Alessandra e l’arte di re-inventarsi

Il protrarsi dell’emergenza sanitaria ed economica provocata dalla pandemia di Covid-19 sta mettendo a dura prova il comparto del turismo e delle attività affini ad esso, che nella sola città di Firenze, interessa un numero assai rilevante di persone. Una categoria composta da numerosi professionisti, dotati di specifiche e molteplici competenze, la cui occupazione è messa seriamente in pericolo da questa crisi. Ho intervistato Alessandra Andreani, superhost della piattaforma Airbnb, collaboratrice della web agency DotFlorence e docente presso la FUA, la Foreign University of Art.

Nata a Firenze, da padre di origini calabresi e madre emiliana, si definisce “un bel mix con una nota al centro” e una donna con “un’attività lavorativa composita”, che ama viaggiare, cucinare, visitare mostre e con una reale passione sia per la fotografia sia per la danza classica. Prima degli impieghi attuali Alessandra ha lavorato in alcuni tra i palazzi più belli di Firenze (Palazzo Vecchio, Palazzo Strozzi, Palazzo Medici Riccardi e Forte Belverdere) sia come guida che come addetta all’organizzazione di mostre e in seguito ha ricoperto un ruolo gestionale in un’associazione culturale legata al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Per questo si descrive anche come una “comandina” (espressione toscana rivolta a chi piace dirigere piuttosto che essere diretta) dovuta al fatto di aver spesso svolto mansioni che le lasciavano una certa libertà di movimento, oltre che una certa dose di responsabilità. Purtroppo, nel 2013, a causa della crisi economica, ha perso il lavoro ed è stata costretta a reinventarsi una vita e una professione.

Così Alessandra ha iniziato un percorso che l’ha portata a intraprendere più strade.

Alessandra possiamo innanzitutto spiegare cosa significa “superhost”?E’ un termine coniato dagli stessi autori di Airbnb per indicare una sorta di super ‘gestore dell’accoglienza’, in realtà si tratta di una nota di riconoscimento che dà una discreta visibilità sul loro portale. L’ottenimento del titolo è subordinato alla qualità delle recensioni, aspetto assolutamente decisivo nel decretare il successo di quest’attività.

Come sei entrata a far parte della piattaforma Airbnb? Nel 2015 ho perso mia madre e ho deciso di tenere e ristrutturare la casa in cui sono nata per iniziare un’attività di locazione turistica breve. Ho scelto un nome particolare per la mia struttura, perché ricordava l’attività svolta dai miei genitori e perché nella mia mente volevo avesse un’identità propria. Così l’ho chiamata La Sartoria di Anna e Gianni .

In breve tempo, Alessandra ha iniziato a gestire altri appartamenti, ma ha presto deciso di abbandonare la strada della property manager per studiare e approfondire altri aspetti, dedicandosi alla consulenza per le attività turistiche extra alberghiere e alla formazione.

Nel 2017 ha frequentato un corso di web marketing e poco dopo ha iniziato una proficua e interessante collaborazione con DotFlorence, un’azienda giovane e dinamica che tra le varie cose organizza eventi di formazione gratuiti per gli utenti del settore.

Di cosa ti occupi esattamente in DotFlorence? In linea generale mi occupo dell’organizzazione dei seminari mensili, scrivo articoli per il blog di DotFlorenceLab, contribuisco all’ottimizzazione dei testi commissionati e collaboro come digital strategist per la gestione delle campagne digitali.

Immagino si tratti di un ambiente molto stimolante.. Sì, la sede di DotFlorence è presso lo Student Hotel, che di per sé è un luogo incredibile e ‘ibrido’, nel senso che mette insieme il concetto di hotel e il concetto di coworking. Studenti provenienti da tutto il mondo, clienti internazionali e nel Collab, la parte dedicata al coworking, startup innovative e freelancers di vario genere, dove le sinergie nascono davvero spontanee. La DotFlorence mi ha preso sotto la propria ala e mi ha letteralmente erudito sugli argomenti digitali: è stato un vero e proprio “updating” delle mie competenze, mentre io ho portato a loro il mio bagaglio di conoscenze e professionalità.

Ultimamente Alessandra aveva anche iniziato a insegnare materie legate all’ospitalità presso l’università americana FUA e benché fosse in una fase iniziale della sua collaborazione, si trovava molto bene sia con gli studenti sia con gli altri docenti, con cui condivideva il fatto di avere alle spalle esperienze lavorative e professionali assai variegate.

Inoltre già dallo scorso anno aveva dato vita a un nuovo progetto chiamato Sartoria Eventi, a cui ho avuto il piacere di partecipare personalmente e che consiste nell’organizzazione di mercatini vintage all’interno della sua struttura:

Un progetto molto interessante, che conia l’idea di piccoli artigiani o piccoli imprenditori con un ambiente caldo e familiare, come un appartamento. Artisti e artigiani che decidono di esporre i loro oggetti e le loro produzioni in un ambiente diverso dalle piazze, in una casa che un tempo è stata abitazione e laboratorio, appartamento e sartoria tradizionale. L’ultimo evento che avevo organizzato con @pimpmyvintage aveva portato davvero tanta gente alla Sartoria ed era stata una bella giornata all’insegna della gioia, dello scambio, della collaborazione e di buoni affari!”.

Purtroppo a causa del lockdown la vita di Alessandra è cambiata molto.

prima si alzava presto (“per gustarmi una lunga tazza di caffè e riordinare le idee della giornata che mi aspettava”), poi si dirigeva alla sua base operativa (la DotFlorence ndr) e iniziava a lavorare, senza un orario preciso, sia perché aveva tante cose da seguire in ufficio, sia per far fronte agli impegni familiari: una vita molto dinamica e impegnativa, in cui le settimane non erano mai uguali le une alle altre. Oggi lei continua ad alzarsi presto e a farsi il caffè, ma delle tre attività che svolgeva ne è rimasta una sola, quella legata alla scrittura per gli articoli del blog e la creazione delle campagne digitali. Le mancano i suoi “compagni” di lavoro alla DotFlorence, ma anche i suoi studenti e i suoi guests della Sartoria, perché il fattore umano è l’aspetto che più ama e la affascina nei suoi lavori: Alessandra è una persona empatica, una di quelle che riesce a percepire lo stato d’animo degli altri e proprio questa caratteristica è quella che l’ha più aiutata sia a livello personale (“abbiamo bisogno del prossimo per sentire noi stessi” ) sia a livello imprenditoriale, per comprendere le persone e i loro desideri.

Alessandra hai fiducia nel futuro? Cosa credi che succederà nei prossimi mesi? Cerco di mantenere un atteggiamento positivo verso il futuro perché ho già superato una crisi, anche se molto diversa da quella odierna. Cerco di leggere, imparare, approfondire e cerco di sostenere la mia famiglia, che tutti i giorni affronta piccole e grandi battaglie. Ho fiducia nel genere umano e nelle sue “finite” possibilità, ma che messe insieme possono fare molto. Il cambiamento è nell’aria e ormai abbiamo capito che non si tratta di una questione di pochi mesi, ma di qualcosa di più grande e che bene o male ci ha messo di fronte a una serie di riflessioni: dalla qualità del tempo passato a casa, alla qualità dei rapporti con le persone accanto a noi e che incontriamo fuori. Questo rallentamento forzato ci ha messo di fronte a noi stessi, alle nostre abitudini, alle nostre paure, ai nostri punti di forza e in qualche modo ci ha forse permesso di rivedere le nostre priorità.

Alessandra mi è stata presentata da un’amica comune e poi ci siamo conosciute meglio sia frequentando i DotFlorenceLab sia altri corsi dedicati al copywriting (che tradotto significa corsi di scrittura per il web) e dunque immagino le preoccupazioni di una donna di 49 anni che stava realizzando con successo i suoi sogni e nei prossimi mesi dovrà necessariamente rimettersi in gioco e reinventarsi, ancora una volta. La donna che conosco io però è anche molto passionale, determinata, “diretta al punto” e che sa, per esperienza, che dopo ogni tempesta arriva il sereno.

Dunque non temere, di tempo ancora ce n’è.

PER VEDERE LA SARTORIA DI ANNA E GIANNI SU AIRBNB
https://www.airbnb.it/rooms/15797772
ALESSANDRA E IL TEAM DI DOTFLORENCE:
https://dotflorence.com/web-marketing-turismo-e-commerce/

Una Pasqua a porte chiuse

Il 2020 ci ha riservato una Pasqua a porte chiuse. Oltre a non poter aprire la porta di casa nostra a parenti e amici, resterà chiusa anche quella della rimessa di via il Prato, il luogo in cui è custodito il “Brindellone“, il grande carro allegorico usato per il tradizionale rito in piazza del Duomo. Lo scoppio del carro rappresenta la tradizione della Pasqua fiorentina e per ovvie ragioni è stato annullato: non accadeva dal secondo dopoguerra.

Foto cittadifirenzeufficiale

Partiamo innanzitutto dalla domanda che molto probabilmente si staranno ponendo i non fiorentini: perché la mattina di Pasqua diamo fuoco a un carro ricoperto di mortaretti e fuochi d’artificio?

L’operazione avviene grazie al cosiddetto “volo della colombina”, un razzo a forma di bianca colomba che viene acceso e lanciato a tutta velocità verso il carro posto davanti al portone centrale del Duomo, lasciato aperto per l’occasione. La colombina corre su un filo metallico lungo circa 150 metri, deve colpire il carro per innescare il meccanismo che da inizio allo spettacolo pirotecnico e possibilmente tornare indietro.
Lo scoppio del carro è da secoli la “rumorosa” e pittoresca cerimonia che caratterizza la Pasqua fiorentina e che simbolicamente rappresenta la distribuzione del fuoco benedetto a tutta la città.
Si tratta di una consuetudine molto antica e che risale al tempo della prima crociata, quando l’eroico cavaliere Pazzino de’Pazzi, partecipò all’assedio di Gerusalemme e il 15 luglio 1099 fu il primo a scalare, a mani nude, le mura della città santa. Come ricompensa per il suo coraggio, il duca Goffredo di Buglione, comandante della spedizione, gli donò tre pietre del Santo Sepolcro, che egli riportò con sé a Firenze nel 1101. Al suo arrivo egli fu accolto con grandi onori e le pietre venerate come reliquie (dal 1785 sono gelosamente custodite nella nicchia di una cappella della chiesa di Santi Apostoli).

Dopo la liberazione di Gerusalemme, il giorno del Sabato Santo, i cavalieri crociati si riunirono in preghiera e donarono il fuoco benedetto a tutti come simbolo di purificazione. A Firenze questa usanza venne ripresa accendendo il fuoco santo in Duomo con le pietre provenienti da Gerusalemme, poi dei giovani con delle torce lo portavano in processione in tutte le case.
Con il tempo si decise di usare un carro per trasportare il braciere per le vie della città, da cui i fedeli potevano accendere ceri e candele e forse intorno alla fine del Trecento, si iniziò a fare uso dei fuochi d’artificio (facendo scoppiare il carro) per spargere idealmente il fuoco benedetto su tutta la popolazione.
Ad occuparsi della manutenzione e dell’addobbo del carro fu sempre la famiglia Pazzi, che ogni anno provvedeva alla sua ricostruzione per i danni causati dalle esplosioni, almeno fino al 1478, anno della famosa congiura a danno dei Medici. Questa tradizione fu mantenuta anche durante il loro esilio e quando nel 1494 tornarono a Firenze, decisero di costruire un carro nuovo, più grande e resistente, che è praticamente quello usato ancora oggi.

Il Brindellone visto da vicino.
Si riconosce in blu l’arme dei Pazzi. Foto Wikipedia

Ma perché al carro è stato dato il nome di “Brindellone“?

Questa parola viene in genere usata per descrivere una persona alta e trasandata ma il riferimento al carro sembra sia nato in occasione di un’altra festa fiorentina, che si teneva il 24 giugno in onore del patrono San Giovanni Battista. In questa giornata infatti un carro pieno di fieno partiva in processione dalla torre della Zecca con a bordo un figurante vestito solo di una pelle di animale. Non di rado l’individuo scelto per impersonare il santo saliva sul carro ubriaco e tutto traballante faceva il giro della città. I fiorentini iniziarono così a chiamare Brindellone questo personaggio e per analogia tutti i carri usati nei giorni di festa.

La cerimonia dello scoppio del carro dura in genere una ventina di minuti. Fuochi e petardi avvolgono il Brindellone in una nuvola di fumo e scintille, che in passato i contadini accorsi in città per assistere allo spettacolo consideravano di buon auspicio per il raccolto, se il volo della colombina si svolgeva senza intoppi.

Foto Visit Tuscany

Il carro viene accompagnato dal deposito di Via il Prato al Duomo dal corteo del calcio storico fiorentino, anche perché per tradizione in questa occasione si procede al sorteggio dei colori per le partite. L’amministrazione comunale ha già reso noto che anche questa manifestazione sarà rimandata all’autunno, ma il sorteggio si terrà comunque la mattina di Pasqua nel Salone dei Cinquecento e sarà trasmesso in diretta Facebook.

Riferimenti bibliografici:

Luciano Artusi – Anita Valentini Festività fiorentine, Firenze, Comune di Firenze, Assessorato alle Feste e Tradizioni, 2001.

Notizie sul sorteggio del calcio storico fiorentino:

Calcio Storico Fiorentino, ecco quando e come sarà il sorteggio

Il Cenacolo di Fuligno

Il Cenacolo di Fuligno si trova in Via Faenza all’interno dell’ex convento di Sant’Onofrio, fondato nel Trecento come ricovero per eremiti e poi destinato alle monache agostiniane. Nel 1419 il piccolo complesso con i suoi orti venne acquistato da Ginevra Bardi che lo fece completamente ristrutturare per accogliere le suore terziarie francescane di Foligno, una congregazione nata dalla Beata Angiolina di Marsciano e composta prevalentemente da giovani provenienti da nobili famiglie. I lavori furono completati in soli 10 anni e questo nuovo edificio venne chiamato il “Convento delle Contesse“, proprio per l’estrazione sociale di molte fanciulle, che desideravano dedicarsi a una vita di preghiera e povertà, pur senza rinunciare al contatto con il mondo esterno.

Chiostro del convento di Fuligno
Foto Sailko

Dopo il Concilio di Trento anche alle suore terziarie venne imposta la clausura e il monastero rimase in funzione fino alle soppressioni napoleoniche. Nel 1803 fu convertito in collegio per l’educazione di ragazze povere e orfane e confermato da Leopoldo II di Lorena al suo rientro in Toscana. L’antico refettorio veniva praticamente usato come magazzino e quando nel 1843 fu casualmente scoperto l’affresco sulla sua parete di fondo il Granduca decise di comprarlo e farne un museo. Il Cenacolo fu la primissima sede del museo archeologico e in seguito ospitò la collezione Feroni. Dal 1966 venne usato come deposito per le opere d’arte danneggiate dall’alluvione e nel 2005 è stato sottoposto a restauro. I locali dell’ex convento sono attualmente sede del Centro servizi e formazione di Montedomini.

La chiesa di Sant’Onofrio fu sconsacrata in epoca napoleonica e oggi viene usata per eventi e spettacoli. A destra si vede la facciata del convento trasformato in Educatorio femminile dagli inizi dell’800.

Il refettorio del convento di Fuligno venne affrescato con l’Ultima Cena da Pietro Perugino tra il 1493 e il 1496.

Il ritrovamento dell’opera aveva suscitato grande entusiasmo tra gli storici dell’epoca, che lo avevano inizialmente attribuito a Raffaello. Gli studi successivi hanno invece confermato il lavoro del maestro umbro, che in quegli anni aveva raggiunto l’apice della sua carriera: dopo l’esperienza alla Cappella Sistina, Perugino era tornato a Firenze – dove si era trasferito probabilmente già dalla fine degli anni ’60 del Quattrocento per svolgere il suo apprendistato nella bottega del Verrocchio – ma doveva pure recarsi spesso a Perugia e per far fronte alle numerose commissioni aveva messo su bottega in entrambe le città. Nella Firenze laurenziana, la delicata armonia della sua pittura, fatta di figure semplici e solenni che sembrano muoversi in un uno spazio senza luogo e senza tempo, venne accolta come ideale rappresentazione del pensiero neoplatonico, ma in seguito fu apprezzata anche da Girolamo Savonarola, che proprio in quella semplicità vedeva un’esaltazione della sua severa religiosità.

Ultima Cena di Pietro Perugino
Foto Wikipedia

Nel cenacolo di Fuligno, Perugino si ispira sicuramente all’affresco terminato nel 1486 da Domenico Ghirlandaio nel convento di San Marco, pur senza rinunciare a quegli elementi tipici della tradizione pittorica umbra e del suo personale percorso artistico. In effetti le due composizioni sono molto simili, con gli apostoli posti in due file accanto a Gesù, seduti su una spalliera in legno finemente decorata: sul gradino si possono leggere i loro nomi, mentre Giuda è come di consueto girato di spalle e rivolge il proprio sguardo verso lo spettatore. La grande tavola è apparecchiata con una fine tovaglia bianca e sul pavimento appare una decorazione a riquadri geometrici in marmi bianchi e rosa che sembra essere stata ripresa da una delle tavolette con le Storie di San Bernardino a Perugia, a cui l’artista aveva lavorato con Pinturicchio e altri maestri locali circa 20 anni prima. Un motivo che si rifa alla tradizione fiorentina fin dai tempi di Beato Angelico è la decorazione che fa da cornice alla lunetta entro la quale è dipinta la scena, ma la vera novità consiste nella grande “apertura” realizzata sullo sfondo, dove in lontananza si intravede l’Orazione nell’orto dei Getsemani. Perugino non si accontenta di mostrare un giardino alle spalle di Cristo e degli apostoli, ma vi colloca un grande loggiato, con alte arcate e i pilastri decorati da eleganti grottesche, oltre il quale compare il caratteristico paesaggio umbro, fatto di esili alberi e dolci colline. Un tema, quello del portico, che peraltro era già comparso in molte altre opere dell’artista (pensate alla bella Pietà degli Uffizi), ma che qui diviene un punto focale centrale verso cui converge lo sguardo dello spettatore.

Perugino, Pietà (1483-93) FIrenze, Gallerie degli Uffizi
Foto Wikipedia

Attualmente nella sala del cenacolo si possono ammirare anche gli affreschi di Bicci di Lorenzo (1430 ca.) provenienti da altri ambienti del convento, un Crocifisso ligneo di Benedetto da Maiano e l’Assunzione della Vergine di Valerio Marucelli, un tempo sull’altare maggiore della chiesa di Sant’Onofrio.

Orari

Il cenacolo di Fuligno è aperto soltanto nei pomeriggi di mercoledì e giovedì ogni due settimane. Ingresso libero.

Per verificare le giornate di apertura vi consiglio di consultare la pagina dedicata sul sito del MIC

Il cenacolo di Ognissanti

Questo cenacolo si trova nell’antico refettorio di San Salvatore in Ognissanti (anche se i fiorentini lo chiamano semplicemente Ognissanti) costruito a partire dal 1251 per l’ordine degli Umiliati, una congregazione religiosa di origine piemontese1, che raggiunse grande prestigio e ricchezza grazie alla lavorazione dei panni di lana2 (basti pensare che Giotto dipinse per loro la Maestà che oggi si trova agli Uffizi)

L’ordine venne soppresso nel 1571 e la chiesa e il convento passarono ai francescani provenienti dalla chiesa di San Salvatore al Monte che ordinarono importanti lavori di ristrutturazione, tra cui la costruzione dei due chiostri. La chiesa venne nuovamente consacrata nel 1582 e fu allora che assunse il nome sopra citato. L’ingresso al cenacolo si trova nel Chiostro Grande, decorato agli inizi del Seicento con un ciclo pittorico raffigurante le Storie di San Francesco di Jacopo Ligozzi e Giovanni da San Giovanni. Il complesso fu soppresso nel 1866 e dagli inizi del secolo scorso una parte di esso è occupata da una caserma dei carabinieri, di cui fanno parte gli ambienti intorno al Chiostro Minore, decorato nel 1602 con medaglioni con santi e beati francescani. Una curiosità: all’ingresso del chiostro si trova una lapide che ricorda l’attore Luigi del Buono (1751-1832), l’inventore della maschera di Stenterello.

Chiostro Grande di Ognissanti.
I tre pilastri in pietra forte che si vedono a sinistra appartenevano alla chiesa medievale ristrutturata nel ‘500 dai francescani.
Foto Sailko

Nel 1480 Domenico Ghirlandaio venne chiamato ad affrescare il refettorio, poco prima di partire per Roma nella “spedizione” alla Cappella Sistina, in cui avrebbe lavorato insieme a un gruppo di artisti fiorentini (tra i quali vi era Botticelli). L’Ultima Cena venne finanziata dalla ricca famiglia Vespucci, di cui facevano parte il celebre navigatore Amerigo e la bella Simonetta amata da Giuliano de’Medici: Ghirlandaio aveva già lavorato qualche anno prima al loro altare di famiglia all’interno della chiesa, in cui aveva dipinto la Deposizione e la Madonna della Misericordia (tra le opere più antiche attribuite al pittore, eseguite intorno al 1472) e nello stesso periodo in cui era impegnato nel cenacolo, gli venne commissionato anche l’affresco con il San Girolamo nello studio, opposto a quello che, sempre i Vespucci, avevano ordinato a Botticelli.

Altare della Cappella Vespucci con gli affreschi del Ghirlandaio.
Foto Sailko

Il Ghirlandaio può essere definito un “maestro di cenacoli” in quanto ne dipinse ben tre3.

prima di lavorare a quello di Ognissanti, infatti, era stato alla Badia di Passignano (1476) e al suo rientro da Roma, sarebbe stato chiamato dai padri domenicani di San Marco (1486). Facendo un confronto tra queste opere, si nota come per il cenacolo di Passignano egli si sia ispirato a quello realizzato da Andrea del Castagno in Santa Apollonia, anche se, rispetto al suo predecessore, la “scatola prospettica” in cui si svolge la scena risulta più compressa. A Ognissanti invece le pareti vengono abbattute e dietro agli apostoli appare un giardino, con la composizione che si adatta perfettamente alla forma della stanza stessa, inserita in due lunette separate da un peduccio.

Cenacolo della Badia a Passignano (1476) – Foto Wikipedia
Cenacolo di Ognissanti (1480)
Foto Wikipedia
Cenacolo di San Marco (1486)
Foto Wikipedia

I personaggi sono disposti accanto a Cristo (con Giuda come sempre seduto dalla parte opposta del tavolo), raffigurati mentre conversano ed interagiscono tra loro a coppie. Non si avverte alcuna tensione, le figure non mostrano alcun accento drammatico, ma un atteggiamento sereno rafforzato dai delicati accordi cromatici e l’attento studio della luce (le due finestre ai lati dello sfondo sono infatti vere e non solo dipinte). L’affresco è ricco di particolari, sia sulla tavola, sia nel giardino dipinto sullo sfondo. La tavola è apparecchiata e imbandita con stoviglie e pietanze come era nell’uso dell’epoca, impreziosita da una raffinata tovaglia bianca ricamata e con le frange. Le caraffe sono riempite con acqua e vino e gli apostoli mangiano pane, formaggio e prosciutto, ma si vedono anche delle ciliegie. La stessa cura per i dettagli naturalistici appare nei cespugli e negli alberi con agrumi, mele e datteri del giardino, in cui volano varie specie di uccelli: un’attenzione tipica della pittura fiamminga che l’artista aveva osservato nei primi dipinti arrivati a Firenze e forse frequentando la bottega del Verrocchio. In realtà tutti questi elementi sono simboli riferiti alla Passione e alla Resurrezione di Cristo: la palma a destra indica il martirio, il pavone è simbolo di immortalità, mentre i melograni, le rose rosse nel vaso, le ciliegie e i cardellini sono collegati alla Passione (per via del colore rosso).

Ultima cena, dettaglio

Nella sala è esposta anche la sinopia e due nicchie con affreschi seicenteschi di Giuseppe Romei (Sara al pozzo e Mosè che fa scaturire l’acqua dalla roccia). Il portale d’ingresso e i due lavabi in pietra serena risalgono al 1480.

ORARI

Il Cenacolo di Ognissanti è aperto solo il sabato mattina dalle 9 alle 13 (chiuso tutti gli altri giorni della settimana, 1 gennaio e 25 dicembre). Ingresso libero.

Il museo è attualmente chiuso in osservanza del DPCM 8 marzo 2020.

Note:

1 L’ordine degli Umiliati era nato ad Alessandria agli inizi del Duecento e giunse a Firenze nel 1239. La loro prima sede fu la chiesa di San Donato in Polverosa (la chiesa di Novoli), poi la chiesa di Santa Lucia al Prato, per stabilirsi definitivamente in riva all’Arno al termine dei lavori del nuovo complesso alla fine del Duecento.

2 Il lavoro era parte integrante della vita della comunità e trovandosi praticamente di fronte all’Arno il complesso era un luogo ideale per la lavorazione della lana. Gli Umiliati fecero costruire la Pescaia di Santa Rosa e intorno al convento sorsero alcuni tiratoi e molte case artigiane.

3 In realtà sarebbero stati 4, ma la decorazione del cenacolo di San Donato in Polverosa, eseguita prima di quella a Ognissanti è andata perduta.

6 aprile 2020, 500 anni dalla morte di Raffaello

Oggi 6 aprile 2020 si celebrano i 500 anni esatti dalla morte di Raffaello Sanzio.


Il MiBACT dedica l’intera giornata al ricordo del grande artista con una serie di iniziative digitali che potete seguire in diretta.

La grande mostra alle Scuderie del Quirinale a Roma, inaugurata pochi giorni prima del DPCM del 8 marzo, è ancora chiusa al pubblico, ma i loro canali social propongono diversi video che permettono di passeggiare virtualmente tra le sale.

Vi ricordo inoltre che stasera su Rai Storia (canale 54 DT) sarà trasmesso il documentario “La Roma di Raffaello” che ripercorre gli anni più importanti della sua carriera.

Lascio a questa giornata anche il mio piccolissimo contributo, riportando qui il commento postato sul mio profilo personale di Facebook. Con un velo di amarezza, che chi fa il mio lavoro (e credo non solo il mio) non possa non avere oggi.

Così ci siamo, il “gran giorno” è arrivato, questo anniversario tanto atteso, che avrebbe dovuto essere l’evento culturale dell’anno. Mica capita spesso di celebrare i 500 anni di qualcosa, figuriamoci se si tratta di uno dei più grandi artisti italiani del Rinascimento. Eppure ci sono state altre ricorrenze negli ultimi mesi, solo che questo lo sentivo “più mio” degli altri. Ho sempre amato e difeso Raffaello (si sa che aveva antagonisti temibili), ho sempre adorato quella sua arte fatta di armonia e delicatezza, la sua continua ricerca di perfezione. Era ambizioso il ragazzo, che sapeva interpretare alla perfezione il ruolo di cortigiano modello, ma non per questo era meno deciso ad arrivare dove voleva. E ci riuscì pienamente, consapevole del suo talento, che seppe sfruttare fino in fondo. Una vita felice la sua (come dice il famoso libro di Forcellino letto in un pomeriggio) e soprattutto normale: soldi, successo, donne. Passioni reali e carnali, rapporti veri e non solo mentali, spinti fino all’eccesso e poi risultati fatali (sennò non si muore di sifilide a 37 anni).
E noi oggi lo chiamiamo divino e tale resterà la sua arte nei secoli: un’arte solo apparentemente più semplice, forse più libera dai tormenti michelangioleschi o dai ragionamenti di Leonardo, ma non per questo più “facile”. E dove io continuerò a vedere la parabola di un giovane artista di provincia che arrivato ad avere tutto, tutto perse nell’umano desiderio.

Il Cenacolo di Santa Apollonia

La parola cenacolo ha origini molto antiche.

I Romani chiamavano così la stanza in cui si consumava la cena, generalmente in uno degli ambienti più grandi della casa perché era il pasto principale della giornata, durante il quale si riuniva tutta la famiglia con eventuali ospiti. Nella tradizione cristiana il cenacolo divenne il luogo di Gerusalemme in cui Gesù consumò la sua Ultima Cena con gli Apostoli istituendo il sacramento dell’Eucarestia. In senso figurato, dunque, questa parola evoca una riunione di persone, unite da un sentimento di condivisione e partecipazione: ecco perché nei refettori dei conventi, ossia il luogo in cui monaci e suore mangiavano, si trova sempre affrescata questa immagine. La pittura dei cenacoli fu molto praticata a Firenze e molti di questi sono stati trasformati in museo.

Questo Cenacolo faceva parte dell’antico complesso monastico di Santa Apollonia, uno tra i più grandi di Firenze, fondato nel 1339 da un certo Piero di Ser Mino1. Nel 1440 giunsero in questo monastero le suore dell’abbazia di Santa Maria a Mantignano e la badessa Cecilia Donati ordinò una serie di lavori di ampliamento della struttura: vennero così costruiti il cosiddetto Chiostro della Badessa e una grande sala rettangolare con soffitto a cassettoni da impiegare come refettorio.

Andrea del Castagno,
Ultima Cena 1447

Tra il 1445 e il 1450 Andrea del Castagno venne incaricato di affrescare interamente la parete d’ingresso del salone, in cui dipinse l’Ultima Cena e altre tre scene raffiguranti la Resurrezione, la Crocifissione e la Deposizione.

Questi affreschi, che si trovano nella parte superiore separati dalle finestre, appaiono molto rovinati (ma ancora leggibili) e nel 1953 furono staccati per motivi di conservazione: vennero così ritrovate le sinopie, che qualche anno dopo furono attaccate sulla parete opposta.

Ultima cena, dettaglio

Le informazioni su Andrea del Castagno, specialmente per quello che riguarda la sua formazione e i primi anni di attività, sono ancora molto scarse: tuttavia si ritiene che fosse arrivato a Firenze verso la fine degli anni Trenta del Quattrocento come assistente di Domenico Veneziano per lavorare al famoso ciclo pittorico della chiesa di San’Egidio (andato completamente distrutto) uno tra i più importanti del primo Rinascimento, al quale avevano collaborato altri grandi maestri come Piero della Francesca e Alessio Baldovinetti. Prima di eseguire la decorazione di Sant’Apollonia il pittore aveva soggiornato per alcuni anni a Venezia, ma poi era tornato in città dove la sua presenza è documentata almeno fin dal 14442.

Ultima Cena, dettaglio

L’affresco con l’Ultima Cena è sicuramente una delle opere più significative dell’artista e il primo cenacolo del Rinascimento a Firenze3. Andrea del Castagno pose Gesù e i suoi apostoli in una sorta di “scatola prospettica”, come se la scena si svolgesse in un edificio a cui è stata tolta la parete di fronte per permettere allo spettatore di vedere cosa accade al suo interno. L’ambiente è ricco di colori e dettagli raffinati: guardate i pannelli sullo sfondo, il fregio, l’elegante drappo sui sedili e le sfingi ai lati della tavola, su cui è stesa una lunga e bianchissima tovaglia. Sono evidenti i richiami all’antico e la sua abilità nell’uso della prospettiva: dal punto di vista iconografico egli scelse la tradizionale composizione in cui si vedono gli apostoli ai lati del Cristo, con Giuda separato dagli altri e seduto su un sgabello. Tutti conversano in modo naturale ma la loro posa composta e solenne rivela una certa influenza di Masaccio sul pittore. Il tratto maggiormente distintivo di Andrea del Castagno però resta l’uso assolutamente nuovo del colore: un espressionismo inedito per il suo tempo, caratterizzato da tinte forti che conferiscono un vigore quasi scultoreo alle figure, paragonabile solo a certe opere di Donatello.

Andrea del Castagno,
Cristo in pietà tra due angeli

Nella sala sono conservate anche altre opere di Andrea del Castagno, dipinte sempre intorno alla metà del Quattrocento: la lunetta con il Cristo in Pietà tra angeli (proveniente dal Chiostro della Badessa dell’antico monastero) una Crocifissione e la sinopia della Visione di San Girolamo tra Santa Paola e Sant’Eustachio. Si possono inoltre vedere i pochi resti rimasti del grande ciclo di affreschi di Sant’Egidio con le Storie della Vergine.

Andrea del Castagno, Crocifissione

Nella piccola sala attigua al refettorio sono esposte altre opere provenienti dal monastero: una Crocefissione di Paolo Schiavo e due tavole di Neri di Bicci con l’Incoronazione della Vergine e la Madonna col Bambino e santi, tra cui compare proprio Sant’Apollonia, raffigurata con un paio di tenaglie che le stringono un dente, allusione al suo martirio.

Neri di Bicci,
Madonna in trono col Bambino e santi

Sant’Apollonia era un convento di clausura e pertanto rimase inaccessibile fino alle soppressioni ottocentesche (difatti nemmeno Giorgio Vasari fece menzione del cenacolo). Nel 1864 venne requisito per scopi militari e una parte dell’edificio venne demolita per l’apertura di Via XXVII aprile. Molti degli ambienti rimasti vennero trasformati in uffici e oggi la struttura è suddivisa tra Università di Firenze e Ministero della Difesa: la chiesa del complesso (la cui facciata è su via San Gallo) è stata sconsacrata e oggi è una sala conferenze, mentre il grande Chiostro della Badessa, su due livelli, ospita la mensa universitaria. L’ingresso al museo del cenacolo si trova in via XXVII Aprile.

FOTO DAL MIO ARCHIVIO PERSONALE

Orari

Da lunedì a domenica dalle 8.15 alle 13.50.
Chiuso 1°, 3°, 5° sabato e domenica di ogni mese, 1° gennaio e 25 dicembre. Ingresso libero

Il museo è attualmente chiuso in osservanza del DPCM 8 marzo 2020.

Note:

1 L’atto di fondazione del monastero, conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze, lo indica come abitante nel popolo di San Simone.

2 Nel 1444 gli viene commissionato il cartone per una vetrata di Santa Maria del Fiore con la Deposizione.

3 La scena con l’Ultima Cena viene datata al 1447.

Le Cernacchie di Via Condotta

In queste lunghe giornate passate a casa, vi sarà sicuramente capitato di pensare alla vostra vita prima della quarantena: gli impegni di lavoro, qualche commissione veloce, la pausa pranzo con colleghi e amici. Frammenti del nostro quotidiano che ci manca e che vorremmo tornare a vivere presto. Anche le mie giornate da guida turistica a Firenze erano scandite da ritmi e consuetudini precise. Quando parliamo di mangiare, credo ognuno abbia il suo “posticino in centro”, quello dove andare praticamente tutti i giorni e che diventa la tua seconda casa. Il mio si trova in via della Condotta 38/R, a due passi da Piazza della Signoria e si chiama il Cernacchino , dove lavorano Giuliana e Beatrice.

Ho raccolto anche il loro pensiero sulla crisi che ci coinvolge, i timori riguardo al lungo periodo di inattività e le idee che potrebbero risultare utili per ripartire.

Ecco Giuliana Spinelli, fiorentina doc, 55 anni (“e felice di averli“). Ha aperto questo locale nel 2009 e prepara panini e piatti tipici della tradizione fiorentina e toscana, ma anche ricette fuori dai soliti schemi, un po’ come è lei. Da piccola sognava di essere una principessa, ma a 15 anni ha iniziato la scuola alberghiera e ha deciso che il suo regno sarebbe stata la cucina. Prima di aprire il Cernacchino con sua sorella Francesca, aveva gestito insieme a lei un ristorante per 25 anni. Giuliana si definisce una donna “decisa ma volubile” (in effetti dipende dai giorni ndr) e la sua più grande passione dopo il lavoro è la moda (confermo anche questo, guai se mi presento con il trucco senza primer agli occhi 😂). In realtà sotto quella facciata a volte un po’ ruvida, c’è una grande professionista, che non solo ama cucinare per i suoi clienti, ma adora impastare dolci e si diverte ad accostare sapori in modo nuovo e creativo.

Lei invece è Beatrice Pellegrini, per tutti i Cernacchini semplicemente “la Bea”, che 4 anni fa è diventata il braccio destro di Giuliana. Nata a Firenze, ha 52 anni, vissuti con la consapevolezza della sua età e l’entusiasmo di una trentenne. È arrivata al Cernacchino quasi per caso, ma spinta dal forte desiderio di cambiare vita: prima trascorreva il suo tempo in un ufficio, sempre davanti al computer o al telefono, mentre adesso può svolgere un lavoro “di testa e di cuore”, che le permette di stare al pubblico e divertirsi: per Beatrice è stato un pò come rinascere, inoltre affiancare Giuliana in cucina le permette di imparare molto e rappresenta uno stimolo continuo per lei (“io le sto accanto e andiamo a mille“).

Un rapporto di collaborazione intenso, quindi, basato su una forte complicità e intesa reciproca, da cui è nata pure una bella amicizia, che va ben oltre il normale orario di lavoro: non di rado trovi Giuliana e Beatrice insieme dopo la chiusura, in giro per negozi o a prendere il caffè.

Beatrice mi dice che Giuliana “spesso dal nulla crea delizie” ed è un po’ questo lo spirito che le accompagna nella preparazione di tante pietanze diverse: dalle zuppe ai contorni, dalla classica porchetta al lampredotto fusion, una versione alternativa con ginger e lemon grass presentata nel programma TV di Simone Rugiati a marzo dello scorso anno. Già perché le nostre Cernacchie sono famose e sempre nel 2019 sono state inserite nella lista dei 10 migliori panini da mangiare a Firenze su Gambero Rosso. Personalmente resto fedele al must del Cernacchino: il panino scodella con le polpettine in salsa di pomodoro di loro invenzione e che non trovate in nessun altro locale della città (da assaggiare assolutamente, ne vanno matti anche i più piccoli!)

Beatrice e Giuliana mostrano la copertina del mensile Bell’Italia dove compare un articolo che parla di loro
(N. 401 Settembre 2019)

Chiedo a Giuliana se riesce a spiegarmi il segreto di questo successo, ma mi risponde che resta un mistero anche per lei (ride), ma una dote che sente sicuramente di avere è il saper usare la fantasia e possedere una grossa “memoria del gusto“, una sorta di archivio personale dei sapori, che le permette di dosare in modo ottimale gli ingredienti e ottenere combinazioni mai ripetitive.

Purtroppo il 9 marzo anche il Cernacchino ha dovuto chiudere per rispettare le disposizioni del DPCM e dopo quasi un mese, il ritorno alla normalità appare ancora lontano. L’orientamento generale sembra sia quello di riaprire le attività commerciali in modo graduale quando sarà terminata la fase più acuta della pandemia, ma è difficile azzardare previsioni perché stiamo lottando contro un nemico invisibile, che ci ha messo di fronte alla sofferenza e ci ha imposto tante rinunce, alle quali, onestamente, non eravamo più abituati. Beatrice è convinta che dovremo convivere ancora a lungo con mascherine, guanti e disinfettanti, ma soprattutto con una forte sensazione di insicurezza, che andrà a modificare tante delle nostre abitudini anche dopo la fine dell’emergenza. Giuliana ovviamente si preoccupa dell’aspetto economico di questa situazione: al momento c’è tanta paura e quindi il centro storico di Firenze è deserto, ma ci sono molti esercizi che non riusciranno a resistere a lungo in queste condizioni e saranno costretti a chiudere. Le istituzioni si stanno muovendo per dare un sostegno, ma il contesto appare così imprevedibile che “se non hai le spalle coperte non vai avanti” e magari al momento della riapertura bisognerà ripensare ai normali orari di apertura dei negozi.

In effetti servirà molta pazienza, ma occorre restare lucidi e mettere da parte tutta l’energia possibile per essere pronte a ripartire. Giuliana e Beatrice hanno l’esperienza e le risorse necessarie per farcela e tutti i Cernacchini non vedono l’ora di vederle tornare in azione. Forza ragazze.

Guarda la puntata di Food Advisor del 26 marzo 2019:

https://it.dplay.com/food-network marzo dvisor/stagione-1-episodio-10-il-migl marzo ior-lampredotto-di-firenze/