Impressionisti in Normandia

Qualche giorno fa ho visitato la mostra sugli Impressionisti al Museo degli Innocenti di Firenze, che in occasione dei 150 anni dalla prima esposizione avvenuta a Parigi nel 1874, celebra la nascita del movimento destinato a cambiare per sempre le regole dell’arte.

Sono oltre 70 i dipinti provenienti dalla Collezione Peindre en Normandie, il Musee d’Art Moderne di Le Havre e da collezioni private, che attraverso un allestimento ben curato e particolarmente coinvolgente ci mostrano lo speciale legame nato tra la Normandia e questo gruppo di pittori che scelse di praticare la propria arte fuori dalle accademie e dalle gallerie. 

La sezione introduttiva, in cui troviamo le delicate Ninfee (1897) di Claude Monet, non a caso ci ricorda che il termine Impressionismo era stato creato dal critico d’arte Louis Leroy dopo aver visto una sua tela raffigurante la veduta mattutina del porto di Le Havre, a cui per l’appunto era stato dato il titolo Impressione, levar del sole (1872)

Il critico non aveva espresso un buon giudizio sul quadro, ritenuto confuso e incompiuto e dunque capace soltanto di dare un’impressione della scena rappresentata. Le critiche non mancarono neppure da parte della stampa, mentre un deciso sostegno incredibilmente arrivò da parte del governo francese. All’epoca, infatti, gli artisti avevano un solo modo per farsi notare dal grande pubblico, ossia partecipare al Salon annuale che si teneva a Parigi, previa approvazione da parte di una commissione di accademici. Nel 1863 furono oltre tremila le opere rifiutate dalla commissione, scatenando la protesta degli artisti, ai quali l’imperatore Napoleone III offrì la possibilità di organizzare una mostra parallela, che venne definita il Salon des Refusee.

Fu in quella occasione che Edouard Manet riuscì ad esporre la sua celebre e discussa Colazione sull’erba e anche se tecnicamente egli non è considerato un impressionista, viene indicato come un suo precursore, per la libertà espressiva e il rifiuto degli schemi accademici che caratterizzano le sue opere.

La prima mostra degli Impressionisti venne allestita a Parigi nello studio del fotografo Nadar (pseudonimo di Gaspard- Felix Tournachon) nel 1874, con le opere di 30 pittori, tra i quali si ricordano Monet, Renoir e Degas.

Le località della Normandia, con il suo mare tempestoso, i bagnanti sulla spiaggia e i pittoreschi villaggi nelle sue campagne, divenne lo scenario perfetto per lo sviluppo del nuovo linguaggio stilistico proposto dagli impressionisti, che innanzitutto prevedeva l’osservazione della natura sul posto. Dipingere en plein air, cioè all’aria aperta, permetteva agli artisti di catturare le particolari sfumature della luce e dei colori e di trasferirle sulla tela in base alle proprie sensazioni. Insomma, non era più necessario ricorrere alle “gabbie” prospettiche imposte dalla tradizione, così come non era più richiesto alla pittura di descrivere la realtà o far riferimento ai temi della storia e della mitologia, ma semplicemente di trasmettere un’idea (o come si diceva un’impressione) attraverso un uso inedito dei colori.

Componente fondamentale di questa innovazione tecnica fu l’invenzione dei tubetti di metallo, brevettata nel 1841 dal pittore americano John Rand, che liberava gli artisti dalle laboriose operazioni di preparazione e conservazione dei colori. Inoltre i diversi colori potevano essere sovrapposti sulla tela e ottenere tonalità diverse rispetto a quelle ottenute mescolandoli sulla tavolozza.

Nasceva così una nuova arte fatta di luce e colore, in grado di catturare gli attimi della vita quotidiana e la bellezza della natura.

La mostra Impressionisti in Normandia al Museo degli Innocenti resterà aperta fino al 4 maggio 2025.

Helen Frankentaler a Palazzo Strozzi

Fino al 26 gennaio Palazzo Strozzi ospita la mostra Dipingere senza regole, dedicata a Helen Frankentaler, una delle più grandi artiste americane del secondo dopoguerra.

Helen Frankentaler al lavoro

Nata a New York nel 1928, Helen era figlia di un giudice della Corte Suprema e iniziò ad esporre le sue prime opere agli inizi degli anni Cinquanta, diventando presto una delle principali esponenti della Color Field painting, un movimento nato nell’ambito dell’espressionismo astratto, poi evoluto in un linguaggio artistico del tutto inedito, libero dalle regole e dalle convenzioni.

Plexus, 1976 (dettaglio)
New York, Helen Frankentaler Foundation

La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione e ai prestiti di prestigiose istituzioni e musei, come la Helen Frankenthaler Foundation, il Metropolitan Museum di New York, la Tate Modern di Londra e la National Gallery di Washington.

Matisse Table, 1972
New York, Helen Frankentaler Foundation

L’allestimento, che si sviluppa in dieci sale al primo piano di Palazzo Strozzi, rappresenta la più completa e affascinante retrospettiva mai organizzata in Italia su Helen Frankentaler, con le sue tele, le opere su carta e le sculture realizzate nell’arco di sei decenni ed esposte accanto ai lavori di altri famosi maestri contemporanei, a partire da Jackson Pollock, che ebbe un ruolo molto importante nella sua formazione negli anni Cinquanta.

Number 14 (1951) di Jackson Pollock è uno dei prestiti eccellenti in mostra

Fondamentale fu anche il legame che Helen Frankentaler ebbe con suo marito Robert Motherwell (i due furono sposati dal 1958 al 1971), con il quale condivise lavoro, passioni e il profondo rapporto di amicizia con alcuni dei personaggi delle scena artistica internazionale come Mark Rotko, David Smith, Morris Louis, Anthony Caro e Anne Truitt. 

Untitled (1964) di David Smith e sullo sfondo Tutti-Frutti (1966) e The Human Edge (1967) di Helen Frankentaler

L’innovativa tecnica del soak-stain, cioè dell’imbibizione a macchia, realizzata versando della vernice diluita su tele grezze, portarono Helen Frankentaler a sperimentare una pittura astratta senza limiti.

Le opere degli ultimi anni

Nel suo universo artistico dominato dalle strisce di colore, spazio e forma si liberano da ogni regola e ci mostrano la pura essenza della creatività.

Alassio, 1960
(dettaglio con la firma dell’artista)

Helen Frankentaler, Dipingere senza regole sarà fino al 26 gennaio a Palazzo Strozzi. Tutti i giorni orario 10.00-20.00, il giovedì fino alle 23.

Il Santo della Gioia

Qualche giorno fa sono rientrata nella chiesa del monumentale complesso di Piazza San Firenze. Non sono molte le chiese in stile barocco in città e questa costruzione venne iniziata nel 1640 su progetto di Pier Francesco Silvani in onore di San Filippo Neri, che era stato canonizzato pochi anni prima.

L’intero della chiesa

I lavori furono completati nel 1715 da Ferdinando Ruggieri, mentre l’impianto e le decorazioni interne vennero realizzate sotto la direzione di Gioachino Fortini, con sculture, rilievi e dipinti eseguiti da artisti molto importanti, tra i quali compaiono Anton Domenico Gabbiani, Antonio Puglieschi, Matteo Bonechi, e Zanobi del Rosso, mentre il soffitto a cassettoni con al centro la Gloria di San Filippo Neri è opera di Camillo Sagrestani.

Il soffitto a cassettoni

Ma chi era San Filippo Neri – fiorentino di nascita che trascorse buon parte della sua vita a Roma – e come mai viene spesso ricordato come il Santo della Gioia?

Filippo era nato nel 1515 in Oltrarno, nella parrocchia di San Pier in Gattolino. Suo padre Francesco era un notaio e rimase vedovo quando Filippo aveva solo 5 anni, così lui e le due sorelle vennero cresciuti dalla sua seconda moglie. Studiò nel convento di San Marco, ma all’età di 18 anni venne mandato a Cassino da uno zio che lo avrebbe dovuto avviare all’attività di commerciante.

L’altare maggiore della chiesa

Fu proprio in questo periodo che Filippo sentì la vocazione e nel 1534 decise di recarsi a Roma come pellegrino. Qui conobbe il fiorentino Galeazzo Caccia, il capo della Dogana Pontificia, che lo prese in casa sua come precettore dei suoi figli. Egli avrebbe potuto condurre una vita serena e agiata e invece scelse di trascorrere molto tempo in strada, prestando il suo aiuto ai poveri e facendo il volontario presso l’ospedale di San Giacomo degli Incurabili.

Le reliquie di San Filippo Neri

Ordinato sacerdote nel 1551, Filippo Neri raccolse attorno a sé una comunità sempre più numerosa di persone, che inizialmente si riuniva nell’oratorio della chiesa di San Girolamo della Carità e poi in quello di Santa Maria in Vallicella, diventata la sede della congregazione da lui fondata e  riconosciuta da papa Gregorio XIII nel 1575.

Egli professava una forma di apostolato del tutto inedita per l’epoca, basata sull’ascolto e la pratica spirituale attiva da parte dei fedeli, attraverso gli esercizi di devozione e le opere di misericordia. Divennero popolari la sua pazienza e la sua disponibilità ad accogliere le confessioni a ogni ora del giorno, ma anche la sua instancabile presenza tra i giovani e i bisognosi.

Le reliquie di San Filippo Neri

Filippo ci viene descritto come un santo per certi versi atipico. Egli amava ritirarsi in meditazione e si sottoponeva spesso a digiuni, tuttavia amava stare in mezzo alla gente e in particolare tra i giovani. Chi lo aveva conosciuto ne ricordava la semplicità e la bontà, ma anche la proverbiale simpatia, da cui deriva la definizione di “santo della gioia”.

Il suo ricordo era ancora particolarmente vivo tra i fedeli quando egli venne beatificato a soli venti anni dalla sua morte (avvenuta nel 1595) e infine dichiarato santo nel 1622 da papa Gregorio XV.

Il Ceppo di Natale


Venerdì 20 dicembre nella chiesa di San Carlo dei Lombardi è stato acceso il Ceppo di Natale, un’antica tradizione fiorentina che torna a vivere grazie ai confratelli della Venerabile Compagnia dei Quochi.

Il Ceppo di Natale esposto davanti all’ingresso della chiesa di San Carlo


Fino al secolo scorso, infatti, nelle nostre case non si faceva l’albero di Natale. La sera del 24 dicembre le famiglie si riunivano intorno al camino aspettando la mezzanotte e gli adulti ponevano i doni per i più piccoli sul “ceppo”, una struttura a forma di piramide con diversi ripiani, sui quali, oltre ai regali, venivano messi dolcetti, frutta, decorazioni, candeline e anche un piccolo presepe.

La benedizione di Monsignor
Vasco Giuliani prima
dell’accensione del Ceppo


Addobbare un abete con luci e palline è invece un’usanza delle culture nordiche, anche se presenta diverse similitudini con i riti del Sol Invictus, una sorta di Natale pagano festeggiato nel periodo del solstizio d’inverno, quando passata la minor durata della luce, le giornate tornano lentamente ad allungarsi e il sole torna a vincere sulle tenebre.

Nel Novecento la tradizione del Ceppo (termine con il quale i nostri nonni e bisnonni facevano direttamente riferimento al Natale, tanto da augurare “Buon Ceppo e “Buon Ceppino” nella giornata del 26 dicembre) è stata soppiantata da quella dell’albero di Natale fino a farla sparire del tutto. Tuttavia, la parola ceppo è rimasta nel linguaggio comune come sinonimo di regalo (pensate ad esempio alle confezioni donate dalle aziende ai dipendenti durante le festività).

L’accensione del candele sul Ceppo da parte dei confratelli della Venerabile Compagnia dei Quochi


Ricordiamo infine che la parola “ceppo” aveva anche altri significati. Uno di questi indicava il grande pezzo di legno messo ad ardere nel camino proprio durante le festività, in quanto era credenza diffusa che più a lungo restava accesso, più allungasse la vita dei familiari. Inoltre le sue ceneri venivano sparse nei campi e negli orti a protezione delle colture.

Tratto da “IL CEPPO DI NATALE” di Luciano e Ricciardo Artusi, ed. Scribo

Una serata con i Cavalieri di San Pasquale Baylon

In occasione del 520° anniversario della Venerabile Compagnia dei Quochi, sabato 23 novembre ho avuto il piacere e l’onore di partecipare alla cerimonia di investitura dei nuovi cavalieri di San Pasquale Baylon, patrono universale dei cuochi e di questa antica confraternita, fondata nel 1504 da un gruppo di appassionati della cultura e del buon cibo.

Rinata come associazione nel 2019, oggi la Venerabile è impegnata nello studio e nella salvaguardia delle tradizioni enogastronomiche italiane, così come nella diffusione di una corretta educazione alimentare e di lotta agli sprechi.

La Venerabile Compagnia dei Quochi

La cerimonia si è svolta nella chiesa di San Carlo dei Lombardi, alla presenza del Padre Correttore Mons. Don Vasco Giuliani, il Presidente Riccardo Bartoloni, il Presidente Onorario Luciano Artusi, il Governatore Angelo Mazzei e gli altri consiglieri dell’Associazione.

Investiture dei Cavalieri di San Pasquale Baylon

Dopo il giuramento e la vestizione dei nuovi confratelli, il gruppo si è spostato in Santa Margherita dei Cerchi, meglio conosciuta come “Chiesa di Dante”, dove, secondo la tradizione, venne sepolta l’amata Beatrice Portinari, come riportato dalla piccola lapide posta sotto la mensola dell’altare laterale sinistro.

Che cosa lega questo luogo dantesco alla Venerabile Compagnia dei Quochi?

Il sepolcro della Venerabile nella chiesa di Santa Margherita dei Cerchi

La grande lapide in marmo ancora visibile sul pavimento di fronte all’altare maggiore indica il sepolcro della confraternita, alla quale è stato reso omaggio con l’accensione di un cero e di una corona d’alloro. 

La serata si è conclusa con la cena di gala servita nell’Oratorio di San Filippo Neri, durante la quale sono stati conferiti i premi internazionali di enogastronomia Mariotto Albertinelli.

Il Presidente della Venerabile Compagnia dei Quochi Riccardo Bartoloni

Ringrazio di cuore la Venerabile per l’invito a questo evento davvero particolare all’insegna della convivialità, allietato anche dalla presenza dei musici e di alcuni danzatori del gruppo storico rinascimentale Contrada Alfiere.

I danzatori di Contrada Alfiere

Oltretutto ho scoperto un luogo di Firenze che non conoscevo. In effetti, non ero mai entrata nei locali dell’oratorio dei Padri Filippini, nel quale, tra le varie opere d’arte e una ricca raccolta di volumi antichi, è conservato uno dei quattro stendardi commissionati nel 1621 da Cristina di Lorena e Maria Maddalena d’Austria per festeggiare la canonizzazione di San Filippo, avvenuta a Roma il 12 marzo 1622.

Lo stendardo di San Filippo Neri

Vi invito allora a seguire le iniziative dell’associazione anche attraverso la pagina Facebook della Venerabile Compagnia dei Quochi

La Confraternita del Santo Ritiro del Silenzio

Camminando lungo Via degli Alfani, un edificio che non passa certamente inosservato è la cosiddetta Rotonda del Brunelleschi e che in passato faceva parte del grande monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli. Poco più avanti, però, si nota una porticina, che conduce nella parte del complesso occupata dall’antica Confraternita del Santo Ritiro del Silenzio sotto l’invocazione di Sant’Antonio Abate, conosciuta anche come Buca ai Pinti.

L’ingresso della confraternita in Via degli Alfani


Fondata nel 1485 da un gruppo di nobili fiorentini (tra i quali vi erano esponenti della famiglia Davanzati, Machiavelli e i da Verrazzano), la confraternita ebbe inizialmente sede nella scomparsa chiesa di San Cristoforo agli Adimari e alcuni anni dopo si trasferì nei pressi della Santissima Annunziata. Alla fine del Quattrocento fu nuovamente spostata nel monastero di Santa Maria Maddalena dei Pazzi in Borgo Pinti (per questo è conosciuta anche come Buca ai Pinti), dove rimase fino agli inizi dell’Ottocento e dopo una breve permanenza nel Cenacolo di Santa Apollonia, nel 1820 si stabilì definitivamente nei locali in cui si trova ancora oggi.

Il busto di Sant’ Antonino Pierozzi

Nell’andito d’ingresso si vede un ritratto del santo arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi e da qui si accede alla sagrestia, ricavata in un vecchio fondo affacciato su Via degli Alfani. Al suo interno venne creata una grotticina con la statua di Antonio Abate, il santo egiziano nato nel III secolo nella città di Coma, ritenuto il primo monaco eremita e il primo a portare sulla sua veste il simbolo del Tau, l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico che ricorda la forma della croce e che  venne adottata dai primissimi cristiani come segno di riconoscimento e di devozione.

La grotticina con la statua di Sant’ Antonio Abate nella sagrestia

Nella sagrestia sono conservate diverse opere, tutte donate dai confratelli, tra cui vanno ricordate la Madonna col Bambino del Puligo, la Madonna col Bambino e San Giovannino dell’Empoli e la Crocifissione di Agnolo di Domenico di Donnino, detto il Mazziere, che fu amico e collaboratore di Michelangelo.

Le opere in sagrestia


Adiacente alla sagrestia è la grande  sala trasformata in chiesa agli inizi del Seicento, che conserva le panche originali e una Crocifissione sagomata attribuita a Jacopo del Sellaio (1441-1493), ricordato dal Vasari come allievo di Filippo Lippi.

La chiesa
(le panche risalgono al 1604 e furono donate alla confraternita dai monaci camaldolesi)

Di particolare effetto è la decorazione a stelle del soffitto, eseguita nel Quattrocento dagli stessi monaci camaldolesi e le applicazioni di rose in legno argentato realizzate nel Settecento da un artista rimasto sconosciuto.

La Crocifissione di Jacopo del Sellaio 


Altre opere sono esposte in un diverso ambiente della confraternita, tra le quali vi sono i tondi raffiguranti Sant’Andrea di Simone Cantarini e Sant’Isidoro di Giovanni Bilivert, ma soprattutto le cinque tele di Pietro Silvestrini (1574-1631) con la Nascita del Battista, la Visitazione,  la Decollazione del Battista, la Danza di Salomè e l’Investitura di San Giovanni.

I tondi e le tele del Silvestrini sono conservati insieme a reliquiari e busti ritratto in questa sala


Da ricordare inoltre le 17 lunette con le Storie di Sant’Antonio Abate di Sante Pacini, pittore settecentesco che partecipò anche alla decorazione della Cappella di San Romualdo a Camaldoli e il crocifisso da processione attribuito ad Andrea del Sansovino.

Il Crocifisso di Andrea del Sansovino accanto al quale si vede la placca che indica il livello dell’alluvione del 1966

Questo luogo, inoltre, è stato a lungo sede della Società San Vincenzo de Paoli e nella chiesa ogni sabato alle ore 18 viene celebrata la messa.

Il ritratto in terracotta di Luigi di Urbano Bruni viene attribuito a Donatello e toccando il suo volto si sente la ruvidezza come se avesse la barba

La confraternita continua ancora oggi a prestare le proprie opere di carità ai concittadini e ricorda Sant’Antonio Abate il 17 gennaio con la tradizionale benedizione degli animali.

La chiesa dei Santi Gervasio e Protasio

Firenze è la città della bellezza diffusa che può sorprendere anche chi la vive ogni giorno come me. Perché il suo patrimonio artistico, ritenuto spesso confinato tra i monumenti e i musei più frequentati dai turisti, si estende anche ai quartieri residenziali appena fuori dal centro storico. Ed ecco come una merenda tra amici si è rivelata una piacevole e inattesa scoperta.

Sabato scorso ho accettato l’invito dell’amica Sabrina che alcuni mesi fa si è trasferita a Campo di Marte (ndr per i non fiorentini siamo nella zona intorno allo stadio Artemio Franchi) e desiderava tanto mostrarci la sua nuova parrocchia.

Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio (interno)

Devo dire che non ero mai entrata nella chiesa dedicata ai Santi Gervasio e Protasio. Un edificio che, a dispetto del suo aspetto moderno, ha una storia lunghissima e particolarmente interessante, a partire dal fatto di essere intitolato ai due protomartiri protettori della città di Milano. Probabilmente, a portare il loro culto a Firenze era stato proprio Sant’Ambrogio, che un paio di anni prima della costruzione della primitiva piccolissima chiesa – allora praticamente in aperta campagna – aveva fondato insieme al vescovo Zanobi la basilica di San Lorenzo.

Le reliquie dei santi Gervasio e Protasio

Secondo la tradizione era stato San Zanobi a consacrare il nuovo luogo di culto nell’anno 395, poi riedificato in epoca longobarda e più volte rimaneggiato nel corso dei secoli. Nei documenti più antichi la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio viene menzionata a partire dal 1038, ma i ritrovamenti di alcune fondamenta nel sottosuolo ne hanno attestato la presenza in un periodo precedente all’anno Mille.

La Madonna col Bambino del XIV secolo su una parete della base dell’antico campanile inserito nella moderna muratura

All’interno della chiesa sono conservate numerose opere, tra le quali spiccano le due grandi tavole eseguite da Santi di Tito (1536 – 1603), raffiguranti la Moltiplicazione dei pani e dei pesci (1592) e il Martirio di Santo Stefano (1599), entrambe datate e firmate dal pittore, tra i maggiori protagonisti sulla scena artistica fiorentina nella seconda metà del XVI secolo.

La Moltiplicazione dei pani e dei pesci di Santi di Tito oggi ricollocata dietro l’altare della chiesa

Figlio di un tessitore di veli originario di San Sepolcro, Santi era stato prima un allievo di Bastiano da Montecarlo e aveva poi iniziato a frequentare la bottega di Agnolo Bronzino e di Baccio Bandinelli. Poco più che ventenne si era trasferito a Roma, dove aveva collaborato ad alcune importanti committenze per la corte papale e tornato a Firenze nel 1564, aveva preso parte agli allestimenti per le onoranze funebri in onore di Michelangelo. Santi era entrato nel “giro” degli artisti che facevano capo a Giorgio Vasari, allora responsabile dei numerosi progetti ordinati dalla corte medicea, ma in seguito era diventato un pittore particolarmente apprezzato per la serie di pale d’altare dipinte nelle più importanti chiese fiorentine, come La Resurrezione (1565) di Santa Croce, la Resurrezione di Lazzaro in Santa Maria Novella (1576) e l’Entrata di Cristo a Gerusalemme (1582 – 1583) oggi alla Galleria dell’Accademia. 

La Moltiplicazione dei pani e dei pesci (dettaglio delle figure in primo piano)

La prima tavola eseguita per la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, raffigura il miracolo riportato in tutti i Vangeli, che raccontano di come Gesù riuscì a sfamare oltre cinquemila uomini con cinque pani e due pesci. Pur trattandosi di un’opera tarda del maestro, il dipinto presenta ancora numerose “citazioni” michelangiolesche (come la figura maschile in primo piano a sinistra) ed è caratterizzato dai toni vibranti e accesi dei colori tipici del suo stile. Molto interessante anche la disposizione dei personaggi, divisi in due grandi gruppi, in cui vediamo Gesù seduto in cima ad un’altura circondato dai suoi discepoli, collocato in secondo piano rispetto alla folla di persone in attesa di ricevere il cibo.

Il Martirio di Santo Stefano di Santi di Tito

Meno evidenti, ma comunque riconducibili agli schemi della tradizione manierista fiorentina, sono gli elementi che caratterizzano anche la seconda tavola con il Martirio di Santo Stefano, in cui vediamo il giovane seduto a terra circondato da un gruppo di uomini pronti a lanciare le pietre contro di lui. La posa grave e solenne e il suo sguardo rivolto verso la visione del Signore, si contrappongono alla brutalità delle espressioni sui volti dei partecipanti alla lapidazione.

Martirio di Santo Stefano (dettaglio)

Tra i personaggi che assistono alla scena si riconoscono i committenti e lo stesso pittore, raffigurato nell’uomo con la barba bianca e un berretto verde.

Gli altri dipinti presenti nella chiesa

Ricostruita nelle forme attuali dall’architetto Lando Bartoli nel 1957, la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio si presenta dunque come una moderna struttura dal cuore molto antico, dove vale la pena fermarsi per ammirare le bellissime tavole di Santi di Tito e riscoprire la sua millenaria storia.

Riferimenti bibliografici: San Gervasio, una chiesa, un quartiere, ed. Mandragora, 2023