusiasmo a questo progetto perché la mia professionalità e la mia creatività sono maturate negli anni e oggi voglio dedicarmi alla creazione di prodotti artigianali di alta qualità. Non si tratta solo di un’operazione commerciale, ma anche di promuovere qualcosa che fa parte dell’arte e della cultura di questa città.>>

Creazioni Alta Rosa: Maria Sole Delfino indossa un abito sposa/sera realizzato artigianalmente a maglia in cotone biologico.

Insieme a Gloria si è unita al progetto anche Francesca Carrozza, che dopo i suoi studi in lingue (è interprete in francese e portoghese) e << aver tentato di farmi piacere la facoltà di legge>> ha iniziato a lavorare come Graphic Designer: <<Durante i due anni che ho trascorso in Brasile ho capito che la creatività era la sola cosa che mi interessava. Ho iniziato a fare la designer quando ancora non c’erano i computer e ho svolto questo lavoro per ben 25 anni, fino a quando mi sono stancata dell’eccessiva tecnologia e ho accettato una scommessa, ossia realizzare una collezione di borse in pelle per un negozio. Questa sfida è stata la svolta che ha riacceso la mia passione e la mia manualità e così è nata 962 art.>>

Francesca Carrozza mentre realizza i suoi gioielli in argento

Oggi di che cosa ti occupi? <<Assolutamente autodidatta dopo un breve periodo nella pelletteria ho iniziato a interessarmi anche alla gioielleria, disegnando e realizzando oggetti in bronzo e in argento. Le mie creazioni nascono dall’interpretazione della materia, sono pezzi unici, in cui non ricerco la perfezione ma l’emozione che essi possono trasmettere. Inoltre mi occupo anche del “restauro” di vecchi gioielli e oggetti in argento rimasti nei cassetti ad annerirsi, restituendo loro una nuova vita. Poter creare personalmente i prototipi mi ha dato la possibilità di conoscere Laura Biagini e di aderire al progetto dell’Associazione Area d’Arte>>.

Alcune delle creazioni di 962art di Francesca Carrozza

Area d’Arte ha aderito a Canto alla Mela, un associazione di cittadini, commercianti, artigiani, ristoratori e liberi professionisti che desiderano rilanciare e promuovere le attività sociali ed economiche della zona tra Via Ghibellina, Via de’Macci e dintorni. Il nome dell’associazione richiama le antiche Potenze Festeggianti fiorentine, che fino al Seicento animavano le feste e i giochi nei rioni popolari della città e si propone quindi di ricostruire anche l’identità culturale del quartiere.

Seguite Area d’Arte e le iniziative di Canto alla Mela anche sui loro canali social!

 

La Maestà di Giotto

“E tieni bene a mente, che chi imparasse a lavorare prima in muro e poi in tavola, non viene così perfetto maestro nell’arte, come perviene a imparare prima in tavola e poi in muro.” (Cennino Cennini, il Libro dell’Arte)

Entrando nella seconda sala delle Gallerie degli Uffizi – quella da dove generalmente inizia il percorso di visita – ci troviamo di fronte alla Maestà di Giotto, una grande tavola dipinta intorno al 1310 per la chiesa di Ognissanti e che oggi si trova a fianco della Madonna Rucellai (1285 ca.) di Duccio di Buoninsegna e la Madonna di Santa Trinita (1290 ca.) di Cimabue.

Le Maestà degli Uffizi: nelle foto a sinistra la Madonna Rucellai di Duccio di Buoninsegna (sopra) e la Madonna di Santa Trinita di Cimabue (sotto), mentre nella foto grande a destra la Maestà di Ognissanti di Giotto

Osserviamo per prime le opere dei due artisti contemporanei di Giotto: quella di Duccio (caposcuola della pittura senese) è dolce e raffinata, con la Madonna seduta su di un elegante e coloratissimo trono, mentre quella di Cimabue (maestro dello stesso Giotto) accenna un sorriso mostrando il Bambino dall’alto di una complessa architettura, da cui sembrano affacciarsi quattro profeti.

In entrambe vediamo degli angeli accanto al trono, posti uno sopra l’altro.

Volgiamo adesso il nostro sguardo verso la Madonna di Giotto, che interpreta uno dei temi più popolari della pittura dell’epoca in modo molto originale: le sue figure mostrano un volume e un realismo inediti e tutta la composizione ci appare assai meno “piatta” rispetto alle tavole ancora di gusto bizantino dei suoi colleghi. I personaggi sono praticamente gli stessi: la Vergine seduta in trono come una regina (da qui il nome di Maestà attribuito ai dipinti con questo soggetto) con in braccio il Bambino, che con la mano destra benedice e con la sinistra tiene un piccolo cartiglio arrotolato al centro. Un gruppo di angeli e santi1 è disposto intorno a loro: i due angeli inginocchiati davanti al trono offrono fiori (il giglio bianco è simbolo della purezza della Vergine), mentre i due che si trovano ai lati porgono una pisside e una corona. Le figure sono posizionate secondo il consueto schema delle proporzioni gerarchiche2 (vedete quanto è più grande la Madonna rispetto a tutte le altre?) e ovviamente non manca il tradizionale fondo dorato. Eppure c’è un particolare, o meglio un accorgimento usato dal pittore nella sistemazione di questi personaggi, che rende quest’opera assai diversa e innovativa per il suo tempo: vi siete accorti che i santi a fianco del trono non sono più uno sopra l’altro, bensì uno dietro l’altro? Non è un dettaglio di poco conto, perché con questa semplice soluzione Giotto riuscì a conferire maggiore profondità alla sua scena, creando un vero e proprio spazio pittorico.

Foto Wikipedia

Ma come venivano realizzate queste grandi pale d’altare?

Le opere erano dipinte su tavole di legno, unite e tenute insieme da una cornice: prima di poterle disegnare, però, occorreva eseguire un lungo lavoro di preparazione. Prima di tutto, le assi di legno ben stagionato venivano trattate con dei collanti e “impannate”, cioè ricoperte di una fine tela di lino fissata con la colla; la fase successiva era chiamata “ingessatura”, che consisteva nello stendere un impasto fatto di colla e gesso, con cui si otteneva una superficie liscia e senza imperfezioni. Dopo aver delineato i contorni delle figure sul piano ingessato, si procedeva con la doratura del fondo, attaccando dei piccoli rettangoli di foglia d’oro su di uno strato di bolo armeno (un’argilla di colore rossastro mescolata con albume d’uovo). A questo punto la tavola era finalmente pronta per essere dipinta: le figure venivano colorate a tempera, ossia con una mescola di pigmenti in polvere, tuorlo d’uovo e altri ingredienti naturali.

Queste ed altre tecniche di lavorazione vengono descritte nel famoso trattato di Cennino Cennini, il Libro dell’Arte, scritto agli inizi del Quattrocento, in cui l’artista descrive i supporti, gli strumenti e i materiali impiegati nella pittura su tavola e ad affresco; molto interessanti, ad esempio, sono i capitoli in cui viene spiegata la creazione delle colle, come la cosiddetta “colla di spicchi” (ricavata dai ritagli di pellame) oppure quella ottenuta dalla bollitura della carta di pecora.

Note:

1. Le proporzioni gerarchiche furono una delle caratteristiche più tipiche della pittura medievale, per cui la grandezza dei personaggi era legata alla loro importanza.

2. I santi sono un’allusione al nome della chiesa per cui venne realizzato il dipinto.

Le acqueforti di Ippogrifo

E’ un fresco pomeriggio d’autunno e io sono in Via Santo Spirito: le strade d’Oltrarno si son fatte più silenziose e in giro non c’è quasi nessuno.

Prima del Covid si veniva su questa sponda d’Arno per sfuggire alla calca dei turisti che affollavano strade e piazze e, scansati quelli che facevano la fila per il gelato al Ponte alla Carraia o il panino in Piazza Santo Spirito, alla fine riuscivi pure a trovare un dannato posto a sedere. Ora che ci siamo solo noi – lo dico da mesi – si scoprono interi condomini fantasma, dove molti appartamenti venivano affittati solo su Airbnb e adesso restano tristemente vuoti.

Eppure in questa parte di Firenze non si trovano soltanto i locali della controversa movida notturna: siamo nel quartiere delle botteghe artigiane, che oltre a far fronte alle difficoltà del momento, sentono la responsabilità e il timore di chi porta avanti un mestiere a rischio di estinzione.

Mi sono recata in uno di questi esercizi storici, l’Ippogrifo del maestro Gianni Raffaelli, che lavora insieme al figlio Duccio e la moglie Francesca e da oltre 40 anni produce stampe artistiche con l’antica tecnica dell’acquaforte.

Una parte delle stampe che si trovano in negozio

Anticamente con il nome “aqua fortis” ci si riferiva all’acido nitrico, di cui era noto il forte potere ossidante; in seguito venne chiamata acquaforte la stampa ottenuta da una matrice di metallo incisa, impiegando della soluzione acida e una pressa.

Si pensa che questa tecnica sia stata inventata dagli armaioli, che se ne servivano per la decorazione di armi e armature e successivamente venne applicata alla stampa. Tra i grandi artisti del passato che realizzarono varie incisioni si ricordano Albrecht Dürer e Rembrandt, tra gli italiani il Parmigianino e Guido Reni.

La creazione di queste stampe prevede varie fasi di lavorazione.

La prima consiste nel realizzare il disegno del soggetto che si vuole stampare e inciderlo sulla matrice di metallo: per eseguire questa operazione viene generalmente usata una lastra di rame, su cui è steso un sottile strato di cera liquida, che una volta asciutto fornisce una superficie adatta a ricalcare il bozzetto, ripreso e definito con maggior precisione grazie ad una punta metallica. Quando il disegno è pronto si procede con la morsura, cioè l’immersione della lastra in un bagno acido, che corrode il rame nei solchi incisi sulla cera e fornisce, appunto, la matrice per la stampa.

Le stampe ad acquaforte possono essere in bianco e nero oppure dipinte ad acquerello.

Il procedimento di stampa vera e propria inizia spalmando dell’inchiostro grasso sulla lastra; il colore viene poi rimosso pulendo la lastra con un panno o della carta e per eliminare ogni alone scuro (che altrimenti verrebbe trasferito sul foglio) si lucidano i contorni del disegno con la magnesia. A questo punto l’inchiostro rimasto è soltanto quello penetrato negli incavi dell’incisione e la matrice è pronta per la pressa. La carta usata per la stampa ha uno spessore di circa 3 mm; si prende un foglio inumidito, lo si appoggia sulla lastra e lo si fa passare tra due cilindri. Appena uscito dal torchio potremo vedere l’immagine impressa sulla carta che verrà lasciata ad asciugare per alcuni giorni.

Una matrice può essere utilizzata per circa 150 volte, dopodiché deve essere “riaffondata”, oppure, nel caso si voglia replicare lo stesso soggetto, ne va prodotta una nuova.

Il video che mostra la fase di stampa della matrice

Ed ecco alcune domande che ho rivolto a Duccio Raffaelli, il figlio del maestro Gianni.

Ci racconti come è nato l’Ippogrifo? «L’azienda è nata nel 1977 e inizialmente era composta da 3 soci, Volpi, Agostini e mio padre Gianni Raffaelli, che avevano in comune la passione per il teatro e le stampe antiche. Così decisero di creare lo Studio Grafico L’ippogrifo, che all’epoca si trovava in Borgo San Frediano all’angolo con Viale Ariosto e fu proprio dal suo Orlando Furioso che presero ispirazione per il nome (l’ippogrifo, infatti, viene descritto da Ludovico Ariosto nel poema, ndr).»

Qual è la vostra clientela di riferimento? «Al contrario di quanto si potrebbe pensare, non si tratta necessariamente di un settore di nicchia. Non importa essere un esperto della tecnica dell’acquaforte per apprezzare le nostre opere e quindi i nostri clienti sono innanzitutto persone che amano il buongusto e le creazioni originali. Spaziando tra molti generi, negli ultimi anni siamo riusciti ad avvicinare un pubblico più giovane e benché la maggior parte di loro sia straniera (soprattutto nord americani e australiani) ci sono anche tanti fiorentini che ci hanno “riscoperto”: alcuni ci hanno detto di non aver notato il negozio prima, altri invece tornano per fare un regalo di laurea o di compleanno.»

Quali sono le maggiori difficoltà che state affrontando in questo momento? «A dire il vero le difficoltà ci sono sempre state. Il mondo dell’artigianato locale soffre ormai da diversi anni e molte delle problematiche non sono certamente nate con la pandemia: i costi di gestione sono alti (gli affitti prima di tutto ma non è l’unica spesa), così come la pressione fiscale e nel nostro caso, la crisi del settore fieristico italiano, che di fatto ci ha imposto metodi di vendita diversi da quelli a cui eravamo abituati; di buono c’è stata l’apertura verso mercati del tutto nuovi, come la Cina, in cui questi prodotti vengono apprezzati tantissimo. Oggi sicuramente manca il turismo, che è una parte fondamentale dell’economia della città, anche se, quando si parla della grande affluenza nel periodo prima del Covid-19, vorrei ricordare che in Oltrarno arrivavano i turisti in “esubero”… erano talmente tanti dall’altra parte che non c’era più posto e un po’ di gente veniva anche di qua!»

E’ bello però vedere che un ragazzo giovane come te ha scelto di intraprendere questa strada. «Da una parte si tratta di una scommessa perché non sono rimasti in molti a fare le incisioni. Eppure ogni mattina quando faccio colazione di fronte a una delle nostre stampe penso a quanto sia bello avere in casa un oggetto interamente fatto a mano. Il motivo principale credo sia quello: la voglia e l’impegno a mantenere in vita una tradizione artistica importante».

Duccio Raffaelli di fronte all’ingresso del negozio in Via Santo Spirito

Le stampe di Ippogrifo sono tutti pezzi unici e anche se una matrice viene usata più volte, ciascun pezzo non sarà mai identico al precedente. E’ inoltre possibile realizzare queste stampe su materiali diversi dalla carta, come ad esempio i tessuti. Tra gli ultimi progetti di Ippogrifo vi è infatti la stampa sulle camicie (sia da uomo sia da donna), in collaborazione con Federico Curradi di Santo Spirito 9 e Tiziana Alemanni e la splendida casacca in pelle che ha sfilato nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio lo scorso 2 settembre in occasione del grande evento di Pitti Immagine.


La casacca in pelle che ha sfilato per Pitti Immagine Uomo il 2 settembre scorso

Come sempre faccio i miei migliori auguri a questi bravissimi artigiani fiorentini che rappresentano al meglio il cuore e l’identità della nostra città nel mondo.

La Madonna della Melagrana

L’opera del mese” di ottobre scelta per la mia rubrica a puntate su Facebook è la Madonna della Melagrana, uno dei capolavori di Sandro Botticelli esposto alle Gallerie degli Uffizi.

Il dipinto venne eseguito intorno al 1487 e nonostante l’attribuzione al grande pittore fiorentino sia sempre stata riconosciuta dagli storici, non tutti sono d’accordo sulla datazione, che tendono ad anticipare di qualche anno. In effetti non esiste un documento dell’epoca che ne attesti la committenza (o molto probabilmente esso è andato perduto), ma si suppone che la tavola sia stata ordinata dai Massai di Camera, un’antica magistratura fiorentina che aveva sede in Palazzo Vecchio. A confermare questa ipotesi sarebbe la cornice – ritenuta originale – con una decorazione a gigli dorati su fondo azzurro che rimanda alla storica alleanza tra Firenze e i francesi e una possibile collocazione pubblica del dipinto.

Sandro Botticelli, Madonna della Melagrana (dettaglio)

Il nome del dipinto deriva dalla melagrana mostrata dal Bambino, un frutto carico di simbologia cristiana riferita innanzitutto alla Passione di Cristo (per il colore rosso dei chicchi) ma anche all’unità della Chiesa (perché i chicchi sono riuniti tutti in uno stesso guscio).

La melagrana è inoltre un simbolo di abbondanza, fecondità e regalità.

Il Bambino come di consueto è in braccio alla Madonna, seduta al centro della composizione: attorno a lei si trovano sei angeli, che mostrano una varietà di pose ed espressioni davvero straordinaria. Osservate i primi due ai lati, che sembrano appoggiarsi su di un festone di rose rosse e bianche: l’angelo a destra è raffigurato di profilo, mentre quello a sinistra volge lo sguardo verso lo spettatore e indossa una fine stola su cui sono ricamate le parole “Ave Gratia Plena“. Entrambi reggono dei lunghi gigli bianchi, simbolo della purezza di Maria. Dietro di loro si vedono altre due coppie di angeli: in quella di sinistra, uno legge un libro con la mano appoggiata sulla spalla del vicino che ha lo sguardo rivolto verso l’alto, in quella di destra l’angelo con il libro guarda lo spettatore mentre il compagno sembra sussurrare qualcosa al suo orecchio. È probabile che il pittore abbia osservato dal vero dei fanciulli e che si sia ispirato alle loro espressioni per dipingere il volto degli angeli.

Tondo Raczynski – Foto Wikipedia

La Madonna della Melagrana presenta varie similitudini con un altro dipinto di Botticelli, la Madonna del Magnificat, (a cui avevo già dedicato un articolo sul blog) che si trova nella stessa sala delle Gallerie degli Uffizi. Un’altra tavola molto simile a queste due opere è il cosiddetto Tondo Raczynski, conservato presso lo Staatliche Museen di Berlino, mentre una versione della Madonna della Melagrana (di dimensioni più piccole rispetto al quadro di Firenze) appartenuta alla collezione Aynard di Lione, è stata venduta nel novembre 2017 ad un collezionista privato nel corso di un’asta a Parigi.

La versione più piccola della Madonna della Melagrana venduta all’asta nel 2017

Una copia del dipinto era presente anche nella collezione Wernher alla Ranger’s House di Londra, a lungo considerata una tarda imitazione dell’originale agli Uffizi. Nella primavera dello scorso anno la tavola è stata sottoposta a restauro e analizzata ai raggi X da parte dell’English Heritage, l’ente che si occupa della gestione del patrimonio culturale in Inghilterra; i suoi esperti hanno rilevato caratteristiche tecniche di grande valore (il legno di pioppo usato per la tavola e la presenza di alcune modifiche nella composizione rispetto al disegno sottostante) che portano a ritenere l’opera “stilisticamente troppo simile per essere un’imitazione”. Il quadro è stato quindi dichiarato un originale di bottega ed è attualmente esposto nel museo.

Il Bacco di Michelangelo (1496-97)

Qualche settimana fa ho creato una nuova rubrica sulla pagina Facebook di GuardaFirenze: si chiama “L’OPERA DEL MESE“, in cui scelgo uno dei capolavori nei musei fiorentini e lo presento a “puntate”. Il mese di settembre è stato dedicato al Bacco di Michelangelo, che si trova al Museo Nazionale del Bargello: per chi lo avesse perso, non segue i social o preferisce leggere la storia tutta di un fiato, da oggi potrà leggere gli articoli anche sul blog.

Il Bacco di Michelangelo (1496-97)

La statua fu commissionata dal cardinale Raffaele Riario, nipote di papa Sisto IV, che dopo aver preso parte alla congiura dei Pazzi (ed essere tra i pochi rimasti vivi), aveva intrapreso una brillante carriera ecclesiastica ed era diventato un raffinato collezionista di opere d’arte. Lui e Michelangelo si erano conosciuti in modo del tutto insolito: alcuni mesi prima, infatti, l’artista era stato coinvolto in una truffa ai danni del cardinale, al quale un mediatore aveva venduto il suo Cupido Dormiente, facendogli credere che fosse una statua antica. Accortosi dell’inganno Riario aveva voluto indietro i soldi, ma era molto curioso di conoscere quel giovane scultore così pieno di talento e lo aveva invitato a Roma. In quel periodo egli era impegnato nella costruzione di un nuovo palazzo “all’antica”, resa possibile da una favolosa vincita ai dadi (si parlava di 14.000 ducati!) ai danni di Franceschetto Cybo, figlio di Innocenzo VIII e marito di Maddalena de’Medici (il palazzo venne poi confiscato e nel 1517 divenne la sede della Cancelleria Apostolica).

Ricco, colto e irriverente, Riario era il mecenate che ogni artista dell’epoca avrebbe desiderato servire.

La prima cosa che mostrò a Michelangelo appena arrivato in città, fu la sua bellissima collezione di statue greche e romane e il giorno dopo gli propose di lavorare per lui. Michelangelo accettò subito l’incarico, sapendo che il loro incontro gli avrebbe aperto le porte del prestigioso ambiente cardinalizio e si mise alla ricerca del pezzo di marmo giusto: avrebbe scolpito un Bacco per il più pagano dei cardinali di Roma.

Ritratto di Michelangelo al Museo Nazionale del Bargello

Bacco è una delle poche statue finite di Michelangelo, che stilisticamente segna il suo passaggio nella maturità artistica.

L’opera ebbe un grande successo tra i contemporanei e fu molto lodata dallo stesso Giorgio Vasari. Il giovane scultore fiorentino scelse di raffigurare il dio in evidente stato di ebbrezza: con la mano destra solleva una coppa di vino e con la mano sinistra tiene una pelle di tigre e dell’uva, ma pare non accorgersi di un satiro birichino, che nascosto dietro di lui, se la sta mangiando di gusto. La figura a grandezza naturale, dallo sguardo incantato e la posa languida, fu modellata dal contrapposto, la tecnica che serviva per conferire equilibrio e dinamismo alle sculture, di cui Michelangelo fu maestro indiscusso. Questo metodo, noto anche come “chiasmo” – che significa “disposizione a forma di chi” – deriva dalla lettera dell’alfabeto greco X (detta appunto “chi”) e prevede la disposizione degli arti in pose opposte tra loro, per cui ad un arto inferiore piegato corrisponde l’opposto arto superiore disteso. Osservate adesso il Bacco: come vedete, al braccio destro piegato corrisponde la gamba sinistra tesa, mentre al braccio sinistro teso corrisponde la gamba destra piegata. Michelangelo partì dai modelli classici che aveva visto nella collezione del cardinale Riario, ma ne abbandonò la rigida astrazione, dando una leggerezza e un’umanità inedita al più sensuale degli dei pagani e dimostrando che l’arte dei moderni poteva finalmente competere con quella degli antichi.

Il dettaglio del satiro che mangia l’uva dietro alla figura del Bacco

Non si conoscono i motivi per cui, ad un certo punto, il Bacco venne rifiutato dal cardinale Riario, che decise di disfarsi anche del Cupido Dormiente (che in effetti è andato perduto). L’opera fu acquistata dal suo agente Jacopo Galli, che la sistemò nel giardino della sua abitazione; la cosa strana è che nelle memorie di Michelangelo venne menzionata solo la vendita al Galli ed egli negò decisamente di aver mai lavorato per il cardinale. Eppure la committenza da parte di Riario è confermata da varie lettere e ricevute di pagamento, che smentiscono le parole dello stesso Michelangelo.

Ma allora perché l’artista avrebbe mostrato una tale ingratitudine verso l’uomo che gli aveva aperto le porte della prestigiosa curia romana?

Secondo alcuni studiosi (tra cui Antonio Forcellino) le ragioni vanno ricercate nei fatti accaduti nell’autunno del 1494, al tempo della cacciata dei Medici da Firenze. Fino alla morte di Lorenzo il Magnifico, infatti, Michelangelo era vissuto nel palazzo di Via Larga – in cui era stato accolto praticamente come un figlio – e in seguito aveva trovato una sistemazione nel convento di Santo Spirito. I rapporti con Piero (il maggiore dei figli maschi di Lorenzo) erano sempre stati tesi e quando Michelangelo si accorse che la sua posizione politica in città stava precipitando, decise di fuggire senza avvertire nessuno. Egli si sarebbe potuto rivolgere a Giovanni (il fratello di Piero e futuro papa Leone X), che era già stato nominato cardinale e invece, appena arrivato a Roma, si era recato proprio da uno dei principali avversari dei Medici. Michelangelo era consapevole di un certo risentimento della famiglia nei suoi confronti e nonostante fossero passati molti anni, doveva ancora temere delle ritorsioni verso i suoi parenti rimasti a vivere a Firenze; forse fu per questo motivo che nella biografia preferì negare i suoi rapporti con Riario.

Il Bacco di Michelangelo in un disegno di Maerten van Heemskerck

Esiste anche un altro enigma che riguarda il Bacco; da questo disegno eseguito dal pittore olandese Maarten van Heemskerck nel giardino del Galli possiamo notare che la statua ha il braccio destro amputato (quello che oggi tiene alzata la coppa). Era stato Michelangelo a scolpirlo così oppure qualcuno lo aveva deliberatamente danneggiato in seguito, come ad imitare una statua antica? E soprattutto, chi gli rifece il braccio destro? Alcuni storici ipotizzano che l’artista abbia rimesso (o aggiunto) la parte mancante intorno al 1553, ma non è certo che sia andata così. Sappiamo invece con certezza che la statua arrivò a Firenze intorno al 1571, acquistata da Francesco I de’Medici per essere sistemata nelle sue collezioni alle Gallerie degli Uffizi. Nel 1865 l’opera venne portata al Bargello, dopo il trasferimento dell’antico carcere fiorentino e il grande intervento di restauro per il recupero delle strutture originali dell’edificio. Bacco giunse nel nuovo museo nazionale insieme ad altre sculture degli Uffizi e di Palazzo Vecchio e con i numerosi pezzi delle collezioni di arti applicate e dell’armeria medicea; da molti anni si trova esposto nella grande sala del piano terra dedicata alla scultura del Cinquecento.

Il museo del Bargello ha riaperto il 4 agosto 2020: per la visita è necessario rispettare i protocolli anti Covid-19 che ormai tutti conosciamo (uso della mascherina, rilevamento della temperatura, distanza di sicurezza). Sono previste anche giornate di apertura straordinarie: per orari e prezzo del biglietto vi rimando alla pagina del loro sito.

Le pitture di pietra della famiglia Scarpelli

La bottega della famiglia Scarpelli è una delle eccellenze dell’artigianato artistico, in cui si porta avanti l’antica tradizione del commesso fiorentino in pietre dure, una raffinata tecnica di mosaico nata a Firenze alla fine del Cinquecento e diventata un patrimonio comune da preservare e tramandare alle generazioni future.

Decorazioni in commesso fiorentino nel Museo dell’Opificio delle Pietre Dure

Tutto ebbe inizio con i Medici: la loro passione per le pietre dure e semi-preziose, già evidente nelle collezioni di Lorenzo il Magnifico, ebbe un incredibile sviluppo nel periodo granducale. Cosimo I adorava le opere in porfido rosso – un materiale particolarmente difficile da scolpire – mentre suo figlio Francesco I fece ricostruire il Casino di San Marco, con ambienti in cui poter praticare i suoi esperimenti e officine per gli artisti specializzati nell’intarsio e nella lavorazione del cristallo di rocca, molti dei quali fatti appositamente trasferire da Milano. Il palazzo divenne la prima sede dell’Opificio delle Pietre Dure, la prestigiosa manifattura istituita nel 1588 da Ferdinando I per realizzare la grandiosa decorazione della Cappella dei Principi, il mausoleo destinato alle sepolture della dinastia medicea e completato oltre due secoli dopo. In epoca barocca gli oggetti di arredamento in commesso fiorentino (come tavoli, stipi e cofanetti) furono molto apprezzati e si diffusero nelle più importanti corti italiane e straniere; la produzione dell’Opificio si interruppe solo nel periodo successivo all’Unità d’Italia, quando i suoi laboratori furono destinati alle attività di restauro, ma l’arte del mosaico continuò ad essere praticata nelle botteghe private, arrivando fino ai giorni nostri.

Una delle opere in commesso fiorentino a pietre dure nella bottega di Renzo Scarpelli

L’invenzione fiorentina del commesso ha in realtà origini molto più antiche.

La parola deriva dal termine latino committere, che significa congiungere e riprende una tecnica decorativa in uso tra i romani (opus sectile) che consisteva nell’intarsio di marmi colorati per creare disegni su muri e pavimenti. Rispetto ai mosaici di età imperiale vi è però una sostanziale differenza: nel mosaico fiorentino non vengono usate tessere geometriche, ma pietre di forme diverse e scelte in base alle tonalità di colore e alle loro sfumature, che permettono di ottenere riproduzioni molto più dettagliate e simili a quelle di una vera e propria pittura.

Il processo di lavorazione di queste opere inizia con la ricerca dei materiali, sia locali come la paesina, l’alberese del Chianti e i vari tipi di marmo, sia le pietre semi-preziose importate dall’estero come la malachite, l’agata, l’onice e il lapislazzulo. Questa resta una delle fasi principali di tutto il procedimento: in passato nelle botteghe esistevano i “cercatori di pietre“, che conoscevano molto bene i luoghi in cui reperire le materie prime e gli esperti di “macchiatura“, ossia delle tonalità di colore che ancora oggi risultano determinanti sull’effetto finale della composizione.

“Fette” di pietra

I blocchi di pietra grezza vengono tagliati “a fette” dello spessore di 3 mm. circa, così che l’artista possa usufruire della sua “tavolozza” di colori. Viene creato il disegno preparatorio, se ne definiscono con precisione i contorni e poi lo si ritaglia in tanti piccoli modelli che verranno incollati sulla pietra secondo la sensibilità, il talento dell’artigiano e il risultato finale da ottenere. A volte è la pietra stessa a suggerire le venature giuste e a dare l’ispirazione per realizzare un soggetto, mentre altre volte l’artista ricerca per lungo tempo la sfumatura adatta alla sua idea.

Leonardo Scarpelli esegue il taglio delle tarsie in pietra con il tradizionale archetto

Il taglio viene eseguito a mano servendosi di un arco di legno (che può essere di ciliegio o di castagno) con un filo di ferro cosparso di polvere abrasiva. I pezzi così ottenuti vengono uniti tra loro con una colla a base di cera d’api e colofonia e infine si procede alla lucidatura. Tutte queste operazioni devono essere eseguite con precisione assoluta, perché le tarsie devono combaciare perfettamente, proprio come in un puzzle: occorrono anni di esperienza, grande dedizione e pazienza per realizzare questi manufatti meravigliosi.

Renzo Scarpelli è uno dei pochi maestri di commesso fiorentino rimasti nel mondo e la sua bottega-galleria si trova in Via Ricasoli, a pochi minuti da Piazza Duomo.

Renzo e Leonardo Scarpelli con i loro collaboratori in bottega

Lavorando come guida turistica l’ho visitata più volte, ma come blogger preferisco affidarmi alle parole di Catia, la figlia di Renzo Scarpelli, che oltre ad avermi aiutato tantissimo nella parte “tecnica” di questo articolo, ha risposto ad alcune mie domande.

Mi racconti la storia di Scarpelli Mosaici? «Il babbo Renzo ha iniziato a lavorare a 13 anni nella bottega Fiaschi e nel 1972 ha aperto “Le Pietre nell’Arte”, il suo primo laboratorio, che poi si è trasferito in Via Aretina, dove pochi anni dopo è nata l’idea della vendita al pubblico. Il secondo punto vendita era in Piazza Duomo e da qui è venuta la decisione di aprire sia la galleria sia la bottega in un unico spazio, a metà strada fra la Cattedrale e il David di Michelangelo. I visitatori che vengono a trovarci in questo luogo dal fascino rinascimentale possono ammirare tutto il processo di lavorazione e alcune delle straordinarie creazioni di Renzo, che lavora affiancato da un gruppo di collaboratori esperti e da tutta la nostra famiglia: mia mamma Gabriella, mio fratello Leonardo, anche lui maestro mosaicista… e poi ci sono io che mi occupo del settore commerciale».

Gli ultimi mesi devono essere stati molto difficili.. «Moltissimo…le attività come la nostra sono già fortemente a rischio di estinzione a causa del basso ricambio generazionale e inoltre hanno particolarmente risentito della crisi del turismo internazionale dovuto alla pandemia da Covid-19. Se pensate che circa l’80% dei nostri clienti sono americani…»

Eppure alcuni segnali positivi ci sono, grazie anche alla sfilata di Pitti Immagine Uomo che si è svolta il 2 settembre scorso nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio: «Dolce e Gabbana hanno scelto di celebrare gli antichi mestieri ospitando i maestri dell’artigianato toscano. Scarpelli sono stati selezionati personalmente dal Sig. Dolce per realizzare una serie di “Clutch bags” in cui la creatività ed eleganza della maison di Alta moda si è unita perfettamente al talento, artigianalità e tradizione del commesso fiorentino di Scarpelli Mosaici.»

Scarpelli Mosaici a Pitti Immagine Uomo 2020
Catia Scarpelli a Pitti Immagine Uomo 2020

E allora auguriamoci che queste attività della tradizione fiorentina tornino presto a risplendere di luce propria. Nel frattempo potete seguire Scarpelli Mosaici anche attraverso i loro canali social e se volete conoscere meglio la storia della loro azienda, in vendita presso la galleria troverete il libro “Noi Scarpelli, una storia a Firenze” (ed. Conti Tipocolor) – con il patrocinio di OMA – Osservatorio dei Mestieri d’Arte.