Tana racconta: Corso Donati, il cavaliere nero di Firenze

A Firenze tutti lo chiamavano il “Barone” e lui andava in giro per la città con la sua banda, facendosi largo tra la gente che acclamava il suo nome. Bello di aspetto e dai modi garbati, Messer Corso Donati veniva dalla nobile famiglia che abitava nelle torri vicino alle nostre; ma il suo animo si fece sempre più superbo e crudele e molte persone pagarono caramente i suoi raggiri.

Dal momento in cui affiancò Vieri de’ Cerchi, ricordai a mio fratello Dante che gli Alighieri non erano mai stati troppo dietro alle faccende del Comune. Il babbo e il nonno erano stati abili uomini d’affari, ma la politica era ben altra cosa; capivo che volesse fare come quel suo amico poeta, Guido Cavalcanti, ma temevo molti di quegli uomini che aveva conosciuto e soprattutto, quelli che si stava mettendo contro.

La questione, lo ammetto, è piuttosto complicata e converrà dunque che io parta dall’inizio.

Corso Donati fa liberare dei prigionieri
(Foto Wikipedia)

Dopo anni di guerre e scontri, gli eserciti ghibellini erano stati sconfitti a Campaldino. Il cavaliere Corso si era distinto per il suo valore sul campo di battaglia ed era rientrato in città da eroe; a dire il vero anche Dante aveva combattuto in prima linea (la sua armatura da feditore era costata un occhio della testa!) ma alla fine tutti gli onori erano stati riservati ai soliti magnati. Molti speravano in un lungo periodo di pace e invece nuove tensioni nacquero proprio all’interno del partito guelfo, che presto si sarebbe diviso in due fazioni nemiche: i Guelfi Bianchi e i Guelfi Neri.

Lo stemma dei Donati (Foto Sailko)
Lo stemma della famiglia Donati (Foto Sailko)

A portar scompiglio tra i cittadini erano stati gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, che nel 1293 aveva emanato delle leggi con cui si impediva ai magnati di accedere alle cariche pubbliche: esse infatti prevedevano l’esercizio effettivo di un’arte per la nomina al Priorato1, escludendo così buona parte della vecchia classe dirigente. Un paio di anni dopo gli Ordinamenti vennero “ammorbiditi”2, permettendo ai magnati di essere eletti con la sola iscrizione a una delle Arti, ma in molti si rifiutarono disdegnando di governare con il popolo. Tra questi vi fu Corso, al quale veniva naturale assumere il ruolo di capo banda e oltre a rivendicare fieramente le proprie origini, raccolse intorno a sé una sorta di clan che commise i peggiori misfatti di quegli anni.

Lo stemma della famiglia Cerchi nel Palazzo Pretorio di Fiesole (Foto Sailko)

La sua vittima preferita pareva essere Vieri de’ Cerchi, che da qualche anno abitava nelle case che erano state dei Conti Guidi e per l’appunto confinavano con quelle dei Donati. Arrivati dal contado carichi di servi e di denari, i Cerchi erano una di quelle famiglie di “nuovi ricchi”3 verso i quali Corso mostrò subito un profondo disprezzo, iniziando a deridere Vieri in pubblico e a chiamarlo “asino di Porta”. Lapa, la mia matrigna, riferiva delle continue liti a cui assisteva nella corte, ma capite che per passare alla lotta armata tra Bianchi e Neri4 doveva esserci qualcosa di più grave della semplice invidia per il palazzo più bello.

I Cerchi abitavano nella casa- torre nell’odierna Via dei Cerchi (dove c’è la pescheria). Poco più avanti si vede ciò che resta di una loggia esterna, poi murata all’angolo con Via dei Cimatori.

In effetti, si raccontava che Corso avesse fatto un grosso sgarbo ai Cerchi alla morte della sua prima moglie5, imparentata con Vieri, negando un’eredità che spettava loro di diritto e risposandosi con Tessa degli Ubertini, una bella giovane che era di famiglia ghibellina, ma disponeva pure di una ricca dote.

Alcuni mesi dopo avvenne un fatto davvero increscioso: una rissa tra i giovani delle due famiglie durante il funerale di una donna dei Frescobaldi6 e la sera molta gente si radunò sotto le case dei Cerchi per andare a punire i Donati, ma loro rifiutarono di ricorrere alle armi. Nel dicembre del 1298 successe che dei giovani dei Cerchi, coinvolti in una rissa con dei Pazzi e arrestati per non aver pagato la multa, furono trovati morti in una cella del Palazzo del Podestà dopo aver mangiato dei migliacci freschi; Corso fu subito sospettato ma non si riuscì a provarne la colpevolezza e anche questa volta i Cerchi si limitarono a lasciare le riunioni della Parte Guelfa, in segno di protesta.

Dante non esitò a condannare il loro atteggiamento pacifico, lasciando intendere che, se al momento giusto avessero usato la stessa forza dei Donati, il popolo sarebbe stato dalla loro parte. Del resto tutti conoscevano l’arroganza e la brutalità dei metodi di Corso, arrivato al punto di far rapire la sorella Piccarda dal convento in cui si era fatta suora e obbligarla a sposare Rossellino della Tosa, suo compagno di fazione. La spregiudicatezza delle sue azioni giunse al culmine quando a Firenze arrivò il podestà Monfiorito da Coderta, che si mostrò particolarmente compiacente nei confronti dei donateschi e divenne complice dei loro abusi, ma finì per essere arrestato e condannato per corruzione7.

Raffaello Sorbi, Il rapimento di Piccarda
(Foto Wikipedia)

La guerra tra Bianchì e Neri iniziò ufficialmente nel corso della festa del Calendimaggio in Piazza Santa Trinita, il 1° maggio 1300, quando una brigata dei Donati attaccò i Cerchi e all’anziano Ricoverino fu staccato il naso. La settimana successiva Dante fu inviato come ambasciatore a San Gimignano e agli inizi di giugno arrivò in città il cardinale Matteo d’Acquasparta, appena nominato legato pontificio e inviato da Bonifacio VIII a mettere pace tra le bande dopo la “zuffa del Calendimaggio”. In realtà si capì ben presto che era venuto a sostenere i Neri e non sarebbe stato il solo, perché Corso era un uomo molto astuto e dalla sua parte aveva alleati molto potenti.

Fu allora che mio fratello venne eletto priore8, quella carica che aveva tanto desiderato e avrebbe poi maledetto, facendogli scrivere “Tutti li mali e l’inconvenienti miei dalli infausti comizi del mio priorato ebbono cagione a principio”9. Ma ancora in quella estate del 1300 nessuno immaginava quale disgrazia si sarebbe abbattuta sulla nostra famiglia e mi rallegrai alla notizia: gli Alighieri nella Signoria… e chi lo avrebbe mai detto?

I priori vennero prontamente messi di fronte a scelte difficili: alla processione della vigilia di San Giovanni, i consoli delle Arti furono offesi e aggrediti dai capi delle parti, che ancora rinfacciavano di essere tornati vittoriosi da Campaldino e di aver perso gli onori in città. Non ci fu altra cosa da fare che condannare tutti al confino, compreso Guido Cavalcanti, che con altri sei Bianchi partì per Sarzana, dove si ammalò e morì. Finito il mandato di Dante i nuovi Signori revocarono il bando ai Bianchi, arrecando non poco fastidio al paciaro e al pontefice; ma i Neri non rimasero a guardare e Corso partì per Roma per farsi ricevere da Bonificacio VIII.

Ritratto di Guido Cavalcanti (Foto Wikipedia)

Era ormai da tempo che i donateschi cercavano di convincere il papa che la fazione bianca era segretamente alleata dei ghibellini e a nulla era servito convocare Vieri de’ Cerchi alla Corte per avere spiegazioni: la sua fede guelfa era salda, ma alla pace con Messer Corso non poteva acconsentire. Qualche mese dopo si seppe che nel Consiglio di Santa Trinita10 era stata ordinata una congiura contro i Cerchi e quando furono scoperte le lettere di Simone dei Bardi, la Signoria punì duramente i capi dei Neri. Nel frattempo Bonifacio VIII aveva deciso che il nuovo Paciaro di Toscana sarebbe stato il conte Carlo di Valois, fratello del re di Francia Filippo IV il Bello, che prima si fermò a Bologna e poi raggiunse il papa a Roma. Firenze era in pericolo: troppe ambascerie si eran fatte e ancora non si conoscevano i loro piani.

Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini, dipinto bozzetto di Jacopo Ligozzi, 1592.

Era una mattina di fine settembre quando Dante passò a salutarmi; andava a Roma con Maso di Messer Ruggierino Minerbetti e il Corazza da Signa per chiedere udienza al pontefice11 e mai avrei immaginato di vederlo per l’ultima volta. Carlo di Valois partì per la Toscana prima dell’arrivo degli ambasciatori e Bonifacio VIII ne rimandò due a Firenze, mentre mio fratello fu trattenuto alla Corte e non sarebbe più tornato a casa. Il 1° novembre 1301 Carlo di Valois entrò in città e pochi giorni dopo permise a Corso e alla parte Nera di seminare il panico tra i Bianchi: molti di loro furono arrestati e uccisi, altri vennero cacciati e condannati all’esilio insieme a Dante.

La torre di Corso Donati in Piazza San Pier Maggiore

Sembrava che Corso non avesse più rivali, ma proprio quando pensava di poter governare da solo su Firenze, venne osteggiato da Rosso della Tosa, zio del cognato Rossellino e questa volta il suo orgoglio e i suoi imbrogli lo condussero alla rovina. Prima che potesse mettere in atto un’altra delle sue congiure, la mattina del 6 ottobre 1308 i Tosinghi lo fecero condannare dalla Signoria e lui si barricò in casa, aspettando dei rinforzi che non arrivarono mai. Non gli restava che tentar la fuga, ma gli armati lo ripresero nei pressi di Rovezzano, dove cadde (o si lasciò cadere) da cavallo e il suo corpo fu trascinato fino al convento di San Salvi .

Fu questa la fine del cavaliere nero di Firenze, il masnadiere nemico dei popolani che grande offesa arrecò alla mia famiglia e tanti onesti cittadini; la fortuna lo abbandonò tra la polvere e le pietre delle rive dell’Arno, sul finire di una calda giornata di autunno.

Note di Elena

  1. Il Priorato delle Arti, detto anche Signoria, ebbe inizio nel 1282 portando i rappresentanti delle corporazioni fiorentine al vertice del governo della città. All’inizio era composto da 3 priori (poi diventati 6), a cui si aggiunse la carica di Gonfaloniere nel 1293, che affiancavano il Capitano del Popolo e i membri degli altri Consigli nell’esercizio del potere esecutivo.
  2. I cosiddetti “Temperamenti” vennero emanati nel 1295, ma il clima politico continuò ad essere molto teso.
  3. I Bianchi venivano dalla Valdisieve e pur avendo fatto fortuna tradivano per certi aspetti la loro origine popolana: “Intervenne che una famiglia che si chiamavano i Cerchi (uomini di basso stato, ma buoni mercatanti e gran ricchi, e vestivano bene, e teneano molti famigli e cavalli, e aveano bella apparenza), alcuni di loro comperorono il palagio de’ conti, che era presso alle case de’ Pazzi e de’ Donati, i quali erano più antichi di sangue, ma non sì ricchi: onde, veggendo i Cerchi salire in altezza (avendo murato e cresciuto il palazzo, e tenendo gran vita), cominciorono avere i Donati grande odio contra loro” (Cronica, I, 20).
  4. La fazione dei Guelfi Bianchi era composta da un gruppo di magnati aperti alle forze popolari e riuniti intorno alla figura di Vieri de’ Cerchi, mentre i Guelfi Neri, che si opponevano fermamente agli Ordinamenti di Giustizia e rivendicavano gli interessi e i privilegi dell’antica nobiltà fiorentina, erano capeggiato da Corso Donati. In effetti la componente della rivalità personale tra le famiglie leader delle due fazioni non è di secondaria importanza, perché i primi contrasti tra loro ebbero origine da situazioni di carattere matrimoniale e patrimoniale.
  5. Questo fatto avvenne nel 1296 e secondo lo storico Franco Cardini, la prima moglie di Corso era la zia di Vieri dei Cerchi, morta in circostanze misteriose (forse avvelenata), ma di lei non si conosce il nome.
  6. La zuffa al funerale si svolse il 16 dicembre 1296, ma su questi eventi ho trovato informazioni discordanti e alcuni storici ritengono che l’ordine con cui vengono riportati nella Cronica del Compagni non sia corretto.
  7. Monfiorito da Coderta fu podestà nel primo semestre del 1299 e viene ricordato anche da Dante nel Purgatorio. Arrestato per la sua condotta scandalosa, rivelò molti fatti “scomodi” che coinvolgevano alcuni tra i più influenti cittadini, tra cui Nicola Acciaiuoli, che su consiglio di Baldo d’Aguglione, alterò il libro che conteneva la parte di confessione che lo riguardava. Riuscì a fuggire e a tornare a Treviso, sua città di origine.
  8. Dante rimase in carica come priore dal 15 giugno al 15 agosto 1300.
  9. Questa frase sarebbe stata scritta in un’epistola perduta scritta dal poeta ai fiorentini, che iniziava con la citazione “Popule mee, quid feci tibi?” a cui fanno riferimento sia Giovanni Villani che Leonardo Bruni.
  10. Il Consiglio di Santa Trinita si svolse nel giugno 1301 e tra i Neri coinvolti nella congiura vi fu anche Simone dei Bardi, marito di Beatrice.
  11. L’ambasceria dell’ottobre 1301 viene ricordata anche da Dino Compagni (Cronica, II, 4); il gruppo ricevuto da Bonifacio VIII era composto da almeno tre persone, di cui due furono rimandate a Firenze con il seguente messaggio: “Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me; e io vi dico in verità che io non ho altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi e abiano la mia benedizione, se procurano che sia ubidita la mia volontà.” Nel Trattatello in laude di Dante, Boccaccio lo indica come “principe di cotale legazione” (cioè come capo delegazione) e pur non essendo indicato in altre fonti, non lo si può del tutto escludere in quanto un ambasciatore fu trattenuto a corte. Sempre Boccaccio attribuisce al poeta la celebre frase che avrebbe pronunciato in questa occasione : “s’io vo chi rimane? Se io rimango chi va?”

Bibliografia di riferimento

Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, BUR, 1995.

Marco Santagata, Le donne di Dante, Bologna, Il Mulino, 2021.

Vieri de’Cerchi in Enciclopedia dantesca Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana. URLhttps://www.treccani.it/enciclopedia/vieri-de-cerchi_%28Enciclopedia-Dantesca%29/

Pubblicato da Elena Petrioli

Guida turistica di Firenze

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