La contessa di ferro

Ci sono storie di grandi donne vissute nel passato rimaste avvolte nel mistero: in questo articolo vi racconto quella di Matilde di Canossa, figura femminile tra le più affascinanti del Medioevo italiano. Una donna forte e combattiva, che si ritrovò a governare da sola i vasti possedimenti di famiglia, che comprendevano Lombardia, Emilia Romagna e Toscana e fu convinta sostenitrice dei papi nella lotta per le investiture.

Matilde di Canossa in trono tra il monaco Donizone e un vassallo
Miniatura dalla Vita Mathildis
Biblioteca Apostolica Vaticana
Ph. credits Wikipedia

Vi chiederete come mai abbia scelto proprio lei: una feudataria a Firenze.

Che importanza può mai avere avuto in una città che affermò il suo prestigio come libero comune? In effetti i comuni furono gli antagonisti del sistema feudale e questa nuova forma di governo iniziò a svilupparsi e diffondersi solo pochi anni dopo la morte di Matilde. Firenze fu la prima città in Toscana (e una delle prime in Italia) a darsi questo nuovo ordinamento.

Eppure i fiorentini amarono molto la contessa e le tributarono grandi onori. Un amore pienamente ricambiato dalla loro coraggiosa signora, che aveva fatto costruire una nuova cerchia di mura (le cosiddette mura matildine del 1078) e concesso numerosi privilegi e autonomia alla “più fedele delle sue città” (cit. Franco Cardini). A quel tempo, infatti, Firenze era già in piena espansione economica, poteva riscuotere tasse nel contado e aveva il proprio sistema di misurazione (il cosiddetto Piede di Liutprando), pronta a rivendicare il ruolo di primato nella regione. Inoltre risulta che diverse famiglie locali fossero coinvolte a vario titolo nell’esercizio dell’autorità e che il palazzo marchionale fosse stato volutamente costruito al di fuori delle mura. Insomma si potrebbe dire che la stessa Matilde avesse incoraggiato la città ad auto-governarsi, cosa che puntualmente accadde nel 1138 con la nomina dei primi consoli, ossia i rappresentanti delle nuove magistrature cittadine.

Direi quindi che valga la pena di conoscere meglio questo personaggio vissuto quasi mille anni fa, partendo dalla sua “qualifica”, che la vede indistintamente indicata come contessa, marchesa, duchessa, vicaria d’Italia e vice regina d’Italia: in realtà Matilde fu tutte queste messe insieme.

Suo padre si chiamava Bonifacio di Canossa ed era il discendente di una potente famiglia feudale di origine longobarda, conte di Mantova e marchese di Toscana: dunque Matilde ereditava sia il titolo di contessa che di marchesa o margravia (dal termine germanico markgraf che era l’equivalente di marchese), ma siccome in epoca longobarda la Toscana era stata un ducato, le si attribuiva anche il titolo di duchessa. Sua madre Beatrice di Lorena, invece, era imparentata con la più alta nobiltà imperiale tedesca.

Beatrice di Lorena, madre di Matilde
Miniatura dalla Vita Mathildis
Biblioteca Apostolica Vaticana
Ph. credits Wikipedia

Sono molto poche le informazioni sull’infanzia di Matilde, ma sappiamo che il padre venne ucciso nel 1052 quando lei aveva solo 6 anni e l’anno successivo morirono anche il fratello e la sorella maggiore, per cui la bambina rimase con la madre, che nel 1054 si risposò con Goffredo IV duca di Lotaringia, detto Il Barbuto, fratello di papa Stefano IX e coraggioso antagonista dell’imperatore germanico Enrico III.

Questo matrimonio rendeva il casato dei Canossa uno dei più potenti d’Europa e il patrigno di Matilde pensò bene di consolidare la sua posizione facendo sposare la ragazza con suo figlio Goffredo, detto Il Gobbo, celebrando le nozze nel 1069, pochi giorni prima della sua morte. Purtroppo non fu un matrimonio felice: Matilde visse con il marito in Lotaringia per un paio di anni, ebbe una bambina che morì alcuni giorni dopo la sua nascita e venne accusata dalla famiglia di Goffredo di aver portato il malocchio a corte. Nel 1070 la madre, rimasta nuovamente vedova, era rientrata in Italia e non appena le fu possibile, Matilde tornò a vivere a con lei. La loro presenza è particolarmente documentata in Toscana, dove risulta che le due donne abbiano presieduto a numerosi placiti, ossia le sedute pubbliche dei tribunali.

L’abate Ugo e Matilde intercedono per Enrico IV
Miniatura dalla Vita Mathildis
Biblioteca Apostolica Vaticana
Ph. credits Wikipedia

Nel frattempo la lotta per le investiture, ossia lo scontro tra papa e imperatore per la nomina dei vescovi, si era fatta sempre più dura, soprattutto dopo l’elezione di Ildebrando di Soana, eletto con il nome di Gregorio VII, che nel 1075, attraverso il famoso Dictatus Papae aveva dichiarato la supremazia del papato rispetto all’impero. Matilde era legata all’imperatore da vincoli feudali ma aveva già manifestato la sua propensione a sostenere il papa e nel 1077 fu protagonista di un fatto che viene ricordato come l’umiliazione di Canossa. Dopo la bolla papale infatti il nuovo imperatore Enrico IV aveva deposto Gregorio VII, che come risposta lo aveva scomunicato. Il sovrano era quindi stato costretto a scendere in Italia per chiedere il suo perdono e si era recato presso il castello di Matilde a Canossa dove il pontefice si era rifugiato e qui, vestito di un semplice saio, aveva atteso tre giorni e tre notti al freddo prima di essere ricevuto, sembra proprio su intercessione di Matilde.

Intanto la contessa aveva perso l’amata madre Beatrice (morta a Pisa il 18 aprile 1076), pochi mesi dopo il marito Goffredo, che non aveva esitato a infamarne la reputazione, mettendo in giro voci di una sua presunta relazione sessuale con papa Gregorio VII.

Matilde adesso era sola e aveva fatto capire da che parte stava.

Tomba di Beatrice nel camposanto di Pisa.
La donna venne sepolta in un antico sarcofago del II secolo
Foto Sailko

Quando nel 1079 decise di donare tutti i suoi beni alla Chiesa, la vendetta di Enrico IV non si fece attendere. L’imperatore depose nuovamente il pontefice, che nuovamente scomunicò l’imperatore, finché non si arrivò allo scontro armato nei pressi di Mantova, dove le truppe imperiali sconfissero l’esercito di Matilde e Gregorio VII. L’imperatore era deciso ad arrivare fino a Roma e all’annuncio del suo passaggio tutte le città toscane si ribellarono. Tutte tranne Firenze, che nel 1082 venne messa sotto assedio dalle truppe imperiali, ma anche grazie alle poderose mura fatte costruire da Matilde riuscì a respingere l’attacco. Roma invece venne conquistata l’anno successivo costringendo Gregorio VII alla fuga, ma la contessa non si dette per vinta e sconfisse l’esercito di Enrico nella famosa battaglia di Sorbara, nei pressi di Modena.

Il conflitto continuò anche negli anni successivi, che videro Matilde sempre impegnata a sostenere la corrente riformatrice della Chiesa, appoggiando l’elezione di pontefici ostili a Enrico IV. Nel 1089 la contessa pensò che fosse giunto anche il momento di risposarsi e scelse il giovanissimo duca Guelfo V di Baviera, che all’epoca aveva 16 anni mentre lei ne aveva 42. Si trattava ovviamente di un matrimonio politico per rafforzare la sua rete di alleanze contro Enrico, ma la sua scelta fece comunque scalpore, per la grande differenza di età e gli aneddoti riportati dai cronisti dell’epoca. Nella Chronica Boemorum, di Cosma di Praga, ad esempio, si racconta che il giovane duca era stato accolto con grandi festeggiamenti, ma per due notti aveva rifiutato di giacere accanto a Matilde e così lei la terza notte si era presentata nuda su una tavola dicendogli “tutto è davanti a te e non v’è luogo dove si possa celare maleficio”. Ma il giovane era rimasto sconcertato e allora lei lo aveva cacciato prendendolo a ceffoni e male parole. Il matrimonio sarebbe stato annullato alcuni anni dopo.

Tomba di Matilde di Canossa nella Basilica di San Pietro
Ph. credits Tgtourism

Con la morte di Enrico IV nel 1106 anche i rapporti con la casa imperiale si fecero più distesi e fu proprio il figlio Enrico V a conferire a Matilde il titolo di Vicaria Imperiale e Viceregina d’Italia. La contessa morì il 24 luglio 1115 a Bondeno di Roncone, un piccolo paese in provincia di Reggio Emilia. Nel Seicento i suoi resti furono traslati nella basilica di San Pietro a Roma per volere di papa Urbano VIII e la sua tomba scolpita da Gian Lorenzo Bernini.

La biografia “ufficiale” di Matilde di Canossa è la Vita Mathildis scritta dal monaco benedettino Donizone, fonte imprescindibile per le notizie sulla sua vita. Eppure sul suo conto sono state diffuse talmente tante storie che l’hanno resa una figura quasi leggendaria: gli ambienti ecclesiastici ne hanno sempre esaltato la profonda fede e lealtà verso la Chiesa, mentre altri l’hanno dipinta come donna passionale e superstiziosa, dedita al culto delle reliquie (cosa peraltro abbastanza comune durante il Medioevo).

Alla morte di Matilde, non essendoci un erede legittimo, i suoi territori vennero dispersi. Tuttavia la contessa aveva adottato Guido Guerra II, della dinastia dei conti Guidi, che assunse il titolo di Margravio di Toscana dal 1115 al 1124. Fu lui a fondare il castello di Vinci nel 1120.

Riferimenti bibliografici

Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Firenze, Newton Compton editori, 1992

Franco Cardini, Firenze. La città delle torri, dalle origini al 1333, Milano, Fenice 2000, 1995

Le lanterne del Caparra

Certamente ognuno di voi conoscerà l’espressione “dare la caparra” e il suo significato. Ma forse non tutti sanno che questo modo di dire nasce a Firenze nel Quattrocento e ha per protagonista un avveduto fabbro al servizio delle più ricche famiglie della città.

Palazzo Strozzi
Ph. credits Wikipedia

A poca distanza dalla centralissima Piazza della Repubblica si può ammirare l’elegante Palazzo Strozzi, residenza di una delle più potenti famiglie fiorentine del passato.

Per la sua opposizione a Cosimo il Vecchio de’ Medici, Filippo Strozzi fu esiliato nel 1434 e poté rientrare a Firenze solo nel 1466. Da allora egli trascorse altri 16 anni per “far posto” al suo palazzo, che egli intendeva costruire come “il più grande e bel palazzo” della città. Così, dopo aver acquistato terreni e immobili nell’area dove sarebbe sorto l’edificio, nel 1489 incaricò Benedetto da Maiano, uno dei migliori architetti dell’epoca, di dare inizio ai lavori. In realtà è molto probabile che l’anziano maestro non abbia fatto altro che fornire un modello e che il cantiere sia stato diretto prima da Giuliano da Sangallo e poi da Simone Pollaiolo, detto il Cronaca. Filippo Strozzi non vide mai il suo magnifico palazzo terminato perché morì nel 1491, mentre i figli iniziarono ad abitarci nel 1504, a costruzione non ancora ultimata. I problemi economici della famiglia e la loro opposizione a Cosimo I de’ Medici rallentarono i lavori che vennero finiti solo nel 1538 da Baccio d’Agnolo, lasciando peraltro una parte della facciata e del cornicione incompiuti.

Gli anelli per cavalli del Caparra

Per gli arredi esterni in ferro battuto ci si rivolse a Niccolò Grosso detto il Caparra, un abile artigiano fiorentino dell’epoca, ricordato persino nelle Vite di Giorgio Vasari per la sua bravura.

Egli però era altrettanto noto per una sua particolare abitudine, ossia quella di non iniziare mai un lavoro senza prima ricevere un acconto.

Pare che anche Lorenzo il Magnifico fosse un suo cliente e che sia stato proprio lui a dargli questo soprannome. Il fabbro realizzò le torciere, i porta fiaccola e gli anelli per cavalli, decorati con animali fantastici e le mezze lune simbolo della famiglia Strozzi e le belle lanterne a forma di tempio poste ai lati del palazzo. Gli spuntoni visibili sulle estremità ricordano dei mazzi di cipolle, ai quali forse il Caparra si ispirò per la presenza del mercato nella vicina piazza, dove appunto si vendevano, cipolle, cocomeri e altri ortaggi.

Una lanterna del Caparra
Foto Sailko

Quante sono le api di Ferdinando?

Al centro di Piazza SS. Annunziata si trova il monumento equestre in bronzo del Granduca Ferdinando I de’ Medici, a cui è legato il curioso aneddoto delle api scolpite su un cartiglio del basamento.

Monumento equestre di Ferdinando I
Ph. credits Wikipedia

La statua è un’opera tarda del Giambologna, che si avvalse della collaborazione dell’allievo Pietro Tacca e venne fusa con il bronzo dei cannoni delle navi turche battute durante le campagne militari dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. Nel sottopancia del cavallo vi è infatti un’iscrizione che ne ricorda le imprese con la frase “De’ metalli rapiti al fero Trace“, mentre lo stesso Ferdinando si mostra con la croce simbolo dell’ordine appesa al collo.

Ma la particolarità di questo monumento sta nel suo basamento, in cui si vede uno sciame di api con al centro la regina e le operaie disposte tutte intorno in cerchi concentrici: in alto si legge la scritta “Maiestate tantum“, che significa “soltanto per sua Maestà”. Questa immagine divenne il simbolo araldico di Ferdinando, in cui ovviamente egli era l’ape regina e le operaie i suoi sudditi. Vi si poteva leggere una fine allegoria dell’ordine precostituito dal regime mediceo, in cui ciascuno aveva il suo compito: l’ordine e il benessere del popolo da parte del sovrano e la piena obbedienza e collaborazione verso il sovrano da parte del suo popolo.

Le api di Ferdinando
Foto Sailko

Ma quante sono le api di Ferdinando? Non è semplice dare una risposta e difatti la loro posizione rende difficile contarle una per una senza tenere il segno con le dita. Nasce da qui la leggenda per cui chi ci riesce sarà baciato dalla Fortuna.

In passato questo gioco veniva usato dai genitori per far smettere i bambini di fare i capricci, promettendo loro che avrebbero avuto ciò che desideravano solo se riuscivano a indovinare il numero delle api. Beh, a dire il vero ci potete provare ancora oggi con i vostri figli…l’importante è non toccare le api con le mani, sennò non vale!

A proposito, in tutto le api dovrebbero essere 91 ..!

Il museo di Santa Maria Novella

Il Museo di Santa Maria Novella, nato agli inizi del secolo scorso su iniziativa del Comune di Firenze, ospita gli ambienti del convento costruito nel Trecento accanto alla basilica e attualmente consente di visitarne i chiostri, la sala capitolare, il refettorio e il dormitorio. Il trasferimento della caserma della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri, che dal 1920 occupava i locali affacciati su Piazza della Stazione e Via Santa Caterina, ha permesso di riunire gli spazi dell’antico complesso in un unico e affascinante percorso. E’ possibile accedere al museo da Piazza Stazione (lo stesso ingresso dell’Ufficio Informazioni Turistiche), oppure dalla porta che si trova lungo la navata sinistra della chiesa.

Il Chiostro dei Morti
Foto Patrizia Messeri

Personalmente vi suggerisco il primo, sia perché, in genere, non si trova fila alla biglietteria, sia per il suggestivo scorcio offerto dal primo Chiostro, detto Chiostro dei Morti, il più antico del complesso, posto sotto al livello del transetto.

Per secoli venne usato come cimitero e dopo la disastrosa alluvione del 1333 fu ampiamente ristrutturato da Fra Jacopo Talenti. In seguito vennero decorate le cappelle di alcune importanti famiglie fiorentine dell’epoca: gli affreschi sono ancora visibili (anche se non tutti ben conservati), tra cui quelli della Cappella dell’Annunciazione di Andrea Orcagna. Questa cappella era stata costruita per Bice Trinciavelli, vedova di Filippo di Pagno Strozzi, che nel suo testamento aveva lasciato una curiosa disposizione: offrire il pranzo ai frati il 25 marzo di ogni anno, giorno in cui a Firenze si festeggiava il capodanno fiorentino. Oggi restano solo le scene della Natività e della Crocifissione, mentre una terza parete su cui si trovava proprio l’affresco dell’Annunciazione, fu demolita agli inizi del Novecento per le pessime condizioni dovute all’umidità. Il Chiostro dei Morti era peraltro molto più grande di come lo vediamo oggi: una parte delle strutture venne abbattuta a metà Ottocento per far posto alla piazza della nuova stazione ferroviaria, che ancora non si chiamava Santa Maria Novella, ma Stazione Maria Antonia, in onore della moglie del Granduca Leopoldo II di Lorena.

Il Chiostro Verde
Foto Patrizia Messeri

Dal Chiostro dei Morti si passa al cosiddetto Chiostro Verde, costruito a metà del Trecento lungo il fianco sinistro della basilica da Fra Jacopo Talenti e che deve il suo nome al colore verde degli affreschi dipinti su tre dei quattro lati (sul quarto compaiono delle pitture più antiche risalenti al XIV secolo).

Tra questi vi erano le Storie della Genesi e le Storie di Noè, eseguite da Paolo Uccello, originale artista del Primo Rinascimento, di cui era nota, anche tra i contemporanei, la passione quasi ossessiva per le costruzioni prospettiche e che lavorò a questo ciclo con i suoi collaboratori in un lungo arco di tempo che va dagli inizi degli anni Venti del Quattrocento al 1447. La particolare tecnica impiegata dal pittore indusse il frate domenicano Vincenzo Borghigiani a definire dipinte “a sugo d’erbe e terra verde” queste otto lunette composte da due episodi sovrapposti.

Paolo Uccello
La Creazione e il Peccato originale (1420-25)
Foto Patrizia Messeri

Paolo Uccello iniziò la decorazione con la Creazione e il Peccato originale (1420-25) in cui si distinguono la Creazione degli animali e la Creazione di Adamo nella lunetta superiore e la Creazione di Eva e il Peccato Originale nel riquadro sottostante, con la figura del serpente con il volto di donna molto simile a quello dipinto da Masolino alla Cappella Brancacci. Sono invece attribuite alla bottega del maestro le scene centrali con la Cacciata dal Paradiso Terrestre e il Lavoro dei Progenitori (lunetta) e Caino e Abele (riquadro) e l’Uccisione di Caino (lunetta) e l’Arca di Noè (riquadro). Egli poi completò il ciclo con le Storie di Noè (1447), considerate uno dei suoi massimi capolavori, composte dalla scena del Diluvio nella lunetta e dal Sacrificio con ebbrezza di Noè nel riquadro. Il carattere quasi astratto e metafisico e le ardite vedute prospettiche rendono queste pitture alquanto singolari e senza paragoni nell’ambiente artistico fiorentino del tempo. Gli affreschi vennero gravemente danneggiati dall’alluvione del 1966 e dopo un primo intervento di recupero realizzato negli anni ’80, l’Opificio delle Pietre Dure ha condotto una nuova serie di lavori di restauro, terminati nel 2016 con l’esposizione delle lunette in una delle sale del Refettorio.

Paolo Uccello
Il Diluvio e Sacrificio con ebbrezza di Noè (1447)
Foto Patrizia Messeri
Il Diluvio (dettaglio affresco)
Foto Sailko
Il Diluvio (dettaglio affresco)
Foto Sailko
Uccisione di Caino e l’Arca di Noè
(bottega di Paolo Uccelo)
Foto Patrizia Messeri
La Cacciata dal Paradiso Terrestre con il Lavoro dei Progenitori e Caino e Abele
(bottega di Paolo Uccello)
Foto Patrizia Messeri

La maestosa sala capitolare che si affaccia sul Chiostro Verde nel 1540 venne assegnata al seguito di Eleonora di Toledo e da allora viene detta Cappellone degli Spagnoli.

La decorazione interna fu realizzata tra il 1365 e il 1367 grazie alla consistente eredità di Mico Guidalotti, esponente del governo del Duca di Atene, morto nel 1355 e sepolto di fronte all’altare. Il priore Zanobi Guascone affidò l’incarico al pittore Andrea di Bonaiuto, secondo un programma iconografico elaborato da Jacopo Passavanti che rappresenta la celebrazione dell’ordine domenicano e del suo ruolo contro l’eresia.

L’ingresso al Cappellone degli Spagnoli
nel Chiostro Verde
Foto Patrizia Messeri

Sulla parete sinistra compare il Trionfo di San Tommaso d’Aquino, seduto in trono e circondato dalle virtù teologali e cardinali. Accanto a lui sono seduti, in ordine, Giobbe, David, Paolo, Luca e Marco (nel gruppo a sinistra) e Matteo, Giovanni, Mosè, Isaia e Salomone (nel gruppo a destra). Ai suoi piedi invece si trovano i grandi eretici sconfitti: Sabello (rappresentato con una cassetta in mano), Averroè (che negava l’immortalità dell’anima) e Ario (capo degli ariani, che sosteneva la natura umana del Cristo). Nel registro inferiore si vedono 14 figure femminili, personificazioni delle scienze e delle arti liberali con un suo illustre rappresentante: ad esempio la Filosofia è insieme ad Aristotele, la sacra Scrittura insieme a San Girolamo, l’Aritmetica insieme a Pitagora, la Retorica insieme a Cicerone e così via.

Andrea di Bonaiuto
Trionfo di San Tommaso d’Aquino (1365-67)
Foto Patrizia Messeri

Sulla parte destra è dipinta l’Allegoria della Chiesa militante e trionfante e la Via Veritas, che raffigura la missione, l’opera e il trionfo dell’ordine domenicano. L’affresco va letto in basso da sinistra, in cui si trovano una serie di autorità sedute in trono davanti a un modello del Duomo di Firenze, che curiosamente si presenta già finito con una grande cupola (il concorso sarebbe stato bandito solo 50 anni dopo). Al centro si vede il papa Benedetto XI con a sinistra un gruppo di personaggi che rappresentano i vari ordini monastici e a destra l’imperatore Carlo IV e il re di Francia Filippo il Bello con un altro gruppo di personaggi laici famosi: tra questi vi sarebbero i ritratti di Dante, Boccaccio, Petrarca con le rispettive donne amate (Beatrice, Fiammetta e Laura) Cimabue e Arnolfo di Cambio.

Andrea di Bonaiuto
Allegoria della Chiesa militante e trionfante (1365-67)
Foto Patrizia Messeri

In basso a destra compaiono i tre maggiori santi domenicani: San Tommaso d’Aquino che predica agli increduli, ossi i non cristiani, San Pietro Martire che disputa con gli eretici e San Domenico che conduce i cani contro i lupi, simbolo dell’eresia. L’iconografia dei cani bianchi e neri (che riprendono i colori della veste dei frati) era nata da una visione avuta dalla madre di San Domenico, fondatore dell’ordine, la Beata Giovanna d’Aza, che aveva visto se stessa dare alla luce un piccolo cane che infiammava tutto il mondo. Dal suo sogno era nato un gioco di parole in latino: i domenicani che prendevano il nome da Dominicus, che traeva origine dal termine Dominus (cioè Signore) diventavano i Domini canes, i cani del Signore. In effetti il programma dei frati predicatori consisteva nella “carità della verità”, ossia la preghiera unita all’azione apostolica, in cui la contemplazione e lo studio della Parola erano elementi fondamentali per la Predicazione. La figura di San Domenico compare di nuovo nel gruppo di figure soprastante, in cui egli mostra la via del Paradiso: accanto a lui un monaco impartisce la confessione ai fedeli, mentre sula destra si vedono 4 figure allegoriche che rappresentano il Piacere (la donna con la viola), la Superbia (l’uomo con il falco), la Lussuria (la donna con la scimmia) e l’Avarizia (l’uomo vestito di verde). Il Paradiso è raffigurato in alto a sinistra con San Pietro in prima fila che accoglie i fedeli insieme a tutti gli altri santi. A coronamento della scena un Cristo in Gloria con forme di stile ancora bizantineggiante.

I Domini canes (dettaglio affresco)
Passiamo infine nel Chiostro Grande, il più ampio della città, costruito tra il 1340 e il 1360, su cui si affacciavano i dormitori, il refettorio e gli ex-appartamenti papali.

E’costituito da 56 campate a tutto sesto, che tra il 1570 e il 1590 vennero decorate da 15 diversi pittori dell’Accademia Fiorentina con Storie della Vita di Cristo, San Domenico e altri Santi domenicani e i ritratti di eminenti personalità della comunità di Santa Maria Novella. Si tratta di uno dei cicli più importanti della Controriforma a Firenze, a cui parteciparono tra gli altri, Alessandro Allori e Santi di Tito.

Il Chiostro Grande
Foto Patrizia Messeri
Affreschi del Chiostro Grande
Foto Patrizia Messeri

Sul lato d’ingresso al chiostro vi erano la Cappella degli Ubriachi, di proprietà di un’antica famiglia ghibellina di Firenze e il Refettorio, in cui sono attualmente esposti gli affreschi staccati di Paolo Uccello dal Chiostro Verde e una collezione di arte sacra con arredi e reliquiari.

Sul lato attiguo vi era uno degli ingressi alla Farmacia di Santa Maria Novella, ritenuta la più antica d’Europa e che conserva le proprie sale monumentali con decorazioni, arredi e una interessante collezione di strumenti scientifici tra cui termometri, bilance, misurini e vasi. Oggi la farmacia vende prodotti di profumeria ed erboristeria ed è accessibile da Via della Scala n.16

Antico ingresso della Farmacia
Foto Patrizia Messeri

Sul lato opposto si trovava invece il Dormitorio, un grande locale a 3 navate sorrette da sottili pilastri e al primo piano gli appartamenti usati dai pontefici in visita a Firenze: l’unico ambiente superstite è la Cappella dei Papi, affrescata nel 1515 in occasione della visita di Leone X da Ridolfo del Ghirlandaio e il giovane Pontormo che dipinse una lunetta con la Veronica. Fino al 2016 questi spazi facevano parte della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri, inaugurata nel 1920 e che occupava anche il fabbricato del monastero della SS. Concezione (in cui si trovano ancora degli uffici dell’Arma). Con il trasferimento della caserma a Castello questi luoghi sono finalmente tornati accessibili al pubblico nella primavera del 2017, ad eccezione della Cappella dei Papi, visitabile su prenotazione.

L’antico Dormitorio
Foto di Patrizia Messeri
Per visitare il complesso di Santa Maria Novella:

Il biglietto integrato permette di visitare l’intero complesso monumentale (basilica e convento) Per la visita della Cappella dei Papi occorre rivolgersi all’associazione MUS.E dei Musei Civici Fiorentini telefonando al numero 055 2768224. Ingresso libero alla Farmacia di Santa Maria Novella.

Orari di apertura: da lunedì a giovedì ore 9-17.30 – venerdì ore 11-17.30 – sabato ore 9-17.30 – domenica ore 13-17.30

Il biglietto d’ingresso costa euro 7,50 (intero)

Riferimenti bibliografici:

Stefano Borsi, Paolo Uccello, Art e Dossier, Firenze, Giunti ed. 1992

Il Museo della Casa Fiorentina Antica

Ecco il museo che piace a grandi e piccini: è il Museo della Casa Fiorentina Antica che si trova a Palazzo Davanzati, costruito per la famiglia Davizzi, poi passato ai Davanzati e dagli inizi del secolo scorso all’antiquario Elia Volpi. Restaurato e arredato più volte è un luogo ricco di ambienti suggestivi in cui è stata ricreata la tipica abitazione di un ricco mercante fiorentino del Tre-Quattrocento.

Palazzo Davanzati
Foto Sailko

Il palazzo ha una lunga storia, iniziata molto prima di diventare un museo e che vi posso brevemente riassumere così.

Verso la metà del Trecento i Davizzi, una ricca famiglia di mercanti iscritti all‘Arte di Calimala, si fece costruire una nuova abitazione nei pressi di Porta Rossa, incorporando due case-torri preesistenti. Nel 1578 l’edificio venne acquistato dal noto mercante e celebre studioso Bernardo Davanzati, che fece demolire la merlatura originale per costruire l’altana – cioè la terrazza con la loggia all’ultimo piano – e apporre il suo stemma sulla facciata del palazzo che da allora venne chiamato Palazzo Davanzati. L’ultimo discendente di questa famiglia fu Carlo, che si suicidò nel 1838 gettandosi da uno dei ballatoi del cortile. Alcuni anni dopo la proprietà fu ceduta ad Antonio Orfei e il palazzo venne suddiviso in diverse unità immobiliari: vi abitavano diverse famiglie e alcuni locali erano stati dati in affitto a circoli e associazioni, tra cui la rivista letteraria Leonardo, fondata da Giovanni Papini, che qui ebbe sede fino al 1907, anno della sua chiusura. L’edificio, sfuggito alle demolizioni di Firenze Capitale, era comunque in condizioni precarie e fatiscenti: il cortile veniva usato come magazzino dai commercianti e molte strutture erano pericolanti, tanto da far scrivere all’allora giovanissimo giornalista Orazio Pedrazzi “...tutto era ridotto che non suscitava più nessun ricordo.

Nel 1904 il palazzo fu venduto all’antiquario Elia Volpi che si dedicò con passione al suo restauro e seppur con tecniche ritenute discutibili fece risistemare la facciata ed eliminare i rimaneggiamenti interni, riscoprendo gli affreschi sulle pareti. Il 24 aprile 1910, dopo essere stato completamente ristrutturato e arredato, esso venne aperto al pubblico come museo privatodella Casa Fiorentina Antica“, con particolare apprezzamento dei viaggiatori e collezionisti stranieri. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la conseguente crisi economica costrinsero Elia Volpi a vendere l’intera mobilia del palazzo nel 1916 in un’asta a New York, dalla quale fu ricavata l’incredibile cifra di un milione di dollari! Dal 1920 risulta che il museo fosse stato riaperto con nuovi arredi, ma nel 1924 Volpi era talmente pieno di debiti da dover vendere tutte le sue collezioni a due mercanti provenienti da Alessandria D’Egitto, Vitale e Leopoldo Bengujat, che presero in affitto anche il palazzo, poi definitivamente acquistato da Leopoldo nel 1926. Purtroppo nel 1937 l’immobile fu nuovamente messo in vendita per le gravi difficoltà economiche di Bengujat e dopo vari passaggi di proprietà, nel 1951 il palazzo venne finalmente acquistato dallo stato italiano. Il museo fu allestito con mobili intarsiati, casse-panche, cassoni, sedie, dipinti, sculture, ceramiche e altri pezzi donati da musei e raccolte private (di quelli raccolti da Elia Volpi ne restano pochissimi) e inaugurato nel 1956.

Non avevo mai visitato interamente il museo prima del 2009, quando furono riaperte al pubblico anche le stanze del secondo e terzo piano dopo un lunghissimo restauro (iniziato nel 1996) che ha permesso di consolidarne la struttura e recuperare le decorazioni interne.

Una delle sale del secondo piano

Dal punto di vista strettamente architettonico, Palazzo Davanzati è uno di quelli che devi sapere per forza se fai la guida a Firenze, perché la sua particolare struttura lo rende un modello di fondamentale importanza nello studio dell’evoluzione degli edifici civili e di fatto questa è l’unica casa borghese del Trecento rimasta visitabile.

La prima tipologia di abitazione della Firenze medievale era stata la casa-torre, che potremmo definire come la “versione urbana” delle rocche e dei castelli di epoca feudale nel contado. Ma dopo l’anno Mille molte famiglie erano tornate ad abitare in città e siccome non esisteva ancora una forma di governo ben stabilita, queste alte e massicce costruzioni svolgevano anche una funzione difensiva. Si erano infatti formate fazioni rivali in continua lotta tra loro – le cosiddette consorterie – e le torri venivano costruite molto vicine l’una all’altra, raggruppate intorno a un cortile. Verso la metà del Duecento, nonostante le lotte tra Guelfi e Ghibellini (che avevano reso alquanto incerta la gestione del Comune ma favorito l’ascesa politica della borghesia) ebbe inizio la progressiva trasformazione della casa-torre in palazzo: un processo iniziato con la creazione di strutture adiacenti alla torre con locali sempre più grandi fino a formare un edificio, che pur sviluppandosi ancora in verticale, non era più costituito da un’unico blocco. In effetti questo passaggio si può notare anche nella costruzione dei palazzi pubblici (come il Bargello e Palazzo Vecchio) sorti proprio in quel periodo, che pur mantenendo l’aspetto di fortezza presentano un corpo che si estende per orizzontale. Per le abitazioni private, invece, palazzo Davanzati costituisce un modello di riferimento perché rispetto ai palazzi pubblici venne costruito secondo uno schema più semplice e aperto: un impianto sviluppato su tre piani, con la facciata in pietra arenaria divisa in 5 parti da cornici marcapiano con 3 file di 5 finestre (corrispondenti ai saloni interni) e un grande androne al piano terra in cui fino all’Ottocento si trovavano le botteghe.

Il cortile

Come tutti gli antichi palazzi di Firenze anche Palazzo Davanzati ha i suoi anelli per legare i cavalli e i ferri da torce ai lati delle finestre, mentre solo in pochi hanno mantenuto gli arpioni da stanghe, ossia le staffe in ferro che sostenevano le sbarre di legno che servivano per stendere la biancheria o le tende e nei giorni di festa dei drappi decorativi.

Gli arpioni da stanghe

Tutto il museo è stato concepito per ricreare l’atmosfera di un’abitazione privata.

In passato l’atrio d’ingresso era una loggia aperta sulla strada da cui si accedeva al cortile, su cui si affacciavano le varie stanze ai piani, comprese le camere da letto. Due lati del cortile sono coperti da un portico con capitelli in stile classicheggiante, tranne uno con figure che forse rappresentano i ritratti della famiglia Davizzi. Si vede anche un grande albero genealogico dei Davanzati insieme ad altri oggetti di arredo, mentre al centro si trova la cisterna in cui veniva convogliata l’acqua piovana dai gocciolatoi e che alimentava il pozzo che portava l’acqua ai piani.

Capitello con figure nel cortile di Palazzo Davanzati
Ph. credits Wikipedia
Il pozzo
Tutti i piani hanno il medesimo schema di distribuzione degli ambienti, con un grande salone che si affaccia sulla strada, detto salone madornale e collegato ad ambienti di servizio, una grande stanza dotata di agiamento (cioè il gabinetto), uno studio e una camera da letto con ingresso indipendente dal ballatoio lungo il cortile.
Uno degli agiamenti di Palazzo Davanzati
Video coupleinflorence

Il salone madornale del primo piano si trova proprio sopra la loggia del piano terra: ai lati del pavimento sono ancora presenti le botole (di queste è consentito aprirne solo una) che consentono di guardare nell’atrio d’ingresso sottostante. Alle pareti si vedono i ganci per gli arazzi e una parte della decorazione del soffitto è quella originale del Trecento.

La botola del salone madornale del primo piano
Video coupleinflorence

Dal salone madornale si accede alle sale in cui è esposta la ricca collezione di merletti e ricami databili dal XVI al XX secolo, con una interessante raccolta di imparaticci, pezzi usati come esercizio per chi doveva imparare l’arte del ricamo.

Strumenti per ricamo e merletto

Uno degli ambienti più celebri del palazzo è la cosiddetta Sala dei Pappagalli, che forse anticamente era una sala da pranzo, coperta da affreschi della fine del Trecento con il motivo ornamentale dei pappagalli e che imita drappi e arazzi, mentre nel registro superiore sono dipinti alberi e colonnine.

Sala dei Pappagalli
Ph. credits Wikipedia

Nello studiolo del secondo piano si trovano alcuni dipinti eseguiti da Giovanni da San Giovanni detto lo Scheggia, fratello di Masaccio, artista specializzato nella decorazione di cassoni e altri oggetti di arredo: il museo conserva quattro tavole semicircolari raffiguranti i Trionfi del Petrarca e un desco da parto con il Gioco del Civettino.

Il gioco del civettino nel desco da parto dello Scheggia

Per quanto riguarda le camere da letto, Palazzo Davanzati ne ha ben tre, tutte dotate di bagno personale, ossia la stanza in cui ci si dedicava alla cura dell’igiene personale (mentre l’agiamento come si vede dal video aveva un’altra funzione..)

Sala dei Pavoni, camera nuziale del primo piano con stemmi delle famiglie alleate dei Davizzi e pavoni
Ph. credits Wikipedia
Camera da letto del secondo piano con le
Storie della Castellana di Viergy
(è l’unica stanza con affreschi, le altre decorazioni sono pitture murali)
La Camera delle Impannate al terzo piano

Al terzo piano si trova anche la cucina, ricca di utensili antichi e strumenti da lavoro femminili tra cui un impastatoio, un girarrosto, un telaio, ferri da stiro e l’occorrente per il cucito. Sulla parete d’ingresso uno dei tanti graffiti probabilmente lasciati dalla servitù riporta la data di un evento importante, l’uccisione di Giuliano de’Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, durante la Congiura dei Pazzi avvenuta il 26 aprile 1478. E’ inoltre possibile consultare una copia a stampa del Tacuinum Sanitatis, un trattato medico di origine araba contenente consigli sulla salute, il nutrimento e l’umore in corrispondenza delle varie stagioni dell’anno.

La cucina
Il graffito che riporta la data della Congiura dei Pazzi
Alcuni piatti in ceramica delle collezioni
esposte nelle varie sale
Il Museo di Palazzo Davanzati fa parte del gruppo dei Musei del Bargello.

Per gli orari di apertura e le modalità di accesso in base alle normative Covid consultate il sito dei Musei del Bargello



Bibliografia di riferimento

Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Museo di Palazzo Davanzati, Firenze, Polistampa, 1996

La basilica di Santa Maria Novella

E’ il primo monumento che vedi quando arrivi a Firenze in treno: esci dalla stazione, giri l’angolo ed ecco la prima chiesa (gli stranieri lo pensano di sicuro!) con la sua massiccia abside in pietra. E’ la basilica domenicana di Santa Maria Novella, costruita dai frati architetti dell’ordine e che fa parte di uno dei più grandi complessi religiosi della città, ricco di storia e opere d’arte.

I domenicani giunsero a Firenze nel 1219 al seguito di Fra Giovanni da Salerno e si insediarono in Santa Maria delle Vigne, una piccola chiesa fuori dalle mura risalente al XI secolo. L’edificio apparteneva ai canonici del Duomo e si trovava in una zona poco abitata, circondato da orti e giardini.

Tomba di Giovanni da Salerno

La forte influenza esercitata sui fedeli fece crescere rapidamente la nuova comunità e nel 1242 si rese necessaria la costruzione di una chiesa più grande: la cerimonia per la posa della prima pietra si svolse solennemente il 18 ottobre 1279, ma i lavori era già stati avviati da tempo, pare sotto la direzione di Fra Sisto e Fra Ristoro, a cui si aggiunse Fra Jacopo Passavanti, celebre teologo e predicatore dell’ordine. Buona parte del convento venne edificata nel Trecento da Fra Jacopo Talenti e Benci di Cione, ma la consacrazione avvenne solo nel 1420 alla presenza di papa Martino V. I lavori peraltro non si erano ancora conclusi perché la decorazione della facciata (iniziata intorno al 1350 con la creazione dei 3 portali e dei 6 avelli rivestiti di marmo bianco e verde) si interruppe durante il Concilio di Firenze del 1439 e venne ripresa solo una ventina di anni dopo su commissione di Giovanni Rucellai, che affidò l’incarico a Leon Battista Alberti. Il grande teorico e umanista del Primo Rinascimento progettò il completamento superiore della facciata, integrando le preesistenze gotiche con elementi tipici dell’architettura classica, in una composizione diventata un modello di armonia ed equilibrio. L’opera venne completata nel 1470, come riporta l’iscrizione in latino scolpita sulla trabeazione.

Facciata di Santa Maria Novella
Interno della basilica

L’interno a tre navate venne modificato a seguito delle disposizioni del Concilio di Trento nel 1565 da Giorgio Vasari che demolì il tramezzo e ricostruì gli alterali laterali secondo il gusto manierista dell’epoca.

La presenza di due gradini segnala il punto in cui si trovava la parete divisoria, dove nel 2001 è stato ricollocato, dopo un intervento di restauro, il bellissimo Crocifisso di Giotto, una delle opere più antiche ancora presenti in chiesa. La grande tavola, posta proprio al centro della navata maggiore in posizione rialzata, raffigura il Christus Patiens, una particolare iconografia del Cristo comparsa nella prima metà del Duecento e profondamente rinnovata dal pittore. Egli conferì una posa molto più naturale alla figura, che non si mostra più inarcata verso sinistra, ma grava su stessa per il peso del corpo, con la testa piegata in avanti.

Il Crocifisso di Giotto, 1289 ca.

Ulteriori lavori di ristrutturazione vennero eseguiti tra il 1858 e il 1860, durante i quali venne ritrovata la Trinità di Masaccio, ultima opera del giovane pittore a Firenze prima della sua partenza per Roma, dove morì in circostanze misteriose nel 1428. L’affresco realizzato lungo la parete della navata sinistra raffigura il Dio Padre che sorregge la croce, con la Madonna e San Giovanni affiancati dai committenti. La scena è incorniciata in un magnifico impianto architettonico che per la sua complessità ha fatto presupporre l’intervento dell’amico Filippo Brunelleschi, al tempo l’unico artista in grado di realizzare una simile visione prospettica. Alla base dell’affresco si vede uno scheletro con la scritta “io fu già quel che voi sete e quel chi son voi ancor sarete” sul cui significato si è dibattuto a lungo: molto probabilmente, più che essere un mero riferimento alla morte, andrebbe ricondotto alle stesse parole pronunciate dal Cristo, in atto di totale sottomissione alla volontà del Padre (Giovanni, 17,10-11)

La Trinità di Masaccio, 1428
Il pulpito è un’opera di Andrea Cavalcanti,
figlio adottivo di Brunelleschi che ci lavorò verso la metà del ‘400

Tra le cappelle del transetto sono assolutamente degne di nota la Cappella Gondi, con il cosiddetto crocifisso delle uova di Brunelleschi, la Cappella Strozzi di Mantova affrescata da Nardo di Cione alla metà del Trecento con il Giudizio Universale, la Cappella di Filippo Strozzi, decorata da Filippino Lippi tra il 1487 e il 1502 con le Storie della vita dei Santi Filippo e Giovanni Evangelista e la Cappella Bardi, dedicata a San Gregorio Magno in cui si trova una finestra bifora ritenuta parte dell’antica chiesa di Santa Maria delle Vigne.

La Cappella Gondi con il Crocifisso delle uova
La Cappella di Filippo Strozzi con
gli affreschi di Filippino Lippi
La Cappella di San Gregorio

Gli affreschi della Cappella Maggiore sono il capolavoro di Domenico Ghirlandaio che lavorò tra il 1485 e il 1490 alle Storie della Vita della Vergine (a sinistra) e di San Giovanni Battista (a destra).

Per ammirare gli affreschi da vicino occorre andare dietro l’altare maggiore: le scene sono incorniciate da finte architetture e si leggono dal basso verso l’alto da sinistra a destra nella parete sinistra e da destra verso sinistra nella parete destra. Oltre che per la sua bellezza, il ciclo pittorico della cappella è molto importante per i ritratti di numerosi personaggi illustri, che rendono questa decorazione un autentico spaccato della società fiorentina dell’epoca.

Le Storie di San Giovanni Battista (parete destra)
Le Storie della Vergine (parete sinistra)

Nella Cacciata di Gioacchino dal Tempio, ad esempio, due gruppi di personaggi fanno da spettatori alla scena biblica: a sinistra è raffigurato Lorenzo Tornabuoni (figlio del committente) insieme ad altri giovani, mentre a destra si riconoscono Sebastiano Mainardi, Domenico Ghirlandaio (vestito di blu e rosso con lo sguardo rivolto verso lo spettatore), il fratello Davide (girato di spalle) e forse il padre, l’orafo Tommaso Bigordi.

La Cacciata di Gioacchino dal Tempio dettaglio con l’autoritratto di Domenico Ghirlandaio

Una delle storie più belle è sicuramente la Natività di Maria, ambientata in una casa del tempo, dove in alto a sinistra, in cima a una scalinata, si vede l’abbraccio tra Anna e Gioacchino, mentre a destra, distesa sul letto, compare nuovamente Anna affiancata dalle nutrici. Tutta la scena è caratterizzata da uno straordinario realismo, come nel gesto della giovane che versa l’acqua e nella decorazione della stanza con pannelli in legno alle pareti e il rilievo con i putti. Al centro si trova un gruppo di donne riccamente vestite: la prima è stata identificata come Ludovica Tornabuoni, figlia del committente, in un elegantissimo abito di broccato dorato, accompagnata da una domestica e altre figure femminili tra cui vi potrebbe essere la zia Lucrezia, sorella del padre Giovanni e madre di Lorenzo il Magnifico.

Natività di Maria
Ritratto di Ludovica Tornabuoni

La stessa figura compare anche nella parete opposta nella scena della Visitazione, che si svolge all’aperto vicino alle mura, con al centro Elisabetta e Maria che si salutano e due gruppi di donne in cui sono presenti Giovanna degli Albizi (moglie di Lorenzo raffigurato nella Cacciata dal Tempio con lo stesso abito della cognata Ludovica, ma con le maniche più corte), Dianora Tornabuoni (moglie di Pier Soderini) e una giovane di cui non si conosce l’identità.

La Visitazione
Ritratto di Giovanna degli Albizi

Un altro ritratto che potrebbe essere quello di Lucrezia Tornabuoni è nella storia che rappresenta la Nascita del Battista (la più anziana nel gruppo di donne a destra) in cui compare un’ancella con un cesto di frutta in testa e l’abito svolazzante.

Molto curata e ricca di ritratti è anche la scena con L’Annuncio dell’angelo a Zaccaria, affollata da sei diversi gruppi di personaggi disposi su vari livelli in cui si compaiono molti notabili fiorentini del tempo e nel gruppo in basso a sinistra gli umanisti dell’accademia neoplatonica: da sinistra Marsilio Ficino, Cristoforo Landino (con il colletto nero) Agnolo Poliziano e Demetrio Greco.

L’annuncio dell’Angelo a Zaccaria

Dalla basilica si passa nell’antico convento, sede del Museo di Santa Maria Novella.

La cultura batte la paura

I musei civici fiorentini saranno straordinariamente aperti per 3 giorni consecutivi da venerdì 6 a domenica 8 marzo sia per i cittadini residenti che per i turisti. L’iniziativa è stata promossa per sostenere maggiormente la cultura e l’arte della nostra città e renderla accessibile a tutti in questo momento così difficile a causa dei rovinosi effetti, anche economici, provocati dalla diffusione del virus Covid-19. La decisione è stata ufficialmente condivisa sui social lo scorso venerdì 28 febbraio dal sindaco Dario Nardella che ha dichiarato: “Firenze è aperta, i suoi musei sono aperti”.

Vi ricordo che i musei appartenenti a questa categoria attualmente visitabili sono:

  • Museo di Palazzo Vecchio
  • Complesso di Santa Maria Novella
  • Museo Stefano Bardini
  • Cappella Brancacci
  • Fondazione Salvatore Romano
  • Museo Novecento
  • Museo del Ciclismo Gino Bartali

Per maggiori informazioni potete consultare anche il sito del Comune di Firenze: https://cultura.comune.fi.it/index.php/dalle-redazioni/musei-civici-gratis-3-giorni