Tana racconta: Corso Donati, il cavaliere nero di Firenze

A Firenze tutti lo chiamavano il “Barone” e lui andava in giro per la città con la sua banda, facendosi largo tra la gente che acclamava il suo nome. Bello di aspetto e dai modi garbati, Messer Corso Donati veniva dalla nobile famiglia che abitava nelle torri vicino alle nostre; ma il suo animo si fece sempre più superbo e crudele e molte persone pagarono caramente i suoi raggiri.

Dal momento in cui affiancò Vieri de’ Cerchi, ricordai a mio fratello Dante che gli Alighieri non erano mai stati troppo dietro alle faccende del Comune. Il babbo e il nonno erano stati abili uomini d’affari, ma la politica era ben altra cosa; capivo che volesse fare come quel suo amico poeta, Guido Cavalcanti, ma temevo molti di quegli uomini che aveva conosciuto e soprattutto, quelli che si stava mettendo contro.

La questione, lo ammetto, è piuttosto complicata e converrà dunque che io parta dall’inizio.

Corso Donati fa liberare dei prigionieri
(Foto Wikipedia)

Dopo anni di guerre e scontri, gli eserciti ghibellini erano stati sconfitti a Campaldino. Il cavaliere Corso si era distinto per il suo valore sul campo di battaglia ed era rientrato in città da eroe; a dire il vero anche Dante aveva combattuto in prima linea (la sua armatura da feditore era costata un occhio della testa!) ma alla fine tutti gli onori erano stati riservati ai soliti magnati. Molti speravano in un lungo periodo di pace e invece nuove tensioni nacquero proprio all’interno del partito guelfo, che presto si sarebbe diviso in due fazioni nemiche: i Guelfi Bianchi e i Guelfi Neri.

Lo stemma dei Donati (Foto Sailko)
Lo stemma della famiglia Donati (Foto Sailko)

A portar scompiglio tra i cittadini erano stati gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, che nel 1293 aveva emanato delle leggi con cui si impediva ai magnati di accedere alle cariche pubbliche: esse infatti prevedevano l’esercizio effettivo di un’arte per la nomina al Priorato1, escludendo così buona parte della vecchia classe dirigente. Un paio di anni dopo gli Ordinamenti vennero “ammorbiditi”2, permettendo ai magnati di essere eletti con la sola iscrizione a una delle Arti, ma in molti si rifiutarono disdegnando di governare con il popolo. Tra questi vi fu Corso, al quale veniva naturale assumere il ruolo di capo banda e oltre a rivendicare fieramente le proprie origini, raccolse intorno a sé una sorta di clan che commise i peggiori misfatti di quegli anni.

Lo stemma della famiglia Cerchi nel Palazzo Pretorio di Fiesole (Foto Sailko)

La sua vittima preferita pareva essere Vieri de’ Cerchi, che da qualche anno abitava nelle case che erano state dei Conti Guidi e per l’appunto confinavano con quelle dei Donati. Arrivati dal contado carichi di servi e di denari, i Cerchi erano una di quelle famiglie di “nuovi ricchi”3 verso i quali Corso mostrò subito un profondo disprezzo, iniziando a deridere Vieri in pubblico e a chiamarlo “asino di Porta”. Lapa, la mia matrigna, riferiva delle continue liti a cui assisteva nella corte, ma capite che per passare alla lotta armata tra Bianchi e Neri4 doveva esserci qualcosa di più grave della semplice invidia per il palazzo più bello.

I Cerchi abitavano nella casa- torre nell’odierna Via dei Cerchi (dove c’è la pescheria). Poco più avanti si vede ciò che resta di una loggia esterna, poi murata all’angolo con Via dei Cimatori.

In effetti, si raccontava che Corso avesse fatto un grosso sgarbo ai Cerchi alla morte della sua prima moglie5, imparentata con Vieri, negando un’eredità che spettava loro di diritto e risposandosi con Tessa degli Ubertini, una bella giovane che era di famiglia ghibellina, ma disponeva pure di una ricca dote.

Alcuni mesi dopo avvenne un fatto davvero increscioso: una rissa tra i giovani delle due famiglie durante il funerale di una donna dei Frescobaldi6 e la sera molta gente si radunò sotto le case dei Cerchi per andare a punire i Donati, ma loro rifiutarono di ricorrere alle armi. Nel dicembre del 1298 successe che dei giovani dei Cerchi, coinvolti in una rissa con dei Pazzi e arrestati per non aver pagato la multa, furono trovati morti in una cella del Palazzo del Podestà dopo aver mangiato dei migliacci freschi; Corso fu subito sospettato ma non si riuscì a provarne la colpevolezza e anche questa volta i Cerchi si limitarono a lasciare le riunioni della Parte Guelfa, in segno di protesta.

Dante non esitò a condannare il loro atteggiamento pacifico, lasciando intendere che, se al momento giusto avessero usato la stessa forza dei Donati, il popolo sarebbe stato dalla loro parte. Del resto tutti conoscevano l’arroganza e la brutalità dei metodi di Corso, arrivato al punto di far rapire la sorella Piccarda dal convento in cui si era fatta suora e obbligarla a sposare Rossellino della Tosa, suo compagno di fazione. La spregiudicatezza delle sue azioni giunse al culmine quando a Firenze arrivò il podestà Monfiorito da Coderta, che si mostrò particolarmente compiacente nei confronti dei donateschi e divenne complice dei loro abusi, ma finì per essere arrestato e condannato per corruzione7.

Raffaello Sorbi, Il rapimento di Piccarda
(Foto Wikipedia)

La guerra tra Bianchì e Neri iniziò ufficialmente nel corso della festa del Calendimaggio in Piazza Santa Trinita, il 1° maggio 1300, quando una brigata dei Donati attaccò i Cerchi e all’anziano Ricoverino fu staccato il naso. La settimana successiva Dante fu inviato come ambasciatore a San Gimignano e agli inizi di giugno arrivò in città il cardinale Matteo d’Acquasparta, appena nominato legato pontificio e inviato da Bonifacio VIII a mettere pace tra le bande dopo la “zuffa del Calendimaggio”. In realtà si capì ben presto che era venuto a sostenere i Neri e non sarebbe stato il solo, perché Corso era un uomo molto astuto e dalla sua parte aveva alleati molto potenti.

Fu allora che mio fratello venne eletto priore8, quella carica che aveva tanto desiderato e avrebbe poi maledetto, facendogli scrivere “Tutti li mali e l’inconvenienti miei dalli infausti comizi del mio priorato ebbono cagione a principio”9. Ma ancora in quella estate del 1300 nessuno immaginava quale disgrazia si sarebbe abbattuta sulla nostra famiglia e mi rallegrai alla notizia: gli Alighieri nella Signoria… e chi lo avrebbe mai detto?

I priori vennero prontamente messi di fronte a scelte difficili: alla processione della vigilia di San Giovanni, i consoli delle Arti furono offesi e aggrediti dai capi delle parti, che ancora rinfacciavano di essere tornati vittoriosi da Campaldino e di aver perso gli onori in città. Non ci fu altra cosa da fare che condannare tutti al confino, compreso Guido Cavalcanti, che con altri sei Bianchi partì per Sarzana, dove si ammalò e morì. Finito il mandato di Dante i nuovi Signori revocarono il bando ai Bianchi, arrecando non poco fastidio al paciaro e al pontefice; ma i Neri non rimasero a guardare e Corso partì per Roma per farsi ricevere da Bonificacio VIII.

Ritratto di Guido Cavalcanti (Foto Wikipedia)

Era ormai da tempo che i donateschi cercavano di convincere il papa che la fazione bianca era segretamente alleata dei ghibellini e a nulla era servito convocare Vieri de’ Cerchi alla Corte per avere spiegazioni: la sua fede guelfa era salda, ma alla pace con Messer Corso non poteva acconsentire. Qualche mese dopo si seppe che nel Consiglio di Santa Trinita10 era stata ordinata una congiura contro i Cerchi e quando furono scoperte le lettere di Simone dei Bardi, la Signoria punì duramente i capi dei Neri. Nel frattempo Bonifacio VIII aveva deciso che il nuovo Paciaro di Toscana sarebbe stato il conte Carlo di Valois, fratello del re di Francia Filippo IV il Bello, che prima si fermò a Bologna e poi raggiunse il papa a Roma. Firenze era in pericolo: troppe ambascerie si eran fatte e ancora non si conoscevano i loro piani.

Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini, dipinto bozzetto di Jacopo Ligozzi, 1592.

Era una mattina di fine settembre quando Dante passò a salutarmi; andava a Roma con Maso di Messer Ruggierino Minerbetti e il Corazza da Signa per chiedere udienza al pontefice11 e mai avrei immaginato di vederlo per l’ultima volta. Carlo di Valois partì per la Toscana prima dell’arrivo degli ambasciatori e Bonifacio VIII ne rimandò due a Firenze, mentre mio fratello fu trattenuto alla Corte e non sarebbe più tornato a casa. Il 1° novembre 1301 Carlo di Valois entrò in città e pochi giorni dopo permise a Corso e alla parte Nera di seminare il panico tra i Bianchi: molti di loro furono arrestati e uccisi, altri vennero cacciati e condannati all’esilio insieme a Dante.

La torre di Corso Donati in Piazza San Pier Maggiore

Sembrava che Corso non avesse più rivali, ma proprio quando pensava di poter governare da solo su Firenze, venne osteggiato da Rosso della Tosa, zio del cognato Rossellino e questa volta il suo orgoglio e i suoi imbrogli lo condussero alla rovina. Prima che potesse mettere in atto un’altra delle sue congiure, la mattina del 6 ottobre 1308 i Tosinghi lo fecero condannare dalla Signoria e lui si barricò in casa, aspettando dei rinforzi che non arrivarono mai. Non gli restava che tentar la fuga, ma gli armati lo ripresero nei pressi di Rovezzano, dove cadde (o si lasciò cadere) da cavallo e il suo corpo fu trascinato fino al convento di San Salvi .

Fu questa la fine del cavaliere nero di Firenze, il masnadiere nemico dei popolani che grande offesa arrecò alla mia famiglia e tanti onesti cittadini; la fortuna lo abbandonò tra la polvere e le pietre delle rive dell’Arno, sul finire di una calda giornata di autunno.

Note di Elena

  1. Il Priorato delle Arti, detto anche Signoria, ebbe inizio nel 1282 portando i rappresentanti delle corporazioni fiorentine al vertice del governo della città. All’inizio era composto da 3 priori (poi diventati 6), a cui si aggiunse la carica di Gonfaloniere nel 1293, che affiancavano il Capitano del Popolo e i membri degli altri Consigli nell’esercizio del potere esecutivo.
  2. I cosiddetti “Temperamenti” vennero emanati nel 1295, ma il clima politico continuò ad essere molto teso.
  3. I Bianchi venivano dalla Valdisieve e pur avendo fatto fortuna tradivano per certi aspetti la loro origine popolana: “Intervenne che una famiglia che si chiamavano i Cerchi (uomini di basso stato, ma buoni mercatanti e gran ricchi, e vestivano bene, e teneano molti famigli e cavalli, e aveano bella apparenza), alcuni di loro comperorono il palagio de’ conti, che era presso alle case de’ Pazzi e de’ Donati, i quali erano più antichi di sangue, ma non sì ricchi: onde, veggendo i Cerchi salire in altezza (avendo murato e cresciuto il palazzo, e tenendo gran vita), cominciorono avere i Donati grande odio contra loro” (Cronica, I, 20).
  4. La fazione dei Guelfi Bianchi era composta da un gruppo di magnati aperti alle forze popolari e riuniti intorno alla figura di Vieri de’ Cerchi, mentre i Guelfi Neri, che si opponevano fermamente agli Ordinamenti di Giustizia e rivendicavano gli interessi e i privilegi dell’antica nobiltà fiorentina, erano capeggiato da Corso Donati. In effetti la componente della rivalità personale tra le famiglie leader delle due fazioni non è di secondaria importanza, perché i primi contrasti tra loro ebbero origine da situazioni di carattere matrimoniale e patrimoniale.
  5. Questo fatto avvenne nel 1296 e secondo lo storico Franco Cardini, la prima moglie di Corso era la zia di Vieri dei Cerchi, morta in circostanze misteriose (forse avvelenata), ma di lei non si conosce il nome.
  6. La zuffa al funerale si svolse il 16 dicembre 1296, ma su questi eventi ho trovato informazioni discordanti e alcuni storici ritengono che l’ordine con cui vengono riportati nella Cronica del Compagni non sia corretto.
  7. Monfiorito da Coderta fu podestà nel primo semestre del 1299 e viene ricordato anche da Dante nel Purgatorio. Arrestato per la sua condotta scandalosa, rivelò molti fatti “scomodi” che coinvolgevano alcuni tra i più influenti cittadini, tra cui Nicola Acciaiuoli, che su consiglio di Baldo d’Aguglione, alterò il libro che conteneva la parte di confessione che lo riguardava. Riuscì a fuggire e a tornare a Treviso, sua città di origine.
  8. Dante rimase in carica come priore dal 15 giugno al 15 agosto 1300.
  9. Questa frase sarebbe stata scritta in un’epistola perduta scritta dal poeta ai fiorentini, che iniziava con la citazione “Popule mee, quid feci tibi?” a cui fanno riferimento sia Giovanni Villani che Leonardo Bruni.
  10. Il Consiglio di Santa Trinita si svolse nel giugno 1301 e tra i Neri coinvolti nella congiura vi fu anche Simone dei Bardi, marito di Beatrice.
  11. L’ambasceria dell’ottobre 1301 viene ricordata anche da Dino Compagni (Cronica, II, 4); il gruppo ricevuto da Bonifacio VIII era composto da almeno tre persone, di cui due furono rimandate a Firenze con il seguente messaggio: “Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me; e io vi dico in verità che io non ho altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi e abiano la mia benedizione, se procurano che sia ubidita la mia volontà.” Nel Trattatello in laude di Dante, Boccaccio lo indica come “principe di cotale legazione” (cioè come capo delegazione) e pur non essendo indicato in altre fonti, non lo si può del tutto escludere in quanto un ambasciatore fu trattenuto a corte. Sempre Boccaccio attribuisce al poeta la celebre frase che avrebbe pronunciato in questa occasione : “s’io vo chi rimane? Se io rimango chi va?”

Bibliografia di riferimento

Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, BUR, 1995.

Marco Santagata, Le donne di Dante, Bologna, Il Mulino, 2021.

Vieri de’Cerchi in Enciclopedia dantesca Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana. URLhttps://www.treccani.it/enciclopedia/vieri-de-cerchi_%28Enciclopedia-Dantesca%29/

La Fontana dello Sprone

Spesso non ci facciamo caso, eppure Firenze è piena di fontane: ne abbiamo circa un centinaio, sparse in giro per la città. Alcune sono grandi e monumentali, come la Fontana del Nettuno in Piazza della Signoria, altre sono più piccole e poste agli angoli delle strade o presso i mercati (come nel caso del famoso Porcellino), ma si tratta sempre di opere di artisti importanti.

La Fontana del Nettuno, detta del Biancone, in Piazza della Signoria

Realizzate in marmo o in bronzo, in passato le fontane avevano innanzitutto una funzione pubblica, perché permettevano alle persone di prendere l’acqua e dare da bere agli animali. Nel Cinquecento, esse divennero anche uno dei principali arredi urbani a scopo celebrativo e uno dei tratti distintivi dei cosiddetti “giardini all’italiana”.

La fontana del Porcellino di Pietro Tacca (1633)

La Fontana dello Sprone si trova in Oltrarno, all’angolo tra Borgo San Jacopo e Via dello Sprone, sullo spigolo della Casa Frescobaldi, costruita all’incrocio tra le due strade, sotto una terrazza con loggetta sporgente e sostenuta da mensole.

La Fontana dello Sprone

E’ formata da un’ampia vasca in marmo a forma di conchiglia, in cui versa l’acqua che esce da un grottesco mascherone, con sopra lo stemma della famiglia Medici; tradizionalmente viene attribuita a Bernardo Buontalenti (che abitava nella vicina Via Maggio al civico 37) ed eseguita nel 1608 come parte del grandioso apparato decorativo creato per le nozze di Cosimo II e Maria Maddalena d’Austria, insieme alle statue raffiguranti le Quattro Stagioni, sistemate ai due capi di Ponte Santa Trinita. Studi più recenti però, hanno spostato di qualche anno la sua collocazione, che si ritiene sia avvenuta intorno al 1638-39 ad opera di Francesco Generini, meccanico e idraulico al servizio di Ferdinando II.

Sono evidenti le somiglianze con la fontana posta all’angolo con Via dei Neri sul pilastro della Loggia del Grano, progettata nel 1619 da Giulio Parigi per Cosimo II, anche in questo caso a lungo attribuita allo scultore Chiarissimo Fancelli, ma che in realtà fu inaugurata nel 1764, ormai in piena epoca lorenese.

La Fontana della Loggia del Grano

Note bibliografiche:

  • Luciano Artusi, Tante le acque che scorrevano a Firenze, itinarario tra i giochi d’acqua delle decorative fontane fiorentine, Semper, Firenze 2005.
  • Stefania Galante in Atlante del Barocco in Italia. Toscana / 1. Firenze e il Granducato. Province di Grosseto, Livorno, Pisa, Pistoia, Prato, Siena, a cura di Mario Bevilacqua e Giuseppina Carla Romby, Roma, De Luca Editori d’Arte, 2007, p. 379.

Buon 2022!

Vi auguro un anno pieno di salute, che di questi tempi non è mai scontata.

Vi auguro un anno pieno di sogni, perché sono il motore dei nostri progetti.

Vi auguro un anno pieno di speranze, che vi permettano sempre di continuare a crederci.

Vi auguro un anno pieno di luce, perché prima o poi si arriva sempre in fondo al tunnel.

Tana Alighieri, la sorella di Dante

Uno dei periodi della vita di Dante Alighieri che desideravo maggiormente approfondire era quello della sua giovinezza. In effetti sono davvero pochi i riferimenti all’infanzia e alla famiglia del poeta, della quale abbiamo solo poche e frammentarie notizie (spesso riprese da documenti riguardanti fatti e personaggi indirettamente collegati). La mia ricerca, però, mi ha portato sulle tracce di una figura semi sconosciuta ed estremamente affascinante: Tana Alighieri, la sorella di Dante.

Immagino che adesso vi starete chiedendo: “Ma davvero Dante aveva una sorella? Beh, a dire il vero più di una, solo che rintracciare le loro esistenze è un lavoro piuttosto complicato. Le fonti, come vi dicevo, sono scarse, incomplete e talvolta perfino contraddittorie, per cui certe informazioni sono state dedotte direttamente dai versi del Sommo – peraltro con interpretazioni diverse da parte degli studiosi – portandomi a credere che in questa ricerca non ci possa affidare solamente alle evidenze storiche. Ecco perché, tra gli studi e le letture degli ultimi mesi, ho accolto pienamente le teorie e le suggestioni letterarie del Prof. Marco Santagata, che attribuiva a questa donna un ruolo tutt’altro che marginale nella vita di Dante1.

Per me è stata un’assoluta scoperta, che ho fatto in qualche modo mia scegliendo di interpretare Tana nel nascente progetto dei tour danteschi in Toscana (in collaborazione con il collega e amico Riccardo Starnotti) e che vorrei rendere tanto più attuale attraverso le pagine del mio blog. Nei prossimi articoli sarà lei stessa a raccontarvi i costumi e le curiosità di Firenze al tempo di Dante, ma trattandosi di un personaggio poco noto occorrerà innanzitutto che ne faccia una breve presentazione.

Il suo nome era Tana, anche se in casa tutti la chiamavano Trotta.

Da bambini, lei e suo fratello Dante abitavano in delle case nel Sesto di Porta San Piero, nel popolo di San Martino al Vescovo, dove rimase fino al giorno del suo matrimonio.

Chi erano i genitori di Tana e Dante? Di certo sappiamo solo che la madre di Dante si chiamava Bella (Gabriella) degli Abati – molto probabilmente figlia del giudice Durante degli Abati2 – morta intorno al 1273 (quando lui aveva 8 anni) e che suo padre era Alighiero II, figlio del “prestatore” Bellincione Alighieri, un piccolo uomo d’affari con la cattiva fama di usuraio. Poco tempo dopo la morte di Bella, Alighiero si risposò con Lapa di Chiarissimo Cialuffi, da cui ebbe un secondo figlio maschio di nome Francesco (non si conoscono con esattezza né la sua data di nascita e neppure quella del matrimonio tra Lapa e Alighiero3) e risulta già morto nel 1283.

Fin qua tutto abbastanza chiaro (a parte la mancanza di riferimenti temporali), ma quando si inizia a parlare delle sorelle di Dante la questione si fa più complessa: della prima non conosciamo neppure il nome, ma solo che si sposò con un banditore del comune chiamato Leone Poggi4, mentre la seconda era appunto la nostra Tana (diminutivo di Gaetana).

La prima cosa che sarebbe utile capire è di chi fosse la figlia: era nata dal matrimonio di Alighiero con Bella oppure da quello con Lapa5? Va detto che la maggioranza dei dantisti propende per Lapa, come risulta sia dalla consultazione delle schede su Danteonline (il sito a cura del Comitato Scientifico della Società Dantesca Italiana) o dalla voce sulla famiglia Alighieri nell’Enciclopedia Dantesca Treccani, anche se la tesi “ufficiale” è stata più volte messa in discussione. Non è questa la sede adatta per riportare tutti gli studi e le considerazioni specifiche sull’argomento (la bibliografia di riferimento peraltro vi fornisce degli spunti utili) e mi limito ad accogliere e condividere certe impressioni che ritengo molto interessanti.

Suo marito si chiamava Lapo Riccomanni e di mestiere faceva il mercante. Non apparteneva ad una famiglia ricchissima, ma comunque più agiata degli Alighieri e il padre le mise da parte una dote sostanziosa per farla sposare.

Così Tana dovette lasciare quella casa e Dante ancora ragazzino, ma continuò a stargli vicino e prendersi cura di lui come poteva.

Difficile non lasciarsi affascinare dalla visione di Tana come la “sorella maggiore”, praticamente una seconda mamma per Dante, che nel giro di pochi anni aveva perso entrambi i genitori6 e si trovava quindi a dover vivere con la matrigna; immaginiamo il fratello Francesco molto piccolo, la sorella più grande (se è davvero mai esistita) forse già sposata con il Poggi e quindi un bambino che all’epoca poteva avere 10/11 anni a chi si sarebbe maggiormente legato?

Bisogna inoltre tenere conto dell’importanza che il matrimonio di Tana ebbe per gli Alighieri, che si imparentavano con una famiglia rispettabile ed economicamente molto solida e da cui Dante ricevette aiuto e sostegno negli anni dell’esilio. Anche in questo caso non è possibile datare con certezza l’evento, ma se Tana era figlia di Bella, è possibile che nel 1275 si fosse già sposata7.

Di certo non fu sempre facile. Dante era un giovane taciturno, uno di quelli che parlavano poco e studiavano tanto. Degli affari di famiglia non si curava, perché sentiva di essere destinato a fare qualcosa di più nobile e solenne.

Iniziò a scrivere versi per la sua amata Bice, la bella fanciulla che aveva incontrato da bambina e gli aveva rapito il cuore e l’anima. Anche lei come Tana si era sposata molto giovane ed era morta pochi anni dopo.

Per mesi fu inconsolabile, finché decise di raccogliere tutti i sonetti che le aveva dedicato in un libro: lo avrebbe chiamato la Vita Nova.

Ammetto che tra i vari poemi danteschi ho sempre avuto una particolare predilezione per la Vita Nuova, l’opera in cui le liriche amorose – scritte in diversi periodi della vita del poeta – sono unite ai commenti in prosa che rievocano il suo intenso amore per Beatrice (dal loro primo incontro fino alla sua morte avvenuta nel 12908). Appartengono a questo componimento alcuni suoi celebri sonetti e canzoni, come A ciascun’alma presa e gentil core (VN III 10-12) Donne ch’avete intelletto d’amore (VN XIX ) e Tanto gentile e onesta pare, (VN XXVI 5-7) in cui Dante prima descrive il suo innamoramento secondo i canoni del “dolce stilnovo” e poi lo sublima trasformando la sua donna in una creatura salvifica e piena di luce.

Ed è proprio in uno dei capitoli della Vita Nuova che il Sommo rammenta la sorella Tana. Prima della canzone Donna pietosa e di novella etate (VN XXIII), infatti, Dante racconta di quella volta in cui era rimasto a letto malato per giorni, colto da “una dolorosa infermitade, onde io continuamente soffersi per nove dì amarissima pena9“. Forse a causa della febbre alta egli aveva avuto un incubo (in cui aveva visto la morte di Beatrice) e iniziato a delirare, facendo spaventare la “donna giovane e gentile, la quale era lungo lo mio letto“, che mettendosi a piangere aveva attirato l’attenzione di altre donne presenti nella camera. La giovane, “la quale era meco di propinquissima sanguinitade congiunta“, era stata allontanata10 e le altre donne a scuotere Dante per farlo svegliare (“elle si trassero verso me per isvegliarmi, credendo che io sognasse, e diceanmi <<Non dormire più>> e <<Non ti sconfortare>>”).

Era meco di propinquissima sanguinitade congiunta” vuole dire “che aveva con me uno stretto legame di sangue” (cioè di parentela) e potrebbe verosimilmente riferirsi ad una sorella. Questa figura compare anche nei primi versi della canzone ed è tutto ciò che abbiamo su Tana scritto direttamente dal poeta.

Donna pietosa e di novella etate,

adorna assai di gentilezze umane,

che era là ‘v’io chiamava spesso Morte,

veggendo li occhi miei pien di pietate,

e ascoltando le parole vane,

si mosse con paura a pianger forte.

Poi venne la politica, l’altra grande passione di Dante dopo Beatrice e la poesia. O forse sarebbe meglio dire la disgrazia di famiglia.

Chissà quante volte Tana mise in guardia suo fratello, ormai deciso a seguire la strada del suo maestro Brunetto Latini e del suo grande amico, Guido Cavalcanti. Era facile vivere di politica e poesia con le loro rendite, ma gli Alighieri non avevano le spalle così coperte e non erano nemmeno mai stati tanto dentro agli affari del Comune.

Ma Dante le diceva: “Stai tranquilla sorella, non può accadermi niente. In fondo ho sposato una Donati”.

Dante purtroppo si sbagliava, perché il principale responsabile della sua condanna all’esilio fu esattamente Corso Donati, cugino della moglie Gemma, che mise fine alla sua rapida e brillante carriera politica, iniziata pochi anni prima nelle fila dei Guelfi Bianchi, quando si era unito al seguito di Vieri dei Cerchi. Corso invece era il cavaliere a capo dei Guelfi Neri, che aveva radunato intorno a sé un gruppo di magnati inflessibili e spesso responsabili di violenze contro gli avversari politici, portando la città sull’orlo della guerra civile. Dante era diventato priore nell’estate del 1300 mentre Corso era stato allontanato da Firenze, ma poteva contare su alleati molto potenti, come papa Bonifacio VIII e il conte Carlo di Valois, che appoggiarono il ritorno dei Neri nel novembre del 1301. Dante era già partito per recarsi a Roma dal papa e fu condannato insieme a tutti i Bianchi che nel frattempo venivano cacciati, arrestati o uccisi.

Tana rimase sempre fedele al suo sfortunato fratello e lo aiutò anche nei difficili anni dell’esilio. Suo marito Lapo morì nel 1315 e di lei abbiamo notizie sicure fino al 1320, quando il fratello Francesco le fece da tutore per la compravendita di un terreno11. Dal loro matrimonio nacquero due figli: Galizia e Bernardo, che divenne frate francescano e visse a lungo nel convento di Santa Croce.

Note:

  1. L’importanza del ruolo di Tana era stata chiaramente espressa nelle ultime pubblicazioni del professore (scomparso nel 2020) che ho indicato in bibliografia e alle quali faccio ampiamente riferimento in questo articolo.
  2. Non essendoci nessuno con questo nome nella discendenza degli Alighieri è probabile che il bambino sia stato chiamato così in onore del nonno, che mantenne sempre stretti rapporti con Dante e i suoi fratelli, facendogli da garante per un prestito da loro contratto nel 1297.
  3. Non sapendo la data di morte di Bella non possiamo dire con esattezza quando Alighiero si sia risposato, ma in genere viene indicato il periodo tra il 1275 e il 1278, anche se in quegli anni Alighiero avrebbe potuto essere già morto.
  4. L’unico a farne menzione in realtà è Giovanni Boccaccio nelle sue “Esposizioni sopra la Comedia di Dante” in cui racconta di averne conosciuto il figlio, un tale Andrea, che pur essendo definito “uomo idioto” era persona di buoni costumi e peraltro fisicamente molto somigliante allo zio.
  5. Il matrimonio tra Bella e Alighiero dovrebbe essere avvenuto nel 1260 e quindi la nascita di Tana andrebbe collocata tra il 1260 e il 1261; se invece fosse figlia di Lapa, potrebbe essere nata intorno al 1275.
  6. Neppure sulla data di morte di Alighiero abbiamo certezza. Esiste un documento di vendita del 1283 (Dante allora aveva 18 anni) in cui egli agisce da solo per cui si pensa che il padre fosse morto, ma ci sono altri indizi che porterebbero ad anticipare di molti anni la sua scomparsa.
  7. Secondo il celebre studioso Renato Piattoli, il versamento della dote di Tana avvenne nel 1275 tramite un tutore che rappresentava i fratelli Dante e Francesco (quindi Alighiero doveva essere già morto) e ammontava alla consistente cifra di 366 fiorini d’oro. Il documento era già stato visto nel 1614 dall’erudito Francesco Segaloni, che però non ne aveva annotato la data. Il nomignolo Trotta, invece, compare più volte nei libri dei conti del marito tra il 1285 e il 1288.
  8. La tomba di Beatrice si trova nella piccola chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, a pochi passi dalla Casa di Dante e da Palazzo Portinari-Salviati, l’elegante edificio che si affaccia su Via del Corso fatto costruire nel Cinquecento da Jacopo Salviati (genero di Lorenzo il Magnifico) sulle case dei Portinari, in cui abitarono Beatrice e il padre Folco.
  9. Da notare, anche in questo caso, la presenza del numero nove che sempre compare in relazione a Beatrice in quanto simbolo del miracolo.
  10. Marco Santagata nel suo libro “Le donne di Dante” la definisce una “donna misteriosa, un fantasma che passa velocemente senza lasciare traccia. Allontanata dalle altre donne, non ricomparirà più” (pag. 22)
  11. Nel contratto Tana e Francesco vengono detti fratelli “ex eodem patre nati” cioè nati dallo stesso padre e questo riporta al dubbio iniziale che la donna sia figlia di Bella degli Abati piuttosto che di Lapa Cialuffi.
Bibliografia di riferimento:

Dante Alighieri, La Vita Nuova, in Liberliber https://www.liberliber.it/mediateca/libri/a/alighieri/vita_nuova_edizione_newton_compton/pdf/vita_n_p.pdf

Giuseppe Indizio, Problemi di biografia dantesca, Ravenna, Longo Editore, 2014.

Marco Santagata, Le donne di Dante, Bologna, Il Mulino, 2021.

A dicembre Ciai da fare?

Voglio concludere il mio 2021 all’insegna del bene e della solidarietà e parteciperò ad un paio di eventi organizzati a favore della Fondazione Claudio Ciai, che da anni agisce a sostegno delle vittime di incidenti stradali o di infortuni sul lavoro e ha già sviluppato numerosi progetti per migliorare la vita di queste persone.

Avevo iniziato a seguire le iniziative della fondazione nel primo periodo del Covid – ricorderete la campagna #sostieniuninfermiere – e poco tempo dopo ero rimasta molto colpita da un post su Facebook scritto da Francesco, il figlio di Claudio Ciai (morto nel 2014, dopo lunga sofferenza per le lesioni riportate in un terribile incidente avvenuto mentre andava al lavoro); le sue parole non potevano che riportarmi alla mente il mio babbo, morto sulla strada dieci anni fa, pur in circostanze totalmente diverse.

Il dolore per un evento così traumatico che ti cambia la vita in un istante, è però, credetemi, lo stesso.

E’ stato quindi con immenso piacere che, alcune settimane fa, ho conosciuto Daniela Trambusti Ciai, la mamma di Francesco, che insieme a lui ha fondato questa onlus e la porta avanti con tenacia, determinazione e l’aiuto dei tanti volontari che ne fanno parte.

La fondazione si occupa della tutela dei diritti dei disabili, attraverso la realizzazione di opere per il superamento delle barriere architettoniche e di programmi di recupero sociale. Di fondamentale importanza, inoltre, è la guida che fornisce una serie di informazioni utili alle famiglie che si trovano improvvisamente ad affrontare situazioni di enorme difficoltà, anche da un punto vista legale e burocratico, raccolte per la prima volta nel libroLa strada della dignità – Il movimento #Ciaicoraggio scritto proprio da Francesco Ciai nel 2017, a seguito della sua campagna di sensibilizzazione sui social network per denunciare le ingiustizie che ogni giorno colpiscono i più deboli.

In questo periodo la fondazione sta raccogliendo fondi per l’acquisto di un pulmino attrezzato per disabili ed ecco quindi il primo appuntamento che vi chiedo di segnare in agenda: si tratta di Raccontando Firenze, la mostra fotografica a cura di Patrizia Messeri, che si svolgerà sabato 11 e domenica 12 dicembre presso la sala delle ex-Leopoldine in Piazza Tasso 7 (accanto alla biblioteca Pietro Thouar) e mi vedrà direttamente coinvolta insieme alla collega Alessandra Camposano, in collaborazione con gli amici del gruppo Facebook “Io amo Firenze e la Toscana” e la partecipazione del grandissimo scrittore e divulgatore di storia e tradizioni fiorentine Luciano Artusi.

Questo è il programma completo delle due giornate:

11 DICEMBRE

ORE 10 INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA FOTOGRAFICA – Mirco Dinamo Ruffilli (Consigliere del Comune di Firenze), Maurizio Sguanci (Presidente Consiglio di Quartiere 1), Daniela Trambusti (Fondazione Claudio Ciai), Manuela Sacchetti (Admin del Gruppo Facebook Amo Firenze e la Toscana), Luciano Artusi (Scrittore e divulgatore di storia e tradizioni fiorentine) Elena Petrioli e Alessandra Camposano (Guide Turistiche di Firenze)

ORE 16 PRESENTAZIONE DEI QUATTRO VOLUMI “GIROVAGANDO PER I QUARTIERI STORICI DI FIRENZE A BRACCETTO CON LUCIANO ARTUSI” di Luciano Artusi, Patrizia Messeri e Alessandra Pezzati (Ed. Scribo) – Alessandro Martini (Assessore alla Cultura della Memoria del Comune di Firenze) e Corrado Marsan (Storico e critico d’arte)

12 DICEMBRE MOSTRA FOTOGRAFICA (ORARIO 10-12.30/15-18)

Il racconto della città per immagini a cura delle guide turistiche fiorentine Elena Petrioli e Alessandra Camposano

L’altro evento che desidero condividere è il Concerto di Natale che si terrà lunedì 13 dicembre alle ore 21 presso il Teatro della Compagnia in Via Cavour con i musicisti della Nova Refractio Compagnia d’Arte (nella locandina trovate tutte le informazioni per prenotare).

Passeggiata dantesca a Firenze

Ormai sapete che il 2021 è l’anno dantesco per eccellenza ed è proprio nel mese di settembre che saranno celebrati i 700 anni dalla morte del nostro “divino” poeta. In questo articolo vi suggerisco un percorso tra i luoghi maggiormente legati alla vita di Dante a Firenze, prima della sua partenza senza ritorno avvenuta nell’autunno del 1301.

Il Battistero di San Giovanni

La “classica” passeggiata dantesca non può che partire dal Battistero di San Giovanni, affettuosamente ricordato come il “mio bel San Giovanni(Divina Commedia, Inferno, XIX, 17). Il poeta venne presumibilmente battezzato qui nella primavera del 1266; i neonati, infatti, potevano ricevere il sacramento1 ma il rito veniva celebrato soltanto un paio di volte all’anno – nel periodo della Pasqua o della Pentecoste – e quindi un bambino nato nei mesi successivi doveva attendere il “turno” seguente. Noi non sappiamo con esattezza quando sia nato l’Alighieri, però dal momento che lui stesso diceva di essere del segno dei Gemelli (Divina Commedia, Paradiso, XXII, 151-154), la sua data di nascita doveva essere compresa tra la metà di maggio e la metà di giugno del 1265.

Ad ogni modo egli fu chiamato Durante (è questo il suo vero nome!) e rimase presto orfano della mamma, Bella degli Abati – probabilmente figlia del giudice Durante degli Abati – e del padre Alighiero II – figlio del “prestatore” Bellincione Alighieri – che nel frattempo si era risposato con Lapa di Chiarissimo Cialuffi; Dante ebbe un fratello minore di nome Francesco (nato sicuramente dal matrimonio tra Alighiero e Lapa) e due sorelle, una chiamata Tana (diminutivo di Gaetana) e un’altra dall’identità sconosciuta, ma che risulta essersi sposata con un tale Leone Poggi 2.

“Il Sasso con Dante” – immagine dal tour della Firenze dantesca di Riccardo Starnotti alias @viajandocondante  

Per avere un’ idea della città in cui si muoveva Dante, dobbiamo recarci nel quartiere medievale di Firenze, passando prima per il Duomo e Piazza delle Pallottole, dove sul marciapiede, accanto ad un portone, si trova un masso con la scritta “i’ vero sasso di Dante”, legato ad un simpatico aneddoto sulle sue abitudini. Pare infatti che il Sommo fosse dotato di una memoria prodigiosa e venisse spesso a guardare i lavori della cattedrale (ricordate che Santa Maria del Fiore era appena stata iniziata!), restando seduto a lungo su questo sasso; un giorno un conoscente che passava da quelle parti lo vide lì, assorto nei suoi pensieri e d’un tratto gli domandò: “O Dante, qual è il cibo che più ti piace?” Lui seccamente rispose: “L’ovo“. Passò un anno o forse più e il tizio ritrovò Dante seduto sempre al solito posto e stavolta gli chiese a bruciapelo: “Con cosa?” E lui prontamente rispose: “Con il sale“.

L’iscrizione in Piazza Duomo che indica il punto in cui si trovava il Sasso di Dante

In realtà il Sasso di Dante doveva trovarsi più spostato verso la chiesa (da Piazza delle Pallottole non avrebbe potuto osservare il cantiere) nel punto che oggi è indicato da un’iscrizione in pietra posta sulla facciata di un edificio, in basso, tra l’ingresso di due negozi.

Via dello Studio

Passando per Via dello Studio si incrocia lo Studium Generale, antenato dell’Università di Firenze, istituito nel 1321 dal governo cittadino e posto sotto il controllo delle autorità ecclesiastiche, in cui venivano insegnate materie scientifiche, diritto, lettere, filosofia e teologia. Dunque se al tempo di Dante lo Studium non esisteva ancora, viene da chiedersi dove e cosa abbia studiato lui; è certo che da piccolo abbia frequentato la scuola del doctor puerorum3 del Popolo di San Martino al Vescovo (praticamente il maestro delle elementari) e in seguito abbia appreso le arti liberali, base di tutto il sistema dell’istruzione superiore medievale e divise in Trivio (Grammatica, Dialettica e Retorica) e Quadrivio (Matematica, Musica, Geometria e Astrologia). Di fondamentale importanza nella sua formazione furono anche gli insegnamenti ricevuti da Brunetto Latini4, verso il quale Dante mostrò sempre sentimenti di profondo affetto e gratitudine e lo studio della filosofia, a cui si dedicò assiduamente dopo la morte dell’amata Beatrice, recandosi regolarmente presso gli Studium dei francescani di Santa Croce5 e dei domenicani di Santa Maria Novella. 

Corso Donati fa liberare di prigionieri (dalla Nova Cronica di Villani) Foto Wikipedia

Arrivati in fondo alla strada compare una delle torri della famiglia di Corso Donati, che fu tra i principali responsabili dell’esilio di Dante e cugino di sua moglie Gemma. A segnare tristemente il destino del poeta, infatti, furono gli scontri per la conquista del governo di Firenze tra Guelfi Neri (per l’appunto guidati da Corso Donati) e Guelfi Bianchi (al seguito di Vieri dei Cerchi), a quali egli si era unito qualche anno prima, avviando una rapida e brillante carriera politica. Le case dei Cerchi e dei Donati si trovavano tra le attuali Via dei Cerchi e Via del Corso (anche se Corso Donati abitava nella casa-torre che vediamo in Piazza San Pier Maggiore) ed è molto interessante girare qua intorno ripercorrendo quegli eventi, ma prima bisogna ricordare chi furono i protagonisti di quel periodo insieme all’Alighieri.

La casa-torre di Corso Donati in Piazza San Pier Maggiore

Partiamo da quello che io considero il soggetto più “interessante”, che è proprio Corso Donati, eroe della battaglia di Campaldino6 e rampollo di uno dei più autorevoli casati della nobiltà fiorentina, chiamato il “grande barone” e conosciuto per l’arroganza e la brutalità dei suoi metodi (arrivate al punto di rapire la sorella Piccarda dal convento in cui si era fatta suora per obbligarla a sposare il compagno di fazione Rossellino della Tosa). Molto giovane era diventato cavaliere e veniva spesso chiamato in altre città a esercitare la carica di podestà o di capitano del popolo, mentre a Firenze, negli anni successivi agli Ordinamenti di Giustizia, aveva raccolto un crescente seguito tra i magnati più intransigenti e formato una sorta di clan, con cui si era reso responsabile di vari episodi di violenza rivolti soprattutto verso i Cerchi, i suoi odiati avversari politici. Neppure l’esilio era riuscito a fermarlo7, perché Corso era un uomo molto astuto e poteva contare su alleati potenti come il papa Bonifacio VIII e il conte Carlo di Valois, che appoggiarono il suo ritorno insieme ai Neri nel novembre del 1301, mentre i Bianchi venivano cacciati o arrestati e uccisi. Eppure quando credeva di non avere più rivali, Corso fu osteggiato da Rosso della Tosa (zio del cognato Rossellino) e questa volta i suoi intrighi e la superbia lo condussero alla rovina8. Il 6 ottobre 1308 il Comune lo condannò a morte e lui si barricò in casa aspettando dei rinforzi che non arrivarono mai; così non gli restò che tentare la fuga, ma gli armati lo ripresero e lo uccisero nei pressi di San Salvi. Alla sua morte alludono i versi “a coda d’una bestia tratto” pronunciati dal fratello Forese (Divina Commedia, Purgatorio, XXIV, 83) riportati nella lapide posta sulla facciata della torre, che fa parte delle 34 lapidi dantesche collocate su diversi edifici storici del centro agli inizi del secolo scorso9 (solo in Via del Corso ce ne sono ben 5!)

La Torre dei Donati in Via del Corso

Il principale “bersaglio” di Corso Donati fu, come si è detto, Vieri dei Cerchi, a capo di una famiglia arrivata dalla Valdisieve che non poteva vantare nobili origini (Dino Compagni nella sua Cronica li definiva “uomini di basso stato, ma buoni mercatanti“), ma diventata talmente ricca da potersi permette di comprare delle proprietà dai Conti Guidi e venire ad abitare “in centro”. Le loro case però era confinanti con quelle dei Donati e ben presto le famiglie iniziarono ad avere seri problemi di “vicinato”10; dall’antipatia e il disprezzo reciproci si passò alle zuffe verbali – Corso non perdeva occasione per offendere Vieri in pubblico, chiamandolo “asino di Porta” – e poi a quelle fisiche, con vere e proprie bande armate che si scontravano anche nelle strade e nelle piazze, come avvenne in occasione della festa del Calendimaggio del 1300, considerata come la data “ufficiale” di inizio della guerra tra Bianchi e Neri.

I Cerchi abitavano nella casa-torre nell’odierna Via dei Cerchi (dove c’è la pescheria). Poco più avanti si vede ciò che resta di una loggia esterna, poi murata all’angolo con Via dei Cimatori.

E Dante dove abitava?

La domanda non ha avuto una risposta precisa fino agli inizi del Novecento, perché con il passare del tempo delle abitazioni degli Alighieri si erano perse le tracce. La gente ricordava solo che il poeta era nato “all’ombra” della Badia Fiorentina e che la casa era rimasta alla famiglia (divisa tra i figli e il fratello di Dante) almeno fino alla metà del ‘300; poi le varie parti dell’immobile erano state vendute e tra i passaggi di proprietà e le trasformazioni avvenute nei secoli, non si riusciva più a capire quale fosse l’abitazione originale.

La Casa di Dante (lato su Via Alighieri)

Nel periodo di Firenze Capitale una speciale commissione venne incaricata di “ritrovare” la casa di Dante; vari indizi portavano a collocarla di fianco alla Torre della Castagna11, ma le ricerche fatte dagli esperti dell’epoca finirono con individuare due immobili posti all’incrocio tra Via Alighieri e Via Santa Margherita; il trasferimento della capitale a Roma non permise di portare avanti il progetto di recupero fino al 1908, quando iniziò il restauro – o meglio la ricostruzione – di queste case medievali con la creazione della piazzetta con il porticato e il pozzo (insomma se stavate pensando a Dante bambino che giocava qui davanti, vi devo dare una delusione). Oggi questi locali ospitano la Società delle Belle Arti Circolo degli Artisti e il Museo Casa di Dante.

La torre della Castagna

Se non abbiamo certezze sull’identificazione della casa, in compenso sappiamo di sicuro dove Dante andasse in ufficio; come accennato prima, il poeta decise di tentare la carriera politica e dopo la sua iscrizione all’Arte dei Medici e degli Speziali (avvenuta non più tardi del 1295), iniziò a ricevere incarichi sempre più importanti e prestigiosi, fino a raggiungere la nomina a Priore nel 1300. Per questo egli dovette recarsi nella Torre della Castagna (detta anche Bocca di Ferro), che era stata costruita per i monaci della Badia Fiorentina e dal 1282 era diventata la sede del Priorato delle Arti12, cioè della Signoria, la massima autorità dello stato fiorentino; il mandato di Dante, da lui stesso ritenuto la causa di tutte le sue sventure successive, durò dal 15 giugno al 15 agosto 1300. Una curiosità legata al nome della torre riguarda l’uso delle castagne per le votazioni dei priori ed è riferita anche alla nascita del termine ballottaggio; pare, in effetti che questo derivi dal francese ballottage (che a sua volta deriva dalla parola italiana ballotta, con il significato di pallina), ma guarda caso da noi si chiamano ballotte le castagne lesse!

La “Chiesa di Dante”

Per restare in tema, vi racconto anche la “dolce” curiosità che riguarda l’antica chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi, che si trova a pochi passi dall’ingresso del Museo Casa di Dante – un edificio costruito nel 1032 ma più volte rimaneggiato nel corso dei secoli – e viene comunemente detto “chiesa di Dante” (perché secondo la tradizione è dove vide Beatrice la prima volta); al suo interno, sul pavimento di fronte all’altare, si trova il sepolcro della Venerabile Compagnia dei Quochi, una confraternita che ha come santo protettore Pasquale Baylon, il frate spagnolo inventore dello zabaione, che lo consigliava alle mogli insoddisfatte delle prestazioni dei propri mariti.

La tomba di Beatrice Portinari

Lungo la parete sinistra, invece, sotto una mensola di pietra, si trova questa piccola lapide bianca considerata la tomba di Beatrice, musa ispiratrice di Dante e identificata con Bice Portinari, una giovane donna realmente vissuta a Firenze in quegli anni, figlia del ricco banchiere Folco Portinari, che nel 1285 aveva fondato l’ospedale di Santa Maria Nuova. Da piccola era vissuta nel palazzo che il padre aveva fatto costruire in Via del Corso e si era sposata giovanissima con Simone dei Bardi (anche lui banchiere), ma il loro matrimonio era durato poco perché la ragazza era morta a soli 24 anni. Dante l’aveva incontrata da bambino, quando entrambi avevano 9 anni e l’aveva rivista solo 9 anni dopo (questo numero ritorna spesso nella sua storia ed è il simbolo del miracolo); probabilmente i due si scambiarono solo pochi saluti, ma il poeta raccontò il grande amore per lei nelle sue prime opere, fino a sublimarne l’esistenza nella Divina Commedia.

Prima di lasciare il cuore del quartiere dantesco, però, dobbiamo porci un’altra domanda: che aspetto aveva Dante?

Nel frattempo c’è chi ha voluto scolpire il volto del poeta su una delle pietre della piazzetta si fronte alla Casa di Dante (l’autore resta misterioso)

Abbiamo vari ritratti che lo raffigurano (ovviamente non esistono fotografie!), ma molti di questi sono stati realizzati nel Rinascimento (dall’affresco di Domenico di Michelino nel Duomo alle opere di Andrea del Castagno, Botticelli e Bronzino), fino alle famose illustrazioni di Gustave Dorè dell’Ottocento. Si tratta di opere molto diverse tra loro, ma che hanno una caratteristica in comune, ossia la descrizione fisica del poeta contenuta nel “Trattatello in laude di Dante” di Boccaccio (capitolo XX), da cui deriva l’immagine del poeta che ci è stata tramandata per secoli e che viene descritto come un uomo di media statura, dal volto lungo e con il naso aquilino, gli occhi grandi, le mascelle pronunciate e il labbro sporgente, “sempre nella faccia malinconico e pensoso“. Un dettaglio curioso è che secondo Boccaccio Dante avrebbe avuto la barba (ma mai nessuno lo ha rappresentato così!) e gli studiosi hanno messo più volte in dubbio le sue parole, provando a ricostruire il suo vero volto con le più avanzate tecnologie; in ogni caso, se volete vedere i ritratti più antichi che si conoscono, occorre recarsi nel Palazzo del Proconsolo (nelle pitture della sala delle udienze ritrovate a fine Ottocento) e soprattutto nella Cappella della Maddalena al Bargello, decorata da un affresco attribuito a Giotto.

Il Bargello

Ecco un altro luogo sicurante frequentato da Dante nei suoi anni fiorentini, il palazzo costruito per il Capitano del Popolo, poi diventato Palazzo di Giustizia13 (fu all’epoca di Cosimo I che divenne la residenza del Bargello, cioè del comandante delle Guardie Granducali) e trasformato interamente in prigione, oltre che sede della polizia, tribunale e armeria. Il carcere, comunque, c’era anche al tempo di Dante, visto che la parte più antica dell’edificio era stata costruita intorno alla Torre Volognana (dal nome del ghibellino Geri da Volognano, primo prigioniero ad esservi rinchiuso, in origine appartenuta alla famiglia dei Boscoli) e venne definitivamente chiuso solo nel 1857, diversi anni dopo la scoperta di alcuni frammenti di una pittura in cui era riconoscibile il volto di Dante14.

La statua dii Dante a Santa Croce

Questo itinerario dantesco finisce in Santa Croce (attenzione perché ce ne saranno altri!); sulla scalinata di fronte alla facciata, vediamo il monumento a Dante Alighieri, scolpito da Enrico Pazzi nel 1865, che lo rappresenta con espressione fiera e severa e la Divina Commedia sottobraccio, mentre i quattro leoni in basso reggono uno scudo su cui è inciso il titolo di altre sue celebri opere. Sapevate che per realizzare questa scultura ci vollero ben 14 anni? Nel 1851 l’artista presentò l’opera alla città di Ravenna (che non accettò per gli elevati costi di esecuzione) e qualche anno dopo la ripropose a Firenze. Così nel 1857 si formò un comitato nazionale per organizzare una raccolta fondi, a cui aderirono molti personaggi noti dell’epoca, tra cui Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi e Bettino Ricasoli. Il monumento doveva essere collocato in una delle piazze più importanti della città e Santa Croce venne scelta per la presenza di tanti italiani illustri sepolti nella basilica: la statua fu posta al centro della piazza e inaugurata ufficialmente alla presenza di Re Vittorio Emanuele II il 14 maggio 1865, in occasione delle celebrazioni per il sesto centenario dalla nascita di Dante (poi spostata dove si trova oggi a seguito dell’alluvione del 1966).

Il cenotafio di Dante Alighieri

La memoria di Dante comunque era già presente all’interno della basilica, con il cenotafio inaugurato con una solenne cerimonia il 24 marzo 1830; l’opera era stata commissionata dal Granduca Ferdinando III di Lorena allo scultore neoclassico Stefano Ricci, insegnante all’Accademia delle Belle Arti e autentico “specialista” del genere (l’artista realizzò diversi monumenti funerari e celebrativi in Toscana). Anche questo monumento venne finanziato da una raccolta fondi pubblica apparsa sulla Gazzetta di Firenze nel 1818 e promossa da alcuni importanti esponenti della cultura fiorentina dell’epoca. Al centro della composizione vediamo un sarcofago (ovviamente vuoto, visto che la vera tomba di Dante è a Ravenna) e in alto il poeta seduto e assorto nei suoi pensieri. Ai lati ci sono due figure femminili, l’Italia a sinistra e la Poesia piangente a destra.

Note

1. Quello della pratica del battesimo sui bambini è stato un argomento a.lungo dibattuto tra gli storici, divisi tra chi sostiene che la pratica risalga alle origini del cristianesimo e quelli che pensano che essa si sia diffusa solo a partire dal V secolo.

2. Sulla famiglia e l’infanzia di Dante ci sono poche e frammentarie notizie, che spesso dobbiamo desumere dai pochi documenti che abbiamo a disposizione. Non conosciamo infatti con esattezza l’anno di morte di Bella (e quindi non possiamo datare con esattezza le seconde nozze di Alighiero con Lapa), ma non sappiamo neppure con precisione quando morì Alighiero (generalmente si dice tra il 1281 e il 1283, ma potrebbe essere stato anche prima). Per quanto riguarda Tana, inoltre, la tesi “ufficiale” tra i dantisti è che sia nata dal matrimonio tra Alighiero e Lapa, mentre nelle sue ultime pubblicazioni Marco Santagata ha sostenuto che fosse figlia di Bella (quindi nata intorno al 1260-61).

3. Benché il sistema scolastico fosse in buona parte posto sotto il controllo della Chiesa, le fonti indicano anche l’esistenza di professori laici, che spesso venivano assunti dalle famiglie nobili come precettori privati per i propri figli. A parte gli istituti gestiti dai religiosi, le scuole vere e proprie non esistevano ancora, ma doveva essere piuttosto diffusa la pratica di far seguire ai ragazzi le lezioni di questi insegnanti, che si svolgevano in ambienti messi a disposizione dalle famiglie del quartiere. Nel caso di Dante, un documento del 1277 menziona un doctor di nome Romano, che a quanto pare teneva “scuola” a due passi da casa sua.

4. Brunetto Latini partecipò attivamente alla vita politica e fu un militante della Parte Guelfa. Dopo la sconfitta di Montaperti del 1260 fu condannato all’esilio e trascorse sei anni in Francia, dove scrisse la sua opera più importante, il Tresor, una sorta di enciclopedia scritta in lingua francese d’oil. Tornato a Firenze, nel 1267 fu nominato notaio della Repubblica Fiorentina e nel 1287 ottenne la carica di Priore. Morì nel 1294 (o nel 1295) e la sua tomba è stata ritrovata nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

5. Lo Studium Generale di Santa Croce godeva all’epoca di grande prestigio. Tra i suoi lettori più celebri vi furono Pietro di Giovanni Olivi, esponente di spicco della corrente degli spirituali (l’ala “radicale” dell’ordine francescano), anche se non è certo che Dante abbia assistito di persona ai suoi sermoni.

6. La battaglia di Campaldino si svolse l’11 giugno 1289 e vide la vittoria dei guelfi toscani contro i ghibellini aretini.

7. Nonostante l’assenza da Firenze sembra che la sua influenza sulla parte nera fosse ancora molto forte; dopo la rissa del 1 maggio 1300 durante la festa del Calendimaggio e il convegno di Santa Trinita (in cui era stato progettato un piano per abbattere la dirigenza di parte bianca) Corso venne considerato complice e condannato a morte in contumacia.

8. Rosso della Tosa era uno dei capi della famiglia Tosinghi e zio di Rossellino (cognato di Corso Donati). Entrambi si distinsero per gli atteggiamenti particolarmente violenti negli scontri contro i Bianchi.

9. Il progetto delle lapidi dantesche fu realizzato agli inizi del Novecento da un gruppo di esperti che cercò i riferimenti ai luoghi e ai personaggi dell’epoca citati dal poeta nella Divina Commedia. I versi furono trascritti su lapidi di marmo sparse per il centro, creando una sorta di percorso artistico e poetico per le vie della città.

10. In realtà i motivi di scontro tra Corso Donati e i Cerchi nascevano da questioni ben più serie che da problemi di vicinato ed erano ovviamente di natura ereditaria e patrimoniale; il primo episodio risaliva al 1296 quando Corso si era risposato con Tessa degli Ubertini, di famiglia dichiaratamente ghibellina e imparentata anche con i Cerchi, ai quali venne negata un’eredità loro spettante.

11. Il Comune di Firenze deliberò l’acquisto della Casa di Dante nella seduta del 10 marzo 1868; il progetto venne ripreso nel 1902, ma la nuova commissione incaricata prese tempo e avanzò forti dubbi, ritenendo che la documentazione non permetteva di stabilire con certezza che quella fosse la casa del poeta. Nel 1908 si decise di intervenire comunque (con un progetto di ricostruzione per vari aspetti discutibile) e studi successivi hanno identificato la “vera” Casa di Dante nell’edificio in corrispondenza con la Trattoria del Pennello (praticamente accanto a quella che vedete, ma più vicina a San Martino).

12. Al tempo di Dante la Signoria era composta da 6 Priori e un Gonfaloniere (l’antenato del sindaco). Questi magistrati erano affiancati da altre figure come il Podestà, il Capitano del Popolo e i membri eletti nei vari Consigli; gli incarichi venivano rinnovati ogni due mesi nella chiesa di San Pier Scheraggio, su indicazione dei loro predecessori.

13. Il palazzo del Bargello fu costruito per il Capitano del Popolo, una figura istituita dal Governo del Primo Popolo (1250-1260) per affiancare il Podestà, che fino ad allora era stata la massima carica del Comune.

14. A ritrovare l’affresco nella Cappella della Maddalena nel 1840 fu il pittore Antonio Marini e dopo la chiusura della prigione tutto il palazzo venne sottoposto a restauro e trasformato in Museo Nazionale.

Fonti e bibliografia di riferimento:

Per ricercare notizie in modo rapido e veloce consiglio di consultare le schede su http://www.danteonline.it, il sito a cura del comitato scientifico della Società Dantesca Italiana e le voci dell’Enciclopedia Dantesca (1970) su http://www.treccani.it

Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 1995.

Marco Santagata, Le donne di Dante, Bologna, Il Mulino, 2021.

Strade di Firenze: chiassi e vicoli (2)

Ecco un altro itinerario tra le stradine più antiche e curiose del centro. Questa volta si tratta di un percorso più “classico” nel cuore della città medievale, che parte dalla zona del Ponte Vecchio e arriva fino al Duomo.

3#stradedifirenze: chiassi e vicoli

Partiamo dallo slargo a ridosso di Ponte Vecchio che ha preso il nome di Piazza del Pesce, perché prima della costruzione del Corridoio Vasariano era il luogo in cui si svolgeva il mercato del pesce e al posto del telefono pubblico (una rarità anche questo ormai!) si trovava una fontana; ai pesciaiuoli “sfrattati” dal lungarno e obbligati a spostarsi nella zona del Mercato Vecchio venne costruita la bella e colorata Loggia del Pesce, una struttura progettata da Giorgio Vasari con una doppia fila di arcate appoggiate su pilastri e colonne e decorata con stemmi medicei e tondi raffiguranti diverse specie di pesci (smontata nell’Ottocento durante i lavori di risanamento, è stata rimontata nel 1955 in Piazza dei Ciompi).

Piazza del Pesce

Passando sotto alla Volta dei Girolami si entra nella via intitolata all’antica famiglia  fiorentina che si diceva fosse discendente di San Zanobi, il vescovo vissuto tra IV e V secolo e ricordato per la sua intensa opera di evangelizzazione e lotta alla dottrina ariana. I Girolami possedevano vari edifici in questa zona, tra cui la torre nella vicina Via Lambertesca (distrutta nel 1944 e mai più ricostruita) che nel Seicento era stata unita ad altre case per creare Palazzo Bartolommei; risale invece agli inizi del Cinquecento il bel palazzo che si affaccia su Lungarno Archibusieri (proprio di fronte al Corridoio Vasariano), attribuito a Baccio d’Agnolo e commissionato da Francesco di Zanobi Girolami, che fu ambasciatore della Repubblica Fiorentina e membro della Balìa.

Via dei Girolami

Questa strada ci regala un bellissimo scorcio della Firenze medievale e termina in Via dei Georgofili, che invece è diventata nota per i tragici eventi del 27 maggio 1993, in cui rimasero uccise 5 persone e fu distrutta la Torre dei Pulci, sede storica dell’Accademia dei Georgofili, fondata alla metà del Settecento e la prima in Europa per gli studi sull’agricoltura. In ricordo delle vittime dell’attentato è stato posto un Olivo della Pace (all’angolo con Via Lambertesca) mentre sul lato destro del complesso degli Uffizi compare la scultura in bronzo e oro I passi d’oro, opera di Roberto Barni del 2013.

L’Olivo della Pace (simbolo di speranza e rinascita) è stato trapiantato davanti all’Accademia dei Georgofili nel 2004

Siamo a pochi passi da Piazza della Signoria e procediamo sul retro della fabbrica degli Uffizi e della Loggia dei Lanzi, nel caratteristico Chiasso de’ Baroncelli dal  nome di una ricca famiglia di banchieri che qui aveva le sue torri – dove si vedono ancora i tipici archetti di sostegno tra gli edifici e il punto in cui erano le sedi di alcune importanti corporazioni come l’Arte dei Fabbri, dei Maestri di Pietra e Legname e dei Calzolai (sono rimasti gli stemmi in pietra ma sono diventati quasi illeggibili).

Chiasso de’Baroncelli

Da un chiasso all’altro, arriviamo nel pittoresco Chiasso del Buco, chiamato così per la presenza di una “buca“, una di quelle popolari osterie che dovevano somigliare molto ad una cantina e a cui si accedeva scendendo una ripida scala (difatti i ristoranti che hanno ancora questa denominazione hanno i locali sotto il livello della strada). Il chiasso è praticamente diviso in due parti; il primo lato, a cui si accede da Chiasso Baroncelli, fu molto danneggiato durante la ritirata tedesca del 1944 e diversi edifici vennero ricostruiti negli anni Cinquanta, tra cui la Torre dei Salterelli, una famiglia menzionata da Dante nel suo incontro con l’avo Cacciaguida (Paradiso XV).

L’ingresso nel Chiasso del Buco dal Chiasso de’Baroncelli

Il tratto su Via Lambertesca, invece, non ha subito grosse trasformazioni ed esiste ancora il fondo dove aveva sede l‘Arte dei Correggiai (di cui resta un’antica architrave in pietra con gli stemmi)

Piazza dei Salterelli

A pochi metri dalla Torre dei Salterelli si trova la volta del Chiasso degli Armagnati in cui vediamo un edificio con una lunga fila di beccatelli in pietra e un piccolo tabernacolo in legno con un bassorilievo in stucco raffigurante la Madonna e il Bambino.

Girando a destra su Via Vacchereccia si raggiunge Piazza della Signoria e a questo punto imbocchiamo Via dei Calzaiuoli, la via “maestra” del centro e che io chiamo la “via spartiacque” perché divide l’area sottoposta ai lavori di risanamento nell’Ottocento, dal cosiddetto quartiere medievale.

Questa zona a Firenze è per definizione quella compresa tra Piazza Duomo e Piazza Signoria (dove si trova anche la Casa di Dante), ma in questo itinerario ne percorriamo solo un tratto, iniziando dal Vicolo dei Cerchi, la stradina che collega Via dei Cimatori a Via della Condotta (da non confondere con Via dei Cerchi che è la sua parallela).

Vicolo dei Cerchi

Anticamente era chiamata Vicolo dello Spigo, forse per la presenza di quella pianta simile alla lavanda, impiegata anche nei cosmetici e in profumeria (io lo tengo in dei sacchettini nei cassetti della biancheria e voi?) Nel Trecento i Cerchi vi costruirono un grande palazzo, che si estende per tutta la sua lunghezza ed è tra gli edifici meglio conservati dell’epoca; non si trattava del ramo principale della famiglia (quello a capo dei Guelfi Bianchi che abitava nella via accanto e fu mandato in esilio) ma dei loro parenti rimasti in città che cambiarono il nome in Riccardi. In seguito il palazzo fu ereditato dai Capitani del Bigallo e divenne la sede delle Stamperie Granducali, cioè la tipografia a cui Ferdinando II concesse il privilegio di stampare gli atti ufficiali della Corte Medicea.

Esiste anche un’altra tipologia di vicoli che finora non abbiamo visto, cioè i vicoli chiusi da un cancello, come quello che si affaccia su Via del Corso e viene  chiamato Vicolo del Bazar.

Il Vicolo del Bazar Foto @coupleinflorence

Questa viuzza senza sfondo un tempo aveva un ingresso anche da Via dei Tavolini ed era conosciuta come “Chiasso delle Bertucce“, che dovevano essere le cameriere o le cuoche (non particolarmente attraenti) di un’osteria frequentata da vari personaggi famosi, tra cui Lorenzo il Magnifico. Nell’Ottocento lo sbocco su Via dei Tavolini venne chiuso (prima con una porta e poi definitivamente murato) e il vicolo cambiò nome in seguito all’apertura del Bazar Bonajuti, il primo “centro commerciale” di Firenze; il Bazar era formato da una trentina di botteghe attorno ad una grande piazza coperta, dove si poteva comprare un po’ di tutto: mobili, libri, profumi, cappellini e ninnoli vari. Agli inizi del Novecento l’emporio fu acquistato da Giuseppe Siebzehber, che creò la catena di magazzini “Duilio 48” (perché si vendeva tutto a 48 centesimi); oggi in quello stabile si trova la Coin.

Vicolo degli Alberighi
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Un altro vicolo con una storia molto particolare è il Vicolo degli Alberighi, spesso ricordato per un triste episodio risalente al 1501 che vide protagonista un tale chiamato Antonio di Giovanni Rinaldeschi. L’uomo aveva il vizio del bere e del gioco e una sera andò all’osteria, si  ubriaco e perse tutti i soldi giocando ai dadi. Tornando a casa passò di qui e siccome era molto arrabbiato (e poco lucido), prese una manciata di sterco da terra e la lanciò contro l’Annunciazione dipinta in un tabernacolo. Il sacrilegio venne subito riferito ai Signori Otto e l’uomo fu arrestato e giustiziato al Bargello nel giro di poche ore. Il fatto venne raccontato in un dipinto che oggi si trova al Museo Stibbert, mentre una copia è nella chiesa di Santa Maria dei Ricci, insieme all’affresco sporcato dal Rinaldeschi. La stradina conduce a una piazzetta chiusa che prende sempre il nome dall’antica famiglia ghibellina degli Alberighi (menzionata anche da Dante in un verso del Paradiso), dove fino al Settecento sorgeva la chiesa di Santa Maria degli Alberighi (fondata nel XII secolo) distrutta proprio per consentire l’ampliamento della vicina Santa Maria dei Ricci.

La storia di Antonio di Giovanni Rinaldeschi al Museo Stibbert
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Siamo ormai giunti in prossimità del Duomo e concludiamo questo percorso in Via della Canonica, che faceva parte dell’antico Quartiere della Canonica, in cui si trovavano le abitazioni e gli uffici degli ecclesiastici. In origine era chiamata Via dello Scheletro (probabilmente per la presenza del cimitero a fianco della cattedrale ) e vi sorgevano le case dei Visdomini, famiglia storicamente legata alla curia fiorentina.

Via della Canonica


Il complesso si affacciava anche su Via delle Oche (dove si vedono la torre e il palazzo) ma il lato su Via della Canonica ha conservato i tradizionali sporti medievali. Nel Quattrocento fu acquistato dagli Operai di Santa Maria del Fiore e divenne la residenza degli Arcidiaconi del Capitolo che davano regolarmente in affitto alcuni locali dell’edificio. Qui abitarono il pittore Federico Zuccari (mentre lavorava agli affreschi della cupola) e l’architetto Emilio De Fabris durante i lavori di ristrutturazione dell’area eseguiti nell’800.

Via della Canonica vista da Via dello Studio

La via termina all’angolo con la Torre dei Pierozzi, la famiglia a cui apparteneva il vescovo Antonino, il santo umanista di Firenze. Nato in questa casa nel 1389, era figlio di un notaio e aveva una corporatura esile, il carattere riservato e una particolare predisposizione per lo studio e la preghiera. Nel 1414 prese i voti e divenne frate dell’ordine domenicano, assumendo la carica di priore di San Marco, negli anni in cui Michelozzo e Beato Angelico lavoravano alla costruzione del nuovo convento. Egli mantenne sempre uno stile di vita umile e si dedicò alla cura dei fedeli, aiutando i poveri e i malati e condannando con fermezza l’usura; non pensate però a lui soltanto come a un uomo di chiesa che non conosceva le dinamiche del suo tempo, anzi. Antonino accettò il confronto con le nuove élites cittadine, tenendo testa a personaggi come Cosimo il Vecchio e con i grandi cambiamenti sociali e culturali del Primo Rinascimento. E se un giorno leggerete i suoi scritti, vi accorgerete di quanto siano ancora attuali le parole di questo uomo piccolo, ma dalla mente grande e moderna.

Il busto in terracotta che raffigura Sant’Antonino sulla facciata della torre in Via dello Studio

Fonti e riferimenti: