Camminando lungo Via degli Alfani, un edificio che non passa certamente inosservato è la cosiddetta Rotonda del Brunelleschi e che in passato faceva parte del grande monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli. Poco più avanti, però, si nota una porticina, che conduce nella parte del complesso occupata dall’antica Confraternita del Santo Ritiro del Silenzio sotto l’invocazione di Sant’Antonio Abate, conosciuta anche come Buca ai Pinti.

Fondata nel 1485 da un gruppo di nobili fiorentini (tra i quali vi erano esponenti della famiglia Davanzati, Machiavelli e i da Verrazzano), la confraternita ebbe inizialmente sede nella scomparsa chiesa di San Cristoforo agli Adimari e alcuni anni dopo si trasferì nei pressi della Santissima Annunziata. Alla fine del Quattrocento fu nuovamente spostata nel monastero di Santa Maria Maddalena dei Pazzi in Borgo Pinti (per questo è conosciuta anche come Buca ai Pinti), dove rimase fino agli inizi dell’Ottocento e dopo una breve permanenza nel Cenacolo di Santa Apollonia, nel 1820 si stabilì definitivamente nei locali in cui si trova ancora oggi.

Nell’andito d’ingresso si vede un ritratto del santo arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi e da qui si accede alla sagrestia, ricavata in un vecchio fondo affacciato su Via degli Alfani. Al suo interno venne creata una grotticina con la statua di Antonio Abate, il santo egiziano nato nel III secolo nella città di Coma, ritenuto il primo monaco eremita e il primo a portare sulla sua veste il simbolo del Tau, l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico che ricorda la forma della croce e che venne adottata dai primissimi cristiani come segno di riconoscimento e di devozione.

Nella sagrestia sono conservate diverse opere, tutte donate dai confratelli, tra cui vanno ricordate la Madonna col Bambino del Puligo, la Madonna col Bambino e San Giovannino dell’Empoli e la Crocifissione di Agnolo di Domenico di Donnino, detto il Mazziere, che fu amico e collaboratore di Michelangelo.

Adiacente alla sagrestia è la grande sala trasformata in chiesa agli inizi del Seicento, che conserva le panche originali e una Crocifissione sagomata attribuita a Jacopo del Sellaio (1441-1493), ricordato dal Vasari come allievo di Filippo Lippi.

(le panche risalgono al 1604 e furono donate alla confraternita dai monaci camaldolesi)
Di particolare effetto è la decorazione a stelle del soffitto, eseguita nel Quattrocento dagli stessi monaci camaldolesi e le applicazioni di rose in legno argentato realizzate nel Settecento da un artista rimasto sconosciuto.

Altre opere sono esposte in un diverso ambiente della confraternita, tra le quali vi sono i tondi raffiguranti Sant’Andrea di Simone Cantarini e Sant’Isidoro di Giovanni Bilivert, ma soprattutto le cinque tele di Pietro Silvestrini (1574-1631) con la Nascita del Battista, la Visitazione, la Decollazione del Battista, la Danza di Salomè e l’Investitura di San Giovanni.

Da ricordare inoltre le 17 lunette con le Storie di Sant’Antonio Abate di Sante Pacini, pittore settecentesco che partecipò anche alla decorazione della Cappella di San Romualdo a Camaldoli e il crocifisso da processione attribuito ad Andrea del Sansovino.

Questo luogo, inoltre, è stato a lungo sede della Società San Vincenzo de Paoli e nella chiesa ogni sabato alle ore 18 viene celebrata la messa.

La confraternita continua ancora oggi a prestare le proprie opere di carità ai concittadini e ricorda Sant’Antonio Abate il 17 gennaio con la tradizionale benedizione degli animali.


Elena, complimenti ancora una volta per l’ importante e magnifica descrizione di questa antica Confraternita, sconosciuta alla maggior parte della gente. Anche perché è una delle poche sopravvissute e ben conservate.
Gian Piero
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