Storie di leoni a Firenze

A Firenze i leoni sono sempre stati animali molto popolari. In passato la città ne contava diversi e non si trattava solo di animali di pietra – come quelli posti a guardia della Loggia dei Lanzi – ma vi erano diversi esemplari vivi, tenuti in cattività nel serraglio dietro a Palazzo Vecchio.

Partiamo dai leoni scolpiti e dal luogo in cui ne troviamo il maggior numero, per l’appunto Piazza della Signoria. Osservando la scalinata d’ingresso alla loggia vediamo i primi due felini: quello a destra è un pezzo antico, mentre quello a sinistra è opera di Flaminio Vacca (1538-1605), artista romano ed esperto restauratore di antichità, che appose l’iscrizione OPVS FLAMINII VACCAE ROMANI vicino alla zampa posteriore destra. Entrambe le sculture appartenevano al cardinale Ferdinando dei Medici, che nel 1587 fu nominato granduca dopo la morte improvvisa del fratello Francesco I e ordinò di trasferire molti oggetti e decorazioni (tra cui i due leoni) dalla sua splendida villa di Roma a Firenze.

Volgendo lo sguardo verso il portale d’ingresso di Palazzo Vecchio, noterete due piccoli leoni dorati che campeggiano sul frontone decorato con il monogramma raggiato di Cristo al centro e la scritta Rex Regum et Dominus Dominatium (Gesù Cristo Re dei Re e Signore dei Signori), dettata nel 1551 da Cosimo I dei Medici in sostituzione di quella voluta nel 1528 dal Gonfaloniere Niccolò Capponi che si ispirava alle parole di Savonarola (Iesus Cristus Rex Florentini populi S.P. decreto electus)

Il frontone sopra il portale d’ingresso di Palazzo Vecchio

Su un altro lato della piazza, accanto alla Fontana del Nettuno, troviamo il Marzocco, la famosa scultura in pietra serena di Donatello oggi sostituita da una copia (l’originale è conservato al Museo Nazionale del Bargello). Simbolo araldico della Repubblica Fiorentina, che lo aveva scelto come difensore della propria forza e del potere politico (il leone contro l’aquila imperiale) e per tradizione legato al dio Marte protettore della Firenze pagana, il Marzocco è stato nuovamente “incoronato” lo scorso 19 giugno, durante la suggestiva cerimonia organizzata dal Comune e dalla Società San Giovanni Battista nell’ambito delle celebrazioni per il Santo Patrono.

Il Marzocco con la splendida corona realizzata dalla bottega orafa del maestro Paolo Penko

Lasciata Piazza Signoria e arrivati di fronte alla basilica di Santa Croce, vediamo quattro marzocchi che circondano la figura di Dante Alighieri nel monumento posto al lato della facciata. Ognuno regge con la zampa uno scudo su cui è scritto il titolo delle opere minori del poeta (Vita Nova, Convivio, De Monarchia e De Vulgari Eloquentia), il quale tiene la Commedia tra le sue mani ed è affiancato da un’aquila con le ali semichiuse. La grande statua di Enrico Pazzi fu eseguita grazie alla raccolta fondi promossa da un comitato nazionale (tra i sottoscrittori figurano anche il barone Bettino Ricasoli e Alessandro Manzoni), donata alla città di Firenze che invece si fece carico delle spese per il suo basamento (realizzato su progetto di Emilio de Fabris e Luigi del Rosso) e venne inaugurata il 14 maggio 1865 in occasione dei seicento anni dalla nascita di Dante. 

Il monumento a Dante sulla scalinata della basilica di Santa Croce (dettaglio)

Anche Santa Maria del Fiore ha i suoi leoni, che si trovano presso la cosiddetta Porta di Balla (o dei Cornacchini), uno degli ingressi laterali della cattedrale realizzato agli inizi del Trecento, con il portale decorato da eleganti tarsie marmoree e due colonne tortili sorrette da una leonessa con i cuccioli (a sinistra) e un leone con un putto alato (a destra). A questa scultura, in particolare, è legato un fatto raccontato da Giovanni Cavalcanti nelle sue Istorie fiorentine (Libro III, capitolo XIII), che lo storico diceva di aver udito dal cerusico Francesco di Ser Conte. La storia riguardava un cittadino che abitava in Via del Cocomero (l’attuale Via Ricasoli) e una notte aveva sognato di essere ucciso dal morso di un leone su una mano. La mattina dopo, il tale era uscito di casa per andare al lavoro e passando davanti al portale del Duomo aveva messo la mano in bocca al leone dicendo ” io voglio che il sogno faccia suo corso, accioché io esca da sì perverso immaginamento“, senza sapere che al suo interno era annidato uno scorpione velenoso… A nulla era valso l’intervento dei medici corsi a casa sua, perché il pover’uomo era stato punto al dito ed era morto nel giro di poche ore! La triste e insolita vicenda è confermata anche nella guida Firenze città nobilissima illustrata di Ferdinando Leopoldo del Migliore del 1684 e oggi viene ricordato come il popolare aneddoto del “sogno premonitore di Anselmo” (ne riparleremo).

Il leone della Porta di Balla

In città, come abbiamo detto, esistevano in realtà anche diversi leoni veri, che per lungo tempo furono tenuti rinchiusi nel serraglio di Palazzo Vecchio (nell’odierna Via dei Leoni), poi spostato nel Cinquecento nelle stalle di Piazza San Marco e infine soppresso nel 1777 per ordine del granduca Leopoldo II di Lorena. Prima ancora di Palazzo Vecchio il serraglio si trovava vicino al battistero e nelle sue Istorie Fiorentine Giovanni Villani ci racconta che un giorno la porta fu lasciata inavvertitamente aperta dal guardiano e un “bellissimo e feroce” leone iniziò a camminare lungo Via Calzaiuoli, seminando il panico tra la gente. Arrivato davanti alla chiesa di Orsanmichele l’animale prese un bambino di pochi anni tra le branche, finché la mamma disperata perché “non avea più che lui, e questo l’era rimasto in corpo, dopo la morte del padre ch’era stato morto a’ Ghiado” si fece coraggio e andò a riprendersi il figlioletto. Il leone non reagì e tra lo stupore generale rimase fermo, così che il piccolo tornò a casa con la mamma e il destino volle che per ” la gentilezza della natura del leone, o la fortuna riserbasse la vita al detto fanciullo, perché poi vivendo, facesse la vendetta del padre, com’egli fece, e fu poi chiamato Orlanduccio del leone” (Libro VI, De’ fatti di Firenze al tempo del detto popolo, Capitolo LXX)

Riferimenti bibliografici

La Torre della Pagliazza

Di case-torri si sa che era piena Firenze, ma quella in Piazza Santa Elisabetta ha una particolare forma cilindrica e una storia iniziata circa duemila anni fa.

Per molti questa è la costruzione più antica della città, che in origine faceva parte di un impianto termale della città romana e venne poi trasformata in fortificazione durante la guerra tra Goti e Bizantini (VI secolo d.C.).

La cinta muraria risalente al I secolo a.C. potrebbe in effetti essere stata rimpicciolita per difendere quel poco rimasto del fiorente municipium di epoca imperiale, più volte saccheggiato dai barbari e ormai in buona parte spopolato, ma va ricordato che non tutti gli archeologi ammettono l’esistenza di una vera e propria cerchia bizantina, ipotizzando la creazione di palizzate e muraglie con materiali di recupero e assai deperibili (che per questo non sono stati rinvenuti).

Il probabile tracciato (in rosso) della cerchia bizantina nel VI sec d.C. rispetto a quella romana (in giallo)

È invece confermato dalle fonti storiche che nel Duecento la torre venisse usata come carcere femminile, da cui deriva il termine “pagliazza”, ossia il giaciglio in paglia su cui venivano fatte dormire le detenute.

Nel frattempo accanto alla torre era stata costruita una chiesa intitolata a San Michele Arcangelo, secondo la tradizione fondata dai Longobardi nel VII secolo e ristrutturata in stile romanico nel XII secolo. L’edificio apparteneva alle monache benedettine del convento di Sant’Ambrogio ed è menzionato per la prima volta in una bolla papale del 1141 indirizzata alla badessa, in cui Innocenzo II fa riferimento alla Ecclesiam S.Michaelis in Palchetto. Non sappiamo esattamente perché la chiesa fosse chiamata San Michele in Palchetto (forse perché era rialzata dal suolo?) ma dagli inizi del Quattrocento fu detta “delle Trombe” perché nel suo popolo vivevano i trombettieri del Comune. La dedica a Santa Elisabetta arrivò nel Cinquecento, quando venne affidata ai preti della Congrega della Visitazione, mentre la torre diventò il campanile della chiesa e da allora ne condivise il destino.

La chiesa di San Michele delle Trombe nella pianta del Buonsignori del 1584 (foto Wikipedia)

Le leggi emanate nel 1785 dal granduca Pietro Leopoldo soppressero quasi tutte le confraternite laicali e i capitoli delle compagnie di carità fiorentine, così molte piccole chiese e oratori – come nel caso di San Michele delle Trombe – furono chiuse e cambiarono destinazione d’uso. Spogliata dei suoi arredi (tra cui la bellissima tavola di Mariotto Albertinelli oggi agli Uffizi) e occupata da private abitazioni, dell’antica chiesa si persero rapidamente le tracce, mentre verso la metà dell’Ottocento la torre fu inclusa all’interno del modesto “Albergo del Giglio”, rimasto aperto fino al 1967.

L’Albergo del Giglio in cui era “imprigionata” la Torre della Pagliazza (foto Wikipedia)

L’immobile fu allora acquistato dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni e tra il 1983 e il 1988 completamente restaurato su progetto di Italo Gamberini, che liberò la torre dalle strutture che ne coprivano la vista dalla piazza. L’intervento rese “possibile leggere il volume cilindrico definito da una muratura a vista in laterizio e a filaretto di calcare e arenaria, con un ampio fornice ad arco ribassato al terreno e grandi finestre ad arco all’ultimo piano, sotto le quali si allineano una serie di buche pontaie fornite di mensole. Nella parte centrale del corpo sono varie finestre rettangolari disposte irregolarmente. Un arco rampante, che segna l’accesso a un chiasso, collega la torre agli edifici circostanti.” (dal Repertorio delle Architetture Civili di Firenze alla voce Torre della Pagliazza).

Piazza Santa Elisabetta in cui si trovano la torre e ciò che resta della chiesa di San Michele

Oggi la torre e gli edifici adiacenti ospitano l’Hotel Brunelleschi, in cui è stato allestito un museo (visitabile su richiesta) con la documentazione relativa agli scavi, che hanno riportato alla luce gli ambienti di età romana e le numerose ceramiche rinvenute, databili soprattutto al XVI e XVII secolo.

Bibliografia di riferimento

Giuseppe Richa, Notizie Istoriche delle chiese fiorentine divise ne’ suoi quartieri, Firenze 1755 (pag. 238) che potete leggere on line al seguente link: https://books.google.it/books?id=w5wjML5URisC&pg=PA236&source=gbs_toc_r&cad=3#v=onepage&q&f=false

Perché Firenze si chiama così?

La risposta più ovvia è che il nome Firenze derivi da un fiore, dal momento che il simbolo di questa città è proprio un fiore. Firenze infatti è detta la “città del giglio”, ma non sapendo di preciso quando i fiorentini iniziarono a usarlo, molti ritengono improbabile che le origini del nome siano legate al suo stemma.

Secondo la tradizione, nel 59 a.C. un gruppo di veterani romani fondò una città chiamata Florentia. Era primavera, nel periodo in cui si svolgevano i Ludi Florales, la festività pagana in onore della dea Flora, durante la quale si organizzavano feste, giochi e persino… spogliarelli! Lo svago, le giornate più lunghe e la natura in fiore dovevano sembrare le condizioni ottimali (e sotto i migliori auspici) per dare vita al nuovo insediamento, che per questo prese il nome di Florentia, ossia la “città dei fiori”. Sicuramente i prati e le colline intorno all’antica città ne saranno stati pieni, ma siccome questa versione non ha mai del tutto convinto, qualche anno fa anche l’Accademia della Crusca è intervenuta nel dibattito, sostenendo che Florentia è un “tipico nome augurale” e dunque significa città prospera e “fiorente”.

Il simbolo di Firenze tra le decorazioni del Campanile di Giotto

Non meno complessa è la questione riguardante le origini del suo territorio, che ci dovrebbe dire se è mai esistita una Firenze etrusca prima di quella romana. Nel libro “Firenze segreta” di Giuliano Cenci il significato della parola Florentia è legato alla terra, ovvero quella pianura fertile (dal latino florentes) e piuttosto vasta in cui fu costruito il municipium romano, ma che storicamente risulta essere stata abitata fin dall’epoca villanoviana (tra X e VIII secolo a.C.), come confermato dal ritrovamento della necropoli sotto le attuali Via Brunelleschi e Via del Campidoglio agli inizi del secolo corso.

Firenze vista da Piazzale Michelangelo

Le tracce lasciate da questi antenati degli etruschi, però, erano già scomparse nel I secolo a.C. molto probabilmente a causa delle frequenti inondazioni del fiume Arno e cosa sia avvenuto tra la distruzione (o l’abbandono?) di questo primitivo villaggio e la fondazione della Florentia romana resta avvolto dal mistero.

Per fortuna ci sono anche le leggende e nella versione “mitica” della fondazione di Firenze entra in scena la figura del valoroso re Fiorino. Il suo regno sorgeva proprio in questa valle e quando fu attaccato dai romani, Fiorino lo difese fino alla morte, macchiando con il proprio sangue i fiori dei prati intorno alla città, che da allora venne chiamata Florentia in suo onore.

I simboli sotto ai beccatelli sulla facciata di Palazzo Vecchio

Per quanto fantasiosa, questa storia del “regno” nato sulle rive dell’Arno potrebbe non essere del tutto inverosimile. In effetti, quando gli etruschi si stabilirono nell’area fiorentina fondarono diverse città che facevano capo alla grande e potente Vipsul (cioè Fiesole), tra cui i centri di Comeana, Artimino e Sesto. Costruita in collina, in una posizione altamente strategica – che le permetteva di controllare le vie di comunicazione ed essere vicina alle  cave di pietra serena con cui furono costruite le sue mura – a Fiesole mancava comunque uno sbocco diretto all’Arno, che costituiva un collegamento importante per il trasporto delle merci. In passato il fiume era interamente navigabile e siccome gli etruschi erano un popolo di mercanti e artigiani, che commerciavano principalmente in armi e oggetti in bronzo, gioielli e ceramiche, è plausibile che avessero creato un porto fluviale in questa zona.

Il porto fluviale di Firenze si trovava nel perimetro dell’odierna Piazza Mentana come si vede nel dipinto di Bernardo Bellotto del 1742 (foto Wikipedia)

Sicuramente dal Medioevo all’Ottocento un piccolo scalo merci (detto scalo de’ Foderi) aveva caratterizzato questo tratto di lungarno – prima di essere demolito insieme a un tiratoio dell’Arte della Lana per fare posto al palazzo della Borsa – ma le poche evidenze archeologiche rinvenute in questo punto non ci consentono di stabilire se le sue origini fossero romane o magari più antiche. Alcune fonti storiche menzionano un “Porto dei Fiesolani”, altre parlano di due borgate chiamate Villa Arnina e Villa Camarzia, mentre più di recente è stata proposta la parola etrusca Birent o Birenz (che dovrebbe significare terra tra le acque) come nome originario del luogo dove scorreva anche un braccio del Mugnone, ancora privo di deviazioni e che confluiva nell’Arno all’altezza di Piazza dei Giudici.

Il teatro romano nel parco archeologico di Fiesole

A sostegno della fondazione di Firenze da parte dei fiesolani vi sono anche le parole di Dante nella Commedia (Inferno XV, vv. 61-78) pronunciate dal suo maestro Brunetto Latini nella profezia del suo esilio:

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno.

ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; gent’è avara, invidiosa e superba: dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta, s’alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta.

Le terme romane nel parco archeologico di Fiesole

Insomma, che fosse un piccolo porto o una cittadina “satellite” dei fiesolani, è difficile credere che tutta la piana sia rimasta disabitata per quasi 600 anni prima dell’arrivo dei romani (peraltro durante gli scavi sotto Piazza Signoria erano emersi dei reperti in stile orientalizzante, che nella civiltà etrusca corrisponde al VII sec. a.C.), ma è più probabile che Firenze abbia condiviso il destino comune a quelle città lentamente “assorbite” negli ordinamenti della Roma repubblicana.

Del resto gli etruschi non avevano mai creato uno stato unitario, ma suddiviso i loro territori in città – stato indipendenti governate da un lucumone (il re), che furono conquistate dai romani a partire dal 396 a.C. con la caduta di Veio. Fiesole fu a lungo alleata di Roma, ma durante la guerra sociale si ribellò insieme a molte altre città italiche e nel 90 a.C. fu sconfitta da Lucio Porcio Catone (è in questo periodo che dovrebbe essere vissuto re Fiorino). Al termine della guerra civile tra Mario e Silla (83 – 82 a.C.) le sue terre vennero confiscate e assegnate ai veterani del dittatore romano, che poi si unirono al ribelle Catilina e morirono al suo fianco nella battaglia di Campo Tizzoro del 63 a.C.

Torniamo così alla fatidica primavera dell’anno 59 a.C. quando le legioni di Gaio Giulio Cesare scelsero di (ri)fondare una città sulle rive dell’Arno, durante le festività in onore della dea Flora. Come abbiamo visto, il mito si mescola alle notizie storiche, che ci parlano di una lex Iulia agris voluta proprio da Cesare per favorire lo sviluppo urbano in questa parte della valle dell’Arno e non a caso il suo impianto fu tracciato secondo le rigide norme della centuriazione.

A proposito, per molto storici la nuova città non venne fondata prima del 30 a.C. ma di questo vi parlerò in un prossimo articolo 😉

Riferimenti bibliografici:

  • Giuliano Cenci, Firenze segreta, Firenze, ed. Polistampa, 2008

Ho trovato molto interessante anche questo articolo del gruppo archeologico fiorentino di cui vi copio il link: https://sites.google.com/site/gruppoarcheologicofiorentino/homepage/articoli-de-il-grillo/la-firenze-etrusca

Curiosità di Ferragosto

Si sa che per gli italiani la settimana di Ferragosto è “sacra”, per cui vi auguro davvero di poter trascorrere queste giornate al mare o in montagna e godervi le sospirate vacanze! Io invece sono rimasta in città e continuo a lavorare e scrivere. Oltretutto quest’anno il 15 di agosto cade di lunedì e non vi potevo di certo lasciare senza la mia rubrica settimanale sulle curiosità di Firenze 😎

Iniziamo innanzitutto col dire perché si festeggia il Ferragosto, che oltre ad essere un periodo di vacanze (in particolar modo nel nostro paese) coincide con le celebrazioni liturgiche dell’Assunzione, cioè la salita al cielo di Maria Vergine dopo la sua morte. Una festa molto sentita e diffusa nel mondo cattolico, le cui origini sono in realtà pagane e derivano dalle cosiddette feriae Augusti (riposo di Augusto).

Augusto di Prima Porta Musei Vaticani

L’antico Ferragosto, infatti, venne introdotto dall’imperatore Ottaviano Augusto (dal quale prende il nome anche il mese di agosto) e si aggiunse alle numerose altre ricorrenze dedicate agli dei (ad esempio i Consualia in onore del dio delle messi Consus) che furono poi riunite in un’unica festa della durata di un mese intero (in pratica era Ferragosto dal 1 al 31 agosto).

L’abitudine di andare “in ferie” può dirsi pertanto ben radicata nella nostra tradizione popolare fin dal tempo dei romani, che festeggiavano il periodo di riposo dai lavori agricoli, scambiandosi doni e auguri e organizzando banchetti e corse di cavalli.

Tra le giornate più amate del feriae Augusti, vi era quella del 13 agosto, dedicata a Diana Aventina, dea della caccia e protettrice delle partorienti, ma adorata anche come dea della salute, delle erbe e delle sorgenti (comprese quelle curative). Con la cristianizzazione dell’impero il suo culto venne abolito insieme a tutte le altre divinità, ma essendo molto praticato continuò a sopravvivere a lungo, soprattutto nelle campagne.

La dea Diana veniva in genere raffigurante in abito da cacciatrice con arco e faretra e arco, il capo ornato dal quarto di luna e accompagnata da un levriero o un cervo.

Per la Chiesa delle origini non fu semplice debellare le credenze pagane, che in parte vennero acquisite e rimodellate nei riti e nella dottrina del nuovo credo. Molte delle prerogative delle antiche divinità femminili furono così assimilate proprio dalla figura della Madonna, che contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non venne rapidamente “istituzionalizzata” dal clero, lasciando a lungo disattesa la definizione di certi dogmi e addirittura nel caso dell’Assunzione si è giunti alla sua proclamazione ufficiale solo in tempi assai recenti.

Prima di tutto dobbiamo ricordare che la questione iniziò ad essere dibattuta solo a partire dal VI secolo, facendo distinzione tra la Dormizione (cioè il sonno di Maria) e l’Assunzione vera e propria, in quanto, già da allora, vi era chi sosteneva che la Madonna fosse salita al cielo anima e corpo, senza mai essere veramente morta, ma piuttosto caduta in un sonno molto profondo (come spesso viene raffigurata nei dipinti, che la mostrano distesa su di un letto addormentata). La discussione sul tema ha tenuto i teologi impegnati per secoli – senza peraltro arrivare ad una soluzione – finché il 1° novembre 1950 papa Pio XII ne ha proclamato il dogma attraverso la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, che tuttavia non è riuscita a chiarire se Maria fosse morta o addormentata, limitandosi ad affermare che «La Vergine Maria, completato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».

Ora, per quanto affascinanti possano essere questi argomenti, immagino vi starete chiedendo quale sia il loro legame diretto con Firenze. Ebbene questa città ha da sempre avuto una particolare devozione per la Madonna, alla quale i suoi abitanti hanno spesso rivolto le proprie suppliche, in attesa di ricevere un segno di benevolenza. A confermare questa speciale venerazione per Maria vi sono le centinaia di tabernacoli sparsi per le strade (elementi caratteristici della religiosità popolare) e ovviamente le grandi basiliche mariane costruite nei secoli scorsi, a partire proprio dalla cattedrale, che non a caso è stata chiamata Santa Maria del Fiore.

Piazza del Duomo con la cattedrale di Santa Maria del Fiore

Che cosa significa esattamente Santa Maria del Fiore? I fiori vengono di solito associati alla Madonna come simbolo di purezza e verginità (nell’Annunciazione l’angelo porge sempre un giglio bianco), ma anche il simbolo della città di Firenze è un fiore. Che le origini stesse del nome siano legate ai fiori (perché Firenze si chiama così?) è del resto una delle varie ipotesi che riguardano la sua fondazione, avvenuta nella primavera del 59 a.C. da parte di un gruppo di veterani romani che scelsero di chiamare il nuovo insediamento Florentia, ossia la “città destinata a fiorire”.

Pur non essendo la più antica (la Santissima Annunziata e Santa Maria Novella vennero fondate anni prima) la chiesa progettata da Arnolfo di Cambio nel 1296 era certamente la più grande come dimensioni, tali da contenere al suo interno la vecchia cattedrale di Santa Reparata. I fiorentini dovevano esserci molto affezionati, tanto da continuare a chiamare con quel nome anche la nuova possente costruzione fino al 29 aprile 1412, quando un editto del governo cittadino impose la nuova (e insolita) denominazione per il Duomo di Firenze.

Ma esiste anche un’altra teoria, nata dall’interpretazione di alcuni versi della Divina Commedia, che per l’appunto sono riportati nella lapide dantesca che si trova sulla facciata della Venerabile Arciconfraternita della Misericordia (all’angolo con Via del Campanile):

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore

A parlare è Bernardo di Chiaravalle, ultima guida nel viaggio del poeta, che lo conduce nella Candida Rosa, il luogo del Paradiso originato dalla nascita di Gesù dove risiede la Vergine con i beati. Il santo intercede presso di lei e la invoca affinché conceda a Dante la virtù necessaria a sostenere la visione di Dio e nella sua preghiera Cristo viene indicato come il fiore “germinato” dal ventre materno di Maria, entro cui si riaccese l’amore tra Dio e gli uomini. In questo senso, dunque, Santa Maria del Fiore viene intesa come riferimento a Gesù.





La notte dei ponti

Che mi piacciono i ponti di Firenze lo sapete già e che il mio preferito è Ponte Santa Trinita pure. Forse avrete anche già letto la sua storia in uno dei miei post sui social, ma quella appena iniziata è la settimana in cui sarà celebrato il 78° anniversario della distruzione dei ponti e dei lungarni intorno a Ponte Vecchio.

Trovo difficile raccontare queste vicende con la mia consueta disinvoltura, forse perché spesso, guardando gli edifici ricostruiti in Via dei Bardi o in Por Santa Maria, ho la sensazione di trovarmi di fronte ad un quartiere artefatto, che per quanto storicizzato e ancora capace di offrire scorci di rara bellezza, ha perduto per sempre una parte importante del suo tessuto originario. Sento quindi di dover ricordare nuovamente quello che avvenne a Firenze nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1944 ad opera dei tedeschi in ritirata, per rallentare l’avanzata delle truppe alleate ormai arrivate a soli 15 km dalla città.

Gli edifici di Borgo San Jacopo con affaccio sull’Arno

Il piano era stato messo in atto a partire dal 29 luglio, quando il Comando Tedesco aveva emesso un’ordinanza di sgombero per gli abitanti di Borgo San Jacopo, Via dei Bardi, Via Guicciardini e Via Por Santa Maria, che avevano dovuto abbandonare le proprie case entro le ore 12 del giorno successivo. Il 31 luglio tutta la zona era diventata inaccessibile e la mattina del 3 agosto era stato proclamato il coprifuoco (era vietato uscire e persino affacciarsi alle finestre). Molti degli sfollati avevano trovato rifugio nel cortile di Palazzo Pitti e tutti si erano nascosti in casa ad aspettare, consapevoli che qualcosa di terribile stava per accadere.

Nel proclama dei tedeschi, infatti, era stato scritto che l’evacuazione della popolazione veniva eseguita a scopo preventivo, per proteggerla da “eventuali attacchi e attentati contro i ponti sull’Arno”, dal momento che il nemico non aveva dichiarato se intendeva riconoscere Firenze come città aperta.

Ponte Santa Trinita al tramonto. Con la distruzione del ponte gli edifici di Via Tornabuoni e degli altri lungarni (ad eccezione di quelli intorno a Ponte Vecchio) furono risparmiati.

Una testimonianza diretta di quei giorni ci viene fornita da Ugo Procacci, funzionario del Laboratorio di Restauro, che insieme al soprintendente Giovanni Poggi, si era distinto nella protezione del patrimonio artistico fiorentino fin dall’inizio del conflitto. Anche lui alloggiato in una stanza di Palazzo Pitti con la sua famiglia (perché abitava a Campo di Marte che era stato ripetutamente bombardato dagli aerei alleati), la mattina del 31 luglio si era avventurato all’interno del Corridoio Vasariano per osservare i movimenti dei tedeschi in Borgo San Jacopo e con sgomento li aveva visti sfondare i portoni delle case: ” In quel momento intuii tutto quello che sarebbe successo – oltre i ponti, stavano minando anche le case; avrebbero fatto esplodere l’antico quartiere della città.”

Trascorsi i giorni in questa logorante attesa, la sera del 3 agosto, intorno alle ore 21, venne sentita la prima tremenda esplosione che fece tremare anche le possenti mura del cortile dell’Ammannati e fu seguita da molte altre nel corso della notte. In cuor suo Procacci sperava che Ponte Santa Trinita non fosse stato distrutto, ma alle prime luci dell’alba dovette arrendersi all’evidenza: “Non c’era più da illudersi. Ponte Santa Trinita, mi dissero, era caduto solo all’alba, dopo il terzo tentativo dei tedeschi di farlo saltare. Nell’immensa tristezza, mi diedero una piccola consolazione: il gigante aveva resistito fino all’ultimo alla furia devastatrice del nemico bestiale.”

Ponte Santa Trinita la mattina del 4 agosto 1944 (foto Wikipedia)

La mattina stessa del 4 agosto gli inglesi entrarono a Palazzo Pitti e nonostante la presenza di alcuni franchi tiratori, l’Oltrarno tornava ad essere libero. Una settimana dopo, venerdì 11 agosto 1944, il CTLN prendeva possesso dell’altra sponda, mettendo fine alla guerra nel centro di Firenze.

Bibliografia di riferimento: Firenze 1944-1945 danni di guerra, a cura di Marilena Tamassia, Livorno, Sillabe, 2007

I Bagni Peppini

In Borgo Santi Apostoli, di fronte alla piccola e suggestiva Piazza del Limbo, si trova il curioso edificio con la scritta BAGNI NELLE ANTICHE TERME. Sapevate che al suo interno esisteva un vero e proprio stabilimento termale, ancora in funzione agli inizi del secolo scorso?

L’idea di aprire delle terme in pieno centro era venuta ad un certo Antonio Peppini, che nel 1826 acquistò delle case un tempo appartenute a Bindo Altoviti (confiscate alla metà del Cinquecento per la sua opposizione a Cosimo I dei Medici) e vi fece costruire questa palazzina in stile neoclassico, su progetto di Telemaco Bonaiuti.

La facciata dei Bagni Peppini

La scelta non fu certamente casuale, perché anticamente in questo luogo sorgeva uno dei cinque impianti termali della Florentia romana, a cui faceva opportunamente riferimento l’insegna scolpita sulla facciata.

Inoltre, per rendere più confortevole il soggiorno dei propri ospiti, l’imprenditore ottenne dal Magistrato Civico la chiusura dei vicoli circostanti, come si legge nell’iscrizione sull’architrave del vano adiacente, oggi usato come vetrina di un negozio.

L’architrave posta a chiusura dell’antico vicolo che delimitava le case degli Altoviti

Gli impianti dei Bagni Peppini erano dotati di vasche con acqua calda e fredda, bagno turco e docce con “acqua pura, o di acqua composta secondo il genere della malattia e tali che se ne può fare uso ancora durante l’inverno” e gli ambienti divisi in due gallerie “ove sono gli stanzini rispettivamente destinati per i sigg. uomini, e per le sigg. donne, dove si gode di tutta la libertà e di qualunque comodità possibile.” (tratto dalla guida di Giuseppe Formigli del 1849). Apprezzato, a dire il vero, più dai forestieri che non dai fiorentini, il moderno centro benessere chiuse i battenti nel 1912.

L’importuno

Ecco un “grande classico” degli aneddoti fiorentini! È il volto scolpito sulla facciata di Palazzo Vecchio, molto vicino all’ingresso principale in Piazza della Signoria e popolarmente conosciuto come “l’Importuno”.

Trovarlo non è difficile, ma dovrete aguzzare un po’ la vista (vi ho già dato l’indizio essenziale!) e leggendo la sua storia tutto vi sembrerà ancora più incredibile.

Del resto, questo succede quando si ha a che fare con il “divino” Michelangelo, artista dal talento straordinario e protagonista assoluto del Rinascimento italiano, ma dal carattere notoriamente scorbutico e solitario. Per non parlare della sua proverbiale tirchieria, che lo portò a vivere sempre come un miserabile, piuttosto che come uno degli uomini più ricchi del suo tempo. Insomma, non fu mai semplice avvicinarsi a lui, per cui anche fare due chiacchiere per la strada doveva essere cosa ardua se non sgradita.

Questa sorta di ritratto ne sarebbe la riprova, perché si racconta che Michelangelo fosse assillato da un tizio che non perdeva occasione per attaccare bottone e appena lo vedeva passare da Piazza Signoria iniziava a scocciarlo con i suoi discorsi. Così un giorno, facendo finta di ascoltare l’importuno, prese martello e scarpello e con le mani dietro la schiena ne scolpì il profilo su questa pietra del palazzo.

Ma l’importuno come ci sarà rimasto?