L’Oratorio dei Vanchetoni

E’ un nome che potrebbe risultare familiare a molti, se non altro per l’assonanza con il termine bacchettone, tuttora usata per indicare la fervente devozione religiosa di una persona. In passato, questo appellativo era riferito ai confratelli della Congregazione di San Francesco della Dottrina Cristiana, per il loro incedere cheto e silenzioso. La sede di questa importante confraternita fiorentina si trova ancora oggi nel bellissimo oratorio fatto costruire agli inizi del Seicento dal suo fondatore e che dopo un lungo periodo di chiusura e un accurato restauro merita di essere riscoperto dal pubblico.

La facciata dell’oratorio su Via Palazzuolo

Il suo nome era Ippolito Galanti ed era nato nel quartiere di Santa Maria Novella il 14 ottobre 1565 in una famiglia di modeste origini. Il padre era tessitore e lo aveva avviato al suo stesso mestiere, ma a quattordici anni il ragazzo aveva scelto di prendere i voti e fatto richiesta per entrare nell’ordine francescano. A causa delle sue deboli condizioni di salute la domanda era stata respinta e così Ippolito, che fin da bambino aveva mostrato una forte vocazione religiosa, si era dedicato all’insegnamento del catechismo, diventando ben presto maestro generale della scuola di dottrina della chiesa di Santa Lucia sul Prato. Amato dal popolo e stimato anche dal cardinale Alessandro de’ Medici1, che lo aveva pubblicamente definito “l’Apostolo di Firenze” e nel 1599 nominato governatore delle compagnie della dottrina cristiana di tutta la città, Ippolito aveva fatto costruire l’oratorio della congregazione da lui stesso fondata (poi comunemente detta dei Vanchetoni) su un terreno che gli era stato donato dai francescani di Ognissanti. Morì il 20 marzo 1620 all’età di 54 anni e la Chiesa dette subito inizio al processo di beatificazione, che si concluse nel 1825.

La statua del beato Ippolito Galantini con un fanciullo nel vestibolo

L’ingresso all’aula principale dell’oratorio è preceduto da un ampio vestibolo, progettato da Matteo Nigetti2 e suo fratello Giovanni nel 1620 e costruito grazie alle cospicue donazioni di Maria Maddalena d’Austria, moglie del Granduca Cosimo II, che finanziò anche i lavori per la facciata. Per decorare questo ambiente venne realizzata una serie di tele a monocromo che ricordano i momenti più importanti della vita del beato Ippolito Galantini, tra cui le Esequie, che vennero celebrate dall’Arcivescovo Alessandro Marzi Medici3 all’interno di questo edificio. Nella scena è ben visibile il catafalco su cui era stato posto il feretro, per proteggerlo dalla grande folla che si era accalcata nell’oratorio durante il funerale; negli anni, infatti, Ippolito aveva accresciuto la sua fama anche come guaritore e molte persone avrebbero voluto toccarne il corpo, che quindi dovette essere sistemato più in alto durante la funzione.

Le Esequie del beato Ippolito Galantini. Non si conoscono gli autori delle tele del vestibolo con le storie della sua vita.

La grande aula dell’oratorio, invece, venne più verosimilmente costruita da Giovanni Nigetti prima del vestibolo e decorata entro il 1640 da una serie di affreschi sul soffitto, con al centro un grande ovale raffigurante lo Stemma mediceo affiancato dalle allegorie della Fama, Pace e Giustizia, eseguito da Pietro Liberi, un pittore veneto che prima di arrivare a Firenze aveva soggiornato a Roma, avendo la possibilità di osservare da vicino le opere del grande Pietro da Cortona.

Il grande ovale di Piero Liberi con lo stemma mediceo

Gli altri riquadri vennero in gran parte dipinti da Domenico Pugliani4, allievo di Matteo Rosselli, che tra le varie scene rappresentò San Francesco in gloria vicino all’ingresso, mentre la Predica del beato Ippolito bambino tra i Santi Ignazio di Loyola, Domenico, Giuseppe e Bernardino da Siena, viene attribuita a Giovanni Martinelli. Da ricordare anche la presenza di Cecco Bravo e Lorenzo Lippi e soprattutto di Baldassare Franceschini detto il Volterrano che eseguì lo scomparto raffigurante San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista e San Filippo Neri. La decorazione venne completata nel 1734 dal fregio eseguito da Niccolò Nannetti e Rinaldo Botti con Virtù, Allegorie e Storie bibliche.

Il riquadro affrescato dal Volterrano raffigurante San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista e San Filippo Neri

Molto interessante è la struttura dell‘altare, costruito da Matteo Nigetti su commissione dell’arcivescovo Marzi Medici con le classiche colonne sormontate da un timpano spezzato, che un tempo doveva contenere una tela o una tavola poi sostituita dal crocifisso che vediamo oggi.

L’altare progettato da Matteo Nigetti

Di mirabile fattura è il paliotto5 d’altare, databile tra il 1460 e il 1465, ornato con scene tratte dal Nuovo Testamento e i cui disegni preparatori erano stati a lungo riferiti a Beato Angelico. Studi più recenti hanno attribuito parte dei cartoni al suo allievo Maso da Finiguerra e a Francesco del Cossa, uno dei maggiori pittori della scuola ferrarese che probabilmente in quegli anni aveva soggiornato a Firenze per apprendere nuove tecniche, come quella della tessitura artistica. È inoltre possibile che i riquadri del paliotto fossero nati per adornare parati liturgici, come piviali e dalmatiche e che poi fossero stati riadattati per comporre questa decorazione.

Il paliotto d’altare (dettaglio)

Un’ altra particolarità è costituita dai due coretti sopra ai portali laterali che immettono nella cappella del beato Ippolito, in cui si vedono le copie in marmo di due opere di Desiderio da Settignano e Antonio Rossellino.

Copia del Cristo fanciullo di Desiderio da Settignano. L’opera originale (1460 ca.) è conservata alla National Gallery di Washington

Entrando nella cappella, a sinistra, troviamo una grande urna dorata e trasparente che permette di vedere il corpo del beato Ippolito Galantini ricomposto al suo interno e nella piccola sagrestia attigua ricchi mobili con decorazioni ad intarsio risalenti al XV-XVI secolo.

L’urna con le spoglie del beato Ippolito Galantini

Un tempo, per l’ultima domenica di Carnevale, si teneva la cosiddetta “Cena dei cento poveri”, in cui cento persone bisognose venivano ospitate nell’oratorio e fatte sedere sugli stalli lignei dei confratelli che offrivano loro una ricca cena. La Congregazione dei Vanchetoni fu una delle nove confraternite che non furono soppresse nel 1785 da Pietro Leopoldo e dopo un periodo di inattività ha riaperto le sue porte, rendendo nuovamente visitabile al pubblico questo luogo ricco di storia e di opere dallo straordinario valore artistico.

La nostra visita all’oratorio con gli amici del gruppo Amo Firenze e la Toscana

Un ringraziamento a Stefano Cecconi, Guardiano Presidente della Congregazione e al gruppo di volontari che gestisce le aperture dell’oratorio (in particolare a Sara che ci ha guidato al suo interno).

L’Oratorio dei Vanchetoni si trova a Firenze in Via Palazzuolo 17 e si può visitare il sabato pomeriggio dalle 15 alle 17. L’ingresso è libero, ma potete lasciare un piccolo contributo per il suo mantenimento.

Per informazioni scrivete una mail a congregazionevanchetonifirenze@gmail.com oppure seguite le pagine social

Note

  1. Il cardinale Alessandro di Ottaviano dei Medici (1535-1605) era un cugino di Cosimo I e nel 1574 venne eletto arcivescovo di Firenze (suo è lo stemma che vediamo all’angolo del palazzo arcivescovile in Via dei Cerretani). Pur vivendo a Roma fu sempre molto attento alle questioni fiorentine (anche se tornò a vivere in città tra il 1584 e il 1590) e nel 1605 fu eletto papa con il nome di Leone XI, ma il suo pontificato durò soltanto 26 giorni. ↩︎
  2. Allievo del Buontalenti, Matteo Nigetti divenne uno degli architetti della corte granducale per cui realizzò la sua opera più importante, ossia la Cappella dei Principi, a cui lavorò per circa quarant’anni. Sua anche la facciata della chiesa di Ognissanti e la chiesa dei Michele e Gaetano. Meno conusciuto è il fratello Giovanni (che fu anche pittore e scultore), al quale oggi si attribuisce la costruzione dell’oratorio per le parole rilasciate durante il processo di beatificazione del Galantini, in cui dicharò di «essere stato il primo a fare il disegno di essa e tirare le corde dei fondamenti» ↩︎
  3. Alessandro Marzi Medici (1557-1630) divenne arcivescovo di Firenze nel 1605 dopo l’elezione al soglio pontificio del suo predecessore Alessandro di Ottaviano de’ Medici e fu protettore di Ippolito Galantini fino alla sua morte. ↩︎
  4. Domenico Pugliani, come altri artisti che parteciparono alla costruzione e decorazione dell’oratorio fu uno dei membri iscritti alla congregazione. ↩︎
  5. Il paliotto è la parte frontale di un altare, in genere un pannello decorativo che può avere un notevole valore artistico. I più preziosi, infatti, vennero scolpiti in oro e argento, ma ne furono realizzati molti dipinti, intarsiati e intessuti con una tecnica molto simile a quella degli arazzi. La manifattura fiorentina fu un’autentica eccellenza nell’arte del tessuto, che richiedeva l’esecuzione di disegni o cartoni preparatori, talvolta attribuiti ad artisti di grande fama. ↩︎

Il nuovo cinema libreria Odeon a Firenze

Alcune settimane fa ha aperto Giunti Odeon, un nuovo spazio culturale a Firenze che si presenta al pubblico un po’ come libreria, un po’ come cinema (come era stato fino alla chiusura avvenuta nel 2022), ma anche come luogo di incontri e di eventi, dotato di un ristorante aperto ogni giorno fino a mezzanotte.

In realtà l’Odeon era il più vecchio cinema fiorentino ancora in attività, inaugurato nel secondo dopoguerra al posto di un bellissimo teatro in stile liberty, a sua volta ricavato all’ interno di un edificio ancora più antico.

Una delle due fontane in pietra poste nell’ atrio d’ingresso


In origine questo era il Palazzo dello Strozzino, forse progettato da Michelozzo alla metà del Quattrocento per il ramo cadetto della famiglia Strozzi. Il palazzo sorgeva praticamente accanto alla chiesa di Santa Maria degli Ughi, demolita insieme ad alcune parti dell’edificio durante il Risanamento ottocentesco.

Il lato tra Via degli Anselmi e Via Sassetti con la grande lanterna di Bernardo Morescalchi del 1929 e l’edificio a destra che occupa lo spazio dove sorgeva la chiesa di Santa Maria degli Ughi


Venduto all’asta nel 1904, il piano terra, il mezzanino e il primo piano dell’edificio vennero completamente ristrutturati e trasformati nel Gran Teatro Savoia. Inizialmente affidati all’architetto Adolfo Coppede’ e subito interrotti a causa della guerra, i lavori vennero completati nel 1922 sotto la direzione di Marcello Piacentini. Oltre al corridoio colonnato su piazza Strozzi e alcuni elementi architettonici presenti nel foyer, non è rimasto molto dell’originario palazzo quattrocentesco, mentre facevano parte del teatro le decorazioni in stucco, la cupola in vetro colorato realizzata da Francesco Mossmeyer e le Tre Muse in legno dorato di Antonio Maraini sopra il boccascena.

Le sculture raffiguranti le Tre Muse sopra il palcoscenico


Sul palcoscenico dell’Odeon si sono esibiti molti artisti importanti e da quando è diventato cinema, il cartellone ha sempre offerto spettacoli di grande livello, che comprendeva la proiezione dei film in lingua originale. Oggi nella platea ha trovato posto gran parte della libreria ma la galleria mantiene le sedute e ci sono tavolini con sedie in cui è possibile fermarsi a leggere e studiare.

C’è inoltre una curiosità che riguarda i sotterranei del palazzo, dove alla fine degli anni Venti si trovava il Grande Albergo Diurno, una struttura dotata di bagni pubblici, parrucchieri, uffici e altri servizi. Successivamente, in quegli stessi locali, sarebbe stata aperta la famosa discoteca Yab.

Guarda il video realizzato al Cinema libreria Odeon ⬇️

La farmacia di Henry Roberts

Sapevate che il borotalco venne inventato a Firenze?

Era il 1843 quando sir Henry Roberts aprì la sua farmacia nella centralissima Via dei Tornabuoni, in cui si vendevano prodotti cosmetici, alimentari e liquori. Visto il grande successo dell’attività, il chimico inglese decise di preparare dei nuovi prodotti direttamente nel suo laboratorio, che presto lo resero famoso in tutto il mondo. È così che nel 1867 inventò la sua popolare Acqua alle Rose e, alcuni anni più tardi, una polvere bianca particolarmente indicata per l’igiene di donne e bambini, alla quale fu dato il nome di Borotalcum.

L’antica farmacia fondata da Henry Roberts in Via Tornabuoni a Firenze

Talco e acido borico sono i principali ingredienti di questa polvere finissima, profumata e rinfrescante, che ancora oggi si trova in commercio nel caratteristico contenitore di colore verde, molto simile all’originale barattolo di latta introdotta agli inizi del secolo scorso.

L’antica insegna in pietra a fianco dell’ingresso

Dopo la morte del farmacista inglese la direzione dell’azienda passò ad Alfred Morgan, che nel 1921 si mise in società con il fiorentino Lorenzo Manetti, dando così vita alla Manetti & Roberts. Nel 1974 la farmacia si staccò dalla profumeria e lo storico negozio di Via Tornabuoni prese il nome di Profumeria Inglese, dove rimase fino alla fine degli anni Novanta.

Oggi la Profumeria Inglese si trova in Via dei Ginori, mentre dell’antica sede in Via Tornabuoni resta solo parte dell’originale insegna in pietra. 

Strade di Firenze: Via Ferdinando Zannetti

Un tempo chiamata Via della Forca, Via Ferdinando Zannetti ci appare come una di quelle strade ottocentesche del centro di Firenze che non hanno molto da raccontare.

Una serie di edifici dalle linee semplici e moderne arriva fino all’incrocio con via de’Conti, dove abitava il medico che curò Garibaldi quando fu ferito a una gamba e in cui si trova la bella casa museo della famiglia Martelli.

Tra lapidi e piccoli tabernacoli che si susseguono sulle facciate dei palazzi, spicca la curiosa iscrizione posta sopra l’ingresso del civico 2 con la scritta: QUI ABITÒ CORILLA NEL SECOLO DECIMO OTTAVO.

Si capisce che siamo nel Settecento e che stiamo parlando di una donna, il cui nome suona abbastanza sconosciuto e sul quale vale la pena spendere qualche parola.

Corilla era il nome d’arte di Maria Maddalena Morelli, una poetessa laureata, cioè insignita della corona di alloro, la prestigiosa onorificenza in passato toccata a personaggi quali Francesco Petrarca e Torquato Tasso e che lei per ultima ricevette a Roma nel 1778.

Nata a Pistoia nel 1727, fin da ragazza Maria Maddalena aveva mostrato un naturale talento per la poesia e la sua specialità divennero le rime improvvisate. La sua bravura la portò a viaggiare molto ed essere ospitata anche presso la corte imperiale.

Nel 1771 era entrata a far parte dell’Accademia romana dell’Arcadia, assumendo il nome di Corilla Olimpica. Il suo giovane amante e protettore Luigi Gonzaga, principe di Castiglione, incoraggiava la sua incoronazione che tuttavia avvenne solo qualche anno più tardi grazie alle pressioni esercitate da Pietro Leopoldo di Lorena, il quale si era invaghito della poetessa e attraverso monsignor Maffei riuscì a convincere papa Pio VI.

Corilla Olimpica (Wikipedia)

Molti contemporanei non accolsero con favore il conferimento di questa onorificenza a Corilla, che a seguito delle polemiche e del dileggio scatenati dalla cerimonia in Campidoglio decise di tornare in Toscana e nel 1780 si trasferì nella casa di Via Zannetti, in cui visse fino alla sua morte avvenuta l’8 novembre 1800.

La sua corona di alloro è conservata presso la basilica della Madonna dell’Umiltà di Pistoia, a cui era stata donata dalla stessa poetessa.

Strade di Firenze: Via Vinegia

Ecco una di quelle strade tipicamente fiorentine, nel cuore del quartiere di Santa Croce. Siamo nella zona resa celebre da Vasco Pratolini nel suo romanzo Cronache di poveri amanti, ambientata nella vicina via del Corno.

Il nome della strada sembra essere derivato dalla presenza di un’osteria con albergo chiamata Venezia, che veniva gestita dai frati. Poco più avanti, infatti, si trovano la piazza e la chiesa di San Remigio, fondata nel XI secolo in onore del santo arcivescovo di Reims.

Anticamente detta chiesa di San Romeo, l’edificio aveva preso il posto di un antico ospizio per pellegrini e nel Trecento era stato completamente ricostruito.

Poco distante si trovavano anche le case dei Magalotti, una famiglia della schieramento guelfo a cui venne intitolata una delle strade adiacenti.

Che volto aveva Dante?

Personalmente mi capita di lavorarci spesso (con i tour danteschi in Toscana ndr) ma in effetti non è semplice darvi una risposta!

Di Dante, ovviamente, esistono soltanto dei ritratti e quelli più antichi si trovano nella Cappella della Maddalena al Bargello (il volto nell’affresco attribuito a Giotto ma forse realizzato da un suo allievo) e nel Palazzo del Proconsolo (nelle pitture della sala delle udienze ritrovate a fine Ottocento).

La Cappella della Maddalena al Bargello

In seguito altri artisti provarono a “dare” un volto al poeta, come Domenico di Michelino nel suo affresco del Duomo, ma anche Andrea del Castagno, Botticelli e Bronzino, fino alle famose illustrazioni ottocentesche di Gustave Dore’. Queste opere sono tutte diverse tra loro ma hanno una caratteristica in comune, ossia la descrizione fisica del poeta contenuta nel Trattatello in laude di Dante di Boccaccio (XX).

Dante con la Divina Commedia di Domenico di Michelino nel duomo di Firenze

È lui a fornirci l’immagine di Dante tramandata per secoli, che lo descrive come un uomo di media statura, dal volto lungo e con il naso aquilino, gli occhi grandi, le mascelle pronunciate e il labbro sporgente, “sempre nella faccia malinconico e pensoso”. Inoltre, sempre secondo Boccaccio, Dante portava la barba!

Il volto di Dante scolpito su una pietra nella piazzetta davanti al Museo Casa di Dante


A proposito di Boccaccio, lo sapevate che quest’anno ricorrono i 650 anni dalla prima lettura pubblica della Commedia?

Strade di Firenze: Via d’Ardiglione

Tra le mie rubriche su Instagram ce n’è una in cui racconto la storia delle vie (o delle piazze) di Firenze e questa settimana il post dedicato a Via d’Ardiglione nel quartiere di Santo Spirito ha suscitato grande interesse.

In effetti è una delle strade più belle e caratteristiche di Oltrarno, che si trova due passi da Piazza del Carmine. Una lapide in marmo posta sulla facciata di una casa ricorda il luogo dove nel 1406 nacque il grande pittore Filippo Lippi. Figlio del beccaio Tommaso di Lippo, all’età di due anni venne affidato alla zia insieme al fratello Giovanni (la madre era morta di parto) e poco tempo dopo ai frati carmelitani del vicino convento di Santa Maria del Carmine, in cui prese i voti nel 1421.

La casa dove nacque Filippo Lippi

Molto caratteristico è il cavalcavia sotto al quale si trova un piccolo tabernacolo ovale in ceramica raffigurante la Madonna, forse commissionato dal proprietario dell’abitazione, un setaiolo fiorentino che nel Settecento fece costruire l’arcone.

Il tabernacolo sotto il cavalcavia

Vi è inoltre la curiosità che riguarda la denominazione della strada, divisa in due tronconi da Via Santa Monaca. Quello a sinistra è chiamato Via d’Ardiglione, mentre l’altro è indicato semplicemente come Via Ardiglione (senza la d). Entrambi, comunque, fanno riferimento al puntale della fibbia della cintura, da cui si ritiene originato il nome della via.